Translatio imperii

La translatio imperii (espressione latina che significa "trasferimento del potere") è un concetto nato nel Medioevo per descrivere la storia come una successione lineare di trasferimenti dell'imperium, che nell'Antica Roma era il supremo potere di comando spettante prima a dittatori, consoli, pretori, magistri equitum e poi, di fatto, solo agli imperatori.

Il concetto entrò nel dibattito storiografico basso medievale al tempo della lotta per le investiture, tra Papato e (Sacro Romano) Impero. Questo trasferimento del potere era avvenuto formalmente nell'800, con l'incoronazione di Carlo Magno a Roma, da parte di papa Leone III a Imperatore dei Romani, mentre a Costantinopoli, capitale dell'Impero Romano d'Oriente, il trono era ritenuto in Occidente vacante, dato che governava una donna, Irene, per di più colpevole di aver eliminato suo figlio, legittimo sovrano, Costantino VI.

Questo trasferimento della sede del potere imperiale, da Oriente ad Occidente nell'800 aveva nel dibattito medievale anche una valenza legittimante le aspirazioni teocratiche del Papato, ovvero sembrava dimostrare che era il Papa ad avere il potere di conferire il titolo di Imperatore dei Romani.

Questa idea compare per la prima volta nella Vita di Willehad, primo metropolita di Amburgo, mezzo secolo dopo l'incoronazione.[1]

NoteModifica

  1. ^ Gian Luca Potestà e Giovanni Vian, Storia del cristianesimo, Il Mulino, p. 161.

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