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Strage di Pedescala
TipoFucilazione
Data2 maggio 1945
LuogoPedescala, Forni, Settecà
StatoItalia Italia
Responsabiliesercito tedesco
Motivazionerappresaglia
Conseguenze
Morti82

La strage di Pedescala è avvenuta tra il 30 aprile e il 2 maggio 1945 in tre frazioni del comune di Valdastico (Vicenza): a Pedescala dove sono morte 64 persone, a Forni e Settecà dove sono morte altre 19 persone. Esecutori furono reparti dell'esercito tedesco a cui erano aggregati alcuni italiani.

AntefattiModifica

La strage ebbe luogo a nord di Vicenza, nella Val d'Astico, chiusa tra gli altopiani di Asiago e di Tonezza del Cimone. La località è da sempre stata un luogo di transito per i traffici tra il Veneto e il Trentino, e di lì all'Europa settentrionale: superato il confine regionale, si può raggiungere facilmente Trento, la Val d'Adige e infine il Brennero.

La strageModifica

Il 30 aprile un'avanguardia tedesca viene fatta bersaglio di tiri di arma da fuoco da parte di alcuni partigiani appostati sui versanti della montagna, verso la strada che attraversa nel fondovalle il paese di Pedescala. Si presume che furono uccisi sei soldati tedeschi, anche se quelle morti non furono confermate, perché tuttora nell'archivio di guerra tedesco dove sono riposte tutte le missioni e le perdite di guerra, non risultano soldati tedeschi caduti a Pedescala. Dopodiché i partigiani che avevano sparato si ritirarono verso le montagne. L'avanguardia del reparto tedesco viene poco dopo raggiunta dalla colonna principale la quale, inizia a rastrellare gli abitanti maschi del paese, minacciando di ucciderne dieci per ogni soldato morto se i responsabili non si fossero presentati.

Non ricevendo alcuna risposta, lunedì 30 aprile, i tedeschi cominciano la carneficina: Pedescala è devastata (anche da incendi) e muoiono 64 persone. Tra i morti, si contano anche otto donne, il parroco del paese con l'anziano padre e un bambino di cinque anni. La violenza si estende nei due giorni seguenti alle vicine frazioni di Forni e Settecà, sembra a causa di un tentativo dei partigiani di bloccare i tedeschi nel punto più stretto della vallata. L'effetto è che vengono uccisi altri 18 civili.

Solo il 2 maggio la colonna riparte verso la Germania.

ResponsabiliModifica

Sono stati ritenuti responsabili:

ControversieModifica

L'episodio suscita ancora un certo dibattito attorno al comportamento dei gruppi partigiani che avrebbero "provocato" i Tedeschi in ritirata, ben consapevoli della loro forza e la triste propensione alla vendetta.

Non sono chiare nemmeno le posizioni del Comitato di Liberazione Nazionale. Secondo alcuni[chi?], i membri del Comitato, o comunque i vertici delle formazioni partigiane locali, avrebbero concluso un "patto di non aggressione" (firmato a Vicenza o forse a Schio) con i tedeschi in modo che la ritirata avvenisse il più ordinatamente possibile e senza provocare vittime tra le parti. Altri studiosi ritengono che gli ordini erano diversi: contrastare la ritirata con sabotaggi e altri interventi di disturbo.

Inoltre, se i più protendono per l'uccisione di sei militari tedeschi delle avanguardie come motivo scatenante, altri ne contano sette, e altri ancora solo due morti e un ferito. Vi è addirittura chi afferma che non vi fosse stato alcun morto tra i militari: l'azione sarebbe stata scatenata per vendetta da un alto ufficiale tedesco imprigionato dai partigiani e fuggito il 29 aprile.

Altro mistero è chi abbia effettivamente sparato ai tedeschi. Si è affermato che i partigiani provenissero dalle Brigate Garibaldi, altri li fanno autonomi, altri ancora li ritengono un gruppo isolato assetato di vendetta e gloria. Qualcuno riporta che i partigiani fossero riusciti a bloccare i tedeschi nella zona per tre giorni, cosa tuttavia poco credibile vista la sproporzione tra le due parti.

Uno dei pochi fatti certi è che al seguito della colonna tedesca vi fossero anche degli italiani (vari scampati alla strage hanno testimoniato, durante le indagini del 1945-46, che essi parlavano il dialetto veneto). Tra questi, vi era probabilmente il sergente Bruno Caneva, fuggito in Argentina nel 1947 e morto nell'agosto 2003.[1] Nel 1999 il Caneva venne indagato dalla Procura militare di Padova ed interrogato a Mendoza dal procuratore militare Maurizio Block ipotizzandosi a carico del Canova un suo concorso con il comando tedesco nella strage. Il caso fu tuttavia archiviato a causa della mancanza di prove che consentissero di sostenere l’accusa in giudizio.

Fattostà che per decenni il comune di Pedescala rifiutò di ricevere onorificenze.

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Luca Valente, Dieci giorni di guerra, 22 aprile-2 maggio 1945:la ritirata tedesca e l'inseguimento degli Alleati in Veneto e Trentino. Verona, Cierre Edizioni, 2006. ISBN 978-88-8314-344-1
  • Franco Giustolisi, L'armadio della vergogna. Ed. Nutrimenti, 2004. ISBN 978-88-88389-18-9
  • Paolo Paoletti, L'ultima vittoria nazista, Le stragi impunite di Pedescala e Settecà 30 aprile 1945-2 maggio 1945". Schio, Tipografia Menin, 2002.
  • Pio Rossi, Achtung banditen. Schio, Tipografia Menin, 2005.
  • Gianni Cisotto, La Resistenza vicentina. Bibliografia 1945-2004. Verona, Cierre Edizioni, 2004. ISBN 88-8314-263-2
  • Pasquale Chessa, Guerra civile. Milano, Le scie Mondadori, 2005. ISBN 978-88-04-53171-5
  • Claudio Dal Pozzo, La casa in Contrà Sega - Pedescala 30 aprile 1945. attiliofraccaroeditore - Bassano del Grappa (Vicenza) 2016. ISBN 978-88-96136-81-2
  • Sonia Residori, L'ultima valle. Verona, Cierre Edizioni, 2015. ISBN 8883148177 - ISBN 978-8883148170

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica