Storia della Società Sportiva Lazio

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Questa pagina tratta la storia della Società Sportiva Lazio dal 1900 ai nostri giorni.

Indice

Le origini e i primi anniModifica

La Società Sportiva Lazio nasce a Roma il 9 gennaio 1900 come Società Podistica Lazio; la fondazione avviene su una panchina di Piazza della Libertà,[1] nel rione Prati, ad opera di nove giovani atleti romani: Luigi Bigiarelli, Giacomo Bigiarelli, Odoacre Aloisi, Arturo Balestrieri, Alceste Grifoni, Giulio Lefevre, Galileo Massa, Alberto Mesones, Enrico Venier.

 
La targa affissa in Piazza della Libertà con i nomi dei fondatori dell'allora Società Podistica Lazio.

A loro ricordo nel 2000, in occasione del centenario del sodalizio biancoceleste, è stata affissa in Piazza della Libertà una targa con i loro nomi, voluta dall'allora presidente della Lazio Sergio Cragnotti.

Successivamente alla sua fondazione, la società capitolina vede pian piano aumentare le discipline praticate dai suoi atleti (nuoto, atletica leggera e calcio furono le prime sezioni istituite), divenendo così a tutti gli effetti una polisportiva, che nel corso dei decenni arriverà a diventare la più antica e grande d'Europa.[2]

Vengono scelti come colori sociali il bianco e il celeste, in omaggio alla Grecia, patria dei Giochi olimpici, al cui spirito i padri della Lazio si ispirano; la fondazione avviene infatti tra la I Olimpiade disputata ad Atene nel 1896, e la II, che si sarebbe tenuta a Parigi nell'estate del 1900. Di conseguenza come simbolo viene scelta l'Aquila che, secondo la simbologia antica, rappresenta la figura di Zeus, principale divinità del pantheon ellenico.

In principio, il club si sarebbe dovuto chiamare Società Podistica Romana.[3] Il nome Lazio è stato, di fatto, un'opzione di ripiego da parte dei fondatori per evitare problemi di omonimia con un'altra polisportiva, la Società Ginnastica Roma (fondata nel 1890), già vincitrice, nel maggio del 1899, del Campionato di Calcio del Lazio disputatosi presso Villa Doria Pamphili. Un altro motivo per la scelta della ragione sociale fu la volontà esplicita del presidente Bigiarelli di andare "oltre" la città di Roma ed abbracciare l'intero territorio del Lazio, così da coinvolgere nelle attività della nuova società anche gli abitanti dell'intera regione storica laziale.

15 maggio 1902 – Campo di Piazza d'Armi, Roma
  SP Lazio - Virtus CS   3 – 0

 

Grifoni
D'Amico
Grassi
Mariotti
Pellegrini
Ricci
Pollina
Masini
Golini

Arbitro: (sconosciuto)

Marcatori:       Ancherani

L'inizio dell'attività calcistica della Lazio avvenne nel pomeriggio del 6 gennaio 1901 (anche se la sezione dedicata venne ufficializzata solo nel gennaio 1910),[4][5][6] quando Bruto Seghettini, già socio e giocatore del Racing Club di Parigi nonché fondatore dell'Audace Club Podistico (ed in seguito del Club Sportivo Audace Roma), si presentò nella sede societaria in Via Valadier, 6.[7] Avendo appreso dai soci laziali che il football non era ancora praticato, decise di raccontare loro gli aneddoti delle origini, di insegnare le regole basilari di questo recente sport nato in Inghilterra, ma soprattutto mostrò lo strumento con cui si praticava: una palla di corda annodata che rimbalzava ogni qual volta toccava terra.

Gli sportivi biancocelesti furono subito entusiasti e cominciarono a far pratica sul campo di Piazza d'Armi, spesso causando anche problemi di ordine pubblico. La Lazio comunque proseguì negli allenamenti e Seghettini si vide ben presto superato in abilità, poiché gli aspiranti calciatori erano anche mezzofondisti, velocisti e marciatori.

Quell'undici era una squadra dal profilo internazionale, difatti facevano parte della formazione capitolina tre argentini di origine italiana: i fratelli Cerruti (Pietro, Ernesto e Felice); completavano la rosa: Balestrieri, D'Amico, Grassi, Grifoni, Bitetti, Mariotti, Pellegrini, Ancherani, De Mori, Golini, Masini, Pollina, Ricci.

 
Sante Ancherani, uno dei pionieri della sezione calcio della Società Podistica Lazio.

Il primo torneo calcistico disputato in assoluto dalla Lazio si svolse il 27 gennaio 1901, in occasione dei Ludi Sportivi al Secolo Nascente, e vide le Aquile contrapposte alle società Veloce Club Podistico e Forza e Coraggio. Altri incontri avvennero contro i seminaristi scozzesi, che giocavano da tempo a Roma, dai quali i calciatori della Lazio impararono ad occupare e controllare le zone del campo e passarsi la palla piuttosto che eccedere in individualismi, pur tenendo conto del fatto che i più bravi potessero risolvere la partita (era il caso del centrattacco Sante Ancherani, vera punta di diamante di quella squadra). Intanto il calcio attirava sempre più nuove leve e praticanti e, a partire dal novembre 1901, il club biancoceleste organizzò un'Accademia del Football in collaborazione con la Forza e Coraggio, la Ginnastica Roma e lo Sporting Club.[8]

La prima importante partita della storia biancoceleste, seppur non ufficiale, fu, però, quella giocata tra Lazio e C.S. Virtus il 15 maggio 1902[9] in Piazza d'Armi, nelle vicinanze di Piazza Mazzini. Questo incontro, che alcune fonti affermano essere stato giocato il 15 maggio 1904,[8] è da molti considerato impropriamente come il primo Derby della Capitale. La Virtus era nata proprio nel 1902, a seguito di una scissione interna alla Lazio, ed i suoi fondatori erano gli "ammutinati" Mesones, Monarchi, Venarucci e Zanchi. La partita finì 3-0 per i laziali con una tripletta di Ancherani. Il giorno seguente la cronaca del match venne riportata sui giornali locali. Successivamente il socio e calciatore svizzero Oscar Frey fece arrivare direttamente dalla Gran Bretagna i regolamenti ufficiali, indispensabili per una corretta pratica.

Nel 1907 venne organizzato un campionato romano ufficioso che la Lazio vinse battendo in finale ancora una volta la Virtus.[4] Il 7 giugno dell'anno successivo la compagine biancoceleste sconfisse in un solo giorno Lucca FC, SPES Livorno e Virtus Juventusque, vincendo così il Campionato Interregionale Centro-sud e al contempo segnando un vero e proprio record.[10] Almeno dal 1908 si affiliò alla FIF (pur costituendo ufficialmente il suo settore calcistico due anni più tardi),[5][6][11] Nel 1910 venne organizzato un campionato romano ufficiale di III Categoria[4][6] e la Lazio lo vinse agevolmente con questi risultati: Lazio-Fortitudo 11-0 e 4-1; Lazio-Roman 6-1 e 6-0; Lazio-Juventus Roma entrambe le gare si sono concluse col punteggio di 2-0 per le Aquile. La formazione biancoceleste vinse anche le edizioni del 1911 e 1912 dimostrando di essere chiaramente la squadra più forte e rappresentativa dell'Urbe.

Classifiche Campionato Romano ufficiale di III Categoria 1910, 1911 e 1912:

Edizione 1910

LAZIO 12
Roman 7
Juventus RM 3
Fortitudo RM 2

Edizione 1911

LAZIO 8
Juventus RM 4
Roman 0

Edizione 1912

LAZIO 18
Audace RM 16
Juventus RM 12
Roman 5
Fortitudo RM 5
Alba RM 4

1912-13: il primo campionato di massima serieModifica

 
La Stampa Sportiva presenta sulle sue pagine la finalissima nazionale del 1913.

Nella stagione 1912-13, dopo vari campionati di Terza Categoria, la Lazio partecipò per la prima volta al campionato di Prima Categoria. La FIGC, difatti, organizzò il primo vero campionato nazionale consentendo, per la prima volta, alle squadre del Centro-Sud di giocarsi il titolo di Campione d'Italia con le grandi squadre del Nord. La Lazio, naturalmente, venne inserita nel Girone laziale del Torneo del Sud Italia. Vinse senza difficoltà il girone eliminatorio e si qualificò alle finali del Torneo del Sud a cui partecipavano anche le vincenti del Girone toscano e del Girone campano. In semifinale affrontò la vincente del Girone toscano, la Virtus Juventusque di Livorno. Se ne sbarazzò battendola in entrambe le gare per 3-1 e 3-0 e si qualificò alla finale dove affrontò la vincente del Girone campano, il Naples.

La Lazio ipotecò la vittoria del Torneo del Sud e la qualificazione alla finalissima per lo Scudetto, vincendo per 2-1 in casa del Naples (reti di Coraggio e Consiglio). Bastò poi un pareggio a Roma per vincere il Torneo del Sud e a qualificarsi alla finalissima nazionale contro la fortissima Pro Vercelli; i Leoni Bianchi piemontesi erano però troppo forti per la Lazio che solo un anno prima militava in Terza Categoria, così nel match disputatosi a Genova il 1º giugno 1913 la compagine biancoceleste subì una pesante sconfitta per 6-0 dallo squadrone vercellese.

1913-14: secondo primato consecutivo e record di vittorieModifica

Nella stagione 1913-1914 la Lazio primeggiò nel Girone laziale vincendo tutte le partite e vinse anche le finali del Torneo del Sud battendo lo SPES Livorno in semifinale (1-0 e 3-0) e l'Internazionale Napoli in finale (1-0 e 8-0). In tal modo, oltre a conquistare il Torneo del Sud per la seconda volta consecutiva e a qualificarsi per la finalissima, vinse ben 14 partite consecutive, record battuto dall'Inter solo nel campionato 2006-07.

1914-15: il torneo sospeso per cause bellicheModifica

Nella stagione 1914-15 la Lazio giunse seconda nel Girone laziale dietro il Roman, qualificandosi alle finali del Torneo dell'Italia Centrale a cui partecipavano anche le prime due del Girone toscano, Pisa e Lucca. Ancora una volta la formazione biancoceleste si dimostrò superiore alle altre compagini, ottenendo il primo posto in classifica grazie ai 10 punti totalizzati, guadagnando così l'accesso alla finale Centro-Sud. Tale incontrò, tuttavia, non fu disputato a causa del mancato completamento della semifinale del Torneo dell'Italia Meridionale tra Internazionale Napoli e Naples, la vincente delle quali avrebbe dovuto affrontare proprio le Aquile. I risultati delle partite del 16 e del 23 maggio (Internazionale-Naples 3-0 e Naples-Internazionale 4-1) determinarono la necessità di spareggio, il quale però non venne mai disputato poiché il campionato venne sospeso in seguito all'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale.[12]

Il titolo di campione d'Italia venne, pertanto, assegnato d'ufficio al Genoa, in testa ad una sola giornata dal termine nel Girone finale dell'Italia Settentrionale; con una delibera emanata al termine della Grande Guerra, si assegnò la vittoria ai rossoblu non tenendo in considerazione il Torneo del Centro-Sud. Proprio in virtù di tale decisione, viene avviata nel dicembre del 2015 un'indagine della FIGC per valutare la possibilità di assegnare il titolo 1914-15 ex aequo a Lazio e Genoa.[13][14]

Furono molti i calciatori biancocelesti che partirono per il fronte, tra questi i fratelli Di Napoli (Vincenzo e Leonardo Luigi), Levi (Guido e Mario), Zoppi (Ezio ed Attilio) e Zucchi (Luigi ed Angelo), il centrocampista Faccani e gli attaccanti Coraggio, Consiglio e Corelli I; durante la Grande Guerra è stato acclarato che furono ben 30 i caduti del sodalizio biancoceleste fra atleti, soci e dirigenti, e 13 i feriti in combattimento.[15] Alcuni dei giocatori, al loro ritorno, decisero di abbandonare l'attività agonistica.

1919-20: la ripresa delle attività sportiveModifica

Alla fine della "Grande guerra" il campionato riprese, ma la Lazio fu indebolita dal conflitto mondiale, durante il quale persero la vita alcuni suoi campioni e quelli che invece riuscirono a tornare dal fronte si ritirarono dalla carriera agonistica; di conseguenza la squadra capitolina perse la supremazia nel Girone laziale e in quello meridionale. Nell'annata 1919-20, pur avendo calciatori di talento, tra cui un giovane Fulvio Bernardini (che allora giocava in porta), non riuscì neanche a qualificarsi alle semifinali del Torneo del Centro-Sud.

Gli anni 1920Modifica

1920-1925Modifica

 
La formazione della Lazio 1922-23, per la terza volta finalista nazionale.
 
Ezio Sclavi, una delle storiche "bandiere" del club biancoceleste.

Nell'annata 1920-21 le sorti laziali furono migliori, difatti la formazione romana stavolta riuscì ad arrivare tra le prime due nel Girone laziale e a qualificarsi alle semifinali interregionali. Si trovò di fronte però il fortissimo Livorno, che l'anno prima aveva perso la finalissima nazionale contro l'Inter solo per 3-2, e il Naples. Arrivò terza ed ultima in questo girone, venendo così eliminata.

Una curiosità: in seguito alla partita Naples-Lazio 4-2 il portiere laziale Bernardini, umiliato per le quattro reti subite, decise di cambiare ruolo e giocare in attacco. Saggia fu la sua decisione poiché negli anni successivi mise a segno molti gol diventando uno dei bomber più prolifici del campionato meridionale.

Nella stagione 1921-22 la Lazio prese parte al torneo CCI non riuscendo a qualificarsi però alle finali di Lega Sud, mentre nell'annata 1922-23 la formazione biancoceleste, la quale poteva avvalersi di giocatori di livello come i fratelli Fernando e Luigi Saraceni, Maranghi e Bernardini, riuscì a vincere il campionato di Lega Sud battendo in finale il Savoia di Torre Annunziata per 3-3 e 4-1 e a qualificarsi ancora una volta per la finalissima contro il Genoa; gli squadroni del Nord erano però ancora troppo forti per le compagini centro-meridionali e così i genoani si imposero nettamente in gara doppia per 4-1 e 2-0.

Nella stagione 1923-24 la Lazio si rinforzò ingaggiando altri calciatori di talento come il portiere Ezio Sclavi e l'attaccante Antonio Vojak. L'apporto di questi due elementi non bastò però alle Aquile per qualificarsi alla finale di Lega Sud. Nell'annata 1924-25 la società capitolina si rinforzò ulteriormente con gli arrivi dell'emergente allenatore magiaro Dezső Kőszegy, che prese il posto del tecnico Guido Baccani, passato alla guida della Nazionale, e dei giocatori Pardini e Cattaneo. Ancora una volta però fu eliminata nelle semifinali di Lega Sud. Intanto Bernardini, con le sue numerose reti, si mise ben in mostra e il 22 marzo 1925 debuttò addirittura con la Nazionale italiana nell'amichevole contro la Francia, diventando il primo calciatore laziale e centro-meridionale a riuscire nell'impresa d'indossare la maglia azzurra.

1925-1930Modifica

Al termine della stagione 1925-26, a causa di una riforma dei campionati voluta dalla FIGC (la cosiddetta Carta di Viareggio) ed alle partenze di Sclavi, Vojak e Cattaneo, arrivò così la retrocessione nella nuova Prima Divisione. La Lazio però, malgrado indebolita ulteriolmente dall'addio di "Fuffo" Bernardini (ceduto all'Inter), riuscì dopo una sola stagione a tornare nella massima serie grazie al primo posto ottenuto nel Girone D di Prima Divisione. Nell'annata 1927-28 i capitolini vennero retrocessi, ma furono poi ripescati per il contemporaneo allargamento del numero di squadre in campionato. Da registrare durante quella stagione la mancata fusione con altre società romane, che si unirono andando a creare quella che sarà la storica rivale cittadina: l'A.S. Roma. Il Generale Giorgio Vaccaro, socio del club laziale, fu l'artefice del rifiuto alla fusione e, con queste parole, volle sottolineare la differenza tra lo storico sodalizio biancoceleste e la neonata compagine giallorossa:

 
Giorgio Vaccaro, impedì la fusione con l'A.S. Roma.
La mancata fusione nell'AS Roma

Sulle ragioni della mancata fusione della Lazio con la Fortitudo e con l'Alba, varie spiegazioni furono date dagli interessati.

Se da un lato Italo Foschi, all'epoca presidente della Fortitudo, constatava che «da parte dei dirigenti della Lazio si voleva più che una fusione dei due enti, un vero e proprio assorbimento della Fortitudo della quale non sarebbe rimasto che il nome aggiunto a quello della Lazio per la sola sezione Calcio»,[16] il Generale Giorgio Vaccaro asserì che tale questione «non fu neppure sollevata perché le trattative caddero sulla questione finanziaria per la quale i rappresentanti della Fortitudo avevano chiesto la precedenza».[17] La questione finanziaria verteva sulla richiesta, da parte dei dirigenti della Fortitudo che la Lazio si facesse carico dei debiti della stessa e dell'Alba, di cui tutelavano gli interessi nel corso della trattativa, debiti che ammontavano a lire 100.000 più «altre somme imprecisate aggiratesi sulle lire 300.000».[18]

Giorgio Vaccaro spiegò, sulle pagine de Il Tevere del 15 giugno, come le sue intenzioni fossero di «non creare un nuovo organismo che iniziasse con la sua attività con un passivo ingentissimo» facendo l'offerta di coprire solo 100.000 lire dei debiti. Un'offerta che la Fortitudo non prese in considerazione, lasciando la riunione in corso ritenendo inutile ogni ulteriore trattativa.[18]

In seguito Foschi contatta colui che sarà probabilmente l'uomo-chiave della fusione, il banchiere e dirigente del Roman Renato Sacerdoti, la cui società sarà destinata a far parte della fusione ma che fino a quel momento è rimasta fuori dalle trattative con la Lazio. Il dirigente, tramite il "Banco Sacerdoti", finanzierà l'AS Roma per 500.000 lire, garantendo presso il "Banco Crostarosa" un ulteriore esposto di 50.000 lire.[19]

Nacque così, anche se involontariamente, quello che può essere considerato il campionato parallelo romano. La corsa cioè contro la Roma, l'altra squadra della Capitale, con la quale si sarebbero misurati fino ad oggi i trionfi e le sconfitte.

« La Lazio è altro. La Lazio non proviene da: la Lazio è. Prima è nata la Lazio: i tifosi sono venuti dopo. Per gli altri c'erano i tifosi e gli è stata data una squadra da tifare. »

Dopo la nascita della Roma (1927), le differenze esistenti tra i sostenitori delle varie formazioni romane si acuirono: la denominazione cittadina fu inevitabilmente un traino importante per la nuova compagine, la quale trovò sede quasi naturale – campo di gioco compreso – nel popolare quartiere di Testaccio, mentre la Lazio, nata e cresciuta nella zona settentrionale della città e che giocava allo Stadio della Rondinella (nei pressi dell'attuale Stadio Flaminio) conservava i suoi sostenitori soprattutto nei quartieri Prati e Trionfale. Tuttavia durante il ventennio fascista queste differenze erano decisamente sgradite al regime che, almeno all'apparenza, trattava ogni club allo stesso modo, purché contribuisse a portare lustro alla nazione, considerandolo rappresentativo della propria città. In realtà i campanilismi esistevano eccome, e portatori ne erano proprio quei gerarchi che, in teoria, avrebbero dovuto combatterli. Fortunatamente queste "guerre" più o meno sotterranee restituirono al gioco quella sua componente aleatoria e competitiva che, a dispetto di una rigida pianificazione centrale, contribuirono alla sua fortuna.[20]

Nell'annata 1928-29, dopo non poca fatica, la Lazio evitò per un soffio la retrocessione in Prima Divisione e venne ammessa nel nuovo massimo torneo calcistico a girone unico, istituito a partire dalla stagione 1929-30. L'esordio nel campionato di Serie A delle Aquile avviene in casa il 6 ottobre 1929, allo Stadio della Rondinella, contro il Bologna, campione italiano in carica. Gli inizi sono dei più beneauguranti, il risultato è infatti di 3-0 in favore della Lazio; il resto della stagione culminerà in un quindicesimo posto raggiunto all'ultima giornata di campionato.

Gli anni 1930Modifica

1930-1935Modifica

 
5 acquisti per la stagione 1934-35: Giacomo Blason, Giuseppe Viani, Silvio Piola, Virgilio Felice Levratto e Attilio Ferraris (detto Ferraris IV).

I primi del decennio sono gli anni della Brasilazio, una squadra imbottita di calciatori brasiliani che però non riesce ad ottenere il successo sperato. Le sue infatti sono prestazioni altalenanti, ed i risultati a fine anno sono: un ottavo posto nel campionato 1930-31 ed un tredicesimo nell'annata successiva. Nell'estate del 1932 l'austriaco Karl Stürmer sostituisce come allenatore il carioca Amílcar e nello stesso anno la Lazio batte la Roma per 2-1 nel derby casalingo, ottenendo il primo successo contro i cugini giallorossi. A dimostrazione di come la stracittadina fosse già molto sentita, nonostante si giocasse solo da pochi anni, Il Littoriale descriveva così l'ingresso in campo:

« Sventolio di bandiere biancocelesti e giallorosse, un gigantesco telone con scritto «Forza Lazio» a caratteri cubitali. Si calcola che siano presenti venticinquemila spettatori per un incasso record di 218 mila lire, alle quali bisogna aggiungere le ventimila lire dei soci e degli abbonati. »

Nell'estate dello stesso anno è da ricordare una storica partita disputata dalla Lazio allo Stadio Prater di Vienna contro la formidabile formazione giovanile del Wacker. Il tecnico Stürmer mise in campo giovanissimi calciatori, di età compresa tra i 12 ed i 14 anni, da lui soprannominati "Pulcini", i quali costrinsero al pareggio (1-1) i ben più esperti giocatori austriaci: per la Lazio segnò il centrocampista Capponi. I dirigenti del Wacker rimasero impressionati dalla prestazione delle giovani Aquile, e da quella sera il gruppo di quei piccoli eroi laziali prese il nome di "Pulcini di Vienna".

Con l'insediamento di Eugenio Gualdi alla presidenza aumentano notevolmente le ambizioni di classifica, con la Lazio che, reduce da due annate vissute a metà classifica, torna ai vertici del calcio italiano. Nell'estate del 1934, la società dà il via ad una poderosa campagna di rafforzamento: addirittura si propone di acquistare dall'Ambrosiana-Inter l'attaccante Giuseppe Meazza, autentica "bandiera" nazionale, orgoglio del regime e fresco trionfatore al Mondiale. L'acquisto sfuma per "ragioni delicatissime", comunque la Lazio riesce a soffiare proprio alla società milanese, dalla quale acquistò Virgilio Felice Levratto e Gipo Viani, l'ambitissimo centravanti Silvio Piola, proveniente dalla Pro Vercelli; questo avvenne indubitabilmente per l'intervento diretto del segretario amministrativo del Partito Nazionale Fascista, Giovanni Marinelli, il quale in una lotta senza esclusione di colpi prevalse sulla volontà stessa del calciatore di accasarsi a Milano e sulle pressioni del federale di Torino, che a sua volta si mosse per avere Piola in maglia granata.[21] Dalla Roma viene anche acquistato l'esperto centrocampista della Nazionale, nonché ex capitano giallorosso, Attilio Ferraris IV, mentre dalla Triestina arriva il portiere Giacomo Blason.

1935-1940Modifica

 
La formazione della Lazio 1936-37, finalista di Coppa dell'Europa Centrale.
 
Alfredo Monza, una delle colonne difensive negli anni 1930 e 1940.

Dopo il settimo posto ottenuto nella stagione 1935-36, nell'annata 1936-37 la Lazio raggiunge la seconda piazza alle spalle del Bologna, all'epoca una delle squadre più forti d'Europa, dopo aver terminato il girone d'andata in testa ed aver visto sfumare lo Scudetto a causa degli infortuni capitati a giocatori titolari e al conseguente inserimento di riserve non all'altezza.

In quel periodo la formazione romana fu trascinata da uno dei migliori attaccanti della storia del calcio: Silvio Piola. Il bomber lombardo a Roma gioca per nove lunghe stagioni e vanta tuttora il record di marcature in Serie A con la Lazio (143 su 274 sue reti in totale in A tra Pro Vercelli, Lazio, Juventus e Novara a cui dovrebbero aggiungersi i 27 gol segnati dal centrattacco azzurro con la maglia del Torino nell'annata 1943-44 ed i 16 con la casacca juventina del campionato 1945-46 a due gironi geografici, i cui risultati non furono mai conteggiati a fini statistici).

In quello stesso anno la squadra fa anche le prime esperienze europee ad alti livelli, partecipando alla Coppa dell'Europa Centrale (competizione antesignana della Coppa Mitropa), e cede solamente nella doppia finale alla fortissima compagine ungherese del Ferencváros.

Gli anni seguenti sono privi di particolari soddisfazioni, con i capitolini che si attestano a metà classifica, ed uno dei momenti di maggior gloria risulta essere il derby del 15 gennaio 1939, in cui i biancocelesti si impongono al Campo Testaccio con un secco 2-0. La stagione seguente, invece, viene raggiunto un buon quarto posto dietro le tre grandi formazioni dell'epoca: l'Ambrosiana-Inter, il Bologna e la Juventus.

Gli anni 1940Modifica

1940-1945Modifica

È l'epoca del Grande Torino, e la Lazio si attesta in posizioni di metà classifica, alternando annate esaltanti, come quelle 1941-42 e 1949-50, in cui la formazione biancazzurra raggiunge due quarti posti, ed altre in cui riveste in campionato un ruolo di secondo piano. Nel 1943 il campionato viene sospeso per cause belliche. A livello locale viene organizzato il Campionato romano di guerra, che la Lazio vince nella stagione 1943-44, tornando così all'epoca pioneristica. La notizia che però sconvolse il mondo biancoceleste è che Silvio Piola, goleador di tutti i tempi della Lazio in Serie A e del calcio italiano in generale, dopo nove stagioni ininterrotte in maglia laziale, decide di trasferirsi in Piemonte immediatamente dopo l'8 settembre 1943.

1945-1950Modifica

 
L'oriundo Enrique Flamini, El Flaco.
 
Lucidio Sentimenti IV, esperto portiere degli anni 1950.

Conclusasi la Seconda guerra mondiale, nel campionato 1945-46, diviso in due gironi, la Lazio non riesce a raggiungere la fase finale. Anche quella del 1948-49 è una stagione difficile, con stipendi al minimo e giocatori che scioperano, cosicché a metà stagione la Lazio si ritrova ultima nonostante l'illusione degli otto gol rifilati al Bologna.

Tocca al presidente Zenobi ricostruire e ricompattare un ambiente logoro, ed i risultati non tardano ad arrivare. La compagine capitolina chiude il campionato al tredicesimo posto, ma è da ricordare una partita casalinga in cui costringe al pari il leggendario undici granata del Grande Torino.

Nella stagione seguente (1949-1950) la Lazio guidata dal tecnico Sperone si classifica al quarto posto, mostrando una solida difesa, con le "colonne" Antonazzi e Remondini, protetta dai centrocampisti Alzani e Flamini. Inoltre furono grandi le prestazioni del portiere Sentimenti IV, che era stato scartato dalla Juventus perché giudicato ormai troppo avanti con gli anni.

Gli anni 1950Modifica

1950-1955Modifica

Nel frattempo, complice una defezione internazionale della Juventus, la Lazio si riaffaccia nel panorama internazionale giocando la Coppa Latina del 1950 (antesignana della Coppa dei Campioni). I risultati non sono quelli sperati, ma il misurarsi con altre importanti realtà calcistiche contribuisce alla crescita sportiva del club romano, confermata dal quarto posto in campionato raggiunto ancora una volta nella stagione 1950-51), alle spalle delle grandi del Nord, ovvero Milan, Inter e Juventus.[22]

Nel 1953 termina l'era del presidente Zenobi, durante la quale la Lazio era riuscita a ridurre la differenza con le grandi del calcio italiano e vincere ben sette derby su otto. Gli succede Costantino Tessarolo, la cui squadra ottiene il 12º posto nella stagione 1954-1955.

1955-1960Modifica

 
Arne Selmosson, Raggio di Luna.
 
La formazione della Lazio che il 24 settembre 1958 conquistò la Coppa Italia, primo trofeo ufficiale della storia biancoceleste.

Nella stagione 1955-56 il presidente Tessarolo effettua un'onerosa campagna acquisti, che vede spiccare i nomi di Selmosson e Muccinelli. Il campionato, malgrado si svolgerà tra alti e bassi, si concluderà con un sorprendente terzo posto. L'estate successiva, con altre importanti acquisizioni, si cerca di consegnare al tecnico inglese Jesse Carver una squadra che possa vincere finalmente lo Scudetto ma, complice una partenza a rilento, al termine del campionato sarà ancora terzo posto nonostante le prestigiose vittorie entrambe per 3-0 su Milan e Fiorentina, le prime due classificate al termine del torneo. Il patron Tessarolo, dopo gli ingenti sforzi in sede di calciomercato, lascia la società con un grave deficit di bilancio.

La gestione successiva, nella persona del presidente Leonardo Siliato e dell'industriale e consulente societario Antonio Alecce, si occupa soprattutto di ripianare i debiti, ma arriva comunque la conquista del primo trofeo ufficiale, la Coppa Italia del 1958,[23] con l'ex attaccante biancoceleste "Fuffo" Bernardini in panchina; con questa vittoria, ottenuta battendo la Fiorentina per 1-0 grazie alla rete di Maurilio Prini, i biancocelesti furono anche la prima squadra italiana a poter sfoggiare sulle maglie la coccarda tricolore per il successo nel torneo. La gioia dura poco, poiché in estate si materializza una clamorosa cessione del beniamino svedese Arne Selmosson alla Roma, generando una vera e propria rivolta dei tifosi laziali. Insieme a lui partono anche altri giocatori di esperienza, e la Lazio si affida così, oltre al suo "portierone" nonché capitano Roberto Lovati, anche a calciatori promettenti e di prospettiva che raggiungeranno alla fine un piazzamento di metà classifica.

Al termine dell'annata 1959-60 il club romano, a causa delle perduranti difficoltà economico-finanziarie, cede anche il centravanti brasiliano Humberto Tozzi, uno dei pochi calciatori di livello rimasto alla corte biancoceleste ed utile per rimpinguare le cassa societarie. Fece ritorno in patria tra le file del Palmeiras, squadra in cui aveva già militato per due stagioni e dalla quale fu prelevato proprio dalla Lazio. Il campionato si conclude per le Aquile con il dodicesimo posto in classifica; una delle poche soddisfazioni per i colori biancocelesti arriva dalla Coppa dell'Amicizia, competizione internazionale fra compagini italiane e francesi. Il torneo fu conquistato dalla Federazione italiana, e la Lazio contribuì alla vittoria battendo il Sedan sia nella gara d'andata (3-1 allo Stadio Olimpico) che in quella di ritorno (4-2 in terra di Francia).

Gli anni 1960Modifica

1960-1965Modifica

 
Orlando Rozzoni, prolifico centravanti degli anni 1960.
 
Diego Zanetti, terzino della Lazio dal 1961 al 1969.

È sicuramente un decennio tra i più negativi della storia della Lazio: nella disastrosa annata 1960-61, durante la quale si vede l'avvicendamento ai vertici societari tra l'uscente Siliato e l'ex presidente Tessarolo in veste di commissario straordinario, arriva la prima retrocessione in Serie B, che condanna così la squadra al primo dei suoi 11 campionati nella serie cadetta (l'ultimo nel 1987-88). Proprio nel 1961 però, la compagine capitolina contribuisce alla vittoria della Coppa delle Alpi da parte della Federazione italiana, a scapito di quella svizzera, battendo in gara doppia la compagine transalpina del Grasshopper, superata nella gara d'andata con un rotondo 5-0 ed "amministrata" al ritorno, quando è stata costretta al pareggio (3-3) dalle Aquile. Nello stesso anno la Lazio arrivò anche in finale di Coppa Italia, nella quale però fu sconfitta ad opera della Fiorentina col punteggio di 2-0.

Il cammino della Lazio, che intanto vede un nuovo cambio in società con l'insediamento del commissario straordinario Massimo Giovannini, seppur condotto con discreti risultati presenta un continuo alternarsi di allenatori: dall'ex milanista Todeschini a Ricciardi per poi arrivare a Facchini. È proprio quest'ultimo a sfiorare l'immediato ritorno nella massima serie, se non fosse per l'arbitro Iginio Rigato, che nella partita decisiva contro il Napoli non vide il pallone calciato dal capitano Seghedoni infilarsi in porta per poi uscire a causa di un buco nella rete.[24]

Nella stagione 1962-63 la squadra, dopo il prematuro esonero di Facchini, viene affidata dal neo-patron laziale Ernesto Brivio all'argentino Juan Carlos Lorenzo, reduce dall'esperienza come CT dell'Albiceleste, il quale conduce la Lazio, anche grazie alle reti del suo bomber Orlando Rozzoni e alle prestazioni dei vari Bizzarri, Cei e Zanetti, al raggiungimento del secondo posto, terminando così il purgatorio della B. L'aritmetica promozione è stata conquistata nel match casalingo contro la Pro Patria davanti ad un Olimpico riempieto da oltre 60.000 spettatori.

Nel campionato di Serie A 1963-64 il tecnico Lorenzo ottiene, con una squadra formata da molti giovani, un buon ottavo posto, malgrado in ambito societario si verifica l'ennesimo cambio apicale con Angelo Miceli che diverrà prima commissario straordinario e poi presidente. L'anno successivo, sotto la presidenza di Giorgio Vaccaro, Lorenzo si trasferisce clamorosamente sulla sponda giallorossa del Tevere, e la Lazio ne sentirà la mancanza, visto che al termine di quella stagione, sotto la guida di Umberto Mannocci, si piazzerà al quattordicesimo posto in classifica.

1965-1970Modifica

 
L'argentino Juan Carlos Morrone, El Gaucho.
 
Nello Governato, Il Professore.

Nel novembre del 1965 il giovane commissario straordinario Gian Chiarion Casoni, il quale riuscì a gestire l'ennesima crisi economica grazie ad un piano di dilazionamento dei contratti e degli stipendi, affidò la società biancoceleste ad un imprenditore italo-americano, Umberto Lenzini, un personaggio che da lì a poco cambierà la storia laziale. Con Mannocci allenatore e in campo con i vari Carosi, Governato e Pagni, le Aquile vivono un'annata di metà classifica, ma nel successivo torneo 1966-67 arriva, malgrado l'avvicendamento in panchina tra Mannocci e Maino Neri, una nuova retrocessione in serie cadetta.

Nella stagione 1967-68 la Lazio, partita per vincere il campionato, si ritrova a lottare nelle parti basse della classifica, quindi a Renato Gei subentra alla guida della squadra Bob Lovati il quale, alla sua prima esperienza da allenatore, riesce a condurre la compagine capitolina verso la salvezza, anche se questo importante risultato non gli garantì la ricoferma, difatti la dirigenza laziale decise di chiamare in panchina il grande ex "Toto" Lorenzo, proveniente dalla Roma dove aveva decisamente fallito.

L'annata 1968-69 rappresenta per la squadra romana l'anno del riscatto infatti, anche grazie ad acquisti finalmente adeguati alla causa biancoceleste, la Lazio torna in Serie A con due giornate d'anticipo, terminando al primo posto il campionato cadetto, vinto anche grazie alle giocate e ai goal di Giuseppe Massa e dell'argentino Juan Carlos Morrone, soprannominato dai tifosi El Gaucho. Morrone si legherà fortemente ai biancocelesti, infatti diventerà allenatore delle giovanili e per breve tempo anche tecnico della prima squadra.

Gli anni 1970Modifica

1970-1975: dalla Serie B al primo scudettoModifica

Nel campionato 1969-1970 la Lazio, contando sui gol del centravanti Giorgio Chinaglia e sulle chiusure del difensore Pino Wilson, arrivati in estate un po' in sordina dall'Internapoli, raggiunge la salvezza.

Nel 1970-1971 la formazione capitolina retrocede nuovamente in Serie B; la Lazio comunque riesce a conquistare la Coppa delle Alpi del 1971 sotto la guida provvisoria di Roberto Lovati, il quale aveva preso il posto dell'esonerato Lorenzo.

L'ambiente ha però bisogno di una svolta, ed è così che il presidente Umberto Lenzini, che intanto chiama in società Antonio Sbardella come direttore sportivo, pensa a Tommaso Maestrelli, uno degli allenatori in ascesa in quel periodo. Una scelta azzeccatissima visto che la Lazio, classificatasi seconda nel campionato 1971-72, torna subito in Serie A. In estate, tra non poche polemiche, viene ceduto Giuseppe Massa all'Inter, mentre a Roma arrivano il portiere Felice Pulici, i difensori Luigi Martini e Sergio Petrelli, i centrocampisti Mario Frustalupi (come contropartita tecnica nell'affare Massa) e Luciano Re Cecconi, e l'attaccante Renzo Garlaschelli.

 
Tommaso Maestrelli assiste ai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per lo Scudetto vinto dalla "sua" Lazio il 12 maggio 1974.
La formazione della Lazio che nella stagione 1973-74 si laurea per la prima volta Campione d'Italia.

Si viene a formare un gruppo di giocatori tra di loro eterogenei ma dotati di estro e personalità, guidati e tenuti insieme da Maestrelli, allenatore-psicologo e tuttofare, che dà alla squadra un gioco brillante molto simile al calcio totale reso famoso dagli olandesi di quella generazione ai mondiali di Germania del 1974.

Nel 1972-73, appena rientrata in Serie A, si ritrova a lottare fino all'ultima giornata per lo Scudetto. Prima dell'ultima partita del torneo "comanda" il Milan con 44 punti, seguono Lazio e Juventus appaiate ad un solo punto. La fine del primo tempo vede i rossoneri ed i bianconeri perdere rispettivamente a Verona e a Roma contro i giallorossi, mentre la Lazio pareggia a reti bianche a Napoli. Nel secondo tempo i torinesi ribaltano il risultato, il gol del Napoli "consegna" di fatto un contestatissimo Tricolore alla Juventus, con la Lazio che termina al terzo posto.

Il campionato riparte tra lo scetticismo dell'opinione pubblica che non crede ad una riproposizione ad alti livelli della Lazio. La tifoseria è ancora amareggiata per il finale dell'anno prima ma è consapevole della forza della squadra che esprime un gioco spettacolare. L'unica aggiunta ad un meccanismo già collaudato è il giovane fantasista Vincenzo D'Amico, proveniente dalle giovanili. La stagione è una vera e propria cavalcata, interrotta solo da qualche incertezza evidenziate in alcune gare. La vittoria per 3-1 nello scontro diretto contro la Juventus e la prova di forza nel derby di ritorno, in cui la Lazio è capace di ribaltare il risultato contro una Roma che vuole arrestare a tutti i costi la marcia dei biancocelesti, portano saldamente la squadra in testa alla classifica. La Lazio perde alla terz'ultima partita con il Torino ma riesce comunque a laurearsi Campione d'Italia,[25] con una giornata d'anticipo, nell'incontro casalingo contro il Foggia (1-0 con gol di "Giorgione" Chinaglia) in uno Stadio Olimpico pieno in ogni ordine di posto.[26][27]

Nonostante lo Scudetto ed i relativi incassi, la società, rimasta intanto orfana del dimissionario d.s. Sbardella, non gode di grande floridezza economica, difatti in estate è pressoché immobile sul mercato. Il campionato 1974-75 non è trionfale come quello precedente, inoltre si viene a sapere che Maestrelli è afflitto da una grave malattia e ciò non può che influire negativamente sull'andamento della squadra. La stagione si conclude con un quarto posto ed il vice-allenatore Lovati in panchina, ma la mente di tutti i laziali è rivolta sicuramente alle condizioni fisiche del Maestro.

1975-1980Modifica

 
Luciano Re Cecconi, uno dei pilastri della "banda Maestrelli".

Nell'estate del 1975 viene ceduto Frustalupi, punto di riferimento del centrocampo, mentre la panchina è affidata al giovane tecnico Corsini, con la "bandiera" Chinaglia che emigra negli States tra le file dei Cosmos di New York. La Lazio rimane invischiata nella lotta per non retrocedere, ed è necessario il ritorno di Maestrelli perché venga raggiunta la salvezza, ed il "Maestro" vi riesce quando all'ultima giornata di campionato i suoi ragazzi pareggiano in casa del Como per 2-2, rimontando il doppio svantaggio grazie alle reti di un giovane Bruno Giordano, che aveva ormai raccolto in tutto e per tutto la pesante eredità di Long John, e di Roberto Badiani.

Nel campionato 1976-77 Lenzini chiama il brasiliano Luís Vinício in panchina e strappa clamorosamente Ciccio Cordova alla Roma; è una Lazio che fa forza sul proprio vivaio, cosicché oltre al bomber Giordano e il nº 10 D'Amico si mettono in luce anche i promettenti Manfredonia ed Agostinelli. A fine stagione le Aquile arrivano quinte, ma due lutti sconvolgono l'ambiente: quelli di Maestrelli e Re Cecconi, il secondo ucciso da un colpo di pistola mentre faceva uno scherzo simulando una rapina.

 
Pino Wilson, capitano della Lazio, sotto la Curva Nord dello Stadio Olimpico dopo la sospensione del derby del 28 ottobre 1979.

Quella squadra che solo pochi anni prima aveva conquistato uno storico traguardo si viene a sgretolare, difatti Pulici viene ceduto al Monza e sostituito da Claudio Garella, fortemente voluto dal tecnico Vinicio. L'allenatore sudamericano con i suoi metodi rigidi non ha più il controllo dello spogliatoio, e così viene sostituito da Bob Lovati, che ancora una volta viene in soccorso della squadra capitolina, riuscendo a conquistare la salvezza. Viene confermato anche nella stagione seguente, quando la Lazio si classifica con un buon ottavo posto, ed il suo bomber Giordano diventa capocannoniere del campionato con 19 gol.

La stagione 1979-80 è forse la più drammatica di tutta la storia laziale: il 28 ottobre 1979, poco prima dell'inizio di un attesissimo derby si consumò un episodio tragico che coinvolse un sostenitore biancoceleste: Vincenzo Paparelli. Mentre i tifosi erano in attesa dell'ingresso delle due squadre in campo, dalla Curva Sud dello Stadio Olimpico un tifoso romanista, dopo uno scambio di insulti tra le due tifoserie a suon di striscioni e croci piantate sul campo, spara un razzo che attraversa l'intero impianto e va a colpire fatalmente ad un occhio il supporter della Lazio nella curva opposta, uccidendolo all'istante. Autoriparatore, 33 anni, condotto inutilmente all'ospedale romano di Santo Spirito, Vincenzo Paparelli lascia la moglie e due figli. Nonostante la notizia fosse giunta anche negli spogliatoi, l'arbitro D'Elia decise di far giocare comunque la gara che, immersa in un'atmosfera surreale, terminò col punteggio di 1-1. Paparelli fu la seconda vittima italiana della violenza negli stadi. Il responsabile materiale dell'uccisione, un giovane diciassettenne di nome Giovanni Fiorillo, aveva acquistato con alcuni amici una partita di razzi nautici da segnalazione contrabbandati da un rivenditore di materiali agricoli. Il commerciante se la caverà con una lieve condanna, mentre Fiorillo verrà condannato a sette anni di reclusione per omicidio preterintenzionale e non colposo.

Gli anni 1980Modifica

1980-1985Modifica

 
Lionello Manfredonia, difensore o centrocampista della Lazio dal 1975 al 1985.

Dopo il drammatico avvenimento della morte di Paparelli, un'altra disgrazia, seppur di carattere sportivo, si abbatte sulla Lazio. Sul finire dell'anno esplode lo scandalo del “Totonero”, e la squadra biancoceleste viene retrocessa in Serie B insieme al Milan, inoltre alcuni suoi giocatori vengono squalificati per delibera della CAF.[28]

 
Il danese Michael Laudrup, talentuoso fantasista nella prima metà degli anni 1980.

La stagione 1980-81, dopo un periodo di grave incertezza manageriale tra i fratelli Lenzini (il dimissionario Umberto, il suo sostituto alla presidenza Aldo e il consigliere Angelo) e il vicepresidente Loreto Rutolo, sembra promettere un rapido ritorno nella massima serie: la compagine capitolina, guidata in campo dal capitano Alberto Bigon, con Ilario Castagner in panchina ed attrezzata adeguatamente in sede di mercato dal direttore sportivo Luciano Moggi, prende largamente il comando della classifica. Al girone di ritorno però i meccanismi sembrano rompersi (come anche il tendine di Achille del portiere titolare Moscatelli) e comincia così un lento ed inesorabile declino fino al fatale rigore, fallito alla penultima, decisiva, giornata di campionato dall'attaccante Stefano Chiodi nella gara pareggiata per 1-1 in casa contro il L.R. Vicenza, che di fatto condanna la Lazio alla permanenza in serie cadetta. Il glorioso club romano faticherà non poco a riaversi: alla fine gli anni di Serie B saranno tre, durante i quali ci sarà anche un cambio ai vertici con l'acquisizione della società, attraverso una finanziaria, da parte di Gian Chiarion Casoni, il quale volle il ritorno nei quadri dirigenziali biancocelesti di Antonio Sbardella in veste di direttore generale.

La Lazio torna in Serie A nel 1983 e Giorgio Chinaglia, tra i maggiori artefici in campo dello storico Scudetto del 1974, diviene azionista di maggioranza e ne assume la presidenza. L'esperienza dirigenziale di Long John non sarà però all'altezza delle aspettative suscitate nei tifosi. La Lazio, che oltre ai vari D'Amico, Giordano e Manfredonia poteva contare sul talento del centrocampista della Nazionale brasiliana Batista e su quello del danese Michael Laudrup, in prestito dalla Juventus, ottiene una stentata salvezza nel campionato 1983-84 con allenatore Paolo Carosi, subentrato a stagione in corso al Gaucho Juan Carlos Morrone. Segue un'estate di polemiche con Giordano e Manfredonia in bilico tra Juventus e Roma, e con i conti del bilancio in rosso fisso: prodromi di un campionato assai difficile.

Nell'annata 1984-85 la formazione laziale, che vede alternarsi in panchina i vari Carosi, Juan Carlos Lorenzo e la coppia Oddi-Lovati, retrocede di nuovo in Serie B; alla luce della delicata condizione economico-finanziaria, il bomber Giordano prende la strada di Napoli tra mille polemiche, e lasciano la squadra anche altri importanti calciatori del calibro di Manfredonia e "Michelino" Laudrup, entrambe accasatisi alla Juventus, oltre al brasiliano Batista.

1985-1990Modifica

 
Giuliano Fiorini esulta dopo la rete dell'1-0 contro il L.R. Vicenza nell'ultima, decisiva gara del campionato 1986-87.

Una volta retrocessa nel campionato cadetto, la squadra viene affidata a Luigi Simoni che ottiene il dodicesimo posto finale nell'annata 1985-86. A metà stagione vi sarà l'addio del presidente Giorgio Chinaglia, il quale cederà il pacchetto azionario di maggioranza al gruppo finanziario guidato da Franco Chimenti che, anche se per pochi mesi, sarà il nuovo patron biancoceleste. Nell'estate 1986, dopo che la Lazio viene rilevata dall'imprenditore ligure Gianmarco Calleri, insieme al fratello Giorgio e al finanziere Renato Bocchi, alla vigilia della nuova stagione viene travolta nel cosiddetto “Totonero-bis” causa il coinvolgimento del centrocampista Vinazzani: il club viene penalizzato di 9 punti per il campionato 1986-87, rischiando seriamente di sprofondare in Serie C per la prima volta nella sua gloriosa storia.

 
Paolo Di Canio esulta sotto la Curva Sud dell'Olimpico, dopo aver segnato alla Roma la rete del definitivo 1-0 nel derby del 15 gennaio 1989.

Di nuovo il crocevia della stagione è la partita con il L.R. Vicenza in uno Stadio Olimpico completamente esaurito dai tifosi biancocelesti che sosterranno ininterrottamente la squadra del mister Eugenio Fascetti.[29][30] La Lazio attacca per tutta la partita ed il portiere vicentino Dal Bianco risponde colpo su colpo, ma proprio nel finale di gara, quando l'ombra della retrocessione si fa sempre più cupa, al minuto 82', il Bomber Giuliano Fiorini diventa protagonista non solo della giornata, ma di un'intera storia, raccogliendo un tiro sporco di Podavini e girando abilmente il pallone in fondo al sacco. Tredici anni più tardi, nel giorno del centenario laziale, sarà ricordato come uno dei personaggi più importanti nella storia del club. Questa rete di vitale importanza consente alla formazione biancoceleste di raggiungere il quart'ultimo posto insieme a Taranto e Campobasso, contro i quali è costretta a spareggiare a Napoli nel giugno del 1987 per non retrocedere in C. Il primo incontro è giocato contro gli ionici, che riescono a battere gli uomini di Fascetti per 1-0 con una rete di De Vitis alquanto contestata. Nella partita decisiva, quella da vincere e basta, la Lazio, grazie al goal segnato su stacco di testa da Fabio Poli al minuto 53', batte il Campobasso, riuscendo con una vera e propria impresa sportiva a mantenere la Serie B;[31] i giocatori di quella squadra guadagnarono il soprannome di Eroi del -9.

Dopo aver conquistato la drammatica salvezza arriva la tanto attesa promozione in Serie A, conquistata al termine della stagione 1987-88 grazie al raggiungimento del terzo posto. Il patron Calleri, che intanto a causa di forti contrasti allontana il tecnico Fascetti, provvede a un'efficace opera di risanamento economico della società nonché di rilancio sportivo della squadra, affiancando ai veterani Gregucci, il capitano Marino, Orsi e Pin, oltre ai giovani talenti Di Canio e Rizzolo, giocatori di caratura internazionale come Dezotti, Nelson Gutiérrez, Rubén Sosa e Troglio, mettendoli a disposizione di un emergente allenatore come Beppe Materazzi; tuttavia nell'immediato i risultati non sono quelli sperati, con la Lazio che si attesta in posizioni di metà classifica.

Gli anni 1990Modifica

L'inizio dell'era Cragnotti (1990-1994)Modifica

 
Dino Zoff è stato allenatore e presidente della Lazio durante la gestione Cragnotti.

Dopo alcune stagioni trascorse a centro classifica, con il nono posto miglior piazzamento della gestione Calleri ottenuto alla fine dell'annata 1989-90, arriva quella che sarà la svolta più importante della storia laziale: il 20 febbraio del 1992, il finanziere romano Sergio Cragnotti, uscito dalla Enimont, una società del gruppo alimentare Ferruzzi-Gardini, con 100 miliardi di lire e all'epoca proprietario delle alimentari Cirio e Del Monte Food, al termine di un'estenuante trattativa con il patron Calleri, rileva il club biancoceleste. L'intera operazione costò al facoltoso imprenditore capitolino circa 25 miliardi di lire.

Cragnotti arriva alla Lazio nel 1992, gli fu suggerito di investire nel mondo del calcio, dato che all'epoca si occupava di risanare e vendere società produttive ma in difficoltà; decise di acquistare una Lazio reduce dalla Serie B, con lo scopo di riportarla in alto e rivenderla al miglior offerente. Presto però il patron romano, come racconta nel suo ultimo ed unico libro autobiografico, si ritrovò costretto a tenere la Lazio per lungo tempo e ad abbandonare l'idea di una sua pronta cessione, così con stile e spregiudicatezza costruirà una delle realtà calcistiche più forti a livello mondiale.

 
Alessandro Nesta, cresciuto nelle giovanili e divenuto il capitano più vincente nella storia della Lazio.

La sua prima stagione alla Lazio, malgrado un quinto posto, non è certo scintillante sul piano del gioco, nonostante una campagna acquisti faraonica. La cessione dell'attaccante uruguayano Rubén Sosa all'Inter è pesante, tuttavia la sua partenza viene compensata dall'approdo sulla sponda biancoceleste del Tevere di Fuser, prelevato dal Milan, Gascoigne, acquistato dal Tottenham, Signori, prelevato dal Foggia, e Winter, proveniente dall'Ajax, i quali costituiranno la base della Lazio per gli anni successivi, e che si vanno a integrare su di un'intelaiatura che già vede i tedeschi Doll e "Kalle" Riedle. In panchina siede ormai già da due stagioni uno dei simboli del calcio italiano e mondiale, Dino Zoff. Alla fine dell'annata 1992-93 la formazione romana si classifica quinta, guadagnandosi l'agognato ingresso nelle coppe europee che le Aquile non raggiungevano ormai da quasi quindici anni.

L'anno successivo la rosa si arricchisce con altri innesti "pesanti", quali il portiere Marchegiani, il difensore Negro, il centrocampista Di Matteo e gli attaccanti Bokšić e Casiraghi, ma è dalle giovanili che proviene un calciatore di fondamentale importanza: Alessandro Nesta, il vero uomo immagine, capitano e "bandiera" della Lazio fino alla sua triste e malinconica cessione avvenuta il 31 agosto 2002, nell'ultima giornata di calciomercato, quando il club era avviato verso il crack economico-finanziario.

L'arrivo di Zemanlandia (1994-1997)Modifica

 
Zdeněk Zeman, tecnico boemo, insieme all'estroso centrocampista inglese Paul Gascoigne.

A partire dalla stagione 1994-95 la Lazio decide di puntare su un tecnico emergente, che proviene da stagioni esaltanti nel Foggia: è il turno del ceco Zdeněk Zeman il quale, più tardi, affermerà che la Lazio è stata la squadra più forte che abbia mai allenato. Il suo arrivo scuote il gioco, si passa dalla tattica difensivista di Zoff (che intanto passa dietro la scrivania nel ruolo di presidente) al 4-3-3 sbilanciato del boemo, che esalterà le qualità di attaccanti come Bokšić, Casiraghi, Rambaudi e Signori. L'emergente ex tecnico dei rossoneri pugliesi alterna alcuni risultati nettamente posiviti, tra i quali un clamoroso 8-2 inflitto alla Fiorentina, un 7-1 al "suo" Foggia, un 5-1 al Napoli, 4-1 all'Inter ed un rotondo 3-0 in casa della Juventus, a prestazioni decisamente meno convincenti. Troppo spesso la Lazio butta via delle partite nelle quali forse un po' più di elasticità tattica le sarebbe stata sufficiente per conquistare il bottino pieno.

Il primo anno di Zeman si concluderà con il secondo posto a 10 punti dalla Vecchia Signora, tale risultato sarà oggetto di discussione negli anni successivi: i più accaniti fan di Zeman sostengono che tale Tricolore andrebbe assegnato alla formazione biancoceleste, dato che molti calciatori juventini, durante quell'annata, avrebbero fatto uso di sostanze stupefacenti. Quello fu il miglior piazzamento di tutta la carriera del tecnico boemo. In Coppa UEFA la Lazio arriverà fino ai quarti di finale, mai raggiunti prima di allora, eliminata dai tedeschi del Borussia Dortmund per un gol subito negli ultimi minuti. La partita fu giocata di martedì ed alla Lazio, che la domenica sera precedente aveva giocato la partita di campionato a Napoli, non fu concesso di spostare l'incontro.

Nella stagione a seguire (1995-96), gli uomini di Zeman continuano ad offrire uno spettacolo simile a quello della precedente annata, con altrettanti bizzarri risultati; in Europa si ferma ai sedicesimi di finale e in campionato conclude con il terzo posto, che gli permette di accedere ancora una volta in UEFA.

 
Gigi Casiraghi, centravanti laziale dal 1993 al 1998.

L'anno successivo segna la fine dell'avventura dell'allenatore boemo sulla panchina biancoceleste, costatagli dopo una sconfitta per 2-1 con il Bologna. Nei tre anni della gestione Zeman la Lazio aveva brillato ed incantato col suo gioco spumeggiante ma non aveva ottenuto comunque alcun trofeo; l'unica magra consolazione è la vittoria di Beppe Signori nella classifica dei capicannonieri del campionato 1995-96. Il traghettatore di quella squadra, dodicesima in classifica fino a quel momento, è una vecchia conoscenza dell'ambiente laziale, ossia l'esperto Dino Zoff, il quale conclude la stagione al quarto posto in classifica, grazie ad un gran girone di ritorno, ma con la cocente eliminazione ai sedicesimi di finale di Coppa UEFA per mano del Tenerife.

Il ciclo di Sven-Göran Eriksson (1997-1999)Modifica

Nel 1997-98 la Lazio decide che è giunta l'ora di puntare su un tecnico esperto sia a livello nazionale che internazionale, e la scelta ricade sullo "stratega" svedese Sven-Göran Eriksson, un allenatore, fino a quel momento, che viene descritto come un eterno perdente; per lui il ritorno a Roma, stavolta sponda biancoceleste, è però una vera benedizione. È infatti proprio nella Lazio che Eriksson conosce il periodo più felice della sua carriera. Con l'allenatore svedese in panchina, le Aquile iniziano un ciclo vincente che dura per 4 anni, dal 1997 al 2001. Durante questo arco di tempo, i biancocelesti conseguono almeno un trofeo a stagione.

 
Sven-Göran Eriksson, vincitore di sette trofei con la Lazio, compreso il secondo Scudetto biancoceleste.

Il suo arrivo spinge ancor di più il presidente Cragnotti ad investire nel proprio sogno, ossia condurre la Lazio verso il secondo Scudetto. Arrivano quattro acquisti di una caratura notevole: Matías Almeyda, Vladimir Jugović, Roberto Mancini ed Alen Bokšić, con quest'ultimo di ritorno dalla Juventus, i quali vanno ad aggiungersi ad una rosa già formata da importanti giocatori come Pavel Nedvěd, Pierluigi Casiraghi, Luca Marchegiani ed il giovane Alessandro Nesta. La Lazio, per bocca del suo patron, punta già quell'anno al titolo, ed infatti lotta per questo traguardo fino a sette giornate dal termine, quando viene sconfitta in casa dalla Juventus. Nelle giornate successive gli uomini di Eriksson, demoralizzati dopo la gara contro i rivali bianconeri, raccolgono un solo punto contro il Brescia, abbandonando definitivamente il sogno Scudetto. La Lazio però, oltre a raggiungere il record di quattro derby vinti in una sola stagione, conquista la Coppa Italia e giunge ad un passo dal sollevare la Coppa UEFA, persa solamente in finale contro l'Inter del Fenomeno Ronaldo la notte del 6 maggio 1998 al Parc des Princes. Curiosamente, in quello stesso giorno, la Lazio fa il suo ingresso sul mercato economico di Piazza Affari, prima società calcistica italiana ad essere quotata in Borsa.[32]

La Coppa Italia viene conquistata ai danni del Milan dopo un'incredibile rimonta nella gara di ritorno, vinta per 3-1 grazie alle reti di Gottardi, Jugović e Nesta, in seguito ad una beffarda sconfitta con gol di Weah allo scadere nel match d'andata, mentre nella finale UEFA contro i nerazzurri milanesi la Lazio esce sconfitta con un rotondo 3-0, abbandonando il sogno del presidente Cragnotti di portare il primo titolo europeo a Roma, anche se l'appuntamento è solo rimandato di un anno.

 
Pavel Nedvěd, sua la rete del definitivo 2-1 nella finale di Coppa delle Coppe 1998-99 vinta contro il Real Mallorca.

La stagione successiva (1998-99), inaugurata subito con un trofeo, la Supercoppa Italiana conquistata in casa dei Campioni d'Italia in carica della Juventus sconfitti per 2-1, avrà però un sapore a metà tra il dolce e l'amaro. In sede di campagna acquisti, Cragnotti effettua una vera e propria rivoluzione. Ceduti Jugović all'Inter, Fuser al Parma e Casiraghi al Chelsea, il patron laziale potenzia e ringiovanisce l'organico con calciatori importanti come Iván de la Peña, all'epoca considerato un potenziale fenomeno, Siniša Mihajlović, fedelissimo del tecnico Eriksson, i portoghesi Fernando Couto e Sérgio Conceição, il centrocampista Dejan Stanković, strappato in extremis ai "cugini" romanisti, nonché sostituto di Jugović e l'attaccante cileno Marcelo Salas, notato durante il campionato mondiale, appena terminato, di Francia '98. La faraonica campagna acquisti si conclude con l'approdo del giocatore italiano che meglio aveva fatto nei mondiali francesi: Christian Vieri. Al termine di una trattativa lampo e tenuta in gran segreto, il presidente laziale ufficializza l'acquisto del forte centravanti.

Tutto sembra presupporre che la squadra romana sia finalmente attrezzata per la conquista del Tricolore, e la stagione va confermandolo, dato che la Lazio, dopo un primo periodo caratterizzato da numerosi infortuni e qualche passo falso, domina il campionato senza rivali, e in Europa convince passando man mano tutti i turni della Coppa delle Coppe 1998-99, ultima edizione della prestigiosa rassegna continentale. Non tutto però va come sperato: le Aquile vivono un finale di stagione infelice, con due sconfitte consecutive contro Roma e Juventus (entrambe per 3-1), con il Milan che si avvicina giornata dopo giornata. Alla penultima di campionato il vantaggio è ormai ridotto all'osso e, mentre i milanisti sconfiggono in casa l'Empoli per 4-0, la Lazio viene bloccata in trasferta dalla Fiorentina per 1-1, dopo aver rimontato lo svantaggio grazie al "solito" Vieri, facendosi superare così dal Diavolo. Nella giornata successiva gli uomini di Eriksson battono il Parma per 2-1 in un Olimpico pieno di speranza, risultato che però non basterà per la vittoria finale, visto il successo, seppur sofferto, del Milan a Perugia. Il secondo posto conquistato garantisce comunque ai romani l'accesso alla più importante ribalta calcistica europea: la Champions League.

Coppa delle Coppe 1998/1999 - Finale

Birmingham, Villa Park, 19 maggio 1999

Maiorca - Lazio 1-2

Marcatori:   7' Vieri   11' Dani   80' Nedvěd

MAIORCA: Roa, Olaizola, Marcelino, Siviero, M. Soler, Lauren, Engonga, J. Stanković, Ibagaza, Dani, Biagini (72' Paunović). Allenatore: Cuper.

LAZIO: Marchegiani, Pancaro, Nesta, Mihajlović, Favalli, D. Stanković (56' S. Conceição), Almeyda, R. Mancini (90' F. Couto), Nedvěd (83' Lombardo), Salas, Vieri. Allenatore: Eriksson.

Arbitro: Günter Benkö (Austria)
Ammoniti: Mihajlović (L), Siviero (M), Vieri (L), Marchegiani (L)
Spettatori: 33.021

Nonostante lo Scudetto sfuggito all'ultima giornata, la formazione di Eriksson raggiunge la finale di Coppa delle Coppe, disputata allo Stadio Villa Park di Birmingham, dove affronta il Real Mallorca dell'allenatore argentino Hector Cuper, un giovane tecnico che ha portato in finale una squadra da molti considerata una vera e propria sorpresa. Questa volta la Lazio non fallisce l'obiettivo: le prodezze di Bobo Vieri e della Furia ceca Pavel Nedvěd consentono alla compagine biancazzurra di portare a Roma l'ultima edizione del trofeo.

Il secondo scudetto (1999-2000)Modifica

Tra le tante annate della lunga storia laziale non vi è dubbio che quella che i tifosi biancocelesti ricorderanno come la più importante è proprio quella 1999-00: anno del Centenario, celebrato in grande stile il 9 gennaio 2000 allo Stadio Olimpico con una serata di gala, del secondo Scudetto, vinto all'ultimo respiro dopo un testa a testa con la Juventus a distanza di ventisei anni dal primo Tricolore, e della terza Coppa Italia, conquistata nella doppia finale disputata contro l'Inter, nonché quello della vittoria del secondo titolo internazionale, la Supercoppa UEFA, alzata dal capitano Alessandro Nesta davanti agli "Invincibili" inglesi del Manchester United nell'affascinante scenario del Principato di Monaco, invaso da circa 10.000 sostenitori laziali in festa.

La formazione della Lazio Campione d'Italia 1999-00 e vincitrice della Coppa Italia nello stesso anno.

Durante il calciomercato estivo, Christian Vieri viene ceduto all'Inter per l'astronomica cifra di 90 miliardi di lire. La consistente somma di liquidi viene messa a disposizione per rinforzare ulteriormente l'organico. Ceduto Vieri, Cragnotti regala ad Eriksson gli argentini Néstor Sensini, Juan Sebastián Verón e Diego Simeone (I primi due sono prelevati dal Parma, mentre il terzo dall'Inter), il centravanti svedese Kennet Andersson e l'attaccante Simone Inzaghi, proveniente dal Piacenza.

In campionato, dopo un inizio convulso ma alla pari con la Juventus, quest'ultima prende il largo, ed i tanti punti di distacco accumulati dalla formazione torinese fanno pensare che per un altro anno il sogno Tricolore rimarrà tale. Alla ventiseiesima giornata, la sconfitta al "Bentegodi" maturata contro il Verona e la contemporanea vittoria della Vecchia Signora nel derby, fanno scivolare le Aquile a -9 dai bianconeri. Tuttavia, la giornata successiva vede la Juventus soccombere al Meazza contro il Milan. La Lazio approfitta della débacle bianconera aggiudicandosi il derby in rimonta. Alla ventottesima giornata è in programma lo scontro diretto al "Delle Alpi". È il neoacquisto Simeone a scuotere l'ambiente, prima con le parole, pronunciando la sua famosa frase "chi non se la sente alzi la mano", eppoi con la testa, con la quale indirizza in rete il pallone che regala alla Lazio un insperato quanto importante successo proprio contro i diretti rivali juventini. La squadra di Eriksson crede nella rimonta, ed i risultati sembrano girare decisamente a suo favore: sul finire della stagione le Zebre inciampano in una serie di battute d'arresto contro formazioni nettamente inferiori, depauperando in breve tempo il largo divario e riaprendo i giochi per il titolo.

Si arriva così al 14 maggio 2000, quando è in programma l'ultima giornata di un torneo ancora senza padrone. La compagine capitolina, che affronta una partita casalinga contro la Reggina, si presenta con un distacco di due punti dalla capolista, a sua volta impegnata in una trasferta sul campo di Perugia. I biancocelesti fanno il loro dovere e superano facilmente i calabresi, rimanendo in attesa di notizie dallo Stadio Renato Curi dove ricevono un'inaspettata sorpresa. Qui la Juventus, impegnata contro la formazione umbra del focoso presidente Luciano Gaucci, si ritrova nel bel mezzo di un violento temporale che, a metà partita, costringe l'arbitro Collina a sospendere l'incontro. Alla ripresa delle ostilità la Vecchia Signora trova alcune difficoltà sino all'inaspettato gol del difensore perugino Alessandro Calori: l'1-0 degli uomini di Mazzone segnerà la fine delle speranze di vittoria della Juventus e porterà la Lazio ad un'incredibile, inattesa ed incessante festa: dopo ventisei anni lo scudetto ritorna nelle mani della compagine biancoceleste.

L'ultimo impegno della stagione vedrà una Lazio decisamente festante, con gran parte dei calciatori con i capelli tinti di biondo, pareggiare 0-0 a Milano con l'Inter del patron Massimo Moratti e dell'ex Bobo Vieri, conquistando la terza Coppa Italia della sua storia e centrando così il Double, ovvero l'accoppiata Scudetto e coppa nazionale nella stessa annata.

 
La formazione della Lazio contrapposta a quella degli "Invincibili" del Manchester United, sconfitti dalle Aquile nella finale di Supercoppa UEFA 1999.

In Europa però la storia è un'altra: la stagione inizia nel migliore dei modi, con un gol del Matador Salas allo Stadio Louis II di Monaco che regala alla Lazio la Supercoppa UEFA ai danni dei campioni d'Europa del Manchester United. La Champions League vede i laziali trionfare nel proprio girone con 14 punti e nella fase successiva saranno ancora primi con 11. Il sorteggio dei quarti di finale sarà però beffardo per la Lazio: ancora Cúper, questa volta a guidare il Valencia, che vendica la sconfitta in Coppa delle Coppe battendo le Aquile nella gara d'andata con un roboante 5-2. La vittoria per 1-0 nel ritorno a Roma sarà solo una magra consolazione per i capitolini, che salutano così il sogno di alzare la coppa dalle grandi orecchie, il vero grande obiettivo che il presidente Cragnotti non ha visto raggiunto malgrado l'allestimento di una rosa altamente competitiva.

Il 9 gennaio del 2000 la Lazio, dopo aver battuto i rossoblù del Bologna, festeggerà il suo centesimo compleanno. La festa, organizzata e dal patron Sergio Cragnotti, vedrà partecipare tutte le sezioni della Polisportiva biancoceleste, oltre a numerose autorità e campioni del passato.

Gli anni 2000 e 2010Modifica

Gli ultimi anni di Cragnotti (2000-2004)Modifica

L'ultimo anno di Eriksson (2000-2001)Modifica

Il calciomercato estivo per la stagione 2000-01 si apre con gli arrivi del portiere Angelo Peruzzi, acquistato dall'Inter, del centrocampista Roberto Baronio, reduce da un'ottima annata con la maglia della Reggina, e degli attaccanti Hernán Crespo, acquistato per una cifra record dal Parma, e Claudio López. Quest'ultimo proveniente dal Valencia, formazione che ha eliminato la compagine biancazzurra nei quarti di finale della Champions League 1999-00.

 
Hernán Crespo, il giocatore più costoso della storia del club biancoceleste.

Con l'intento da un lato di far cassa e dall'altro di alimentare quel perverso meccanismo di aggiustamenti di bilancio che attraverso le plusvalenze permetteva al bilancio stesso di chiudersi in positivo ma, che al contempo, porterà negli anni seguenti la società verso la crisi economica, da Roma partono due importanti calciatori, tra i protagonisti della vittoria del secondo Scudetto, ovvero Matias Almeyda e Sérgio Conceição, entrambi destinati a vestire la casacca gialloblù del Parma. La trattativa viene conclusa in seguito al rifiuto di Marcelo Salas di trasferirsi in Emilia. Intanto all'Olimpico la Lazio inizia nel migliore dei modi la nuova stagione mettendo in bacheca un nuovo trofeo. Grazie al trionfo sull'Inter per 4-3, firmato dalle reti di Mihajlović, Stanković e alla doppietta del Piojo López, le Aquile riportano a Roma, dopo due anni, la Supercoppa Italiana.

Nonostante il campionato sia iniziato, le trattative di mercato non si fermano, infatti a stagione in corso si registrano le acquisizioni di Dino Baggio, Lucas Castromán e Karel Poborský, mentre, sempre in corso d'opera, vengono ceduti altri componenti della rosa come Sensini, Lombardo, De la Peña e Ravanelli.

La Lazio concluse il suo campionato al terzo posto; fino all'ultima giornata le Aquile erano ancora matematicamente in corsa per il titolo, vinto alla fine dalla Roma con sei punti di vantaggio.

L'avventura della Lazio in Coppa Italia inizia dagli ottavi di finale contro la Sampdoria. Allo Stadio Ferraris, dopo essere passati in vantaggio nei primi minuti con Salas, i biancazzurri subiscono nel finale l'1-1 di Flachi. Nella gara di ritorno la Lazio mostra la propria supremazia estromettendo i doriani di Gigi Cagni con un largo 5-2, frutto della rete di Sensini e delle doppiette di Lombardo e Penna bianca Ravanelli. Ai quarti di finale invece il cammino della Lazio si interrompe bruscamente per mano dell'Udinese che, allo Stadio Friuli, rifila un pesante 4-1 alla formazione romana, alquanto rimaneggiata, messa in campo dall'allenatore Eriksson.

Senza dubbio l'intera stagione è caratterizzata dalle vicende contrattuali del tecnico svedese che, a campionato in corso, si era già accordato con la Nazionale inglese. Eriksson si ritrova così ad essere contemporaneamente allenatore della Lazio e commissario tecnico dell'Inghilterra, ma la situazione non dura a lungo visti i risultati poco soddisfacenti. La dirigenza decide così di sostituirlo con Dino Zoff, suo predecessore, il quale riuscì a condurre la Lazio al terzo posto finale, trascinata anche dai gol di Crespo, che a fine stagione si laureò capocannoniere della Serie A con 26 gol.

L'anno nero di Cragnotti (2001-2002)Modifica

 
Jaap Stam, acquistato nell'agosto del 2001 dal Manchester United.

La stagione successiva segna l'ultimo anno di Sergio Cragnotti. Nella sessione di calciomercato sono ceduti Pavel Nedvěd, Juan Sebastián Verón e Marcelo Salas, che fanno da contraltare agli acquisti del centrocampista Gaizka Mendieta dal Valencia, costato € 47 milioni, e del difensore Jaap Stam proveniente dal Manchester United e squalificato per doping nel corso del campionato. La stagione vede l'infortunio di Diego Simeone e le prestazioni negative dei centrocampisti Stefano Fiore e Mendieta, il cui rendimento è ritenuto sotto le aspettative. L'allenatore Zoff è sostituito da Alberto Zaccheroni nel corso dell'annata.

In Champions il club esce praticamente subito, mentre in campionato riesce comunque ad inserirsi nella lotta per lo Scudetto: il 5 maggio 2002, una Lazio in lotta per un posto in Europa batte 4-2 l'Inter consegnando di fatto il titolo alla Juventus ed il secondo posto alla Roma. Questa è anche l'ultima gara dello storico capitano Alessandro Nesta con la maglia della Lazio.

Il biennio di Roberto Mancini (2002-2004)Modifica

 
Roberto Mancini, è stato prima giocatore e poi allenatore laziale.

Cragnotti, ancora presidente, esonera Zaccheroni e lo rimpiazza con Roberto Mancini, reduce da una non fortunata stagione alla Fiorentina. Lo stesso presidente decide di mettere in vendita il capitano Nesta, che appena tre anni prima fu anche nominato membro del consiglio d'amministrazione della Lazio,[33] e il bomber Hernán Crespo (per Corradi + € 13 milioni all'Inter). Arrivano inoltre l'attaccante Enrico Chiesa e il terzino Massimo Oddo.

A causa della crisi finanziaria di Cragnotti e della Cirio, in questa stagione la società inizia a non ricevere lo stipendio, pur chiudendo il campionato al quarto posto, raggiungendo la semifinale di Coppa UEFA (persa contro il Porto di José Mourinho, che si aggiudicherà poi la competizione), e la semifinale di Coppa Italia (eliminata dalla Roma). Nel gennaio del 2003, il presidente Cragnotti lascia la Lazio a causa dei debiti (€ 170 milioni). Chiuderà la sua storia in biancoceleste come il più vincente patron di sempre nella capitale, superando personaggi come Umberto Lenzini e Dino Viola. La carica presidenziale passa quindi all'avvocato Ugo Longo, coadiuvato dal vicepresidente Roberto Pessi e dal nuovo amministratore delegato Luca Baraldi.

Nell'annata successiva la Lazio chiude al quinto posto, uscendo ai gironi di Champions, vincendo la Coppa Italia dopo aver battuto Milan in semifinale (6-1) e Juventus in finale (4-2). Al termine della stagione la squadra viene smantellata a causa dei problemi economici: se ne vanno Stam, Fiore, Corradi, Mihajlović, il capitano Giuseppe Favalli, oltre al tecnico Mancini. La Lazio rischia il fallimento e necessita di un corposo aumento di capitale (circa € 80 milioni): si fanno avanti due investitori capitolini, Piero Tulli e Claudio Lotito, quest'ultimo diviene il nuovo presidente del club.

L'era Lotito (2004-)Modifica

 
Paolo Di Canio, tornato a vestire dopo 14 anni la maglia laziale.

Il 19 luglio 2004 Lotito è ufficialmente il nuovo proprietario della Lazio. Nonostante l'aumento di capitale di 21 milioni di euro arrivati dal neo presidente, la società rischia ancora di fallire a causa di un debito accumulato con l'erario di circa 110 milioni di euro. Per scongiurare questo rischio la dirigenza intraprende una trattativa con l'Agenzia delle Entrate che si conclude con l'ammissione della Lazio ai benefici del decreto legge 138 dell'agosto del 2002, convertito in legge 178/02.[34] In tal modo viene concessa una dilazione del debito in 23 anni e di conseguenza verranno tolti gli interessi di mora e le sanzioni.

 
Claudio Lotito, presidente della Lazio dal 19 luglio 2004.

Altri problemi, stavolta di natura tecnico-sportiva, sembrano attanagliare la società: all'arrivo del presidente Lotito l'organico conta solamente 13 giocatori privi di allenatore. Il neo-patron cerca di porre subito rimedio alla situazione mettendo sotto contratto Couto e Peruzzi, entrambi in attesa solo di una proposta, promuovendo alla guida della prima squadra il tecnico della Primavera, nonché uno degli Eroi del -9, Mimmo Caso e provvedendo ad una difficile campagna acquisti. Arrivano alla corte laziale Paolo Di Canio dal Charlton, beniamino del tifo laziale, Goran Pandev dall'Inter e Tommaso Rocchi dall'Empoli, questi ultimi due in comproprietà. Gran parte dei giocatori (9) sono acquistati da Lotito all'ultimo giorno della sessione estiva di calciomercato.[35]

La Lazio perde subito la Supercoppa italiana per 3-0 contro i campioni d'Italia del Milan, terminando in decima posizione nel campionato di Serie A.

2005-2010Modifica

Nonostante Papadopulo, sostituto di Caso nella stagione precedente, abbia centrato l'obiettivo salvezza e la qualificazione all'Intertoto (dove la Lazio esce in semifinale), viene esonerato e rimpiazzato da Delio Rossi. Nella stagione 2005-2006, la Lazio conclude il campionato al sesto posto, che vale la qualificazione europea. A fine stagione, il club biancoceleste è coinvolto in Calciopoli, scandalo calcistico riguardante il torneo di Serie A 2004-2005: la Lazio è punita con 11 punti di penalizzazione da scontare nella Serie A 2006-2007, poi scontati a 3 dal CONI e con l'esclusione della Coppa UEFA. A fine campionato, la Lazio centra il terzo posto e la qualificazione in Champions League.

 
Delio Rossi, per quattro anni alla guida della Lazio.

In Champions, la squadra italiana supera il turno preliminare e si ritrova alla fase a gironi, incontrando Real Madrid, Werder Brema e Olympiakos: la Lazio conclude il proprio raggruppamento in ultima posizione ed è eliminata.

L'11 novembre 2007, alla dodicesima giornata di campionato, un grave lutto colpisce il calcio italiano e la società laziale: Gabriele Sandri, tifoso della Lazio, viene ucciso da un colpo di pistola nella stazione di servizio nei pressi dello svincolo autostradale di Arezzo. Il club finisce il campionato 2008 nella parte bassa della graduatoria. In Coppa Italia, la Lazio perde in semifinale contro l'Inter.

L'annata seguente, caratterizzata dalla conquista della vetta per alcune giornate, si conclude con il decimo posto finale, impreziosito però dalla conquista della quinta Coppa Italia del club biancoceleste, battendo in finale dopo una lunga serie di rigori la Sampdoria. La partita si è conclusa con il risultato di 1-1 dopo i tempi supplementari, con i gol dell'asso argentino Maurito Zárate e del bomber blucerchiato Pazzini; nella serie dei calci di rigore la marcatura decisiva l'ha messa a segno l'esperto centrocampista francese Ousmane Dabo, ultimo "superstite" insieme a Simone Inzaghi del trionfo di coppa nel 2004. Altro protagonista è stato il portiere Fernando Muslera, autore di due parate sui tiri dal dischetto calciati da Cassano e Campagnaro.

Al termine della stagione 2008-2009 Delio Rossi è sostituito in panchina da Davide Ballardini. L'8 agosto 2009 la Lazio di Ballardini, battendo i campioni d'Italia in carica dell'Inter nell'avveniristico "Stadio Bird's Nest" di Pechino con il punteggio di 2-1, si aggiudica, dopo una gara sofferta, la Supercoppa italiana per la terza volta nella sua storia. I gol che hanno portato in bacheca il secondo trofeo della gestione Lotito sono state firmate da Matuzalem e da capitan Rocchi.[36]

Il 20 agosto 2009 la Lazio fa il suo esordio nella nuova Europa League facendo sua la partita d'andata dei play-off contro gli svedesi dell'Elfsborg (4-0) e accede alla fase a gironi, dove incontra Villarreal, Levski Sofia e Salisburgo e termina il girone in terza posizione. Nel corso dell'annata, Edoardo Reja è chiamato sulla panchina della Lazio al posto di Ballardini.[37] La Lazio termina il campionato di Serie A salvandosi dalla zona retrocessione.

2010-2015Modifica

 
Il tedesco Miroslav Klose, miglior marcatore straniero della Lazio in campionato.
 
Senad Lulić, colui che il 26 maggio 2013 ha deciso con la sua rete la finale di Coppa Italia 2012-2013 in uno storico derby di Roma.

Dopo un dodicesimo posto nel 2010, la Lazio torna in Europa nel 2011 raggiungendo il quinto posto in campionato che vale l'accesso all'Europa League. Edy Reja è quindi riconfermato sulla panchina della Lazio, rinforzata in attacco dagli acquisti di Miroslav Klose e Djibril Cissé, la cui esperienza laziale è considerata deludente. Grazie a un buon organico, i laziali raggiungono i sedicesimi di Europa League e la quarta posizione in campionato, che vale nuovamente l'accesso in Europa League.

Nonostante Reja abbia centrato per il secondo anno consecutivo la qualificazione in Europa League, il tecnico friulano e la Lazio decidono di comune accordo di intraprendere strade differenti in vista della stagione 2012-13: il patron Lotito e il direttore sportivo Tare decidono così di puntare sull'allenatore bosniaco naturalizzato svizzero Vladimir Petković. Il nuovo coach biancoceleste imposta la propria formazione con un disegno tattico ben più offensivo rispetto al passato, che porta il club biancoceleste al settimo posto in campionato. In Europa League la Lazio si ferma ai quarti di finale contro il Fenerbahçe. In Coppa Italia la Lazio supera Siena, Catania, Juventus e i rivali della Roma in finale, dove la sfida è decisa da un gol di Senad Lulić, che porta in bacheca la sesta Coppa Italia nella storia del club.

Il 18 agosto 2013 viene battuta dalla Juventus per 4-0 nella Supercoppa italiana. Petković, a campionato in corso, si era già accordato con la Nazionale svizzera, ritrovandosi così ad essere contemporaneamente allenatore della Lazio e commissario tecnico della Svizzera, ma la situazione andrà avanti solo per poche settimane alla luce dei risultati poco soddisfacenti e di profonde incomprensioni con la dirigenza che porteranno anche alle vie legali. Il 4 gennaio 2014, il presidente Lotito decide così di sostituirlo con Edy Reja, già suo predecessore.

La squadra romana chiude il campionato 2014 al nono posto, raggiungendo i sedicesimi di finale di Europa League con Reja in panchina.

Il 12 giugno 2014 il tecnico friulano è rilevato dall'incarico e il suo posto affidato a Stefano Pioli.[38] Al suo primo anno sulla panchina laziale, Pioli conquista il terzo posto e la conseguente qualificazione ai preliminari di Champions League. In Coppa Italia la Lazio arriva in finale dopo aver estromesso Bassano Virtus, Varese, Torino, Milan, perdendo con la Juventus per 2-1 ai supplementari.

2015-Modifica

L'8 agosto 2015 la Lazio di Pioli perde la Supercoppa italiana per 2-0 contro la Juventus, uscendo sia dalla Champions (contro il Bayer Leverkusen nei preliminari) sia dalla Europa League (contro lo Sparta Praga ai sedicesimi di finale). Il 3 aprile 2016, dopo la débacle nel derby perso per 4-1, il presidente Lotito decide per l'esonero di Pioli e promuove dalla squadra Primavera il tecnico Simone Inzaghi. Dopo una controversa estate che vede il mancato arrivo a Roma di Marcelo Bielsa, scelto come tecnico ma che rassegna le sue dimissioni a pochi giorni dal ritiro precampionato, la squadra viene affidata nuovamente a Simone Inzaghi. ll tecnico piacentino partito tra lo scetticismo generale, guida la squadra ad una buona stagione, conquistando l'accesso all'Europa League con tre giornate di anticipo oltre a raggiungere una nuova finale di Coppa Italia persa ancora contro la Juve. Inzaghi inoltre fa esordire in prima squadra diversi ragazzi da lui allenati nelle giovanili ottenendo da loro buone prestazioni. La stagione 2017-18 si apre con la conquista della Supercoppa italiana ai danni della Juventus sconfitta 3-2 all'Olimpico.

NoteModifica

  1. ^ 9 gennaio 1900: la fondazione
  2. ^ Storia della Società Sportiva Lazio, societasportivalazio.it, 9 gennaio 2016. URL consultato il 5 settembre 2015.
  3. ^ Fatto riportato da Luigi Bigiarelli nell'autobiografia "Mie memorie".
  4. ^ a b c Storia del Comitato Regionale Lazio – capitolo II, crlazio.info. URL consultato il 18-06-2013.
  5. ^ a b Storia del Comitato Regionale Lazio – capitolo I, crlazio.info. URL consultato l'08-07-2013.
  6. ^ a b c Fontanelli, Simoncini, I colori del calcio 1898-1929, GEO Edizioni, pag. 28
  7. ^ Polisportiva S.S. Lazio: sorge un astro biancoceleste
  8. ^ a b Pietro Straboni, Calcio Romanus Sum. Ricerca storica sui pionieri dell'antica Lazio . Edizioni EnneBi
  9. ^ I derby della storia: 15 maggio 1902, Lazio-Virtus 3-0 raccontata dal mito Ancherani
  10. ^ Ricerche Storiche: 1908: il Torneo di Pisa, novegennaiomillenovecento.it, 6 febbraio 2013. URL consultato il 2 giugno 2016.
  11. ^ Va fatto presente che, in tale data, oltre al club biancoceleste, altre polisportive elencate nel documento non risultano aver fondato ufficialmente settori calcistici: l'Unione Ginnastica Vogherese e la Società Ginnastica e Scherma di Novara
  12. ^ Cfr. i relativi articoli pubblicati su La Gazzetta dello Sport e Il Mattino del 17 maggio 1915, nonché su Il Mattino e il Corriere di Napoli del 24/25 maggio 1915.
  13. ^ Lazio Campione d'Italia 1915: dopo un secolo, l'albo d'oro può cambiare, in La Gazzetta dello Sport, 20 luglio 2016.
  14. ^ Ora lo scudetto 1914-15 è più vicino, in Il Tempo, 20 luglio 2016.
  15. ^ F. Munno e F. Bellisario, Dal Tevere al Piave 1915-1918 - Gli atleti della Lazio nella Grande Guerra, Eraclea, 2015.
  16. ^ La fusione Alba-Fortitudo-Roman, in Il Tevere, 14 giugno 1927, p. 5.
  17. ^ Vaccaro Giorgio, dopo la fusione Alba-Fortitudo-Roman, in Il Tevere, 15 giugno 1927.
  18. ^ a b Dopo la fusione Alba-Fortitudo-Roman, in Il Tevere, 11 giugno 1927.
  19. ^ Massimo Izzi, La chiameremo AS Roma, in Il Romanista, 21 luglio 2007.
  20. ^ Simon Martin - Calcio e fascismo - Mondadori
  21. ^ Mario Pennacchia, Storia della Lazio - I edizione - 1969
  22. ^ La Coppa Latina vedeva ogni anno sfidarsi i campioni nazionali di Francia, Italia, Portogallo e Spagna. La Lazio, già priva dei nazionali (impegnati nel campionato del mondo in Brasile) Sentimenti IV, Remondini e Furiassi (sostituiti dai prestiti temporanei Sandroni e Fioravanti del Venezia e Trevisan della Triestina) sulla strada per Lisbona, sede di quell'edizione della Coppa, andò a giocare la Coppa Teresa Herrera a La Coruña contro i campioni di Spagna dell'Atletico Madrid. La partita fu vinta, ma una doccia troppo fredda dopo l'incontro causò una faringite ad alcuni giocatori. La squadra arrivò così a Lisbona in condizioni fisiche precarie e non poté evitare, malgrado l'impegno in campo, di essere battuta dallo stesso Atlético e dal Benfica, che poi vinse la Coppa.
  23. ^ Nell'estate del 1958 la Federazione decise di ripristinare la Coppa Italia che dopo la guerra non era più stata organizzata
  24. ^ Seghedoni tirò un potente calcio di punizione che si infilò in porta per poi uscire, forse a causa della rete allentata dalla pioggia. Tutti si accorsero che il pallone era entrato (clamoroso il gesto del portiere del Napoli con le mani tra i capelli), tranne l'arbitro Rigato che non convalidò la rete
  25. ^ Tuttavia, la Lazio non poté partecipare alla Coppa dei Campioni 1974-75 a causa di una squalifica di un anno subita dall'UEFA a seguito di incidenti avvenuti in un incontro di coppa della stagione 1973-74 contro l'Ipswich Town.
  26. ^ Erano presenti 78.886 spettatori, record tuttora imbattuto per una partita disputata allo Stadio Olimpico
  27. ^ Lazio-Foggia 1974. Il Guinness dell’Olimpico, novegennaiomillenovecento.it. URL consultato il 15-05-2017.
  28. ^ Squalifica a vita per Wilson, 5 anni per Cacciatori, 3 per Giordano e Manfredonia
  29. ^ Erano presenti ufficialmente 62.000 spettatori paganti, ma le presenze arrivarono a 80.000, record tuttora imbattuto per una partita di Serie B
  30. ^ 80.000 anime per Lazio-L.R. Vicenza: record di spettatori per la B., europaoggi.it. URL consultato il 5-12-2009.
  31. ^ 5 luglio 1987: il San Paolo si tinge di biancoceleste
  32. ^ Lazio in Borsa, era il 6 maggio del '98: fu la prima società italiana ad essere quotata
  33. ^ Nesta: un calciatore nel consiglio della Lazio
  34. ^ Lazio, chiusa la partita col fisco. Cacciato lo spettro del fallimento, in la Repubblica, 29 marzo 2005. URL consultato il 4-5-2010.
  35. ^ Rocchi era l'ultimo superstite dei "nove acquisti in un giorno"
  36. ^ Supercoppa alla Lazio. Battuta l'Inter 2-1, Gazzetta dello Sport, 8-8-2009. URL consultato il 21-2-2010.
  37. ^ La S.S.Lazio comunica che Edoardo Reja, nato a Gorizia il 10 ottobre 1945, è il nuovo allenatore della squadra biancoceleste, sslazio.it. URL consultato il 9-2-2010.
  38. ^ Stefano Pioli è il nuovo allenatore della S.S. Lazio

Voci correlateModifica

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