Il tetrametro trocaico è un verso della metrica classica, formato da quattro sizigie trocaiche con dieresi mediana. Di questo tipo di verso esistono due varianti, una acataletta, più rara, e una catalettica, dall'ampio utilizzo.

Tetrametro trocaico acatalettoModifica

Il tetrametro trocaico acataletto (— ∪ — ∪ | — ∪ — ∪ || — ∪— ∪ | — ∪ — ∪) è meno frequente della forma catalettica e non viene mai utilizzato come verso stichico: tendenzialmente, i due dimetri di cui è composto vengono considerati cola indipendenti, piuttosto che un unico verso. Non mancano però i casi in cui è utilizzato, talora usando come pausa non la dieresi centrale, ma una dieresi al terzo piede.

Es. Πῶλε Θρῃκίε τί δέ με λοξὸν ὄμμασιν βλέπουσα (Anacreonte, fr. 88 D)

Tetrametro trocaico cataletticoModifica

Il tetrametro trocaico catalettico è il terzo più usato fra i versi stichici: esso veniva sempre recitato in parakatalogé, come attesta Senofonte. I primi ad usarlo sono Archiloco e gli altri giambografi, seguiti dai poeti lirici. Era il verso parlato della tragedia nella sua fase più antica, prima di essere rimpiazzato dal meno emotivo e più razionale trimetro giambico: in Eschilo è ancora abbastanza presente, Sofocle non lo usa quasi, Euripide se ne serve soprattutto nelle sue tragedie più tarde. Nella commedia, è di uso frequente in ogni epoca, sia nella commedia siciliana (Epicarmo), che in quella attica: nella Commedia Antica, una parte della parabasi le era dedicata, ed è usato come verso di dialogo, a fianco del trimetro giambico.

Lo schema del tetrametro catalettico è:

— ∪ — ∪ | — ∪ — ∪ || — ∪— ∪ | — ∪ X ∧

La forma pura del tetrametro è piuttosto rara: la si incontra più di frequente tra i giambografi che tra gli scrittori drammatici.

Es. τὸν γέροντα τῶ γέροντι, τὸν νέον δὲ τῷ νέῳ (Aristofane, Acarnesi, 718)

La lunga irrazionale è frequente nei piedi pari, mentre le soluzioni delle sillabe lunghe non sono così frequenti che per il trimetro, e si riscontrano in maggior misura nella commedia e nella tragedia che non nei poeti giambici e nei tragici più antichi. Il limite massimo delle risoluzioni è tre per verso: versi di questo tipo si incontrano nei comici ed in Euripide, ma sono rari.

La dieresi mediana è sempre rispettata dai giambografi e trascurata solo di rado dai tragici, mentre tra i comici i versi privi di tale dieresi, rimpiazzata da un'altra cesura, sono più numerosi.

La divisione del verso tra vari attori è possibile, ma mentre nei tragici più antichi e in Aristofane tale divisione avviene in concomitanza con la dieresi centrale, in Euripide e poi ancora di più in Menandro, il verso, è spezzato senza tener conto delle pause metriche, cercando di ottenere così un effetto di maggior immediatezza.

Lo zeugma di Porson (si veda trimetro giambico) è rigorosamente rispettato da Archiloco e nella tragedia, mentre non è vincolante per la commedia.

Ipponatte creò anche un tetrametro scazonte sul modello del trimetro giambico, sostituendo al trocheo uno spondeo nel penultimo piede: tale metro vuole, di solito, nel sesto piede, un trocheo puro.

Es. Ἀμφιδέξιος γάρ εἰμι κοὐκ ἀμαρτάνω κόπτων (Ipponatte, fr. 70 D)

Altri progettiModifica