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Susanna (Antico Testamento)

personaggio della Bibbia

La storia di Susanna o Shoshana (שׁוֹשַׁנָּה, Ebraico Šošanna, Ebraico tiberiense Šôšannāh: Egiziano giglio) fa parte del libro di Daniele al capitolo XIII, considerato deuterocanonico da cattolici e ortodossi e apocrifo dai protestanti. Gli ebrei accettano il capitolo come racconto morale, ma non come parte del Tanakh, sebbene i primi dodici capitoli siano considerati parte degli Scritti, o Ketuvim, cioè la terza e ultima parte del Tanakh.

Il racconto biblicoModifica

Susanna, una giovane donna molto bella e pia, viene concupita da due vecchi che frequentano la casa di suo marito e riescono a introdursi nel suo giardino sorprendendola mentre fa il bagno. Costoro erano stati eletti giudici dalla comunità ebraica esule a Babilonia e, infiammati di lussuria, minacciano di accusarla di averla sorpresa con un giovane amante se non si concede a loro. Al rifiuto di Susanna l'accusano pubblicamente di adulterio. Portata davanti al tribunale viene riconosciuta colpevole e condannata a morte mediante lapidazione, ma a questo punto si fa avanti Daniele:

«[45] Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, [46] il quale si mise a gridare: «Io sono innocente del sangue di lei!». [47] Tutti si voltarono verso di lui dicendo: «Che vuoi dire con le tue parole?». [48] Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: «Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d'Israele senza indagare la verità! [49] Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei». »

Questo intervento di Daniele, che poi interroga personalmente i due calunniatori e ne fa emergere l'inganno, costituisce anche l'inizio del suo percorso pubblico di profeta. La reputazione di Susanna viene restituita all'onore e la fama di Daniele cresce fra il popolo. I due giudici infami sono talvolta identificati con quelli di cui parla Geremia (29,21-23).

Storia del testoModifica

Il testo greco ci è pervenuto in due versioni: la prima, ritenuta la più antica, è presente solo nel Codex Chisianus della Septuaginta. Negli altri codici venne sostituito con la versione di Teodozione, che è quella che appare nelle bibbie cattoliche. Il racconto fu considerato come parte della letteratura di Daniele e inserito all'inizio del Libro di Daniele nei manoscritti greci del Vecchio Testamento. Nella Vulgata latina Gerolamo lo posizionò alla fine del testo ebraico di Daniele, con la nota, appunto, che non era presente nella bibbia ebraica.

Il consenso dei primi cristiani fu per considerarlo canonico, con l'eccezione di Giulio Africano. Origene afferma, in Epistola ad Africanum, che fu "celato" (apocrifo) dagli ebrei e nel Commentarium in Mattheum, che il testo era stato recepito dalle chiese cristiane. Ne parlano, infatti, Cipriano, Tertulliano, Ireneo, Ilario e Clemente Alessandrino. Non esistono riferimenti al libro nel primo giudaismo.

Rappresentazione iconograficaModifica

Per il suo carattere edificante e il lieto fine che lo caratterizza, l'episodio della casta Susanna divenne un tema iconografico ricorrente fin dalla primissima iconografia catacombale (a significare la salvezza e la resurrezione finali dei credenti) e poi nel Medioevo. La storia venne spesso rappresentata nella pittura del XVII secolo come Susanna e i vecchioni, forse anche perché, oltre all'esempio di virtù, permetteva di mostrare un nudo femminile. Alcuni pittori evidenziarono il dramma, altri il nudo. La versione ottocentesca di Francesco Hayez (National Gallery, Londra) elimina del tutto i vecchioni. Un altro tema diffuso è quello del processo, a volte con soggetto centrale il profeta Daniele che salva Susanna.

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Controllo di autoritàVIAF (EN4119887 · LCCN (ENn92004748 · GND (DE118805304 · CERL cnp00538843 · WorldCat Identities (ENn92-004748
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