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1leftarrow blue.svgVoce principale: Lodi.

I busti di marmo collocati ai lati del palazzo municipale, raffiguranti i due «padri fondatori» della città: a sinistra Gneo Pompeo Strabone, a destra Federico Barbarossa

La storia di Lodi trae le sue origini dalle vicende legate all'antico borgo di Laus Pompeia, così chiamato a partire dall'89 a.C. in onore del console romano Gneo Pompeo Strabone[1].

L'insediamento fu fondato dai Celti Boi intorno all'anno 1000 a.C. in un territorio abitato fin dal neolitico dai primi agricoltori e allevatori nomadi[2]; in epoche successive, la città divenne municipium romano (49 a.C.), sede vescovile (IV secolo) e infine – dopo essere passata sotto il controllo dei Longobardi e dei Franchi – libero comune (XI secolo)[3]. Nel Medioevo, in virtù della sua posizione geografica privilegiata e dell'intraprendenza dei suoi abitanti, la borgata insidiò la supremazia commerciale e politica della vicina Milano; la tensione fra i due comuni sfociò in un aspro conflitto armato, nel corso del quale le milizie ambrosiane distrussero Laus per due volte[4].

La città fu rifondata per iniziativa dell'imperatore Federico Barbarossa il 3 agosto 1158, giorno ricordato quale data di nascita della nuova Lodi[5]. Grazie alle signorie e alla protezione degli imperatori, il comune rimase indipendente sino al 1335, allorché cadde sotto al dominio dei Visconti diventando uno dei maggiori centri del Ducato di Milano[6]. A metà del XV secolo ospitò le importanti trattative fra gli Stati preunitari italiani che condussero alla pace di Lodi (9 aprile 1454); nei decenni seguenti – in virtù dei contributi di numerosi artisti e intellettuali – visse una stagione di grande splendore culturale[7].

Tra la fine del Cinquecento e la metà dell'Ottocento, i lodigiani subirono le occupazioni straniere: il periodo spagnolo fu una fase di decadenza, durante la quale l'abitato fu trasformato in una fortezza; sotto la dominazione austriaca, invece, la città conobbe un'epoca di decisa espansione economica e di rinnovamento urbanistico; la battaglia del ponte di Lodi (10 maggio 1796) aprì la parentesi del ventennio napoleonico[8].

I decenni successivi all'unità d'Italia videro la nascita delle prime fabbriche nonché una rifioritura della vita culturale e dell'attivismo civile[9]. I lodigiani giocarono un ruolo importante anche durante la Resistenza. Dal 6 marzo 1992, la città è capoluogo di una provincia italiana[10].

Indice

Laus PompeiaModifica

Le originiModifica

Distribuzione geografica approssimativa delle antiche popolazioni celtiche della Gallia cisalpina: benché il territorio corrispondente alla Lombardia contemporanea fosse verosimilmente abitato dagli Insubri, lo scrittore romano Plinio il Vecchio sostiene che l'insediamento di Laus fu fondato dai Boi[2][11]
La basilica dei XII Apostoli, chiesa madre della comunità cristiana di Laus Pompeia, fu edificata nel IV secolo e rimaneggiata in epoche successive

Con ogni probabilità il territorio lodigiano era occupato sin dal neolitico da popoli nomadi di agricoltori e allevatori[12]. Come testimoniato dai ritrovamenti archeologici, i primi insediamenti stabili – ricompresi all'interno di un triangolo avente vertici coincidenti con gli abitati moderni di Gugnano, Lodi Vecchio e Montanaso Lombardo – risalgono all'età del ferro e si devono verosimilmente allo stanziamento di alcune tribù di Liguri; il reperto più antico, conservato presso il Museo civico di Lodi, è un anello di bronzo recante un'incisione che raffigura sei oche[12]. Il villaggio principale, che in un'epoca posteriore avrebbe assunto la denominazione di Laus, si trovava in corrispondenza di Lodi Vecchio, circa 7 km a ovest rispetto al luogo in cui sorge la città di Lodi; nel terzo libro della Naturalis historia, Plinio il Vecchio afferma espressamente che il borgo fu fondato dai Celti Boi[11], sebbene storicamente quell'area fu sempre controllata dagli Insubri[2]. Il toponimo gallico dell'insediamento non ci è stato tramandato con precisione, il che rende proibitivo ricostruire l'esatta etimologia del nome «Laus»[13].

Secondo quanto riferisce lo storico greco Polibio, i Romani giunsero nella Pianura Padana fra il 223 e il 222 a.C., anni in cui i consoli (Publio Furio Filo e Gaio Flaminio Nepote prima, Marco Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione poi) attaccarono e sconfissero gli Insubri[14][15]. Questa prima occupazione ebbe breve durata, dal momento che i Celti – profittando della discesa di Annibale – riconquistarono l'indipendenza e la mantennero per oltre vent'anni[15]. Solo nel 195 a.C. la resistenza degli Insubri fu definitivamente sopraffatta: da allora sino al 49 a.C., Laus fece parte della provincia romana della Gallia Cisalpina[15]. Frattanto nell'89 a.C. il borgo era stato ribattezzato «Laus Pompeia» in segno di riconoscenza nei confronti del console Gneo Pompeo Strabone, che proprio quell'anno aveva promosso la Lex Pompeia de Transpadanis, concedendo il diritto latino – ovvero uno status intermedio fra la piena cittadinanza e la condizione di suddito – agli abitanti delle comunità situate a nord del Po[15]. Il provvedimento di Strabone aveva determinato una trasformazione radicale non solo dal punto di vista giuridico, ma soprattutto sotto il profilo culturale e urbanistico: il latino fu adottato come lingua ufficiale e l'insediamento fu riedificato in forma approssimativamente rettangolare, sul modello del castrum[16]. Quarant'anni più tardi, i laudensi divennero cives romani a tutti gli effetti: Laus Pompeia acquistò contestualmente il rango di municipio, governato in autonomia da un quadrumvirato e da un consiglio cittadino, ambedue elettivi[16].

Il Museo civico di Lodi custodisce un frammento di marmo nero, risalente al I secolo d.C., sul quale campeggia l'epigrafe: «Tiberio Cesare Augusto, figlio di Augusto, e Druso Cesare, figlio di Augusto, fecero costruire questa porta»; evidentemente doveva esistere quindi una cinta muraria[17]. Com'era prerogativa di ogni città romana, erano presenti anche il foro, la basilica civile, il mercato coperto, il teatro e le terme[17]. Laus divenne rapidamente un fiorente polo agricolo, artigianale e commerciale, grazie soprattutto alla sua privilegiata collocazione geografica: il borgo era situato infatti nella parte centrale della Pianura Padana, sulla confluenza delle strade che da Placentia (Piacenza) e da Acerrae (Pizzighettone) conducevano a Mediolanum (Milano), nonché nel punto di intersezione di queste con la via che da Ticinum (Pavia) risaliva fino a Brixia (Brescia)[18]. Il primo artigiano laudense di cui esista testimonianza, specializzato nella produzione di ceramiche, si chiamava Lucio Acilio[19].

Il culto più praticato sul territorio – accanto alla venerazione per Maia, Mefite e Mercurio – era quello di Ercole, che nella tarda romanità assurse a simbolo del potere dello Stato e della civiltà che prevale sulla barbarie; invero questa cospicua diffusione fu verosimilmente dovuta all'identificazione con una precedente divinità celtica, Ogmios[16][20]. Il tempio dedicato a Ercole sorgeva fuori città, sulla riva destra dell'Adda, dove a Lodi Nuova si trova la chiesa di Santa Maria Maddalena[16]. Come in ogni altro luogo dell'Impero romano, era vivissimo anche il culto dei defunti[16]. La presenza di una comunità cristiana a Laus – dove nel 303 furono martirizzati i soldati berberi Vittore il Moro, Nabore e Felice – è attestata sin dal III secolo, ma l'istituzione della diocesi avvenne solo con san Bassiano fra il 373 e il 374[21]. Un'epistola di sant'Ambrogio riporta che nel novembre 387 Bassiano invitò il vescovo Felice di Como e il medesimo Ambrogio alla cerimonia di consacrazione della basilica dei XII Apostoli, una delle chiese più antiche della Lombardia, situata nel suburbio di Laus Pompeia[19].

Le invasioni barbariche e l'alto MedioevoModifica

Le invasioni barbariche – che avevano interessato il territorio laudense già nel 271, con la calata di Iutungi e Alemanni – ripresero con maggior vigore agli inizi del V secolo, sicché si decise – per maggior sicurezza – di trasferire la sede episcopale all'interno delle mura: il sito prescelto per la nuova cattedrale di Santa Maria fu il lato sud dell'antico foro, dove oltre 1 400 cristiani erano stati uccisi ai tempi delle persecuzioni di Diocleziano e Massimiano[22][23].

 
Disegno ottocentesco raffigurante la cattedrale di Santa Maria, costruita nel V secolo e demolita nel XIX secolo

Il 18 novembre 401 i Visigoti di Alarico I valicarono le Alpi, puntando sulla Pianura Padana e seminando devastazione nelle campagne sguarnite; nel febbraio seguente le strade presso Laus erano impraticabili, tanto che il senatore Quinto Aurelio Simmaco – per recarsi a Mediolanum a incontrare l'imperatore Onorio – una volta giunto a Piacenza dovette passare per Pavia[23][24]. Nel 452 gli Unni di Attila penetrarono in Italia, attaccando Milano e colpendo duramente Laus Pompeia; i lodigiani furono inoltre coinvolti dagli scontri fra Flavio Oreste e Odoacre, re degli Eruli, nonché fra quest'ultimo e Teodorico il Grande, re dei Goti[23][25]. Anche la guerra gotica del VI secolo, combattuta dagli Ostrogoti contro l'imperatore bizantino Giustiniano I, inflisse danni ingenti alla città[23]. In seguito fu la volta dei Longobardi, che irruppero in Italia settentrionale nel 568 e conquistarono Milano l'anno successivo, ma assediarono e occuparono Laus soltanto nel 575, dopo la resa di Pavia; con ogni probabilità i laudensi capitolarono a causa di un arretramento volontario del fronte, dovuto al fatto che l'abitato era ormai considerato indifendibile[23].

Sebbene le paludi – presenti sul territorio fin dalla preistoria – fossero ancora estremamente diffuse, soprattutto a est della città, in quell'epoca si verificarono un'estensione e una razionalizzazione delle colture (vigneti, prati, cerreti, castagneti e perfino oliveti)[26]. Inoltre, a dispetto della protratta fase di declino, iniziarono a svilupparsi le prime attività commerciali su larga scala: in un decreto emanato dal sovrano longobardo Liutprando, risalente al 715, si legge infatti che i traffici da e per l'Adriatico erano garantiti a Laus da due porti fluviali, posti rispettivamente alla confluenza del Lambro e dell'Adda nel Po[27].

Nel 774 iniziò la lunga dominazione dei Franchi, durante la quale la città fu elevata a capoluogo di un comitatus, ossia di una circoscrizione amministrativa dell'Impero carolingio[28]. Tra la fine del IX secolo e il principio di quello successivo, nel corso della cosiddetta «anarchia feudale», ebbero luogo due incursioni degli Magiari a cui seguì un periodo di quiete, grazie agli accordi stretti con loro dal re Berengario; queste nuove scorribande instillarono tuttavia un sentimento di paura collettiva, che indusse una parte della popolazione a rifugiarsi all'interno di alcuni castelli costruiti a sud del borgo[28]. Il 24 novembre 975, con un diploma dell'imperatore Ottone II di Sassonia, il vescovo Andrea ottenne il riconoscimento del potere temporale sulla città e sul territorio circostante entro un raggio di sette miglia, diventando quindi il primo vescovo-conte di Laus: il sovrano cedette ad Andrea i possessi terrieri, le famiglie di servi della gleba, la gestione dei mercati e i proventi delle tasse; tali prerogative furono ampliate nel luglio 981 con un secondo provvedimento, che affidò alla diocesi anche l'amministrazione della giustizia[28]. La figura del vescovo Andrea fu cruciale per la storia della comunità lodigiana nel Medioevo, giacché egli pose le basi per la futura autonomia cittadina in forma di vassallaggio diretto al monarca, nell'ambito del sistema feudale[28].

Il conflitto con MilanoModifica

 
Uno scorcio del fiume Lambro; la disputa intorno al controllo dei commerci sul corso d'acqua rappresentò una delle principali cause scatenanti del conflitto fra laudensi e milanesi

Agli inizi dell'XI secolo, Laus costituiva uno dei maggiori ostacoli all'espansione politica ed economica di Milano, avviata a trasformarsi in un centro mercantile di levatura europea: i laudensi detenevano infatti il controllo pressoché esclusivo dei traffici commerciali attraverso i fiumi del territorio, segnatamente il Lambro, richiedendo dei pedaggi alle imbarcazioni che risalivano i corsi d'acqua[28].

In tale contesto si inserì l'operato dell'arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano, che incarnava pienamente lo spirito imperialistico dell'epoca: quando nel 1027 morì il vescovo lodigiano Notker, successore di Andrea, egli si avvalse di una facoltà concessagli dal sovrano Corrado II il Salico e impose al clero di Laus la nomina episcopale di Ambrogio II di Arluno, un canonico che avrebbe agito come suo leale valvassore[26]. Ritenendo che tale disposizione fosse un'indebita ingerenza nei propri affari, i laudensi si opposero con fermezza e impedirono l'ingresso in città del vescovo designato; Ariberto a sua volta non desistette e raccolse intorno a sé un esercito, occupando militarmente le campagne di Laus e cingendo d'assedio il borgo[26]. Consapevoli di avere scarse possibilità di resistere, i cittadini firmarono infine un accordo di pace, pronunciarono un giuramento di fedeltà all'arcivescovo e accettarono l'elezione di Ambrogio II, che rimase in carica fino al 1051[26].

I decenni successivi videro il divampare di tumulti, sempre seguiti da razzie e devastazioni, in tutti i territori assoggettati ai milanesi[29]. Questo continuo stato di tensione sfociò nello scoppio di una guerra fra Laus e Milano: il conflitto ebbe inizio nel 1107, allorché i laudensi allontanarono il vescovo Arderico da Vignate, accusato di un atteggiamento troppo subalterno nei confronti dell'arcidiocesi presieduta da Pietro Grossolano[29]. Nel frattempo, su iniziativa dell'emergente borghesia mercantile, Laus era diventata un libero comune, amministrato da un collegio elettivo formato da sei consoli e rinnovato a cadenza annuale; l'arengo, sede del governo municipale, si trovava a poca distanza dalla basilica dei XII Apostoli[29]. Malgrado avessero stretto alleanza con Pavia e Cremona, anch'esse rivali di Milano, i lodigiani apparivano destinati a soccombere dinanzi alla superiore potenza militare della città ambrosiana, anche perché l'unico dispositivo difensivo era rappresentato dalle antiche mura romane, risalenti al I secolo d.C. e dunque ormai obsolete; inoltre il centro abitato si era progressivamente esteso oltre la cerchia con una serie di sobborghi, attorno ai quali era stato scavato un semplice fossato[29][30]. La capitolazione di Laus fu ritardata solo da Enrico V di Franconia che, tra la fine del 1110 e l'inizio dell'anno successivo, scese in Italia per farsi incoronare imperatore da papa Pasquale II, intimando la sospensione delle ostilità; il 24 maggio 1111 – mentre il sovrano era in viaggio fra Verona e il passo del Brennero, sulla via del ritorno in Germania – i milanesi decisero di attaccare la città e la distrussero: dapprima vennero abbattute le mura, quindi le abitazioni furono saccheggiate e incendiate[29].

Le condizioni di pace imposte ai laudensi prevedevano il divieto di ricostruire gli edifici danneggiati e il giuramento di «sudditanza perpetua» ai vincitori; un'ulteriore clausola disponeva la soppressione del mercato settimanale del martedì, uno dei più importanti dell'intera Lombardia, che costituiva una cospicua fonte di guadagno per i cittadini[29]. In quegli anni i lodigiani dovettero sottostare a Milano senza alcuna forma di autonomia, come dimostra il fatto che furono obbligati a inviare un contingente di duecento fanti in occasione dell'assedio di Como del 1126[31]. Nondimeno Laus riuscì in parte a risollevarsi: il cronista Ottone Morena – testimone oculare degli avvenimenti – racconta che la popolazione superstite abbandonò le case distrutte e «cominciò ad abitare in sei borgate nuove»[31]. La basilica e la cattedrale di Santa Maria, risparmiate dalla devastazione, continuarono ad accogliere i laudensi; al contempo si verificò una lentissima ripresa dell'agricoltura[31].

Nel marzo del 1153, poco dopo la sua elezione, l'imperatore Federico Barbarossa convocò una dieta a Costanza per affrontare anche le questioni legate alla politica italiana; Albernando Alamanno e Omobono Maestro, due commercianti lodigiani, chiesero udienza al monarca e si presentarono al suo cospetto in abito da penitenti, protestando per il torto subìto a opera dei milanesi[32]. Il sovrano prestò loro ascolto e decise di indirizzare alle autorità ambrosiane una lettera di reprimenda, che egli affidò al missus dominicus Sicherio; quest'ultimo – ignorando le resistenze manifestate dagli stessi laudensi, che temevano pesanti ritorsioni da parte della città rivale – recapitò la missiva imperiale ai consoli di Milano, i quali tuttavia lo coprirono di minacce e lo costrinsero a fuggire[32]. L'anno seguente, trovandosi in Italia per la cerimonia d'incoronazione, il Barbarossa indisse una dieta a Roncaglia, dove arrivò il 30 novembre 1154: in questa circostanza, Federico ricevette le rimostranze dei delegati lodigiani, pavesi e comaschi nei confronti dell'operato dei milanesi, i quali a propria volta offrirono al monarca un'ingente somma di denaro pur di ottenere la sua approvazione, salvaguardando così la loro egemonia sugli altri comuni lombardi[32]. L'imperatore rifiutò la proposta dei consoli ambrosiani, ordinando loro di «sottomettersi tutti a lui, senza condizione alcuna», mentre agli abitanti di Laus fu concessa la riapertura del mercato, il che giovò all'economia locale[32].

I milanesi dovettero quindi aspettare che il sovrano tornasse in Germania per colpire i loro principali nemici separatamente: dapprima Cremona (estate 1157), poi Pavia (inverno 1157-1158) e infine ancora Laus (primavera 1158)[32]. In particolare, la rappresaglia contro i laudensi fu oltremodo severa: le tasse furono notevolmente inasprite, alcuni beni furono confiscati e fu istituito il divieto di allontanarsi dal borgo nonché di vendere le terre possedute da meno di sessant'anni, affinché nessuno cercasse di sottrarsi al controllo di Milano; inoltre a tutti i cittadini maschi fu imposto di rinnegare la fedeltà all'imperatore e di giurare completa obbedienza alle autorità ambrosiane, pena il definitivo annientamento della comunità[32]. I tentativi di mediazione del vescovo Lanfranco e di papa Adriano IV non furono ascoltati: di fronte al diniego dei lodigiani, il 23 aprile 1158 le milizie milanesi raggiunsero Laus, vi entrarono e la saccheggiarono, sotto gli occhi degli abitanti che non opposero alcuna resistenza; nell'arco di tre giorni le coltivazioni furono devastate, gli alberi vennero abbattuti e la città fu interamente rasa al suolo[33]. I profughi si diressero soprattutto verso Pizzighettone e Cremona, dove trovarono accoglienza[34].

La fondazione di Lodi NuovaModifica

Federico Barbarossa si ripresentò in Italia l'8 giugno 1158: accampatosi presso Melegnano, ricevette una processione di esuli lodigiani che chiedevano giustizia[34]. Nell'ottica di ridimensionare la supremazia di Milano, da lui giudicata pericolosa, il sovrano promosse in prima persona la ricostruzione della città, che egli stesso rifondò il successivo 3 agosto in una posizione più appropriata dal punto di vista strategico: il sito prescelto non fu infatti quello delle rovine di Laus Pompeia, bensì il monte Guzzone (o colle Eghezzone), una modesta altura di forma trapezoidale ubicata sulla riva destra dell'Adda, non lontana dal punto in cui già sorgevano un ponte detto «del Fanzago» e uno dei porti fluviali gestiti dai laudensi[34][35].

Il Duomo è il monumento più antico di Lodi: la sua costruzione fu infatti simbolicamente intrapresa il 3 agosto 1158, nel giorno stesso della fondazione della città
L'Adda presso Lodi

Il cronista Ottone Morena descrive in questi termini la fondazione del nuovo insediamento[5]:

«Il giorno di domenica 3 agosto 1158 il santissimo imperatore Federico salì a cavallo, accompagnato da parecchi suoi principi e da cavalieri e fanti lodigiani, e tutti insieme si diressero al monte Guzzone. Quando furono giunti sul monte e l'ebbero percorso da ogni parte, [...] in un batter di ciglio iniziò a piovere copiosamente, segno questo ritenuto da tutti un buon presagio. Quando smise di piovere, l'imperatore investì con un vessillo la terra sulla quale fu edificata la nuova città di Lodi. [...] I confini furono stabiliti, partendo dal lato detto di San Vincenzo; dall'Adda fino al fossato di Porta Imperiale, poi dalla palude che supera il predetto fossato fino a un'altra palude che si estende verso la Selvagreca, fino all'Adda verso oriente. Terminata questa funzione, l’imperatore e i lodigiani ritornarono al campo con grande gioia e pari letizia.»

Tre mesi più tardi – in occasione della seconda dieta di Roncaglia – il sovrano promulgò la Constitutio de regalibus, con la quale formalizzò le prerogative dell'autorità regia[36]. Contestualmente il Barbarossa accordò ai laudensi eccezionali privilegi, fra cui la facoltà di costruire ponti su tutti i corsi d'acqua del territorio e di navigare per l'intera Lombardia con piena esenzione delle tasse; malgrado tali benefici, il borgo si sviluppò lentamente e con difficoltà[36][37]. Dopo aver fatto erigere un sistema di fortificazioni intorno al centro abitato, il monarca stabilì a Lodi il proprio quartier generale, da dove condusse un'ampia offensiva militare contro i comuni più refrattari a piegarsi al suo dominio: l'assedio di Crema del 1159-1160 e l'assedio di Milano del 1161-1162 si conclusero entrambi con la vittoria delle truppe di Federico, che infine devastarono la città ambrosiana con la partecipazione di soldati lodigiani, cremonesi, pavesi, comaschi, sepriesi e novaresi[38].

Il Barbarossa si fermò di nuovo a Lodi nel novembre del 1163: in tale circostanza si svolse l'inaugurazione della cripta del Duomo, dove furono trasferite le reliquie del primo vescovo Bassiano, provenienti dalla basilica dei XII Apostoli[39]. Durante la cerimonia, l'imperatore e la moglie Beatrice di Borgogna offrirono 35 libbre d'oro per i lavori di completamento della nuova chiesa cattedrale[40], la cui prima pietra era stata simbolicamente posata nel giorno stesso della fondazione della città[41][42].

Quando il sovrano rientrò in Germania, i suoi funzionari si resero responsabili di continue violenze e prevaricazioni in tutta l'Italia settentrionale, alimentando un crescente malcontento nei confronti dell'autorità imperiale; allo scopo di porre fine a tali soprusi e di tutelare i propri interessi, promuovendo al contempo la riedificazione di Milano, nel 1167 alcuni comuni costituirono la Lega Lombarda, un'alleanza politico-militare a cui i lodigiani – per gratitudine verso il loro fondatore – si rifiutarono di aderire[43]. La città fu quindi cinta d'assedio dall'esercito della coalizione e costretta ad affiliarsi con la forza, «fatta salva la fedeltà all'imperatore»; fra le condizioni di resa, figurava l'impegno della Lega a costruire a proprie spese una nuova cerchia di mura spesse due braccia e alte dodici, vale a dire circa un metro per sei[43]. Federico reagì mettendo al bando tutti i comuni ribelli con l'unica eccezione di Lodi, cui al contrario furono rinnovate le agevolazioni in ambito commerciale e tributario[43]. Nel frattempo l'assenza del Barbarossa dall'Italia si protrasse per quasi sette anni, durante i quali la confederazione si allargò e si consolidò ulteriormente: nel 1173 gli stessi laudensi organizzarono e ospitarono un congresso a cui intervennero i delegati delle trentasei città alleate[43].

Il 29 maggio 1176 cinquanta fanti lodigiani presero parte alla decisiva battaglia di Legnano, dalla quale l'armata imperiale – indebolita dalla defezione di alcuni principi tedeschi – uscì pesantemente sconfitta; di conseguenza, come sancito dalla pace di Costanza, il monarca dovette concedere ai comuni un'autonomia pressoché totale, rinunciando definitivamente al proposito di assoggettare l'Italia del nord[44]. Senza più la protezione del Barbarossa, Lodi fu chiamata a far fronte ad altri contrasti con Milano, che si esacerbarono quando il nuovo sovrano Enrico VI confermò ai laudensi l'esercizio delle prerogative di cui godevano da tempo[45]. Lo scontro militare fra le due città riprese nel 1193 e si concluse cinque anni più tardi con la stipula di un patto di amicizia: Lodi cedette ai milanesi i diritti sulle acque del Lambro, ottenendo in cambio il riconoscimento della giurisdizione sul proprio territorio e l'esclusiva dei commerci sull'Adda[45].

Frattanto la forma di governo del comune aveva subìto una parziale evoluzione: il centro abitato era stato suddiviso in sei rioni denominati «vicinanze», ciascuno dei quali eleggeva due dei dodici consoli che amministravano la città; questi erano coadiuvati da una giunta detta «credenza» e da un consiglio composto dai rappresentanti dei «paratici», ossia le corporazioni delle arti e mestieri[46]. A causa delle rivendicazioni della nascente borghesia artigiana, la vita politica di Lodi divenne sempre più animata, a tal punto che iniziarono a formarsi due schieramenti contrapposti: la fazione dei nobili e dei proprietari terrieri – di tendenza ghibellina – era capeggiata dalla famiglia degli Overgnaghi, mentre il partito dei ceti emergenti – affine alle posizioni dei guelfi – era guidato dai Fissiraga e dai Sommariva[46]. Al fine di tutelare le istituzioni municipali, il collegio dei consoli fu sostituito dalla figura del podestà, un magistrato estraneo alle controversie locali in quanto forestiero[47]: il primo a ricoprire tale carica fu il bresciano Giovanni Calepino, mentre il suo successore Petrocco Marcellino – nativo di Milano – fu colui che promulgò gli statuti del comune[48].

L'età delle signorie e l'epoca rinascimentaleModifica

Il periodo signorileModifica

 
Probabile estensione media del lago Gerundo prima dell'apertura del canale della Muzza

Nel XIII secolo Lodi seguitò a crescere: intorno al 1220 fu intrapresa la costruzione del canale della Muzza, portata a termine circa un decennio più tardi, a cui parteciparono possidenti laudensi e capitali milanesi; questa nuova opera idraulica contribuì in misura determinante alla floridezza dell'agricoltura[45]. Sino all'epoca medievale, infatti, la città era lambita dal lago Gerundo[49]: il territorio era in gran parte paludoso e insalubre, ma grazie al lavoro dei monaci benedettini, cistercensi e cluniacensi – avviato nell'XI secolo e coronato dall'apertura della Muzza[26] – fu bonificato e reso una delle regioni più fertili d'Europa[50].

Nel frattempo la tregua fra i comuni italiani e l'imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, diventava viepiù precaria; il 27 novembre 1237 si arrivò allo scontro armato presso Cortenuova, con esito infausto per la Lega Lombarda[51]. Anche Lodi si arrese e il sovrano vi fece solenne ingresso il 12 dicembre, decidendo di trasformare il borgo in una roccaforte ghibellina: dopo aver ordinato l'allontanamento dei guelfi dal centro abitato, il monarca dispose il consolidamento delle mura e l'edificazione di un castello a fianco di Porta Cremona, sopra la zona della Selvagreca, dove egli stesso si stabilì per brevi periodi[51]. Ai laudensi fu inoltre concesso per la prima volta il diritto di zecca: alcuni «grossi» d'argento e rame coniati sotto il regno di Federico II sono conservati nel Museo civico[52]. Nel 1243, sdegnato per la messa al rogo di un frate francescano, papa Gregorio IX inflisse l'interdetto alla città e soppresse la diocesi, colpendo così gli interessi di uno dei comuni più legati all'imperatore[53]; i lodigiani riacquistarono la sede vescovile soltanto nove anni più tardi, dopo la morte del sovrano e il conseguente declino dei ghibellini[51].

Nel 1251 l'incarico di podestà fu affidato per un decennio a Sozzo Vistarini, uno degli esponenti più autorevoli e facoltosi della nobiltà laudense, il quale aveva abbandonato la fazione degli Overgnaghi mettendosi al comando dei guelfi[51]. Il conferimento di un potere così vasto a un'unica persona è il chiaro segno di un mutamento dell'ordinamento politico, con l'inizio dell'età delle signorie cittadine: formalmente continuarono a eleggersi gli organi municipali, ma nella pratica – come in quell'epoca avveniva nella maggior parte dei comuni dell'Italia centro-settentrionale – il governo era tenuto da una singola famiglia, rappresentata dal proprio capo carismatico[51]. Ai Vistarini succedettero i Della Torre di Milano con Martino, Filippo e quindi Napo; negli anni seguenti si verificarono alcuni tumulti fra i vari schieramenti che aspiravano al controllo di Lodi, finché nel 1292 prevalse ancora il partito guelfo, presieduto dal podestà Antonio Fissiraga[54].

Verso la fine del Duecento, la città conobbe una considerevole espansione urbanistica, con il rifacimento della cerchia muraria e l'avvio della costruzione di alcuni nuovi edifici, tra cui il nucleo centrale di palazzo Broletto e la chiesa di San Francesco[55]; quest'ultima, in particolare, si distingue per le due bifore «a cielo aperto» della facciata, le quali costituiscono il primo esempio di una soluzione architettonica che fra XIV e XV secolo si diffuse in tutta l'Italia del nord[56]. Attorno al 1300 si propagò la leggenda popolare del drago Tarantasio: secondo il folclore locale, la creatura avrebbe infestato le acque paludose del lago Gerundo e, con i suoi miasmi mortiferi, avrebbe innescato le frequenti epidemie di malaria che interessavano il territorio[49]. Nel 1301 ebbe inizio un conflitto contro il ghibellino Matteo I Visconti, signore di Milano: dopo aver stretto alleanza con i governanti di Pavia e di Piacenza, Antonio Fissiraga radunò le forze antiviscontee nella primavera dell'anno successivo e mosse verso la città ambrosiana, dove lo scoppio di una rivolta costrinse il nobile milanese ad arrendersi senza combattere e a cedere la supremazia ai Della Torre[54].

Palazzo Vistarini, residenza fortificata dell'omonima famiglia nobile di Lodi, che fu protagonista della vita pubblica della città fra XIII e XVI secolo
Il Castello Visconteo con i resti delle mura

La situazione cambiò in modo drastico nel 1311, a causa della discesa in Italia dell'imperatore Enrico VII di Lussemburgo: il sovrano occupò militarmente il borgo fondato dal Barbarossa, permettendo il ritorno delle famiglie rivali dei Fissiraga[54]. Il capo della fazione ghibellina era Bassiano Vistarini, il quale si fece proclamare signore di Lodi nel 1321, con l'appoggio dei Visconti; a lui succedettero i figli Giacomo e Sozzino, che governarono sino al novembre del 1328, allorché divampò una sollevazione popolare: il notaio guelfo Pietro Temacoldo, un ex mugnaio originario di Castiglione d'Adda, si mise alla guida della sommossa e conquistò il potere, consegnando le chiavi della città a papa Giovanni XXII[54][57]. Il 31 agosto 1335 – dopo aver subìto un lungo assedio – Lodi cadde sotto i colpi di Azzone Visconti, perdendo la propria indipendenza e diventando uno dei centri più popolosi del Ducato di Milano[48]. In questo periodo fu momentaneamente ristabilita la concordia fra le famiglie laudensi in lotta e furono iniziati i lavori per l'edificazione del castello di Porta Regale, ultimato nel 1373; frattanto la crisi del XIV secolo determinò una protratta fase di decadenza economica e demografica[48].

Con la morte di Gian Galeazzo Visconti, avvenuta il 3 settembre 1402, la città fu assegnata a Giovanni Maria, erede al titolo ducale. La debolezza di quest'ultimo causò la disgregazione dello Stato: a Lodi, Luigi Vistarini si proclamò rettore della città, ma i Fissiraga reagirono provocando tumulti. Fu acclamato signore Antonio II Fissiraga; la sua politica a favore dei Visconti però generò il malcontento e presto fu costretto ad asserragliarsi dentro il suo palazzo. A questo punto Giovanni Vignati, discendente da nobile famiglia guelfa del contado, con un piccolo esercito prese il castello entro il quale si era rifugiato Antonio Fissiraga e dove probabilmente fu ucciso. Nominato signore il 23 novembre 1403, Giovanni Vignati condusse una politica di stacco netto dai Visconti. Radunò tutte le forze ostili ai Visconti e organizzò un'azione contro Milano nel 1404, che però, dopo una serie di attacchi e contrattacchi, si risolse in un nulla di fatto.

Il 7 novembre 1406, Giovanni Vignati ricevette l'ambito titolo di patrizio veneto; la Repubblica di Venezia, infatti, vedeva di buon occhio le piccole signorie nate dalla debolezza dei Visconti. Altri scontri nel 1409 e 1410 permisero al Vignati di conquistare Melegnano e Piacenza. Il 16 settembre 1412 il nuovo duca Filippo Maria firmò un accordo nel quale riconosceva Giovanni come signore di Lodi e di Piacenza, ma lo obbligava all'assistenza politica e militare. Questo patto si rivelò l'inizio del declino di Giovanni Vignati.

Il 9 dicembre 1413[58], dal Duomo di Lodi, l'imperatore Sigismondo del Lussemburgo e l'antipapa Giovanni XXIII convocarono il Concilio di Costanza, che avrebbe poi risolto lo Scisma d'Occidente. La città fu sede di ambascerie da ogni parte d'Italia e Giovanni Vignati fu insignito del titolo ereditario di conte di Lodi.

Nell'agosto 1415 il duca di Milano catturò Giacomo, uno dei figli del Vignati. Questi venne a patti, e dovette dichiararsi vassallo del duca, prestando giuramento di fedeltà. Recatosi a Milano per ottenere la liberazione del figlio prevista dai patti, fu arrestato a sorpresa con l'accusa di tradimento. Intanto Francesco Bussone, detto il Carmagnola, occupava Lodi (20 agosto) e uccideva Ludovico, l'altro figlio del Vignati. Dopo aver ucciso anche Giovanni, i due cadaveri furono trascinati per le strade di Milano ed esposti per tre mesi nel rione Vigentino. D'ora in poi la storia di Lodi si identificherà completamente con quella del Ducato di Milano.

La pace di Lodi e il RinascimentoModifica

Nel 1419 divenne vescovo di Lodi Gerardo Landriani, grande cultore degli studi letterari e in rapporto con i più noti umanisti del tempo. Nello stesso periodo operò Maffeo Vegio, considerato uno dei migliori poeti in latino del XV secolo.

Dopo la morte di Filippo Maria Visconti, il Ducato di Milano cadde nel caos: venne istituita la Repubblica Ambrosiana e a Lodi i cittadini proclamarono la loro appartenenza alla Repubblica di Venezia, che ratificò l'adesione il 12 ottobre 1447. Tuttavia la situazione cambiò rapidamente quando Francesco Sforza assunse il comando delle truppe della Repubblica Ambrosiana: dopo la sconfitta di Caravaggio, Venezia cedette Lodi a Milano, evitandole almeno il saccheggio; la città fu comunque assediata e devastata dai soldati del Piccinino. Seguirono una serie di rivolte, conflitti e devastazioni, dopo le quali l'11 settembre 1449 si giunse alla proclamazione di Francesco Sforza a signore di Lodi e duca di Milano. A causa della sua posizione di confine, il territorio lodigiano fu più volte percorso dagli eserciti milanesi e veneti, in guerra fra loro, ma già l'anno seguente iniziarono le trattative di pace che prevedevano che il confine veneto fosse stabilito poco oltre l'Adda. Il 9 aprile 1454, gli Stati regionali italiani firmarono la pace di Lodi, che assicurò quarant'anni di stabilità politica.

La pace di Lodi, firmata il 9 aprile 1454 a palazzo Broletto, fu uno degli eventi più significativi della storia italiana del Quattrocento. Essa pose fine al lungo conflitto tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia che durava dai primi anni del secolo, sancendo l'inizio di un'alleanza tra Francesco Sforza e la Serenissima.

L'importanza storica del trattato, che fu ratificato dai principali Stati regionali, consiste nell'aver garantito all'Italia un assetto territoriale stabile e quarant'anni di pace, favorendo di conseguenza la rifioritura artistica e letteraria del Rinascimento.

Questo periodo, segnato dal lungo vescovato di Carlo Pallavicino (1456-1497), è ricordato come uno dei più felici della storia lodigiana dal punto di vista artistico e culturale; in questi decenni opererarono il già citato Maffeo Vegio oltre che Franchino Gaffurio e Giovanni Battagio, e videro la luce opere come l'Ospedale Maggiore, il Tempio Civico dell'Incoronata, palazzo Mozzanica e il Tesoro di San Bassiano. Inoltre il duca Francesco Sforza fece ricostruire il ponte sull'Adda con due fortificazioni ai capi, ed inoltre consolidò il sistema difensivo con la sistemazione del Rivellino ottagonale e la fortificazione della Rocchetta. Negli anni settanta inizia la ristrutturazione del Duomo con la costruzione della sagrestia e delle vetrate; nel 1487 si verificarono i prodigi che daranno il via alla fabbrica dell'Incoronata, commissionata a Giovanni Battagio nell'anno seguente.

 
L'interno del Tempio dell'Incoronata, capolavoro dell'arte rinascimentale

Questo periodo di pace cessò nel 1494, anno in cui il re Carlo VIII di Francia scese in Italia. Da questo momento, per almeno un ventennio si susseguirono una serie di passaggi di eserciti, con il loro seguito di scorrerie e di saccheggi che devastarono il territorio lodigiano. All'interno della guerra fra Francia e Spagna è da collocare l'episodio della Disfida di Barletta (13 febbraio 1503), alla quale partecipò Fanfulla da Lodi, capitano di ventura al servizio degli spagnoli. Nel 1508, nel nord infuriava la guerra della Lega di Cambrai; la città fu occupata più volte: inizialmente dai francesi (giugno 1509), poi dagli svizzeri (settembre 1512) e quindi dai veneti (settembre 1515) che però l'abbandonarono quasi immediatamente. La pace di Noyon del 1516 assegnò il ducato di Milano ai francesi.

Dopo pochi anni però, il nuovo imperatore Carlo V, entrato in conflitto con Francesco I, inviò un corpo di mercenari svizzeri ad occupare il ducato; questi entrarono in Lodi, saccheggiandola nel maggio 1522. Da allora la città divenne il quartier generale del comandante supremo spagnolo Ferrante d'Avalos; proprio a Lodi si riunirono le truppe imperiali che il 24 febbraio 1525 catturarono Francesco I in battaglia. Nonostante un tentato colpo di mano ad opera di Lodovico Vistarini avvenuto il 24 giugno 1526, Lodi rimase in mano all'imperatore.

In base alle clausole della pace di Cambrai (1529), il Ducato di Milano rimase nelle mani di Francesco II Sforza; alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel novembre 1535, Carlo V e Francesco I entrarono di nuovo in guerra per il possesso del ducato. Ebbero la meglio gli spagnoli e nel 1540 fu nominato duca di Milano l'infante Filippo II. Il 20 agosto 1541, l'imperatore Carlo V visitò Lodi per la seconda volta, dove ricevette un'accoglienza grandiosa e fu ospitato in casa Vistarini.

Le dominazioni straniereModifica

Il periodo spagnoloModifica

Lodi non fu toccata dalle successive guerre fra Spagna e Francia, e questo periodo di stabilità permise la costruzione del campanile del Duomo, iniziato nel 1539 su progetto di Callisto Piazza e terminato nel 1555. In questi anni fu particolarmente attiva l'Inquisizione, con una serie di punizioni esemplari in piazza della Vittoria. La pace di Cateau-Cambrésis (1559), sancì una volta per tutte l'inizio della dominazione spagnola sul territorio.

Nella seconda metà del secolo, Lodi si arricchì di edifici insigni, come la chiesa di San Cristoforo, opera di Pellegrino Tibaldi e il chiostro di San Vincenzo. Nella Cattedrale furono inoltre realizzati degli affreschi, andati perduti, da Antonio Campi. Furono infine attuate una serie di riforme religiose, in attuazione delle disposizioni del concilio tridentino, soprattutto sotto l'egida dell'arcivescovo Carlo Borromeo; nel 1571 fu istituito il Seminario.

Nelle corso del XVII secolo Lodi non fu toccata dalle guerre, ma nonostante questo le autorità spagnole si preoccuparono di potenziare le fortificazioni, trasformando la città in una vera e propria fortezza; i lavori per il rifacimento della vetusta cinta muraria iniziarono nel 1635. Questo clima di tensione, oltre che la continua richiesta di tasse produssero una depressione economica, accentuata dalla famosa peste del 1630, portata in città dal passaggio dei Lanzichenecchi. Il Lazzaretto fu allestito fuori Porta Cremonese. Alla fine dell'epidemia, il numero dei decessi non è chiaro: le vittime variano da 127 a 500, su una popolazione totale di circa 10.200 persone; a Lodi dunque, la peste avrebbe avuto conseguenze meno disastrose che da altre parti.

L'economia in questa epoca è tipicamente agricola e i prodotti principali sono costituiti dal latte, i formaggi e le carni; si produceva inoltre il lino e la ceramica. Dal punto di vista artistico fu rifinito il campanile del Duomo e costruito il portico di piazza Mercato; la facciata del municipio fu sistemata, con l'aggiunta delle iscrizioni dedicate a Pompeo Strabone e al Barbarossa. Nel 1679 vide la luce il primo teatro, con due ordini di palchi e il loggione, anche se rimase riservato ai nobili. La vita culturale si svolge nelle accademie, che hanno visto operare un poeta come Francesco De Lemene e il padre della storiografia lodigiana, Defendente Lodi. Nel 1622 la Congregazione dell'Oratorio, detta dei Filippini, pose le basi per la raccolta che formerà la futura biblioteca civica.

Questo secolo fu segnato da una serie di festeggiamenti molto sontuosi, che paiono fare a pugni con il periodo di ristrettezza economica; in particolare si ricordano i festeggiamenti per il passaggio dell'arciduchessa Margherita d'Austria nel 1598 che andava a sposarsi con Filippo III; quelli per la nascita di un principe (il 4 maggio 1605 fu inscenata la presa di un castello di legno, costruito apposta in piazza maggiore); la festa per l'elezione di Ferdinando III a Re dei Romani; le feste per i passaggi dell'arciduchessa Maria Anna d'Austria (1649) e della duchessa di Savoia (1651), ed infine per le nozze del re si organizzò una grande festa in maschera, cui partecipò anche il governatore spagnolo.

Il periodo austriacoModifica

 
Lo scudo dello stemma di Lodi – sormontato dall'aquila bicipite, simbolo dell'Impero austriaco – dipinto all'ingresso dell'ex convento di San Paolo

La guerra di successione spagnola determinò il passaggio alla dominazione austriaca, sancita in particolare dai trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Nel 1721 fu smantellato il corpo di guardia di legno usato dagli spagnoli in piazza Maggiore, e nel 1724, a capo del ponte, fu collocata una statua di San Giovanni Nepomuceno, un santo "guardaponti", molto caro ai soldati tedeschi.

Nella prima metà del XVIII secolo, il regime austriaco non fu molto apprezzato dalla popolazione[59], ma soprattutto con il governo di Maria Teresa d'Austria (1740-1780), arrivarono le riforme che segnarono l'avvio della ripresa economica, specie grazie alla moltiplicazione e alla riorganizzazione razionale dei terreni coltivabili nel circondario; fu inoltre introdotta la coltivazione del riso. Altre riforme riguardarono la polizia cimiteriale (furono vietate le sepolture nelle chiese e sui sagrati) l'organizzazione delle amministrazioni locali, con l'abolizione dei feudi da parte di Giuseppe II che istituì otto province (16 novembre 1786) governate da funzionari statali, tra cui quella di Lodi, che andava a sostituire l'antico Contado, comprendendo anche la Gera d'Adda.

 
Pianta della città di Lodi nel 1753

Nel corso del secolo ci fu un forte sviluppo edilizio che trasformò il volto della città nel segno dell'architettura tardo-barocca: sorsero le nuove chiese di Santa Maria del Sole (1715), Santa Maria Maddalena (1743), San Filippo Neri (1750) e la cappella di Santa Chiara Nuova; furono inoltre ristrutturati l'interno del Duomo e i conventi di Santa Chiara Vecchia e delle benedettine. Per quanto riguarda l'edilizia privata, sorsero il palazzo Barni, palazzo Modignani e il palazzo vescovile. Nel 1778 fu rifatta la loggia del palazzo comunale, fu ampliato l'Ospedale Maggiore e fu costruito un nuovo teatro, dopo l'incendio del precedente. Dal 1784 iniziò lo smantellamento della cerchia bastionata, con la costruzione di nuove porte monumentali in stile neoclassico (Porta d'Adda, Porta Cremona, Porta Milano).

Il Secolo dei Lumi si fece sentire anche a Lodi: i Barnabiti seguivano lo sviluppo del sapere nelle scuole superiori di San Giovanni alle Vigne, e nel 1776 si aprirono i primi corsi elementari pubblici. Nel 1784 saliva in cielo la prima mongolfiera e l'8 novembre 1792 fu aperta al pubblico la ricca biblioteca dei Filippini. Intanto si stava formando la prima raccolta di lapidi romane che avrebbe formato la sezione archeologica del Museo Civico.

Il ventennio napoleonicoModifica

Nel 1792 l'impero austriaco entrò di nuovo in guerra con la Francia. Nel 1796 il Direttorio decide di portare la guerra in Italia, per alleggerire lo sforzo sul fronte tedesco. Nel marzo, il giovane Napoleone Bonaparte assume il comando dell'armata d'Italia; dopo aver sconfitto in sole tre settimane il re di Sardegna, prosegue la sua marcia a sud del Po, attraversandolo presso Piacenza il 7 maggio.

La battaglia del ponte di Lodi del 10 maggio 1796 fu il primo scontro decisivo della campagna d'Italia.

Quando l'armata napoleonica – proveniente da Casalpusterlengo – raggiunse Lodi, il grosso dell'esercito austriaco (comandato dal generale Beaulieu) era già arroccato nelle fortificazioni situate sulla riva sinistra dell'Adda, protetto da 10.000 uomini a guardia del ponte. Dopo un duello di artiglierie, Napoleone inviò un contingente alla ricerca di un guado; la manovra di aggiramento riuscì e fu determinante per la vittoria dei francesi.

La battaglia rappresentò il primo grande successo di Napoleone: l'importanza di tale evento giustifica la presenza in molte città, francesi e non solo, di strade e piazze dedicate al ponte di Lodi (per esempio nel VI arrondissement di Parigi, si trova la "Rue du Pont de Lodi").

Colti alla sprovvista, gli austriaci, guidati dal generale Beaulieu, ripiegarono su Lodi, attestandosi al di là dell'Adda. Il 10 maggio 1796, le avanguardie francesi entrarono in città scontrandosi coi nemici nella famosa battaglia del ponte di Lodi. La chiese di San Rocco, San Cristoforo e San Domenico furono trasformate in ospedali e tutta la città subì danni notevoli. Il 12 maggio, Cristoforo Saliceti, commissario del Direttorio, sequestrò il Tesoro di San Bassiano.

Questa vittoria fu comunque importantissima per la carriera di Napoleone che il 15 maggio entrò trionfante in Milano.

Già dal 1789 era presente a Lodi un club giacobino segreto, che si riuniva presso l'Osteria del Gallo per iniziativa di Andrea Terzi. Con l'arrivo dei francesi, ci furono grandi festeggiamenti, ovunque si piantarono alberi della libertà (persino nel Seminario) e spuntarono coccarde bianche, rosse e blu.

Il 9 luglio 1797 viene proclamata la Repubblica Cisalpina, ed inizia la distruzione degli stemmi gentilizi e la soppressione degli enti religiosi di Sant'Agnese, San Cristoforo, San Domenico e Sant'Antonio. Dopo una brevissima parentesi in cui gli austro-russi occuparono Lodi (28 aprile 1799), il 9 novembre, divenuto console con un colpo di stato, Napoleone rioccupa la Lombardia, rientrando a Lodi nel giugno 1800. Il Dipartimento dell'Adda viene inglobato con quello dell'Alto Po, con capoluogo a Cremona; Lodi rimane capoluogo di un distretto, suddiviso a sua volta in sei cantoni. Il 13 maggio 1809 fu collocato nella piazza Maggiore un monumento a ricordo della battaglia del ponte.

 
L'emblema del ducato di Lodi

Dopo l'incoronazione di Napoleone ad imperatore dei francesi, l'Italia divenne un regno (19 marzo 1805), con a capo Napoleone stesso. Il conte Francesco Melzi d'Eril venne nominato duca di Lodi, mentre il vescovo Gianantonio Della Beretta ricevette il titolo di barone del regno il 28 marzo 1811.

Dal 1806 al 1816 furono aggregati alla città di Lodi i tre chiosi (Porta Cremonese, Porta d'Adda, Porta Regale), e i comuni limitrofi di Arcagna, Boffalora, Bottedo, Campolungo, Cornegliano, Montanaso, Torre de' Dardanoni e Vigadore.

Il Lombardo-VenetoModifica

Il dominio francese terminò con la disfatta di Lipsia del 1813: il 26 aprile 1814 gli austriaci tornarono a Milano e tre mesi dopo la folla fa a pezzi il monumento napoleonico in piazza Maggiore; il 7 aprile 1815, in base alle decisioni del Congresso di Vienna, si costituisce ufficialmente il Regno Lombardo-Veneto. Dopo due settimane, Lodi ottiene il titolo di Città Regia[60][61].

 
Il territorio della provincia di Lodi e Crema nell'ambito del Regno Lombardo-Veneto (1816-1859)

Il 24 gennaio 1816 vengono istituite le province del Regno; Lodi diviene capoluogo, insieme con Crema[62], della provincia di Lodi e Crema.

Durante questi anni di restaurazione Lodi si sviluppa soprattutto sotto due fronti: dal punto di vista culturale nascono tre testate giornalistiche, si apre il liceo comunale (ottobre 1821), che annovera tra i concorrenti a cattedre Giacomo Leopardi e numerose istituzioni culturali come il collegio Cosway (1830) e quello dei barnabiti (1832), il cui ritorno fu permesso dal vescovo Alessandro Maria Pagani; dal punto di vista urbanistico, nel 1819 viene introdotta l'illuminazione ad olio, nel 1835 la piazza Maggiore viene pavimentata con ciottoli ed in occasione della visita dell'imperatore Ferdinando I (17 settembre 1838) vengono smantellate le fortificazioni di porta Regale e porta Cremonese; al loro posto fu aperto un passeggio alberato, con un obelisco recante epigrafi latine.

I moti insurrezionali del 1821 e del 1831 passarono inavvertiti, negli anni 40 però la situazione cambiò; l'ambiente politicamente più attivo era il Liceo comunale dove, soprattutto tra il corpo docente, c'è un gruppo fortemente anti-austriaco, guidato dall'abate Luigi Anelli, docente di filosofia che nutre sentimenti repubblicani, esprimendoli in una introduzione a Demostene; anche Paolo Gorini esprime le sue idee nazionali durante le lezioni di fisica[63] e nel 1847 si iscrive il bresciano Tito Speri. Si trattava comunque di piccole minoranze, tant'è che durante le cinque giornate di Milano, solo pochissimi accorsero per partecipare ai combattimenti.

Il 23 marzo 1848 tuttavia, alla notizia della vittoria milanese, scoppia un tumulto, subito sedato. Il giorno seguente le truppe di Radetzky in ritirata, passano per la città. I liberali possono così uscire allo scoperto, costituendo un governo provvisorio. Il 30 marzo arrivano i piemontesi; da Lodi partono volontari 31 giovani (tra cui un diciottenne Tiziano Zalli) guidati da Eusebio Oehl, per arruolarsi nel "Battaglione Studenti". Ne moriranno 9 in battaglia.

 
Manifesto del comitato lodigiano-cremasco che contribuì a promuovere la «Sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili"», finalizzata a sostenere l'attività di Giuseppe Garibaldi

Nell'estate le sorti della guerra volsero a favore degli austriaci del maresciallo Radetzky, che rioccupò Lodi il 3 agosto: l'abate Luigi Anelli e Cesare Vignati (che nel marzo aveva emesso un proclama a favore della libertà) furono licenziati dal liceo; il medico Francesco Rossetti, reo di cospirazione mazziniana, fu arrestato il 16 ottobre 1852. Furono anni di rappresaglie in cui si viveva un clima di "caccia all'uomo"; tuttavia, il 1º luglio 1859 il vescovo Gaetano Benaglia, disponibile alle novità e sensibile alle esigenze del nuovo ceto operaio, prese posizione a favore del regime sabaudo. All'inizio dello stesso anno, 34 volontari partirono per arruolarsi con Garibaldi, anche se furono poi dirottati nell'esercito regolare; 15 di loro moriranno in battaglia.

Dopo le sconfitte di Magenta (4 giugno 1859) e di Melegnano (8 giugno), gli austriaci lasciarono Lodi, dopo aver bruciato il ponte il 10 giugno. Il 20 settembre il re Vittorio Emanuele II visita la città, ma solo un mese dopo viene promulgato il Decreto Rattazzi, che abolisce la provincia di Lodi e Crema, smembrata fra quelle di Milano e Cremona. Lodi viene assegnata alla provincia di Milano ed è ridotta a capoluogo dell'omonimo circondario.

La pace di Zurigo (10 novembre 1859) sancì ufficialmente il passaggio della Lombardia al regno di Sardegna, tramite la Francia.

Il 5 maggio 1860 due lodigiani (Luigi Martignoni e Luigi Bay) partirono da Quarto con la spedizione dei Mille; contando quelli che si aggiunsero in seguito, in vari scaglioni, in totale furono 234 i giovani che vi parteciparono, distinguendosi soprattutto nell'attacco a Milazzo e negli scontri di Pizzo Calabro.

Rientrato a metà dicembre l'ultimo scaglione di volontari, la vita in città tornò alla normalità. Il 17 marzo 1861 il parlamento proclamò il regno d'Italia con la partecipazione del deputato del collegio di Lodi. Un anno dopo Giuseppe Garibaldi inaugurò la sezione lodigiana del tiro a segno nazionale.

Il Regno d'ItaliaModifica

 
Il ponte sull'Adda percorso da un convoglio tranviario a vapore

Alla fine del XIX secolo, Lodi era ancora racchiusa entro le antiche mura medievali. Negli anni successivi alla nascita del Regno d'Italia, la città si trasformò rapidamente, diventando un centro all'avanguardia in diversi settori[64]. Si insediarono le prime industrie[65] (tra cui il Lanificio Varesi-Lombardo nel 1868 e la Polenghi Lombardo nel 1870); inoltre, allo scopo di sostenere le attività agricole e artigianali, nel 1864 fu fondata la Banca Mutua Popolare Agricola (la prima banca popolare italiana[66]) ad opera di Tiziano Zalli[67], attivista e convinto sostenitore di Giuseppe Garibaldi. La città fu anche toccata dallo sviluppo infrastrutturale dei primi decenni postunitari: nel 1861 fu inaugurata la linea ferroviaria Milano-Piacenza, divenuta in seguito parte del grande itinerario dorsale italiano; nel 1864 fu costruito il nuovo ponte sull'Adda, in muratura.

 
Suddivisione del suburbio di Lodi prima del 1840, con i tre chiosi e i tre comuni esterni

Tuttavia dal punto di vista sociale furono anni di stasi demografica, causata dalla perdita del rango di capoluogo, ma anche dal declino dell'economia agricola. Nel 1877 vennero annessi al territorio municipale di Lodi i comuni suburbani di Chiosi Uniti con Bottedo e Chiosi d'Adda Vigadore[68]. Il termine «chiosi», di origine dialettale, indicava le terre agricole circostanti la città di Lodi[69], analogamente ai più noti Corpi Santi intorno a Milano.

Una della principali conseguenze dello sviluppo industriale della città fu la presa di coscienza da parte della classe lavoratrice: negli ultimi decenni del secolo ebbero luogo numerosi scioperi e nacquero le prime "leghe rosse" organizzate[70] che lottavano per difendere i diritti elementari dei lavoratori[71]. Nel 1868 Enrico Bignami fondò La Plebe, il primo giornale socialista italiano[71], l'unico a pubblicare gli scritti di Marx ed Engels[70]; nel 1873 la sezione socialista di Lodi era l'unica attiva in Italia ed inviò i propri delegati al VI congresso dell'Internazionale di Ginevra[72]. Due anni più tardi, La Plebe inaugurò la propria redazione milanese, che vide il debutto giornalistico di Filippo Turati[70].

 
Il teatro "Franchino Gaffurio" in viale IV Novembre

Parallelamente al movimento socialista si affermò anche il movimento sociale cattolico[73] che aveva come organo di stampa Il Lemene, poi diventato Il Cittadino. In questo periodo Lodi era particolarmente attiva dal punto di vista culturale: oltre a quelli già citati, erano presenti numerosi altri giornali, tra cui Il Corriere dell'Adda, Il Proletario, Il Fanfulla, La Zanzara, Rococò, Sorgete! e Il Rinnovamento[74]; inoltre i teatri cittadini passarono da uno a quattro e nel 1869 venne inaugurato il Museo civico[71].

Durante le operazioni belliche coloniali si distinse particolarmente il 15º Reggimento Cavalleria, ribattezzato "Cavalleggeri di Lodi" poiché era di stanza in città[71]. Le imprese del Reggimento "Lodi" vennero esaltate anche da Gabriele D'Annunzio nel quarto libro delle "Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi"[75].

Tuttavia fu vissuta molto più tragicamente la prima guerra mondiale[76], a causa della quale morirono 331 lodigiani e moltissimi altri rimasero mutilati o feriti. Durante la "grande guerra" aumentò anche la coscienza del proprio ruolo da parte delle donne, che iniziarono a sostituire i loro mariti nelle fabbriche. La poetessa lodigiana Ada Negri, figlia di un'operaia del lanificio, fu una delle maggiori sostenitrici della causa femminista con le sue liriche di protesta.

Il primo dopoguerraModifica

 
L'istituto tecnico commerciale "Agostino Bassi", costruito nel 1938, è un tipico esempio del Razionalismo italiano

Dopo il conflitto i principali partiti della scena politica lodigiana diventarono i cattolici (Riccardo Oliva fu eletto nel 1914 primo sindaco cattolico di Lodi) e i socialisti (lo scultore Ettore Archinti divenne sindaco nel 1920). Tuttavia l'incapacità di collaborare fra questi partiti, finì per favorire il ritorno dei borghesi, che nel frattempo si erano coalizzati con il nascente partito fascista. In seguito alla marcia su Roma, l'amministrazione socialista venne sciolta e l'unica alternativa al regime fu rappresentata dall'Azione cattolica.

Durante il periodo fascista, Lodi perse importanza a livello istituzionale: il sindaco venne sostituito dal podestà, e nel 1927 fu abolito il circondario (analogamente a tutti i circondari italiani). Attorno agli anni trenta si diffuse l'architettura razionalista e vennero costruiti diversi edifici e strutture pubbliche, come il palazzo delle poste, il padiglione pediatrico dell'ospedale, l'acquedotto, il sottopassaggio alla ferrovia, l'istituto fanciullezza, l'istituto tecnico e altre scuole; di contro però furono distrutti l'antico palazzo municipale, il mercato coperto, il teatro Verdi e gran parte della cerchia muraria.

Mussolini visitò la città due volte (4 ottobre 1924 e 5 ottobre 1934) ed in generale il fascismo venne subito con rassegnazione dai lodigiani.

La seconda guerra mondiale e la ResistenzaModifica

 
Il partigiano Edgardo Alboni, fondatore e comandante della 174ª Brigata Garibaldi, fu uno dei protagonisti della Resistenza lodigiana[77][78]

Il secondo conflitto mondiale coinvolse a fondo la popolazione, colpita questa volta anche dai bombardamenti che causarono numerose vittime civili. Dopo l'armistizio nacquero i primi movimenti di resistenza: il Comitato di Liberazione Nazionale si costituì nell'ottobre 1943 con una maggioranza democristiana ed un ben organizzato gruppo comunista. Erano presenti anche i socialisti e i rappresentanti di tutti i partiti laici.

Le prime agitazioni scoppiarono nel gennaio 1944 presso le Officine Adda, seguite il 9 luglio da un attentato mortale al gerarca fascista Paolo Baciocchi, commissario prefettizio di Sant'Angelo. La rappresaglia si fece sentire: il 22 agosto 1944 presso il poligono di tiro a segno vennero fucilati cinque partigiani lodigiani[79]; nello stesso luogo il 31 dicembre fu la volta di altri cinque[79]. Queste, in seguito ricordate come "martiri del poligono", non furono le uniche vittime della Resistenza lodigiana. Lo stesso ex sindaco Ettore Archinti morì il 17 novembre 1944 nel Campo di concentramento di Flossenbürg, in Germania[80].

Nel 1945 il CLN locale, guidato dal democristiano Giuseppe Arcaini[81], passa al contrattacco occupando una serie di edifici pubblici, caserme e punti strategici. Il 27 aprile i tedeschi lasciarono la città[81] e quando gli alleati giunsero da Crema e da Piacenza la trovarono totalmente libera. Nel maggio dello stesso anno si instaura un'amministrazione provvisoria con rappresentanti di tutte le forze politiche del CLN: il sindaco era il socialista Mario Agnelli, vicesindaci il comunista Edgardo Alboni e il democristiano Alfredo Brusoni.

Il numero finale dei lodigiani caduti per la libertà è di 55 uomini morti in battaglia e 12 martiri dei lager nazisti.

Lodi fra XX e XXI secoloModifica

Evoluzione della popolazione straniera[82]
Anno Popolazione
straniera
Percentuale
del totale
[83]
2001 1 230[84] 3,0%[84]
2002 1 588[85] 3,8%[86]
2003 2 315[87] 5,5%[88]
2004 2 697[89] 6,3%[90]
2005 3 007[91] 7,0%[92]
2006 3 302[93] 7,7%[94]
2007 3 984[95] 9,2%[96]
2008 4 578[97] 10,5%[98]
2009 5 131[99] 11,7%[100]
2010 5 589[101] 12,6%[102]
2011 4 925[103] 11,4%[104]
2012 5 111[105] 11,8%[106]
2013 5 848[107] 13,1%[108]
2014 6 034[109] 13,5%[110]
2015 6 082[111] 13,5%[112]
2016 6 230[113] 13,8%[114]
2017 6 269[115] 13,9%[116]

A partire dal 1955, la città conobbe un impetuoso sviluppo urbanistico che coinvolse entrambe le sponde dell'Adda[117]: vennero creati nuovi quartieri, tra cui quello delle «case Fanfani» (a ovest del centro storico) e il «villaggio Oliva» (a sud-ovest), entrambi realizzati nell'ambito del piano INA-Casa[118]. Tra gli anni settanta e i duemila, oltre al completamento di un sistema di strade tangenziali, ebbe luogo la dismissione di gran parte del patrimonio edilizio industriale, riconvertito in nuove aree residenziali[119].

Il 6 marzo 1992 fu istituita la provincia di Lodi, a seguito dello scorporo di 61 comuni dalla provincia di Milano[120][121].

Agli inizi del XXI secolo, prima della grande recessione, la città beneficiò di una considerevole crescita economica grazie al rifiorire delle attività commerciali e allo sviluppo di tecnologie per l'ambiente (in virtù della discreta frazione di rifiuti riciclati prodotti dai lodigiani[122] e della tecnologia del teleriscaldamento[123]).

Lodi confermò inoltre il proprio status di importante nodo stradale e centro industriale nei settori della cosmesi, dell'artigianato e della produzione lattiero-casearia[124]. Rappresentando il punto di riferimento di un territorio prevalentemente votato all'agricoltura e all'allevamento, Lodi fu prescelta come sede del Parco Tecnologico Padano; la struttura – inaugurata nel 2005 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi[125] – si affermò tra i centri di ricerca più qualificati a livello europeo nel campo delle biotecnologie agroalimentari[126].

Si svilupparono anche le attività legate al settore terziario; negli anni duemila, in particolare, si registrò una forte espansione dell'attività bancaria e del turismo[127]. Oltre al turismo culturale, particolarmente importante sono quello enogastronomico[128][129] e quello naturalistico, in virtù anche dell'efficiente rete di piste ciclabili che dal capoluogo si diparte in tutto il territorio[130].

Come molti altri centri dell'Italia settentrionale, Lodi è diventata una città multietnica con una presenza significativa di cittadini provenienti dall'estero[115].

NoteModifica

  1. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 15-19.
  2. ^ a b c Bassi, Storia di Lodi, pp. 15-16.
  3. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 17-26.
  4. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 17-30.
  5. ^ a b Bassi, Storia di Lodi, pp. 30-31.
  6. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 37-47.
  7. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 55-59.
  8. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 59-86.
  9. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 100-106.
  10. ^ Decreto legislativo 6 marzo 1992, n. 251, articolo 2.
  11. ^ a b Plinio, III, 124.
  12. ^ a b Bassi, Storia di Lodi, p. 15.
  13. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 20.
  14. ^ Polibio, II, 32-34.
  15. ^ a b c d Bassi, Storia di Lodi, p. 16.
  16. ^ a b c d e Bassi, Storia di Lodi, pp. 17-18.
  17. ^ a b Bassi, Storia di Lodi, p. 18.
  18. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 17.
  19. ^ a b Bassi, Storia di Lodi, p. 19.
  20. ^ Luciano di Samosata, 55, 1.
  21. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 18-19.
  22. ^ Ciseri.
  23. ^ a b c d e Bassi, Storia di Lodi, p. 23.
  24. ^ Simmaco, VII, XIII e XIV.
  25. ^ Sigonio, I, 2, p. 500.
  26. ^ a b c d e Bassi, Storia di Lodi, p. 25.
  27. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 25-26.
  28. ^ a b c d e Bassi, Storia di Lodi, p. 24.
  29. ^ a b c d e f Bassi, Storia di Lodi, p. 26.
  30. ^ Vignati, parte I, vol. 1, n. 170, p. 203.
  31. ^ a b c Bassi, Storia di Lodi, pp. 26-29.
  32. ^ a b c d e f Bassi, Storia di Lodi, p. 29.
  33. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 29-30.
  34. ^ a b c Bassi, Storia di Lodi, p. 30.
  35. ^ Bottini et al., p. 15.
  36. ^ a b Bassi, Storia di Lodi, p. 37.
  37. ^ Bottini et al., p. 16.
  38. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 37-38.
  39. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 38.
  40. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 38-41.
  41. ^ Ambreck et al., p. 142.
  42. ^ Bottini et al., p. 35.
  43. ^ a b c d Bassi, Storia di Lodi, p. 41.
  44. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 41-42.
  45. ^ a b c Bassi, Storia di Lodi, p. 42.
  46. ^ a b Bassi, Storia di Lodi, p. 43.
  47. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 43-44.
  48. ^ a b c Bassi, Storia di Lodi, p. 47.
  49. ^ a b Bassi, Storia di Lodi, p. 48.
  50. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 42-43.
  51. ^ a b c d e Bassi, Storia di Lodi, p. 44.
  52. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 49.
  53. ^ Vignati, parte II, vol. 1, n. 335, p. 335; parte II, vol. 2, nn. 342-343, pp. 345-346.
  54. ^ a b c d Bassi, Storia di Lodi, pp. 44-47.
  55. ^ Bottini et al., p. 24.
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  59. ^ Bassi et al., p. 265
  60. ^ Il titolo di "Città del Regno Lombardo-Veneto" venne riconosciuto a Lodi con la Imperial Regia Patente del 24 aprile 1815.
  61. ^ Marco Meriggi, Il Regno Lombardo-Veneto, in Storia d'Italia, Vol. 18, tomo II, UTET 1987. ISBN 88-02-04043-5.
  62. ^ Di fatto, l'unico capoluogo della provincia è Lodi, dove sono dislocati tutti gli uffici.
  63. ^ P. Monferini, Il Prof. Paolo Gorini, profilo, in Crepuscolo IV, 7, Genova 20 febbraio 1881, p. di copertina.
  64. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 101-107.
  65. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 101.
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  67. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 100.
  68. ^ Regio Decreto 18 gennaio 1877, n. 3644
  69. ^ Contado di Lodi, Regione LombardiaUniversità di Pavia, 3 gennaio 2006. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  70. ^ a b c Bassi, Storia di Lodi, p. 103.
  71. ^ a b c d Bassi, Storia di Lodi, p. 102.
  72. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 102-103.
  73. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 103-104.
  74. ^ Bassi, Storia di Lodi, pp. 104-106.
  75. ^ Gabriele D'Annunzio, Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. Libro quarto: Merope, 1912.
    «Maremma, canto i tuoi cavalli prodi./ Tra sangue e fuoco ecco un galoppo come/ un nembo. È la Cavalleria di Lodi,/ la schiera della morte. So il tuo nome,/ o buon cavalleggero Mario Sola./ Giovanni Radaelli, so il tuo nome;/ Agide Ghezzi, è il tuo. "Lodi" s'immola./ E veggo i vostri visi di ventenni/ ardere tra l'elmetto ed il sottogola,/ o dentro i crini se il caval s'impenni/ contra il mucchio. Gandolfo, Landolina,/ alla riscossa! Tuona verso Henni./ Tuona da Gargaresch alla salina/ di Mellah, su le dune e le trincere,/ sulle cubbe, su fondachi, a ruina,/ sui pozzi, su le vie carovaniere./ La casa di Giamil ha una cintura/ di fiamma. Appiè, appiè, cavalleggere!».
  76. ^ Bassi, Storia di Lodi, p. 107.
  77. ^ Festa pubblica per il comandante Nemo: Edgardo Alboni ha compiuto novant'anni, in Il Cittadino, 11 settembre 2009, p. 9.
  78. ^ Celebrato il 65º anniversario dell'eccidio al Poligono di Lodi: la testimonianza di Edgardo Alboni[collegamento interrotto], ANPI Lombardia. URL consultato il 13 gennaio 2013.
  79. ^ a b Commemorazione dei "Martiri del Poligono", Comune di Lodi, 22 agosto 2010. URL consultato il 13 ottobre 2010.
  80. ^ Ercole Ongaro, Ettore Archinti. Lettere 1905-1944, Lodi, Cooperativa Ettore Archinti, 1987.
  81. ^ a b Guido Bandera, "Quel tragico pomeriggio" del 27 aprile, in Il Giorno, 07 novembre 2009.
  82. ^ I dati ISTAT si riferiscono al 31 dicembre di ogni anno.
  83. ^ I valori sono calcolati sulla base dei dati contenuti nei bilanci demografici della popolazione residente.
  84. ^ a b Valore ricavato dai bilanci demografici del 2002; si vedano le note successive.
  85. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2002, Istituto nazionale di statistica, 2003. URL consultato il 23 novembre 2009.
  86. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2002, Istituto nazionale di statistica, 2003. URL consultato il 23 novembre 2009.
  87. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2003, Istituto nazionale di statistica, 2004. URL consultato il 23 novembre 2009.
  88. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2003, Istituto nazionale di statistica, 2004. URL consultato il 23 novembre 2009.
  89. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2004, Istituto nazionale di statistica, 2005. URL consultato il 23 novembre 2009.
  90. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2004, Istituto nazionale di statistica, 2005. URL consultato il 23 novembre 2009.
  91. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2005, Istituto nazionale di statistica, 2006. URL consultato il 23 novembre 2009.
  92. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2005, Istituto nazionale di statistica, 2006. URL consultato il 23 novembre 2009.
  93. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2006, Istituto nazionale di statistica, 2007. URL consultato il 23 novembre 2009.
  94. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2006, Istituto nazionale di statistica, 2007. URL consultato il 23 novembre 2009.
  95. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2007, Istituto nazionale di statistica, 2008. URL consultato il 23 novembre 2009.
  96. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2007, Istituto nazionale di statistica, 2008. URL consultato il 23 novembre 2009.
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  99. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2009, Istituto nazionale di statistica, 12 ottobre 2010. URL consultato il 13 ottobre 2010.
  100. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2009, Istituto nazionale di statistica, 7 giugno 2010. URL consultato il 13 ottobre 2010.
  101. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2010, Istituto nazionale di statistica, 22 settembre 2011. URL consultato il 25 ottobre 2011.
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  103. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2011, Istituto nazionale di statistica, 2012. URL consultato il 15 giugno 2015.
  104. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2011, Istituto nazionale di statistica, 2012. URL consultato il 15 giugno 2015.
  105. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2012, Istituto nazionale di statistica, 2013. URL consultato il 15 giugno 2015.
  106. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2012, Istituto nazionale di statistica, 2013. URL consultato il 15 giugno 2015.
  107. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2013, Istituto nazionale di statistica, 29 settembre 2014. URL consultato il 15 giugno 2015.
  108. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2013, Istituto nazionale di statistica, 29 settembre 2014. URL consultato il 15 giugno 2015.
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  110. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2014, Istituto nazionale di statistica, 15 giugno 2015. URL consultato il 15 giugno 2015.
  111. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2015, Istituto nazionale di statistica, 10 giugno 2016. URL consultato il 17 giugno 2016.
  112. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2015, Istituto nazionale di statistica, 10 giugno 2016. URL consultato il 17 giugno 2016.
  113. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2016, Istituto nazionale di statistica, 13 giugno 2017. URL consultato l'11 luglio 2017.
  114. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2016, Istituto nazionale di statistica, 13 giugno 2017. URL consultato l'11 luglio 2017.
  115. ^ a b Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2017, Istituto nazionale di statistica, 13 giugno 2018. URL consultato il 16 settembre 2018.
  116. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2017, Istituto nazionale di statistica, 13 giugno 2018. URL consultato il 16 settembre 2018.
  117. ^ Bottini et al., p. 25.
  118. ^ Maurizio Meriggi, p. 135.
  119. ^ Maurizio Meriggi, p. 109.
  120. ^ Decreto legislativo 6 marzo 1992, n. 251, ItalgiureWeb - Centro elaborazione dati della Corte di cassazione. URL consultato il 27 gennaio 2009 (archiviato dall'url originale il 5 settembre 2004).
  121. ^ Cenni storici della Provincia di Lodi, Provincia di Lodi. URL consultato il 27 gennaio 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2008).
  122. ^ La differenziata galoppa: grazie al "porta a porta" ora sfiora il 69%, in Il Cittadino, 1º febbraio 2017, p. 11.
  123. ^ Impianto e rete Lodi, Linea Reti e Impianti. URL consultato il 29 ottobre 2016 (archiviato il 29 ottobre 2016).
  124. ^ Dossi, voce «Lodi».
  125. ^ Il Parco Tecnologico Padano, Parco Tecnologico Padano. URL consultato il 12 gennaio 2013.
  126. ^ Caterina Belloni, Ricerca, la sfida lombarda: "Ora importiamo cervelli", in Corriere della Sera, 18 ottobre 2006, p. 13. URL consultato il 12 gennaio 2013 (archiviato dall'url originale in data pre 1/1/2016).
  127. ^ La Provincia di Lodi torna alla BIT (DOC), Provincia di Lodi, 20 febbraio 2008. URL consultato il 13 ottobre 2010.
  128. ^ Federico Gaudenzi, La Rassegna fa festa nel segno del gusto, in Il Cittadino, 5 ottobre 2017, p. 4.
  129. ^ Sito ufficiale, Rassegna gastronomica del Lodigiano. URL consultato il 5 ottobre 2017 (archiviato il 15 settembre 2017).
  130. ^ Itinerari cicloturistici, Provincia di Lodi. URL consultato il 9 ottobre 2017.

BibliografiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia su Lodi.
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Voci correlateModifica