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La teoria della criminalità è una disciplina sociale che intende spiegare il motivo per cui in certe fasi della loro vita, alcune persone commettono atti di violenza o criminali. I sociologi, gli psicologi e gli economisti hanno formulato alcune principali teorie.

Indice

Spiegazione biologicaModifica

Teoria ormai abbandonata che ha trovato ben pochi riscontri, spiegava la criminalità come la conseguenza di un particolare gene presente in alcune persone che lo hanno ereditato fin dall'era primitiva di generazione in generazione. Questi uomini sono spesso riconoscibili in quanto hanno anche le sembianze degli uomini primitivi.

Nel modello del somatotipo, Sheldon sostenne che esistono tre tipologie fisiche di persone:

  • endomorfo (grosso, socievole...);
  • mesomorfo (robusto, muscoloso, attivo, irrequieto...);
  • ectomorfo (magro, fragile, delicato, introverso, nervoso...).

Gli individui mesomorfi sarebbero quelli con più probabilità d'essere criminali.

Un'innovazione a questa teoria è la componente cromosomica: gli individui biologicamente predisposti agli atti criminosi, hanno la sindrome XYY. Ovvero un cromosoma in più e che sia ereditato dal padre.

Teoria della tensioneModifica

Robert K. Merton ha riformulato un concetto di Durkheim, sostenendo che la devianza è provocata dalle situazioni di anomia, che a loro volta nascono da un contrasto fra la struttura culturale e quella sociale. La prima definisce le mete verso quali tendere e i mezzi con i quali raggiungerle. La seconda consiste nella distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete con quei mezzi.

Per raggiungere le proprie mete, gli individui possono adottare cinque forme di comportamento: Il primo è la conformità (quindi l'accettazione delle regole); il secondo è l'innovazione (rubando, imbrogliando, truffando); la terza è il ritualismo (l'abbandono della meta e l'attaccamento alle norme); la quarta è la rinuncia (mendicare o vivere di espedienti); infine la ribellione (il rifiuto delle mete e dei mezzi e sostituzione con nuove mete e mezzi). Ad eccezione del primo, gli altri sono tutti comportamenti devianti.

La teoria del controllo socialeModifica

Si basa su una concezione pessimistica della natura umana, considerata moralmente debole. Essendo l'uomo portato più a violare che a rispettare le norme.

I controlli sociali possono essere:

  • esterni (le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare e impedire i comportamenti devianti);
  • interni diretti (che si manifestano nei sentimenti di imbarazzo. di vergogna...);
  • interni indiretti (l'attaccamento psicologico ed emotivo sentito per gli altri ed il desiderio di non perdere la loro stima ed il loro affetto).

Secondo Travis Hirschi, un individuo compie un reato quanto più il legame con la società è debole. Invece diventa improbabile che un uomo compia un reato quando manifesta:

  • attaccamento ai genitori o agli insegnanti (elemento affettivo);
  • impegno nel perseguimento di obiettivi convenzionali (elemento materiale);
  • coinvolgimento nelle attività convenzionali (elemento temporale);
  • credenze religiose molto forti (elemento morale).

La teoria della sub-culturaModifica

Questa teoria è stata sviluppata dalla scuola di Chicago, nel 1929. Su quella città condussero allora un'imponente ricerca. Dividendo la città in 5 zone concentriche, essi calcolarono il "Tasso di delinquenza" e videro che il valore di tale tasso diminuiva man mano che ci si allontanava dal centro della città. Scoprirono inoltre che a distanza di tempo le differenze nel tasso di delinquenza erano rimaste immutate, nonostante la popolazione si fosse rinnovata. Secondo Edwin Sutherland, chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo ambiente (periferie ecc...). In questo senso, le motivazioni del suo comportamento non sono diverse da quelle di chi rispetta le leggi. A essere deviante, infatti, non è l'individuo ma il gruppo a cui egli appartiene. Gli uomini quindi non violano le norme del proprio gruppo, ma solo quelle della società generale.

La teoria dell'etichettamentoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Teoria dell'etichettamento.

Secondo questa teoria, fra coloro che commettono atti devianti e gli altri, non vi sono differenze profonde, né dal punto di vista dei bisogni, né da quello dei valori. Infatti la stragrande maggioranza degli individui nella propria vita commette atti di devianza, ma solo alcuni suscitano una reazione sociale per cui si viene etichettati.

Qui si può distinguere la devianza primaria (che comprende quelle infrazioni che sono presto dimenticate da chi le compie e da chi le giudica) e la devianza secondaria (quando l'atto di un individuo suscita una reazione da parte della collettività che da quel momento in poi lo giudicherà in base a quel comportamento, per cui l'individuo si adatterà al suo nuovo ruolo).

Teoria della scelta razionaleModifica

Questa teoria tiene conto della razionalità umana per cui afferma che l'individuo che assume un comportamento deviante altro non è che normale. Esso infatti probabilmente avrà giudicato razionale adoperare quel comportamento per giungere al suo fine.

BibliografiaModifica

  • Arnaldo Bagnasco, Marzio Barbagli, Alessandro Cavalli, Cultura e società. i concetti di base
  • Arnaldo Bagnasco, Marzio Barbagli, Alessandro Cavalli, Differenziazione e riproduzione sociale
  • Arnaldo Bagnasco, Marzio Barbagli, Alessandro Cavalli, Organizzazione sociale

Voci correlateModifica