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Coordinate: 41°54′12.22″N 12°29′17.32″E / 41.903394°N 12.488144°E41.903394; 12.488144

Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il Tempio di Flora in Cerreto Sannita, vedi Tempio di Flora (Cerreto Sannita).
Murature del Circo di Flora nelle sostruzioni di palazzo Barberini

Il tempio di Flora era un tempio di Roma antica, prossimo ad un Circo ("Circus Floralis" o "Florae") dedicato alla stessa divinità.

Indice

StoriaModifica

Flora era una divinità osco-sabina e la presenza di un tempio a lei dedicato sarebbe una conferma della leggenda che vuole i Sabini come i primi abitanti del colle.

Entrambe le strutture sono citate nei Cataloghi regionari sul colle Quirinale, nella Regio VI presso il Capitolium Vetus. Il tempio si trovava in fondo all'attuale via delle Quattro Fontane, fuori dalla Porta Quirinalis, nella valle tra le propaggini del colle Pincio (il Collis Hortulorum) e il colle Quirinale, dove oggi si trovano il palazzo e la piazza Barberini.

Mentre del tempio non si conoscono tracce, alcune murature del circo sono ancor oggi riconoscibili nelle sostruzioni del lato nord del palazzo, verso l'attuale via Barberini[1].

Il circo era sede di Ludi dedicati alla dea (Florales o Florae o Floralia) , che erano fissati dal 28 aprile al 3 maggio. Erano feste antiche, che si dicevano celebrate per la prima volta nel 516 di Roma, e poi definitivamente stabilite nel 580 (cioè in piena età repubblicana, nel 173 a.C.). Celebrazioni dedicate a propiziare l'annata agricola, avevano quindi forti tonalità sessuali e paniche che divenivano - in ambiente urbano - banalmente licenziose. Nei festeggiamenti avevano una parte di rilievo prostitute e mime, e lo storico Valerio Massimo racconta di un'occasione nella quale si trovò a presenziare ai giochi anche il severo Catone Uticense, la cui presenza impediva alle partecipanti di denudarsi, come tradizionalmente accadeva. Avvertito da un amico di questa fase della rappresentazione, l'Uticense decise allora di ritirarsi discretamente, per non privare il popolo del suo divertimento, e se stesso della propria dignità, e se ne andò accompagnato dall'applauso riconoscente di tutto il circo[2].

I giochi dovettero rimanere particolarmente cari al popolo (e quindi difficili da estirpare), se - stando a Lattanzio - nel IV secolo il Senato romano ormai in via di cristianizzazione e sempre meno memore degli antichi dei, sentiva il bisogno di storicizzarli, tramandandoli come lascito pubblico di una celebre cortigiana di nome Flora.

Accanto a questo tempio erano collocate le officine del minio.

NoteModifica

  1. ^ Così le descrive Nibby in op.cit. pag. 618:
    "E siccome nell'anno 1825 io vidi fare scavi nell angolo della piazza testé ricordata presso la croce de pp. cappuccini, ed allora furono trovati muri di bella cortina de' tempi imperiali, che poterono essere parte di uno de' lati del circo, mi sembra che la estensione di esso potrebbe essere ad un incirca fra il largo di s. Nicola in Arcione ed il vicolo detto del Basilico che lega insieme le strade di s. Basilio e di s. Nicola di Tolentino, spazio di 1500 piedi: la larghezza poi può determinarsi fra la croce sovraindicata ed il palazzo Barberini cioè di circa 300 piedi. Il Donati scrivendo circa l'anno 1640 afferma nella sua Roma Vetus ac Recens lib. III c. XV di aver veduto la cavea e le vestigia di questo circo sotto il palazzo Barberini, allorché quella valle venne innalzata coll'edificar quella fabbrica, ed aggiunge che la faccia di quel palazzo rivolta a settentrione fu edificata sopra un'arcuazione, forse quella destinata a reggere i gradini ed a servire di portici esterni: e questa testimonianza conferma tutto quello che è stato indicato di sopra."
  2. ^ L'episodio è citato da Nibby in op. cit., pag. 615.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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