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Tentativo di annessione della Valle d'Aosta alla Francia

Charles de Gaulle

Il tentativo di annessione della Valle d'Aosta alla Francia fu il progetto politico-militare francese elaborato per la prima volta ad Algeri nell'ottobre 1943 dal generale Charles de Gaulle, leader della France libre prima, e presidente del Governo provvisorio della Repubblica francese dopo, per un'eventuale annessione della Valle d'Aosta italiana allo stato francese al termine della Seconda guerra mondiale, come clausola dei trattati di pace.

Nei piani di de Gaulle quando la guerra fosse stata vicina alla fine, con la vittoria definitiva Alleata, le truppe francesi sarebbero dovute entrare nella Valle, sconfiggere le ultime forze della Repubblica Sociale Italiana e occupare militarmente il territorio fino alla effettiva cessione della regione.

Questo doveva avvenire guadagnandosi l'appoggio della popolazione valdostana, che sarebbe stata avvicinata alle idee nazionaliste francesi grazie ad agenti segreti gollisti già dal 1943, tuttavia non riscontrò il consenso da parte dei partigiani della Valle, primi tra tutti Émile Chanoux e Federico Chabod, che rimasero filo-italiani.

Il piano di de Gaulle fallì e la Valle d'Aosta rimase italiana, così come le province liguri di Imperia e Savona con la città di Ventimiglia, occupata militarmente, grazie non solo alla resistenza della popolazione locale, ma anche alle azioni diplomatiche statunitensi del presidente Harry Truman che impedì una massiccia avanzata francese oltre confine.

Al Trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate la Francia riuscì comunque a ottenere dall'Italia alcuni territori: parte del Colle del Piccolo San Bernardo nella stessa Valle d'Aosta, i territori piemontesi di Tenda e Briga in Val Roia, e in Val di Susa l'Altipiano del Moncenisio, la Valle Stretta, oltre Bardonecchia, e il Monte Chaberton con il forte che sovrasta gli abitati di Cesana Torinese e Claviere.

Contesto storicoModifica

La Valle d'Aosta è da sempre terra di incontro tra la cultura francese e la cultura italiana. Il suo territorio fu parte del Regno di Sardegna e fece da confine con la Francia già dal 1793 al 1801 a causa della conquista e annessione della Savoia da parte francese poi brevemente alla fine delle Guerre napoleoniche nel 1814 e di nuovo dal 1860 quando la Savoia fu definitivamente ceduta alla Francia da parte del Regno di Sardegna per l'aiuto nella causa risorgimentale. Da allora la situazione rimase immutata fino al 1940, alla Seconda guerra mondiale.

La Seconda guerra mondialeModifica

Il piano di de GaulleModifica

L'entrata in guerra del Regno d'Italia il 10 giugno 1940 al fianco della Germania nazista contro Francia e Regno Unito aveva colpito de Gaulle lasciandogli un profondo risentimento verso l'Italia per l'aggressione ricevuta. Nella primavera 1943 de Gaulle aveva lasciato Londra su un aereo militare dopo essere entrato in contrasto con il primo ministro britannico Winston Churchill e il suo governo e si era rifugiato ad Algeri nella colonia dell'Algeria francese, appena ribellatasi al governo di Philippe Pétain. Fu qui che il generale iniziò a ipotizzare una serie di rivendicazioni territoriali alla fine della guerra quando l'Italia si fosse arresa.
Fu infine ad ottobre che de Gaulle ipotizzò una cessione della Valle d'Aosta alla Francia, facilitata dalla conoscenza della lingua francese da parte della sua popolazione. Egli presentò l'idea a Churchill, che la rifiutò. Il generale però proseguì con il progetto e inviò i suoi agenti a sondare quanto la popolazione valdostana tenesse alle sue idee e le approvasse e per diffonderle naturalmente.

La situazione in Valle d'AostaModifica

Émile Chanoux e Federico Chabod, firmatari della Dichiarazione di Chivasso il 19 dicembre e tra i massimi rappresentanti del nazionalismo valdostano, si opposero all'idea che la Valle passasse alla Francia ricordandone l'estraneità alla storia francese. Tuttavia la morte di Chanoux in carcere nel 1944, dopo che era stato consegnato ai tedeschi da un traditore italiano, orientò molti partigiani verso le idee golliste, mentre Chabod rimase fortemente filo-italiano.

Con la riconquista di tutto il territorio nazionale francese nel settembre del '44 a seguito delle operazioni Overlord e Dragoon attuate durante l'estate, le truppe alleate, e specialmente francesi, arrivarono in prossimità del confine con l'Italia, rafforzando le speranze di de Gaulle per un'annessione della Valle, dove intanto proseguivano le attività partigiane.[1]

Nel dicembre 1944 fu annunciato l'arrivo a Roma di una delegazione francese per discutere di problematiche dei rapporti italo-francesi, fra cui la tutela degli interessi delle popolazioni di lingua francese in Valle d'Aosta[2].

L'avanzata in ItaliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Occupazione francese di Ventimiglia.

Il progetto di de Gaulle prevedeva, approfittando dello sfascio di qualsiasi autorità nell'Italia del nord a fine guerra, di avanzare il più possibile con l’esercito, occupando più territorio possibile (Valle d’Aosta, valli piemontesi scendendo fino a Cuneo, Ivrea, forse addirittura Torino, Ponente ligure da Ventimiglia fino ad Imperia), guadagnando il favore delle popolazioni locali, in prevedibile stato di sbando materiale e morale, in modo da presentarsi al tavolo della pace su posizioni di forza che avrebbero favorito le annessioni, avendo ben capito che, al di là di tutte le dichiarazioni di principio, le frontiere postbelliche della nuova Europa altro non sarebbero state che la legalizzazione dei limiti raggiunti dai vari eserciti nelle loro avanzate.

De Gaulle, approfittando dell'invito ai francesi ad occuparsi dell’appoggio logistico alle formazioni partigiane italiane asserragliate nelle vallate alpine, liberando del compito l’aviazione alleata, ammassò truppe al confine in quantità sproporzionata rispetto al compito di supporto logistico dei partigiani italiani, tanto da creare allarme presso il governo Bonomi.

Il maresciallo Harold Alexander, capo delle truppe Alleate in Italia, appurato che, col pretesto della consegna di materiale americano ai partigiani italiani, i francesi stavano organizzando una forza militare di tutto rispetto, ordinò esplicitamente ai francesi di non oltrepassare i confini italiani. De Gaulle finse di obbedire, dichiarando che il distaccamento era stato creato per tenersi pronti a collaborare da ovest, se richiesto, alla spallata finale alleata in Nord Italia, ottenendo l’autorizzazione ufficiosa ad operazioni di pattugliamento in territorio italiano.

Il 7 aprile 1945 durante le fasi finali della Seconda battaglia delle Alpi le truppe francesi furono autorizzate a sconfinare in territorio valdostano entro un massimo di 20 chilometri, ma il generale Paul-André Doyen, comandante dell'Armée des Alpes, avanzò, lentamente ma inesorabilmente, oltre i venti chilometri pattuiti, con avanguardie che giunsero fino ad Ivrea, a Cuneo, addirittura a Savona. In Valle d'Aosta l’avanzata francese fu più lenta del previsto solamente per il prolungarsi oltre il consueto dell'inverno, che rese i passi alpini difficilmente transitabili fino ad aprile inoltrato.

Il 26 aprile iniziò l'invasione: le truppe francesi alla guida del generale Doyen oltrepassarono il Colle del Piccolo San Bernardo e il 27 aprile conquistarono la Val di Rhêmes, dirigendosi rapidamente verso l'interno del territorio grazie anche alla ritirata delle truppe tedesche. Furono però fermate a La Thuile dagli alpini della Fiamme Verdi del CLNAI e dal fuoco degli obici della 12ª Batteria del Gruppo "Mantova" del 1º Reggimento artiglieria della 4ª Divisione alpina "Monterosa", alpini della Repubblica Sociale, in un'insolita alleanza tra partigiani italiani e soldati della RSI: queste eterogenee unità bloccarono l'avanzata francese dal 26 aprile fino all'8 maggio, quando finalmente arrivarono gli statunitensi. Questi ultimi, nel prendere in consegna le posizioni italiane, schierarono all'altezza di Pré-Saint-Didier una colonna di autoblindo pronte a far fuoco contro le unità francesi intenzionate ad aprirsi il passaggio verso Aosta, consentendo solo ad un contingente simbolico di francesi di inoltrarsi nella valle per raggiungerne il capoluogo. Ad Aosta si era intanto già insediato, sotto tutela americana, il nuovo prefetto partigiano nominato dal CLNAI Alessandro Passerin d'Entrèves: questi preparò le difese cittadine richiamando sia i partigiani sia i soldati della Repubblica Sociale, per proteggere la città da un eventuale arrivo del nemico. Alle operazioni contro i francesi presero parte anche gli alpini dei battaglioni "Varese" e "Bergamo" del Reggimento alpini della 2ª Divisione granatieri "Littorio" del disciolto Esercito Nazionale Repubblicano.

Doyen, tra fine maggio e inizio giugno rifiutò di far passare sotto l'amministrazione militare alleata le aree di confine da lui controllate, affermando di volersi opporre con ogni mezzo e sostenendo di essere pienamente appoggiato da de Gaulle[3].

Quando il maresciallo Alexander ordinò ai francesi di ritirarsi, ricevette un rifiuto[3]. I soldati impedirono ai partigiani non annessionisti di tornare a casa, obbligarono la popolazione all'uso unico del francese e fecero propaganda a favore dell'annessione.
Il presidente Harry Truman intervenne personalmente inviando un messaggio a de Gaulle, che rispose che avrebbe inviato il generale francese Juin dal maresciallo Alexander a Caserta, dove l'11 giugno fu firmato un accordo che prevedeva il ritiro delle truppe francesi dal territorio italiano entro il 10 luglio[4]. La tensione crebbe quando le truppe francesi e statunitensi arrivarono sul punto di uno scontro armato e solo quando Truman minacciò di non inviare più loro carburanti e munizioni i francesi si ritirarono, furono tenuti solamente ad Aosta degli Officiers de Liaison che proseguirono a cercare di sviluppare una propaganda filofrancese, in linea con quanto era stato fatto anche in precedenza cercando di reclutare italiani a supporto di manifestazioni e dimostrazioni favorevoli all'annessione alla Francia[5]

ConseguenzeModifica

Il 7 settembre, a guerra finita, il luogotenente d'Italia Umberto II firmò il decreto che istituiva la Circoscrizione autonoma della Valle d'Aosta, ovvero il riconoscimento dello statuto speciale alla Valle all'interno dello stato italiano, entrato poi in vigore nel gennaio dell'anno seguente; si trattò della conferma dell'italianità della Regione e questo fece svanire le possibilità di attuare un plebiscito. Plebiscito paventato da Giuseppe Saragat, al tempo ambasciatore italiano a Parigi, il 19 maggio 1945 in una comunicazione inviata ad Alcide De Gasperi "plebiscito realizzato sulla scia di un esercito di occupazione. Alla formula brutale ma franca di Tito la Francia sostituisce quella plebiscitaria[6]".

Al trattato di pace a pesare sulla sua questione a favore della permanenza nell'Italia ci fu anche il discorso di De Gasperi in cui il politico sottolineò la non esigenza di una pace pesante contro gli sconfitti e soprattutto il nuovo assetto politico della Nazione, ora diventata repubblicana, democratica e anti-fascista.

La Valle d'Aosta rimase quindi italiana con forme regionali di autonomia all'interno dello Stato e il riconoscimento delle minoranze linguistiche, tra cui il francese.

NoteModifica

  1. ^ nota 214 p. 230, Enrica Costa Bona (1995)
  2. ^ Charles Delzell, 2013
  3. ^ a b p82, Giulio Bolaffi, Chiara Colombini, 2014
  4. ^ p. 211, Enrica Costa Bona (1995)
  5. ^ p. 211-212, Enrica Costa Bona (1995)
  6. ^ nota 231 p. 231, Enrica Costa Bona (1995)

BibliografiaModifica

  • Enrica Costa Bona, Dalla guerra alla pace: Italia-Francia : 1940-1947, FrancoAngeli, 1995
  • Charles Delzell, I nemici di Mussolini: Storia della Resistenza armata al regime fascista, Castelvecchi editore, 2013
  • Giulio Bolaffi, Chiara Colombini, Partigiani in Val di Susa. I nove diari di Aldo Laghi: I nove diari di Aldo Laghi, FrancoAngeli, 2014

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica