Teoria del lavoro della proprietà

La teoria del lavoro della proprietà (chiamata anche teoria dell'appropriazione del lavoro, teoria lavorativa della proprietà o teoria del diritto al lavoro) è una teoria di legge giusnaturalista che sostiene che la proprietà originariamente proviene dallo sforzo del lavoro sulle risorse naturali. La teoria è stata utilizzata per giustificare il principio di homestead, che sostiene che si può ottenere l'intera proprietà permanente di una risorsa naturale non posseduta compiendo un atto di appropriazione originale.

Nel suo secondo trattato sul governo, il filosofo John Locke si chiese in che modo un individuo può pretendere di possedere una parte del mondo, quando, secondo la Bibbia, Dio ha dato il mondo a tutta l'umanità in comune. Rispose che:

«Sebbene la Terra e tutte le creature inferiori siano comuni a tutti gli uomini, ogni uomo ha una proprietà sulla sua propria persona: su questa nessuno ha diritto se non lui stesso. La fatica del suo corpo e il lavoro delle sue mani, si può dire, sono propriamente suoi. Qualsiasi cosa, dunque, egli rimuova dallo stato in cui la natura l’ha fornita e lasciata, qualsiasi cosa alla quale abbia mescolato il suo lavoro, e alla quale abbia aggiunto qualcosa di proprio, perciò stesso diviene sua proprietà. Essendo rimossa da lui dalla condizione comune in cui la natura l’ha collocata, essa acquista con questo lavoro qualcosa che la esclude dalla proprietà comune degli altri uomini. Poiché infatti il lavoro è proprietà indiscussa del lavoratore, nessuno se non lui stesso può avere diritto su ciò a cui si è unito il suo lavoro, almeno finché ne rimane abbastanza e altrettanto buono per altri.»

(John Locke, Due trattati sul governo, II Trattato, Cap. V)

Diritto di proprietàModifica

Locke ha sostenuto la proprietà individuale come diritto naturale. Seguendo l'argomento i frutti del proprio lavoro sono i propri perché si ha lavorato per esso. Inoltre, il lavoratore deve anche detenere un diritto di proprietà naturale sulla risorsa stessa perché la proprietà esclusiva era immediatamente necessaria per la produzione.

Jean-Jacques Rousseau in seguito ha criticato questo secondo passaggio nel Discorso sulla disuguaglianza, dove sostiene che l'argomento del diritto naturale non si estende alle risorse che non si sono create. Entrambi i filosofi sostengono che la relazione tra lavoro e proprietà riguarda solo la proprietà che era significativamente inutilizzata prima che tale lavoro avesse luogo.

Clausola lockianaModifica

Locke ha affermato che gli individui hanno il diritto di mantenere la proprietà privata dalla natura lavorando su di essa, ma che possono farlo solo "... dove ce n'è abbastanza, e altrettanto buono, lasciato in comune per gli altri". La Clausola sostiene che l'appropriazione di risorse non possedute è una diminuzione dei diritti degli altri su di essa, e sarebbe accettabile solo fintanto che non mette nessuno in condizioni peggiori di quanto sarebbe stato prima. La frase "Clausola lockiana" (in inglese "Lockean Proviso") è stata coniata dal filosofo politico Robert Nozick, e si basa sulle idee elaborate da John Locke nel suo Secondo Trattato sul governo.

BibliografiaModifica

  • John Locke, Due trattati sul governo, 1690
  • Jean-Jacques Rousseau, Discorso sull'ineguaglianza, 1755
  • Robert Nozick, Anarchia, stato e utopia, 1974

Collegamenti esterniModifica

http://btfp.sp.unipi.it/ebooks/casalini6.pdf

https://www.liberliber.it/mediateca/libri/r/rousseau/discorso_sopra_l_origine/pdf/rousseau_discorso_sopra_l_origine.pdf

Voci correlateModifica

NoteModifica