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Viene denominata "tribunale della razza" una Commissione, istituita con la Legge 13 luglio 1939-XVII, n. 1024 "Norme integrative del R. decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, sulla difesa della razza italiana", che era nominata dal "Ministro per l'interno", per poter dichiarare "la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile", sottraendo dall'applicazione delle leggi razziali fasciste.[1]

AntefattoModifica

Il decreto del 17 novembre 1938 aveva inizialmente istituito presso il Ministero dell’Interno alcune commissioni, tra cui quella incaricata di valutare le “speciali benemerenze”, dal cui riconoscimento - del tutto discrezionale - poteva dipendere o meno lo sconvolgimento della vita di quanti avessero fatto domanda di discriminazione (ovvero di parziale esenzione dall’applicazione della legislazione antiebraica). Inizialmente la commissione abilitata a concedere benemerenze eccezionali fu composta dal sottosegretario di stato Guido Buffarini Guidi, da un vice segretario del P.N.F., il giurista Vincenzo Zangara, dal capo della Milizia, generale Luigi Russo, e dal direttore della Demorazza, Antonio Le Pera[2].

Otto mesi dopo, si ritenne però di costituire una commissione interministeriale, che desse un parere per temperare la discrezionalità del Ministro dell'interno nel discriminare i soggetti in astratto assoggettabili alle leggi razziali.

ComposizioneModifica

Era composta da un magistrato di grado 3°, con funzioni di presidente, da due magistrati di grado non inferiore al 5°, designati dal Ministro di grazia e giustizia, e da due funzionari del Ministero dell'interno.[3]

Era ubicata presso il dipartimento di Demografia e razza (detta Demorazza) del ministero dell'Interno, ed emetteva pareri cui il ministro doveva conformarsi. Operò dal novembre 1939 al giugno 1943. Il presidente fu il giudice Gaetano Azzariti, che il 28 luglio 1943 sarà nominato dal presidente del consiglio Pietro Badoglio ministro di grazia e giustizia[4]. Gli altri due magistrati erano Antonio Manca e Giovanni Petraccone.

Accolse 104 delle 143 domande sottoposte al riguardo.[5]

NoteModifica

  1. ^ Nicola Rondinone, Il diritto di fronte all'infamia nel diritto: a 70 anni dalle leggi razziali, Giuffrè, 2009, pagina 195
  2. ^ Roberto D'Orazio, L'archivio Zangara, schema e sintesi dell'intervento a DALLO STATO PARTITO ALLO STATO DEI PARTITI: E ORA? Archiviato il 30 novembre 2018 in Internet Archive., Convegno in occasione dell’80º anniversario della prolusione di Vincenzo Zangara alla Sapienza, Università degli studi di Roma ‘La Sapienza’ – Facoltà di Scienze politiche 29 novembre 2018.
  3. ^ Copia archiviata, su lex.unict.it. URL consultato il 29 marzo 2016 (archiviato dall'url originale l'8 aprile 2016).
  4. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/gaetano-azzariti_(Dizionario_Biografico)/
  5. ^ N. Rondinone, Il "Tribunale della razza" e la magistratura, Il Diritto di fronte all'infamia nel diritto: a 70 anni dalle leggi razziali, a cura di L. Garlati e T. Vettor, Giuffrè, 2009. pagina 197.

BibliografiaModifica

  • Massimiliano Boni, Gaetano Azzariti: dal Tribunale della razza alla Corte costituzionale, in "Contemporanea : rivista di storia dell'800 e del '900", Il Mulino, Bologna, anno XVII, n. 4 (ottobre-dicembre 2014), p. 577-607
  • Silvia Falconieri La legge della razza, Il Mulino, 2012
  • Barbara Raggi, Baroni di razza. Come l'università del dopoguerra ha riabilitato gli esecutori delle leggi razziali, EIR, 2012
  • L. Garlati e T. Vettor (a cura di), Il diritto di fronte all'infamia nel diritto: a 70 anni dalle leggi razziali, Giuffrè, 2009