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L’oncologia è la branca della medicina riguardante lo studio e la cura dei tumori.

Indice

OriginiModifica

La nascita dell'oncologia ha origini antiche, come il male che si prefigge di studiare e sconfiggere. Il primo scritto riguardante un caso di tumore risale alla medicina egizia, nell'antico papiro di Kahun (1850 a.C.) infatti è presentata la descrizione di un cancro dell'utero, mentre un altro documento, il papiro di Ebers (1550 a.C.) tratta della condizione di non curabilità di tale patologia.

Tuttavia l'incurabilità delle neoplasie viene ribadita anche dal padre della medicina Ippocrate (460 – 370 a.C.) , secondo il quale l'origine delle malattie è esclusivamente fisica e fondata sull'armonica mescolanza dei quattro umori:

 
Galeno e Ippocrate in un dipinto del XII secolo (Cattedrale di Anagni)

Così alla rottura dell'equilibrio corrisponde uno stato di discrasia, ovvero di malattia, e il prodotto dell'accumulo di bile nera nei tessuti è ciò che produce i tumori maligni. Per definirli il medico greco utilizza per la prima volta il termine carcinoma, la cui origine etimologica è granchio (dal greco karkinos), poiché, proprio come l'animale, divora i tessuti con una morsa dolorosa e acuta. Per il trattamento dei tumori esterni egli consigliava il ricorso a sostanze naturali emollienti o alla cauterizzazione, mentre riteneva opportuno «Non curare i portatori di tumori occulti: i malati muoiono presto se curati, vivono più a lungo se abbandonati al loro destino».

Sulla base degli studi di Ippocrate il medico romano Galeno (129- 201 d.C.) tenta di riformulare la patogenesi dei tumori. Nel secondo libro del “De Naturalibus Facultatibus” egli utilizza il termine cancro per indicare « una malattia che si caratterizza con un ingrossamento, una protuberanza e il cui nome deriva dalla somiglianza che le vene gonfiate dal tumore hanno con le zampe del granchio ». Il neologismo galeniano discende infatti dal nome latino del granchio (cancer), e ad esso si affianca anche quello di sarcoma.

Secondo Galeno, inoltre, per impedire lo sviluppo del tumore bisognava evitare che la bile nera si fissasse in un determinato tessuto. Con l'insorgere della malattia il paziente poteva essere curato con l'aiuto di medicamenti, diete equilibrate, somministrazione di veleni e nei casi più gravi l'asportazione chirurgica o la cauterizzazione. Se i tumori non potevano essere operati si somministrava all'infermo estratto di papavero per lenire il dolore. Per secoli la teoria degli umori è stata accettata come un dogma dalla classe medica a causa dell'“Ipse dixit”, rallentando così lo sviluppo in campo oncologico.

«Una malattia se ha origine dalla bile nera è letale.»

(Galeno cita Ippocrate ne Opere scelte di Galeno[1])

Rinascimento e rivoluzione scientificaModifica

Durante i secoli caratterizzati dall'ipsedixismo galenico la classe medica brancolava nel buio, lontani spiragli di luce potevano essere scorti solo con l'avvenire del Rinascimento. Il chirurgo francese Henry de Mondeville (1260 – 1320) della Scuola di Montpellier, nel suo trattato “Chirurgie” (1320) scrive: «Nessun cancro guarisce a meno che lo si estirpi radicalmente; se ne resta anche una minima parte, la malignità si sviluppa anche dalla radice».

È con Paracelso (14931541) che per la prima volta si assiste alla disintegrazione della teoria umorale di Galeno. L'alchimista riteneva che i tumori maligni fossero prodotti non dall'accumulo della bile nera, ma da un sale il "realgar". Inoltre gli studi anatomici di Andrea Vesalio (1514-1564) avevano contribuito ad abbattere il dogma galenico dimostrando l'inesistenza della bile nera. Anche il filosofo Cartesio (1596-1650) lo aveva smentito sostituendo al potere patogenetico dell'umor nero quello della linfa, unica responsabile della malattia tumorale.

Tra gli altri importanti medici di età rinascimentale bisogna ricordare l'anatomista Gabriele Falloppio (1523- 1562) secondo il quale lo "scirro" era la forma neoplastica più importante ed essa condivideva col cancro il ruolo di rappresentante della medesima affezione, vale a dire il carcinoma. Egli inoltre affermava: «quando il cancro è tranquillo sia tranquillo anche il medico».

Nonostante l'introduzione del metodo sperimentale nelle scienze ad opera di Galileo, l'oncologia, come del resto la medicina, ha ancora molta strada da percorrere prima di giungere alle sperimentazioni e innovazioni in campo eziopatologico.

Il Settecento dei lumiModifica

Il Settecento ha rivoluzionato dal profondo ogni campo della società, compreso quello medico. Importante contributo è stato l'avere iniziato a sospettare che il cancro non fosse una malattia generale dovuta a cause esterne, ma locale. Formulando un'ipotesi ezio-patogenetica esterna, infatti, due grandi personaggi storici hanno lasciato il segno nella storia dell'oncologia: il chirurgo londinese Percival Pott (1714-1788) e il medico tedesco Samuel Thomas Sömmering (1755-1830). L'inglese nel 1775 identifica un cancro a penetranza professionale elettiva: il cancro scrotale degli spazzacamini. È il fattore chimico, la fuliggine, l'agente scatenante ed è per questo che Pott intuisce il bisogno di «un massiccio intervento di ordine chirurgico e una legislazione severa che eliminerà la malattia in due generazioni»[2]. Similmente nel 1795, il tedesco associava il cancro del labbro con i danni provocati dal fumo della pipa.

Altro importante contributo italiano è fornito dall'anatomopatologo Giovanni Battista Morgagni (1682- 1771), il quale afferma che ogni malattia ha una precisa sede e una determinata causa. Il chirurgo più che il medico quindi è il primo a riconoscere il tumore come un male locale che colpisce determinati tessuti, come descritto nella fisiopatologia delle membrane di Marie François Xavier Bichat (1771-1802). Il medico francese infatti vede i tumori come fenomeni locali che bisogna estirpare tempestivamente e se ciò non avviene allora il cancro diviene, secondo il chirurgo Joseph Claude Anthelme Récamier (1774 - 1852), una malattia generale a causa delle metastasi (neologismo da lui coniato).

Come è facilmente intuibile in oncologia la figura del medico e del chirurgo «dell'operator che lavora con le mani e del physicus et phylosophus che lavora con la mente e rifugge dall'operare cum ferro et igne»[3] diventano un tutt'uno. La chirurgia acquista durante questo periodo dignità, e contribuisce nell'immaginario collettivo a rendere il cancro una malattia localizzata e quindi non necessariamente incurabile.

L'Ottocento di VirchowModifica

La vera svolta nel corso dell'Ottocento in campo oncologico è data da uno dei più grandi ricercatori di tutti i tempi: Rudolf Virchow (1821-1902). Con la sua Patologia Cellulare afferma che per poter indagare e scoprire la misteriosa eziopatogenesi del cancro occorre studiare la cellula tumorale dal punto di vista istologico e fisiologico. Egli afferma « con tutta la sua pratica anche un indaffarato chirurgo, se vuole ottenere quel che i suoi predecessori non hanno ottenuto, non può fare a meno di ricorrere infine all'istologia e al microscopio»[4]. Tuttavia la grande rivoluzione cellulare incontra un grande ostacolo, soprattutto sulla frontiera italiana: l'unità nazionale. Con i moti del ’48, infatti, le nazioni cercavano di chiudersi in un'autarchia scientifica senza precedenti, promuovendo il sentimento nazionalista al fine di tagliare ogni contatto con scienziati stranieri, per promuovere solo la ricerca da parte delle menti nazionali. In Italia, così, si creano due fronti: quello dei “virchowiani” e quello degli “anti-virchowiani”, a causa del sentimento germanofobo. Ciò non esclude la possibilità di progredire, anzi permette attraverso le numerose critiche tra i due schieramenti di acquisire la consapevolezza dell'importanza di un metodo scientifico basato non su opinioni, ma su esperimenti. Questo sarà il sentiero sul quale l'oncologia sperimentale riuscirà a muovere i primi passi.

Oncologia sperimentale e teorie oncogenicheModifica

Con Claude Bernard (1813-1878) e l'introduzione di una visione della medicina di tipo sperimentale anche l'oncologia si dirige verso lo sperimentalismo.In questo modo numerosi medici e ricercatori iniziano a studiare il cancro da prospettive diverse cercando di dar vita a teorie sull'origine e lo sviluppo delle neoplasie. Sono qui citate brevemente alcune delle più importanti.

Il fisiopatologo Wilhelm Waldeyer (1836-1921) nel 1877 formula l'assioma “il cancro trae sempre origine dall'epitelio”. Questa teoria che inizialmente trova largo consenso tra medici e chirurghi del calibro di Theodor Billroth (1829–1894) non tarda ad essere smentita. La falsificazione della teoria è opera del dottore italiano Vincenzo Brigidi che attraverso numerose osservazioni giunge alla fortunata conclusione che la dottrina di Waldeyer è troppo limitativa poiché l'origine del carcinoma non è esclusivamente epiteliale, ma anche connettivale.

Francesco Sanfelice è stato un patologo e igienista italiano, padre della "teoria blastomicetica dei tumori maligni". Grazie al suo lavoro, sul finire dell'Ottocento, nasce la "sieroterapia", ovvero un siero che - secondo lui - sarebbe stato in grado di guarire i tumori maligni, e che avrebbe sperimentato sui cani. Questo siero chiamato "cancrocidina" non era altro che una sospensione di saccaromiceti neoformanti in soluzione fisiologica sterile. La teoria di Sanfelice, basata sull’"eziologismo esterno”, viene presto confutata e superata da quella dell’“eziologismo interno”. Tuttavia la teoria del patologo può essere considerata la progenitrice della scoperta dei virus oncogeni ad opera di Peyton Rous (1879–1970) che nel 1966 riceverà il Premio Nobel per la medicina. Nel 1911 il microbiologo statunitense, attraverso degli esperimenti, riuscì a dimostrare che il sarcoma dei polli poteva essere generato con l'iniezione di un agente submicoscropico, denominato poi virus del sarcoma di Rous. L'intima connessione tra virus e cancro era stata finalmente scoperta.

Gaetano Fichera (1880-1935) primo direttore dell’Istituto Nazionale Vittorio Emanuele III per lo studio e la cura del cancro, elabora la teoria del disequilibrio oncogenico. Questa si basa sull'ereditarietà e sulla predisposizione alla malattia neoplastica causata da una mancata resistenza agli stimoli oncogeni. Secondo Fichera « lo sviluppo dei tumori è spiegato con la rottura dei rapporti tra sostanze inibitrici e sostanze eccitatrici delle proliferazioni cellulari»[5], da qui l'importanza dell'equilibrio tra le parti, che se rotto provoca neoplasie nella parte del corpo predisposta.

Nicola Pende (1880–1970) è un patologo medico alla Sapienza ed esperto endocrinologo che afferma «il cancro è una malattia di tutto l'organismo e curare con i metodi localistici, come finora si era fatto, sia col coltello chirurgico sia con altre terapie, come la radium terapia, è un errore»[6]. Secondo il professore una delle cause scatenanti è la “razza” (bisogna ricordare che pende firma nel 1938 il Manifesto della Razza che legittima il razzismo persecutorio degli ebrei in Italia), inoltre il medico fascista ritiene che il cancro, in quanto malattia generale, debba essere studiato dal clinico medico e non dal chirurgo che è solamente una mano sapiente e tecnica. In questo modo egli denigra la chirurgia a strumento di cura secondario.

Pietro Rondoni (1882–1956), professore di patologia generale e sperimentale all'Università di Milano e successore di Fichera nella direzione dell'Istituto Nazionale Vittorio Emanuele III per lo studio e la cura del cancro, è uno dei primi a comprendere il nesso tra tumori e genetica. Egli, infatti, attraverso l'amore per la ricerca, intuisce «come la cancerologia si incontri con la genetica»[7]. La sua brillante intuizione lo fa inoltrare in uno studio parallelo tra agenti lesivi endogeni ed esogeni del cancro, conciliando per primo le tesi virali e ambientali precedenti. Tale teoria unificante si basa sul concetto di cancro come "errore di riproduzione cellulare" che può essere scatenato da fattori esterni all'organismo come "virus e idrocarburi policiclici sintetici". Rondoni descrive il tumore come «una malattia antieconomica e antiautarchica per eccellenza, perché appunto essa spegne dei focolai di esperienza, di cultura, di capacità non prontamente sostituibili e danneggia così lo sviluppo e l'autonomia tecnica e spirituale del paese»[8]

Enrico Ciaranfi, professore di Patologia Generale all'Università degli Studi di Perugia sostiene che «il tumore è una malattia autoctona, uno sconfinamento della variabilità biologica oltre i limiti della normalità, dipendente da qualche stabile modificazione della fine struttura chimica cellulare. Questa mutata condizione potrebbe guidare verso la conoscenza dell'origine della degenerazione maligna e faciliterebbe il compito di appurare in che cosa la cellula neoplastica differisca sostanzialmente da quella normale.»[9] Grande contributo del docente fu quello di aver raggruppato diverse teorie, prima fra tutte la teoria infettiva e quella della mutazione spontanea, per poter formulare l'ipotesi sulla "genesi formale" dei tumori.

RadioterapiaModifica

Con la scoperta dei raggi X nel 1895 da parte di Wilhelm Conrad Röntgen nasce la radiodiagnostica e in campo oncologico la radioterapia. Nel 1896 uno studente di Chicago, E.H.Grubbè, utilizza le radiazioni per trattare una neoplasia alla mammella e nello stesso anno Henry Becquerel svela la radioattività degli atomi di uranio. Successivamente nel 1898 Marie e Pierre Curie scoprono il radio, e dai loro esperimenti, ma soprattutto delle conseguenze causate sui loro corpi dagli stessi, viene alla luce la potente e bivalente attività demolitrice e risanatrice dell'elemento, il quale può guarire alcuni tumori.

ChemioterapiaModifica

Agli inizi del Novecento un brillante scienziato tedesco, Paul Ehrlich (1854 -1915) premio Nobel per la medicina 1908, scopre che alcuni prodotti chimici potevano danneggiare e distruggere l'agente causale di alcune malattie infettive. Nasce così la chemioterapia. In campo oncologico nel 1946 A.Gilman e F.S.Philips scoprono l'effetto curante delle mostarde azotate su organismi affetti da tumori. La chemioterapia antitumorale ha successo grazie alle affinità tra queste molecole sintetizzate e alcune porzioni di DNA che vengono inibite e perciò impossibilitate nella riproduzione, contrastando così la crescita della neoplasia. La costante ricerca di agenti sempre più selettivi verso le cellule tumorali e meno nocivi all'uomo, spingono gli scienziati all'utilizzo di antineoplastici naturali. Tra i più importanti si collocano la daunomicina, frutto della Farmitalia, che nel 1963 irrompe nel mercato ed è affiancata, nel 1971, dall’adriblastina prodotta e ideata dalla stessa casa farmaceutica con un'azione antiblastica più ampia.

Attualmente il principale obiettivo dei ricercatori è quello di realizzare cure sempre più efficaci attraverso:

Chirurgia oncologicaModifica

Agli esordi la giovane oncologia poteva trovare nella chirurgia l'unica alleata per sconfiggere il cosiddetto “male oscuro”. Sin dai primi approcci con il cancro i medici si sono accorti che l'asportazione del tessuto affetto fosse la sola via di salvezza praticabile. Così la chirurgia oncologica, inizialmente, è stata considerata la sola cura efficace, se in cooperazione con il punto di vista clinico e patologico, nella lotta contro i tumori.

Perciò lo sviluppo dell'oncologia chirurgica è parallelo a quello degli altri campi della medicina. Ne è un esempio Harvey Cushing (1869 -1939) neurochirurgo, patologo, insegnante, scrittore – autore di una biografia su William Osler, suo maestro, che gli varrà il premio Pulitzer. L'eclettico medico ha il merito di aver saputo coniugare la modalità tecnica alla dimensione etica nell'operare con il bisturi, poiché durante l'atto chirurgico non è possibile compiere alcun errore, pena la morte del paziente. Inoltre egli mette a punto delle importanti soluzioni in campo tecnico – molte delle quali per migliorare l'emostasi. È la sua impeccabile condotta che gli ha permesso di ridurre drasticamente il tasso di mortalità operatoria e di considerare non solo la malattia, ma soprattutto il malato.

Molti sono gli italiani che hanno contribuito con operazioni ed innovazioni tecniche - si pensi alla sega di Gigli, agli interventi di Francesco Durante (1844- 1934) e Davide Giordano (1864 – 1954), il quale si rende conto dell'importanza dell’antropologia nella chirurgia.

La precocità diagnostica e la radicalità chirurgica sono da sempre i due principali alleati nella lotta contro il cancro. Conseguenza di ciò è la promozione sin dagli anni cinquanta della prevenzione secondaria tramite screening di massa, ove la prevenzione primaria fallisce.

Dal Novecento ad oggi: l'oncologia oltre l'oncologiaModifica

 
Principali fattori di rischio tumorali

Nel corso del Novecento avviene uno dei più importanti eventi nella storia dell'umanità: la svolta epidemiologica, ovvero l'aumento esponenziale delle malattie metabolico–degenerative, quali il cancro, rispetto alla scomparsa di quelle infettive.

Da questo momento rivestiranno grande importanza la genetica, la biologia e la ricerca biomolecolare e soprattutto i cosiddetti fattori di rischio, ovvero:

  • i comportamenti e gli stili di vita
  • i condizionamenti ambientali e socio-economici

Un esempio è quello del fumo e dell'incidenza del cancro ai polmoni tra la classe fumatrice. Purtroppo ad oggi si cerca di rendere meno tossico il tabacco, invece che smettere di fumare. Per poter prevenire l'insorgenza di tumori, infatti, non basta controllare e limitare gli agenti cancerogeni, bisogna educare la società a stili di vita sani attraverso la prevenzione primaria.

È in questi ultimi anni che l'oncologia medica ingloba impegno tecnologico, insegnamento e apprendimento, con la comprensione nella sua totalità antropologica e sociale. «Così la storia dell'oncologia non può non essere anche storia del vissuto esistenziale del malato neoplastico»[10].

Inoltre, specialmente in ambito oncologico il rapporto medico-paziente diviene duale, bastato sulla fiducia e sulla speranza che non deve essere mai calpestata dal tecnicismo.

NoteModifica

  1. ^ M. Vegetti e I.Garofalo, Opere scelte di Galeno, Torino, UTET, 1978, p. 914
  2. ^ M.J.Imbault-Huart,“Storia del cancro”,in "Per una storia delle malattie", a cura di J. Le Goff e J. Ch. Sournia, Dedalo, Bari 1986, p.214
  3. ^ G.Cosmacini, V.A.Sironi, "Il male del Secolo – Per una storia del cancro", ed.Laterza, Bari, 2002, p.21
  4. ^ R.Virchow,”Cellurapathologie”, in “Archiv fur pathoilogische Anatomie und Physiologhie und fur klinische Medicin”, a. VII,1858, pp.3-39
  5. ^ G. Fichera,”I fattori interni nello sviluppo dei tumori”, p.24
  6. ^ N. Pende,“La disposizione costituzionale ai tumori maligni”,in Bastianelli,”Lezioni teorico-pratiche”,pp.171-172
  7. ^ P.Rondoni,“I meccanismi della cancerogenesi”,estratto da I Rendiconti dell'istituto di sanità pubblica,Volume II,parte II,pp.361-362
  8. ^ P.Rondoni,“Relazioni sull'attività dell'istituito Vittorio Emanuele III per lo studio e la cura dei tumori di Milano per l'anno 1940”,in “Tumori”,a.XXVIII,p.126
  9. ^ E.Ciaranfi,"Il cancro come problema biologico",Zanichelli, Bologna, 1949, pag.391
  10. ^ G. Cosmacini, V.A. Sironi,"Il male del Secolo – Per una storia del cancro", ed.Laterza, Bari, 2002, p.48

BibliografiaModifica

  • G. Cosmacini, V.A. Sironi, Il male del secolo, per una storia del cancro, Editori Laterza, Roma-Bari, 2002.
  • Prof. Mario Belli, Il cancro e la sua storia, il male del secolo attraverso i secoli, articoli su www.salutare.info

Voci correlateModifica