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La televisione comunitaria, o anche di carattere comunitario, è una categoria introdotta in Italia dalla legge 223/1990 (legge Mammì) in contrapposizione alla televisione commerciale.

La disciplina è contenuta nella legge 27 ottobre 1993 n. 422.[1]

Le emittenti televisive comunitarie sono state definite dalla delibera dell'Autorità garante delle comunicazioni n. 78/98 che ha ad oggetto la regolamentazione del rilascio delle concessioni per la radiodiffusione televisiva privata su frequenze terrestri (articolo 1, comma 1, lettera f). Tale definizione è stata poi ripresa dall'articolo 2, comma 1, lettera n) del decreto legislativo n. 177 del 2005: si tratta in particolare di imprese di radiodiffusione televisiva: operanti in ambito locale; costituite da associazioni riconosciute o non riconosciute, fondazioni o cooperative senza scopo di lucro; che trasmettono programmi originali autoprodotti a carattere culturale, etnico, politico e religioso per almeno il 50 per cento dell'orario di trasmissione giornaliero compreso tra le ore 7 e le ore 21; che non trasmettono più del 5 per cento di pubblicità per ogni ora di diffusione (3 minuti di 60).

Le emittenti comunitarie, a differenza dalle commerciali, non hanno obbligo di avere dipendenti, non hanno obbligo di realizzare e/o diffondere TG e/o programmi informativi.

Seppur la parola "comunitaria" può trarre in inganno, non vi è alcuna relazione tra la parola "Comunitaria" e le parole Comune (nel senso di Municipio), comune (nel senso di qualcosa di uso generale) o comunità di cittadini. Altro errore generico è infatti immaginare che le emittenti televisive a carattere comunitario siano o debbano essere a "servizio" della comunità locale anche in maniera gratuita. Le emittenti comunitarie perseguono invece in tutti i modi gli obiettivi stabiliti dal proprio Statuto costitutivo, già approvato dal Mise, all'atto della concessione di diffusione.

Il termine "comunitario" identifica solamente il nome di una categoria di emittenti radiotelevisive al fine esclusivo di distinguerle da quelle "commerciali".

Il termine "comunitario" non ha alcun legame stretto con la finalità comunitaria, così come il termine "commerciale" non ha alcun legame stretto con la finalità commerciale.

Entrambe le categorie possono infatti fare pubblicità, trasmettere film o realizzare trasmissioni autoprodotte e eteroprodotte ma ognuno con i limiti e le caratteristiche proprie come imposte dalla forma/caratteristica della concessione ministeriale autorizzata.

ItaliaModifica

Secondo l'art. 16 della legge[2] i gestori dei servizi radiotelevisivi, sia nazionali che locali potevano gestire il servizio o sotto forma di società lucrative, oppure in modalità comunitaria in assenza di fine di lucro.

In concreto non si è avuto in ambito televisivo alcun esempio di TV nazionale a carattere comunitario, mentre sono presenti in campo radiofonico [3]. La legge 422/1993, introduce novità in materia: precedentemente vi sono stati casi di ricorsi al TAR del Lazio per il riconoscimento anche per le TV.

La possibilità per le organizzazioni non lucrative di trasmettere programmi televisivi era stata pensata in un ambito di pluralismo culturale, ma la vivacità che ha caratterizzato il mondo radiofonico non si è potuta replicare in campo televisivo perché la soglia minima di investimenti tecnici era più elevata.[4] Tra l'altro anche le provvidenze pubbliche sono state più larghe in campo radiofonico che in quello televisivo, anche questo fatto ha portato all'affermazione delle televisioni commerciali.

Per quello che riguarda le TV locali la diffusione ha avuto una diffusione maggiore nelle aree in cui sono state meno presenti le TV commerciali.

Limiti alla pubblicitàModifica

Alle televisioni comunitarie non è precluso trasmettere pubblicità, ma i limiti sono molto più stringenti: il 5% cioè 3 minuti ogni ora di trasmissione.

DatiModifica

Secondo i dati [5] del 1998 le televisioni comunitarie erano oltre 250, ma il loro peso effettivo nel panorama televisivo italiano, era di gran lunga inferiore. Da allora si è assistito alla chiusura di molte di quelle esperienze, con qualche caso di passaggio alla web TV.

Social televisionModifica

La formula di televisioni non commerciali, ma legate a realtà di tipo diverso come i partiti è ripresa a partire dal 2007. Proprio lo schieramento politico a cui fa riferimento il polo maggioritario delle televisioni commerciali ha iniziato con la TV della Libertà esperienza durata un anno, che trasmetteva sul satellitare ed anche ripetuta in analogico da una serie di TV locali.

L'opposto schieramento ha creato YouDem che ricalca, persino nel nome, l'esperienza di YouTube ma che è trasmessa anche in satellitare.

EsteroModifica

Negli Stati Uniti e nei paesi del Nord Europa si sono diffuse le TV comunitarie ad accesso pubblico (Open Channels), emittenti televisive no-profit con finalità sociali e culturali.

In Venezuela vi è stato un particolare fiorire di TV comunitarie. La brusca chiusura, da parte del governo di una di esse TV catia ha portato a disordini gravi.[senza fonte]

NoteModifica

  1. ^ Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 27 agosto 1993 n. 323, recante provvedimenti urgenti in materia radiotelevisiva (pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 253 del 27-10-1993)
  2. ^
    • 3: la concessione per radiodiffusione sonora è rilasciata per radiodiffusione a carattere commerciale o a carattere comunitario sia nazionale che locale.
    • 4: la radiodiffusione sonora a carattere commerciale è esercitata dai soggetti di cui ai commi settimo, ottavo e nono.
    • 5: la radiodiffusione sonora a carattere comunitario è caratterizzata dall'assenza dello scopo di lucro ed è esercitata da fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute che siano espressione di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose, nonché società cooperative costituite ai sensi dell'articolo 2511 del codice civile, che abbiano per oggetto sociale la realizzazione di un servizio di radiodiffusione sonora a carattere culturale, etnico, politico e religioso, e che prevedano nello statuto le clausole di cui alle lettere a), b) e c) dell'articolo 26 del decreto legislativo del capo provvisorio dello stato 14 dicembre 1947, n. 1577, ratificato, con modificazioni, dalla legge 2 aprile 1951, n. 302. la relativa concessione è rilasciata senza obbligo di cauzione, sia in ambito nazionale che locale, ai soggetti predetti i quali si obblighino a trasmettere programmi originali autoprodotti che hanno riferimento alle istanze indicate per almeno il 50 per cento dell'orario di trasmissione giornaliero-compreso tra le ore 7 e le ore 21. Non sono considerate programmi originali autoprodotti le trasmissioni di brani musicali intervallate da messaggi pubblicitari e da brevi commenti del conduttore della stessa trasmissione, così come indicato nel regolamento di cui all'articolo 36.
    • 6: non è consentita la trasformazione della concessione per la radiodiffusione sonora a carattere comunitario in concessione per radiodiffusione sonora a carattere commerciale
  3. ^ abbiamo gli esempi di Radio Maria e di TelePadania
  4. ^ Camera
  5. ^ dati RTF[collegamento interrotto]

Voci correlateModifica