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1leftarrow blue.svgVoce principale: Sutra del Loto.

L'assemblea dei monaci descritta nel XXV capitolo del Sutra del Loto con la partecipazione dei bodhisattva e dei membri dell'aṣṭasenā in un dipinto giapponese del XIII secolo conservato al Metropolitan Museum of Art di New York.

Il XXV capitolo del Sutra del Loto, indicato nella versione cinese di Kumārajīva come Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn (觀世音菩薩普門品, T.D. 262.9.56c2, La porta universale del bodhisattva Avalokiteśvara) si avvia con la spiegazione del nome di Avalokiteśvara (lingua cinese: 觀世音, Guānshìyīn[1]), il bodhisattva della compassione:

«In seguito il bodhisattva Akṣayamati (無盡意, Wújìnyì; Mente indistruttibile) si alzò dal suo seggio, scoprì la spalla destra e giungendo le mani rivolto al Buddha disse:
"Per quale ragione, o Beato, il bodhisattva Avalokiteśvara è chiamato Avalokiteśvara?"
Il Buddha rispose a Akṣayamati:
"Uomo devoto, se l'insieme delle numerose infinite miriadi di esseri che in questo momento stanno soffrendo udisse il nome del bodhisattva Avalokiteśvara e invocasse il suo nome sarebbero liberi da ogni sofferenza"»

(Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn (觀世音菩薩普門品, T.D. 262.9.56c2)

Il Buddha prosegue la sua spiegazione esemplificando molteplici condizioni di sofferenze e pericoli nelle quali è sufficiente pronunciare il nome di Avalokiteśvara per essere salvati. Anche per liberarsi dalle passioni distruttive o per ottenere un figlio o una figlia dotati di virtù è sufficiente pronunciare con fede il nome di questo bodhisattva. E tale è la compassione di Avalokiteśvara che chi si affida a lui, chi a lui chiede soccorso, ottiene tutto quello che potrebbe ottenere da chi si affida a tutti gli altri bodhisattva messi insieme.

Avalokiteśvara assume la forma di tutti coloro a cui gli uomini si affidano o di cui hanno necessità: esso può avere la forma di un buddha, di un bodhisattva, di un pratyekabuddha, di uno śrāvaka, di Brahmā, di Śakra, di Īśvara, di Maheśvara, di un generale delle schiere celesti, di Vaiśravaṇa, di un re minore, di un uomo anziano, di un cittadino, di un ministro, di un brahmano, di uno bhikṣu, di una bhikṣuṇī, di uno upāsaka, di una upāsikā , o ancora delle mogli di tutti costoro prendendo quindi la forma di una donna. Così Avalokiteśvara può prendere la forma di un fanciullo o di una fanciulla, o ancora quello di un dio, di un nāga , di uno yakṣa, di un gandharva, di un asura, di un garuḍa, di un kiṃnara, di un mahoraga, di un essere umano, o di un essere non umano, al fine di predicare il Dharma del Buddha.

Lo scopo del bodhisattva Avalokiteśvara nell'assumere tutte queste diverse forme di esistenza è quello di salvare tutti gli esseri senzienti, per questa ragione, spiega il Buddha, occorre essergli devoti, donandogli delle offerte.

Allora il bodhisattva Akṣayamati decise di offrire una preziosissima collana al bodhisattva del Avalokiteśvara, ma quest'ultimo la rifiutò, ma poi si risolse ad accettarla solo quando Akṣayamati, e il Buddha stesso, lo invitarono a prenderla per la compassione degli esseri intervenuti all'assemblea dei monaci. Tuttavia, Avalokiteśvara, dopo aver accettato il dono lo divise in due, una parte la donò al Buddha, l'altra la donò allo stūpa di Prabhūtaratna.

Il capitolo prosegue in versi, i quali invitano tutti gli esseri senzienti che si trovano in pericolo o sono in uno stato di sofferenza a meditare sulla figura del bodhisattva Avalokiteśvara.

Alla fine, il bodhisattva Dharaṇiṃdara (colui che regge la Terra) chiosa che coloro che ascolteranno questo XXV capitolo del Sutra del Loto otterranno notevoli benefici e, nell'assemblea in corso, numerosi furono coloro che raggiunsero, grazie alla predicazione di questo capitolo da parte del Buddha, l'anuttarā-samyak-saṃbodhi.

NoteModifica

  1. ^ In tutte le lingue, che derivano questo termine dal Canone buddhista cinese, Guānyīn (觀音, primo termine) è un'abbreviazione di Guānshìyīn (觀世音, secondo termine), quindi nel suo significato di:
    • guān (觀): termine cinese che rende il sanscrito vipaśyanā nel significato meditativo di osservare, ascoltare, comprendere;
    • shì (世): termine cinese che rende il sanscrito loka quindi la "Terra", ma originariamente riportava anche il significato di yuga (ciclo cosmico) e quindi rende anche il termine saṃsāra, il ciclo sofferente delle nascite e la "mondanità" che provoca questo ciclo;
    • yīn (音): termine cinese che rende numerosi termini sanscriti (come ghoṣa, ruta, śabda, svara, udāhāra) che significano suono, voce, melodia, rumore e termini simili. Accanto a shì (世), il doloroso saṃsāra, yīn (音) acquisisce il significato di "suono del doloroso saṃsāra" quindi di lamento, espressione della sofferenza.
    Quindi Guānshìyīn (觀世音) : "Colui che ascolta i lamenti del mondo", il bodhisattva della misericordia. Guānshìyīn è infatti indicata come 菩薩 (púsà, giapp. bosatsu) quindi nella resa del termine sanscrito di bodhisattva. Questo nome appare per la prima volta nella traduzione dal sanscrito al cinese del Sukhāvatī-vyūha-sūtra (無量壽經 Wúliángshòu jīng, giapp. Muryōju kyō, T.D. 360.12.265c-279a) operata da Saṃghavarman nel 252. Deve tuttavia la sua popolarità alla larga diffusione della traduzione del Sutra del Loto, operata da Kumārajīva (344-413) nel 406 con il titolo Miàofǎ Liánhuā Jīng (妙法蓮華經, giapp. Myōhō Renge Kyō, T.D. 262, 9.1c-62b), dove compare sempre come resa del nome sanscrito del bodhisattva Avalokiteśvara. L'adozione del nome Guānyīn (觀音) al posto di Guānshìyīn (觀世音) fu imposta dall'imperatore Gāozōng (高宗, conosciuto anche come Lǐzhì, 李治, regno: 649-83) che emise un editto in base alla normativa sui nomi proibiti (避諱 bìhuì) ordinando di omettere il carattere 世 (shì) dal nome della bodhisattva (Cfr. tra gli altri, JI Hai-long. Intercultural study of euphemisms in Chinese and English. Sino-US English Teaching. Aug. 2008, Volume 5, No.8 (Serial No.56), pag..56). Tuttavia le altre forme continuarono ad essere comunque utilizzate.

Voci correlateModifica


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