Apri il menu principale

1leftarrow blue.svgVoce principale: Santa Teresa di Riva.

Indice

Antichità e alto MedioevoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Phoinix.

Attualmente non si hanno notizie storiche riguardanti il territorio di Santa Teresa di Riva anteriormente al IX, però appare assodato che l'area fosse sicuramente frequentata dai Siculi. Secondo alcuni studiosi, nel IX - VIII secolo prima di Cristo, mercanti-navigatori fenici stabilirono, sul litorale ove oggi sorge Santa Teresa di Riva, una piccola stazione commerciale nominata Tamàr (che nella lingua dei fenici significa palma), che, successivamente, diede origine ad un piccolo centro abitato, che, attorno al 400 a.C., ospitò una popolazione mista di indigeni Siculi e Sicelioti provenienti dalla vicina Naxos che, in quel periodo, subì la distruzione ad opera del tiranno Dionisio I di Siracusa. Furono i Sicelioti di lingua greca, scrutando la vegetazione spontanea di quelle contrade, a chiamare questo villaggio Phoinix, che significa palma. Per tutta l'epoca greca, detto centro abitato fu sotto la giurisdizione della polis di Messana o Zancle. Nel 314 a.C., Phoinix e Messana entrarono a fare parte del nuovo Regno dei Sicelioti che, sotto la corona del Re siracusano Agatocle, copriva quasi per intero la Sicilia.

Padre Giampietro Rigano (1881-1950)

È grazie alle ricerche ed agli scritti di p. Giampietro da Santa Teresa che veniamo a sapere di molte notizie inedite su Santa Teresa di Riva. Per tale motivo appare utile fornire alcune notizie biografiche su questo religioso e storico locale. Padre Giampietro, al secolo Giuseppe Rìgano, nacque a Santa Teresa di Riva il 21 marzo 1881. I genitori, Carmelo Rìgano ed Angela Irrera erano entrambi agricoltori, Giuseppe era il primo di otto figli. Condusse i primi studi a Savoca (proprio presso il convento dei Cappuccini) e il 12 maggio 1898 intraprese il noviziato nel Convento di San Marco d'Alunzio. Nel 1902 vestì l'abito Cappuccino e il 27 settembre 1903 venne ordinato sacerdote a Palermo. Tra le sue principali occupazioni si annovera la cura dei malati: fu, per tanti anni, Cappellano dell'Ospedale "Piemonte" di Messina. Nel corso della sua esistenza, dedicata all'amore del prossimo, trovò anche il tempo di dedicarsi alla ricerca di notizie storiche sulla sua terra, rivelando spiccate doti di erudito e di storico-archivista. Tra i suoi scritti si annoverano:

  • Raccolta di notizie sulla Santa Religione Cattolica e su altri avvenimenti in Santa Teresa di Riva e suoi dintorni (1936);
  • Tradizioni e credenze nella Sicilia Nord Orientale (1938);

numerose altre sue opere storiche sono ancora inedite e vengono custodite dagli eredi. Nel 1942 fu cofondatore della congregazione cittadina delle Carmelitane. Morì a Messina il 7 febbraio 1950 e riposa nel cimitero di Santa Teresa di Riva. Nel 2012, l'amministrazione comunale gli ha intitolato una via del centro storico.

La città di Phoinix è citata dallo storico Appiano di Alessandria vissuto nel II secolo d.C., il quale scrive che nell'agosto del 36 a.C. (durante le Guerre Civili) vi si accampò per una notte l'esercito di Sesto Pompeo in attesa della battaglia contro Ottaviano; Appiano riferisce che la città in questione era poco a nord del Capo Argennum (oggi Capo S. Alessio), circa 2 km, proprio dove oggi sorgono i quartieri di Bolina, Barracca, Catalmo e Cantidati. Confermano quanto narrato numerosi ritrovamenti archeologici casuali (oggi non più visibili) verificatisi negli anni passati nel quartiere Bolina e nel quartiere Catalmo, proprio nei pressi dell'omonima antica torre, sono stati portati alla luce, durante lo scavo di alcuni pozzi, monete di età traianea, piccole scalinate in pietra o mattoni, vasellame domestico, pareti di piccole abitazioni. Lo storico e letterato prof. Giuseppe Caminiti (1914-2007), sindaco di S. Teresa dal 1962 al 1966, dichiara, nel suo libro "Storia di Santa Teresa di Riva" del 1996, di aver personalmente assistito al rinvenimento di resti di abitazioni costruite con mattoni d'argilla; detti ritrovamenti si verificarono nei quartieri Bolina e Catalmo durante i lavori di scavo per realizzare le fondamenta di edifici privati.

 
Piazza Mercato durante una giornata di nebbia.

Inoltre, riferisce il frate cappuccino p. Giampietro da S. Teresa[senza fonte](al secolo Giuseppe Rigano 1881-1950) che attorno al 1865, durante i lavori per la costruzione della stazione ferroviaria di S.Teresa, ove oggi sorge il quartiere Torrevarata, fu scoperta "un'antica necropoli in stile orientale" che fu subito saccheggiata e distrutta dagli operai che la portarono casualmente alla luce. Questa necropoli constava di "numerose tombe coperte da lastroni di pietra ed al loro interno contenevano, oltre agli scheletri, monili femminili e piccolo vasellame"; questa caratteristica dimostra che questa necropoli non era "un semplice cimitero di guerra" ove i cadaveri vengono sepolti in modo frettoloso e disordinato, ma la necropoli di uno stabile e vicino centro abitato, Phoinix appunto, che sorgeva a circa 1 km di distanza. Tutte queste notizie sono riportate, dal manoscritto inedito redatto dal summenzionato frate cappuccino nel 1936.

Sulla fine di Phoinix sussistono due teorie: secondo la prima, la cittadina subì la distruzione da parte di Augusto, che volle punirla per aver dato ospitalità a Sesto Pompeo, seguendo la stessa sorte di Abacano e Morgantina. La seconda teoria opta per un disastro tellurico occorso nel 362 d.C., fonti storiche e rinvenimenti archeologici testimoniano che in quell'anno la vasta area dello Stretto di Messina fu interessata da un catastrofico terremoto-maremoto che, oltre a raderne al suolo tutti i centri abitati (in primis Messina e Reggio) cagionò una drastica diminuzione della popolazione stanziata nell'area. Pochi decenni dopo (agli inizi del V secolo) le incursioni e le scorrerie dei Vandali contro le coste orientali della Sicilia resero insicura la vita sul litorale, per cui gli abitanti di Phoinix, preferirono abbandonare il sito per dare vita a nuovi centri abitati più sicuri e difendibili poiché eretti sui monti circostanti.

Non è dato conoscere quale delle suesposte teorie corrisponda alla realtà storica, sembra però assodato che dalle ceneri di Phoinix nacquero nuovi piccoli centri urbani, situati in posizioni strategiche e difendibili. Stiamo parlando di Pentefur (oggi Savoca), Palaionchorion (oggi Casalvecchio Siculo), Limen (oggi Limina) e Pinax (oggi Antillo). Poi, con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, giunsero i Vandali, gli Ostrogoti, i Bizantini, gli Arabi e i Normanni.

 
La foce del Torrente Agrò a Santa Teresa.

Basso MedioevoModifica

Fu Re Ruggero II di Sicilia a fondare nel 1139 la Baronia di Savoca, "accozzando insieme molti villaggi" arroccati sui monti Peloritani, la Baronia di Savoca fu fino al 1812 feudo dell'Archimandrita di Messina. Fu altresì una potente città feudale che raggiunse l'apice del suo splendore tra l'inizio del XV secolo e la fine del XVIII. Il territorio prima occupato da Phoinix, ora chiamata "Marina di Savoca" era appunto sotto la giurisdizione politica e amministrativa della Terra di Savoca ed era divisa in tre grandi feudi; Camillo Camilliani, geografo e matematico fiorentino, nel 1584 la descriveva come una landa semi deserta, popolata da pochi agricoltori e pescatori, che la notte, per paura delle scorrerie dei pirati saraceni, tornavano al sicuro nella fortificata cittadina collinare di Savoca; questi pescatori, erano costretti a trascinarsi dietro le loro pesanti imbarcazioni, tale faticosa operazione avveniva attraverso il piccolo Torrente Porto Salvo ed il Vallone Buzzuratti, mediante robuste funi e carrucole di legno, le barche venivano trascinate via terra fin sotto l'abitato del quartiere San Rocco di Savoca, lì erano al sicuro da eventuali razzie.

Età modernaModifica

Già nei primissimi anni del XVI secolo si stabilì nella Marina di Savoca la famiglia savocese dei Bucalo, che ebbe in concessione gratuita dall'Archimandrita di Messina Alfonso d'Aragona un'enorme porzione di litorale compresa tra il Torrente Savoca e il Torrente Porto Salvo.

 
Il Lungomare "Paolo Borsellino"

Detta contrada, situata alla destra del Torrente Savoca, iniziò ad essere coltivata con vigneti e orti. Nel 1507 fu eretta una chiesetta dedicata al SS Crocifisso (che poi sarà dedicata alla Madonna del Carmelo), la prima in tutta la Marina di Savoca; fu attorno a detta chiesetta che sorse il primissimo nucleo urbano di quella che oggi è la cittadina di Santa Teresa di Riva. I Bucalo furono signori di questo latifondo per più di due secoli, generazione dopo generazione. Gli ultimi eredi di questa famiglia furono i sacerdoti Benedetto e Paolo Bucalo, i quali, nel 1708 lasciarono i loro averi per testamento ai Gesuiti, questi vi rimasero fino al 1767, anno in cui vennero cacciati con provvedimento del Re Ferdinando III di Sicilia, e, i loro averi vennero confiscati e venduti all'asta. Ne approfittò subito il Marchese Carrozza (originario di Milazzo) che acquistò con poco denaro questi beni confiscati e divenne proprietario di un latifondo che si estendeva, appunto, dal Torrente Savoca al Torrente Porto Salvo.

Solo verso la metà del XVIII secolo, quando la minaccia dei corsari barbareschi nel Mar Mediterraneo iniziò a venire meno, cominciarono a sorgere i primi insediamenti più consistenti e stabili sul litorale della Marina di Savoca. Vennero edificate case, qualche palazzo nobiliare, qualche chiesetta e alcuni opifici. Nel 1763, però, l'esistenza di questo piccolo centro abitato venne messa duramente a repentaglio da un violento tifone che seminò morte e distruzione per quelle contrade. Nonostante le avversità naturali, le borgate della Marina di Savoca risorsero lentamente, tanto che, verso il 1820, la Marina di Savoca era un piccolo ma fiorente centro agricolo, commerciale e artigianale, contava più di mille abitanti ed era in continua espansione grazie alla coltura della vite, del limone e del baco da seta.

Nel 1810, sulla riva sinistra della Fiumara d'Agrò, venne stabilito un campo militare dell'Esercito britannico avente il compito di impedire, nel Regno di Sicilia, possibili sbarchi e invasioni degli eserciti napoleonici che in quegli anni interessavano l'Europa. Nel 1830, una nuova alluvione del Torrente Pagliara, seminò morte e distruzione nella borgata di Furci, spazzando via il quartiere Palmolio altrimenti detto Matrh'a Razia (Madonna delle Grazie), ma ormai gli insediamenti erano stabili e, di conseguenza, questa seconda alluvione non ostacolò lo sviluppo umano ed economico della Marina di Savoca. Nel 1840, don Antonio Russo Gatto (1809-1868), ricco commerciante messinese, costruì nella Marina di Savoca un opificio dedito alla lavorazione e al commercio degli agrumi e dei derivati di questi, nello stesso periodo sorsero due pastifici e due mercanti inglesi, don Giovanni Causton e don Giacomo Smith, nel quartiere Cantidati dal 1825 gestirono una rivendita di vini destinata all'esportazione del vino locale verso il Regno di Gran Bretagna.

 
Una delle tante piazzette sul lungomare del paese.

L'autonomia da Savoca (1820-1853)Modifica

Lo sviluppo della Marina di Savoca era, però, soffocato dalla "amministrazione" savocese, gestita da una classe dirigente costituita dalla piccola nobiltà reazionaria. Il 23 luglio 1820, in occasione dei Moti Carbonari e indipendentisti, gli abitanti delle contrade rivierasche assalirono Savoca, i suoi centri del potere (municipio, carcere, giudicato e archivio) e le residenze di alcuni notabili, tra cui quella dello stesso sindaco Domenico Scarcella. La rivolta era ordita da alcuni carbonari, capeggiati da Angelo Caminiti (1781-1855) che più di tutti si distinse nella lotta per l'autonomia. Da non dimenticare il contributo diplomatico apportato, a favore dell'autonomia comunale dall'Abate Antonino Garufi (1775-1842), costui, fratellastro di Angelo Caminiti, fu figura di rilievo nell'organizzazione ecclesiastica siciliana dei primi dell'Ottocento, la sua salma imbalsamata è oggi ancora esposta nella cripta dei cappuccini di Savoca.

Il 12 gennaio 1848, la Sicilia si solleva contro il Regno delle Due Sicilie, autoproclamandosi indipendente e restaurando l'antico Parlamento siciliano, Capo di Stato provvisorio fu Ruggero Settimo. L'esperienza indipendentista siciliana durò dolo 16 mesi, durante i quali, dal 1º gennaio 1849, la Marina di Savoca, con le sue borgate di Furci, Bucalo, Porto Salvo e Barracca, venne eretta a comune autonomo col nome di "Bùcalo". La sede municipale venne posta nel rione Sparagonà, nei pressi della Torre del Baglio, primo ed unico sindaco fu don Giuseppe Caminiti di Angelo (1814-1877). Purtroppo, come dicevamo, l'indipendenza della Sicilia durò poco più di un anno; l'esercito di Ferdinando II di Borbone riprese, con violenza, il controllo dell'Isola. Fatto ciò, vennero annullati tutti gli atti normativi emanati dal governo secessionista dello Stato di Sicilia, sicché il neonato comune di Bucalo, dopo soli tre mesi di vita autonoma, venne soppresso, tornando sotto il controllo di Savoca. Infine, appare utile ricordare che il 30 marzo 1849, l'Esercito delle Due Sicilie, comandato dal generale Carlo Filangieri, principe di Satriano, dopo un bombardamento navale, per rappresaglia, mise a ferro e fuoco la Marina di Savoca, incendiando case, opifici, magazzini ed il municipio e abbattendo parzialmente la Torre del Baglio.

Il 17 marzo 1851, il Decurionato di Savoca deliberò (6 voti contro 4) di concedere, finalmente, l'autonomia comunale alle borgate rivierasche della Marina. Tra il 1852 e il 1853 vennero inoltrate al re due memorie per perorare la causa dell'autonomia comunale, la prima a firma di Giuseppe Caminiti (1814-1877), la seconda venne presentata dall'avv. Francesco Perroni Paladini. Il 1º luglio 1853 il re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone (nell'ottica di un vasto programma volto a captare la benevolenza dei Siciliani, traditi dai Borboni con la conquista del 1816 e la violenta repressione del 1849) firmò il decreto che sancì la divisione tra Savoca e la sua Marina, gli abitanti battezzarono il novello comune "Santa Teresa" in onore di Maria Teresa d'Asburgo-Teschen, consorte di Ferdinando II.

Dal 1854 a oggi - Storia del comune di Santa Teresa di RivaModifica

Il comune di Santa Teresa nasceva ufficialmente il 1º gennaio 1854, contava 2.400 abitanti, era inglobato nel Distretto di Castroreale e faceva parte del Circondario di Savoca. Il primo sindaco fu Vincenzo Gregorio dal 1854 al 1855.

Nell'estate del 1854, il colera si propagò dalla la città di Messina a quasi tutta la sua provincia, Santa Teresa non venne risparmiata, nel neonato comune, tra agosto e settembre 1854, si registrarono nove decessi cagionati da questa epidemia. Già nel febbraio 1855, Santa Teresa diventò capoluogo del Circondario di Savoca e, sostituendola, assurse a comune più importante della rivera ionica della Provincia di Messina; a Santa Teresa vennero stabilite la sede del Regio Giudicato e la prigione circondariale nella quale vennero reclusi anche dei detenuti politici in quanto "rivoluzionari antiborbonici" provenienti da tutta la Sicilia. In quegli anni, i sacerdoti don Antonino Castorina (1819-1905) e don Santi Trimarchi (1836-1899) aprirono le prime due scuole di Santa Teresa (una nel quartiere Bucalo e l'altra nel quartiere Furci), erano gratuite e si prefiggevano l'obiettivo di combattere l'imperante analfabetismo tra la popolazione.

Nel 1862, con l'Unità d'Italia, su iniziativa del Sindaco Bernardo Scarcella, fu aggiunto il suffisso "di Riva" per distinguere il centro in questione dall'omonimo centro della Sardegna; vennero istituite le caserme dei Carabinieri e della Guardia di Finanza; il paese divenne, altresì, sede di svariati uffici pubblici. Viene soppresso il Circondario di Santa Teresa e viene istituito il mandamento di Santa Teresa di Riva.

Fino al 1863, il comune di Santa Teresa di Riva dipendeva ancora da Savoca per quel che riguarda gli affari spirituali e religiosi, tuttavia nel novembre di quell'anno, su iniziativa dell'allora sindaco Giovanni Crisafi, si diede corso anche all'autonomia delle chiese site in Santa Teresa dall'Arcipretura di Savoca; in quell'occasione il novello comune rivierasco ottenne la nomina del suo primo parroco: il Sacerdote Sebastiano Scarcella. Nel luglio 1864, si svolse a Santa Teresa la prima festa in onore della Madonna del Carmelo.

Nel 1866, viene inaugurata la ferrovia Messina-Giardini Naxos, a Santa Teresa di Riva venne edificata una delle stazioni più importanti, tuttora in funzione.

L'economia locale continuò a basarsi su agricoltura, pesca e commercio, ma l'Unità d'Italia non portò i vantaggi sperati durante l'invasione dei Mille, anzi provocò, una lenta decadenza delle attività economiche da secoli radicate nel territorio e in Sicilia. A partire dal 1870, la coltura della vite, venne progressivamente sostituita da quella del limone; a tal fine, in quegli anni, sorsero numerosi opifici dediti alla commercializzazione ed alla lavorazione dei limoni locali. Nell'ultimo trentennio del XIX secolo, si assiste ad un ulteriore incremento demografico ed edilizio; si stabiliscono nel giovane comune ionico numerose famiglie, provenienti dai comuni collinari vicini, attirate dalle maggiori opportunità di lavoro; per questo motivo, è fondata nel 1876, la Società Operaia, la prima in tutta la Val d'Agrò. Nel 1879, a causa del grande aumento demografico, è costruito il primo cimitero cittadino.

Nel 1881 si raggiunse quota 3.675 abitanti, venne ampliata la cinquecentesca chiesa della Madonna del Carmelo, la quale, nel 1886, venne proclamata chiesa matrice, parrocchiale, metropolitana e arcipretale della città dall'Arcivescovo di Messina Giuseppe Guarino.

Nel 1901, Santa Teresa di Riva raggiunse quota 5.061 abitanti, assurgendo a comune più popolato della riviera ionica della Provincia di Messina, nello stesso censimento Taormina contava 4.110 abitanti e Giardini-Naxos 3.664; in quell'anno nacque la prima banda musicale cittadina. È proprio nell'ultimo cinquantennio del XIX secolo che alcune famiglie di facoltosi si trasferiscono a Santa Teresa, provenienti soprattutto da Savoca e Casalvecchio Siculo: in questi anni l'abitato si arricchisce di svariati eleganti palazzotti nobiliari, come La Villa Carrozza del 1870, la Villa Crisafulli del 1890, il Palazzo Salvo del 1850, il Palazzo Trimarchi del 1895, sito in Piazza del Carmine, il Palazzo Caminiti in Piazza Porto Salvo, solo per citarne alcuni. Nel 1903, per iniziativa del sindaco Francesco Paolo Caminiti, iniziano i lavori di costruzione della monumentale chiesa della Sacra Famiglia, a tutt'oggi ubicata nella zona centrale del paese.

Il terremoto di Messina del 1908 colpì anche Santa Teresa di Riva e causò il crollo di alcuni fabbricati, tra i quali, il campanile dell'antica chiesa della Madonna del Carmelo, ma nel paese non si registrarono morti. Fu proprio nei mesi successivi al catastrofico sisma che a Santa Teresa di Riva si trasferirono stabilmente alcune centinaia di superstiti messinesi che contribuirono a fare aumentare la popolazione residente.

Nacquero nel corso del XX secolo alcune imprese industriali, oggi tutte estinte, come la "Citrica", che distillava dai limoni l'acido citrico; l'"Atelana", che produceva lana minerale isolante, la "CAET" che si dedicava alla produzione di pali in calcestruzzo e la "STAT" autolinee. Nel 1919 la popolosa borgata di Furci si separò dal comune di Santa Teresa di Riva, dando vita al comune di Furci Siculo.

 
Santa Teresa di Riva (quartiere Bucalo) nei primissimi anni trenta

Durante il ventennio fascista Santa Teresa di Riva conobbe un ulteriore incremento edilizio e demografico. Nel 1929 venne demolita la cinquecentesca chiesa madre della Madonna del Carmelo e, sullo stesso sito, si mise mano alla costruzione di quella attuale, che fu consacrata solennemente il 9 dicembre 1934. All'inizio degli anni 1930, un'epidemia di mal secco colpì gli agrumeti santateresini, cagionando pesanti danni, ma già dal 1935, iniziò la ripresa di queste coltivazioni e la produzione tornò a toccare i picchi registrati nei tempi migliori. Negli anni che vanno dal 1929 al 1948 il Comune di Savoca venne soppresso e fu relegato a semplice frazione del comune rivierasco di Santa Teresa di Riva, medesima sorte subì pure Casalvecchio Siculo tra il 1929 ed il 1939. I villaggi di Misserio e Fautarì tuttavia non tornarono a Casalvecchio e rimasero nel territorio comunale santateresino, di cui, dal 1948, costituiscono un'exclave.

Nel corso della Seconda guerra mondiale, a Santa Teresa di Riva era distaccato un caposaldo tedesco, non mancarono gli episodi di violenza: nell'estate del 1943, nei pressi della chiesa di S.Maria di Porto Salvo, alcuni soldati tedeschi uccisero a sangue freddo un anziano cittadino che si era rifiutato di consegnare loro il suo asino. Le truppe britanniche intanto stavano completando l'invasione della Sicilia e, pur di raggiungere Messina prima degli Americani, erano pronti a radere al suolo la cittadina di Santa Teresa al fine di annientare tale caposaldo nemico. Per questo nel luglio del 1943 i santateresini abbandonarono in massa le proprie abitazioni e cercarono scampo sulle alture circostanti, sia per sfuggire alle violenze dei soldati nazisti che ai bombardamenti Alleati. Ma i tedeschi decisero ad agosto di abbandonare in fretta e furia Santa Teresa e tutta la Sicilia, fecero saltare alcuni ponti, abbatterono alcune civili abitazioni sul corso principale per sbarrare la strada agli invasori e raggiunsero frettolosamente il continente. Fu così che Santa Teresa venne risparmiata da un bombardamento a tappeto alleato, non altrettanto si può dire di Messina, Taormina, Randazzo e Barcellona Pozzo di Gotto. Gli Alleati occuparono Santa Teresa il 17 agosto 1943, trovando una città deserta. Dopo aver preso possesso dei punti nevralgici della cittadina, nominarono sindaco provvisorio il già podestà Angelo Trimarchi (1906-1983), caso più unico che raro nella Sicilia occupata di quel periodo. Subito dopo, si diressero verso Messina, la quale venne conquistata senza particolari difficoltà. Le truppe britanniche costituirono a Santa Teresa un importante caposaldo e dopo avere requisito la Chiesa della Sacra Famiglia, la trasformarono in ospedale militare. Nel dicembre 1945 un violento nubifragio causò il deragliamento di un treno che riportava a casa soldati siciliani reduci nei campi di prigionia nazisti, l'incidente avvenne nel quartiere Bolina e si contarono 18 morti e 21 feriti. Fu proprio nell'anno scolastico 1942/1943 che a Santa Teresa di Riva venne aperta una sezione del Liceo classico, fu il primo istituto superiore ad essere aperto nella riviera ionica messinese.

Nel secondo dopoguerra, nonostante la massiccia emigrazione, si assiste ad un aumento della popolazione residente, nascono in questi anni nuove borgate, la cittadina si arricchisce di vari edifici pubblici, divenendo sede di scuole medie e di un Liceo classico. Nel 1952, si demolì la vecchia chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, del 1765, al suo posto vi si costruì l'attuale grande chiesa parrocchiale, inaugurata nel febbraio 1958.

 
La foce del Torrente Agrò

Il 26 novembre 1958, Santa Teresa di Riva veniva colpita da una violenta alluvione del Torrente Savoca che, rompendo gli argini, allagò per 7 giorni il quartiere Bucalo, danneggiò il Santuario di Santa Maria del Carmelo, abbatté alcune case e cagionò la morte di un'anziana donna. Gli anni settanta, ottanta e novanta del XX secolo hanno visto la crisi della fiorente coltura del limone e la chiusura di quasi tutte le industrie, ma hanno conosciuto un sostenuto sviluppo urbanistico-edilizio che per certi versi continua tuttora. A partire dal 1970, viene costruito il lungomare cittadino, lungo circa 3,5 km.

Dal 1970, la cittadina di Santa Teresa di Riva ha gradualmente abbandonato la sua vocazione prettamente agricola per abbracciarne una commerciale e turistica; purtroppo, mentre il commercio ha registrato un notevole incremento, la stessa cosa non può dirsi del turismo; Santa Teresa di Riva, nonostante la vicinanza di Taormina, le bellezze paesaggistiche e storiche, il limpido mare e la vasta spiaggia, non è ancora diventato un centro turistico nel vero senso del termine. Proprio nel periodo di tempo compreso tra il 1970 ed il 2000, si è assistito ad un vivace (alle volte disordinato) incremento urbanistico e demografico. Sono nate nuove borgate in zone che poco prima erano aperta campagna; è aumentata la popolazione, tale aumento è dovuto allo spopolamento dei vicini centri collinari (un tempo fiorenti e popolosi) di Savoca, Casalvecchio Siculo, Antillo, Forza d'Agrò e Limina.

Dal 2002 S. Teresa di Riva è gemellata con la cittadina francese di Fuveau. Nel 2006, la cittadina è diventata il capoluogo dell'Unione dei comuni delle Valli joniche dei Peloritani.

NoteModifica


BibliografiaModifica

  • Emanuele Saitta - Salvatore Raccuglia, Santa Teresa, 1895 (Riedizione a cura di G.Cavarra e S.Coglitore, 2007)
  • Santi Muscolino, Savoca, un forziere pieno di meraviglie. Ed. Maggioli, 1968.
  • sac. Mario D'Amico, Palachorion. Ed. Giannotta. 1979.
  • Vincenzo Pugliatti, Santa Teresa di Riva fu una città Fenicia? Pubblicazione fuori commercio edita dalla Provincia di Messina 1985.
  • sac. Paolo D'Agostino, Le tre chiese di Santa Teresa di Riva, Pubblicazione fuori commercio. 1989.
  • Giuseppe Cavarra, Argennum. Ed AKRON. 1991.
  • Giuseppe Caminiti, Storia di Santa Teresa di Riva. Ed. EDAS, 1996.
  • Santo Lombardo, Relazione sulle Vicende storico-amministrative di Savoca (1818-1948). Ed. dal Comune di Savoca. 1998.
  • Santo Lombardo, La presenza ebraica nella Terra di Savoca e dintorni. Ed. dal Comune di Savoca. 2006.
  • Carmelo Ucchino, Le Valli d'Agrò, di Savoca e di Pagliara. Ed Antonello da Messina. 2008.
  • sac. Roberto Romeo, Santa Maria di Portosalvo. Storia della parrocchia omonima in Santa Teresa di Riva. Tipografia Rosario Mangano. 2014.

Altri progettiModifica

  Portale Sicilia: accedi alle voci di Wikipedia che parlano della Sicilia