Turano (Valvestino)

frazione del comune italiano di Valvestino
Turano
sede comunale di Valvestino
Turano – Veduta
Turano di Valvestino
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Lombardia-Stemma.svg Lombardia
Provincia Provincia di Brescia-Stemma.png Brescia
Comune Valvestino-Stemma.png Valvestino
Territorio
Coordinate 45°45′40.68″N 10°35′42.61″E / 45.7613°N 10.59517°E45.7613; 10.59517 (Turano)Coordinate: 45°45′40.68″N 10°35′42.61″E / 45.7613°N 10.59517°E45.7613; 10.59517 (Turano)
Altitudine 680 m s.l.m.
Abitanti 57 (2007)
Altre informazioni
Cod. postale 25080
Prefisso 0365
Fuso orario UTC+1
Nome abitanti Turanesi
Patrono san Rocco
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Turano
Turano

Turano (Törà o Türà in dialetto bresciano) è una frazione del comune di Valvestino, nella omonima valle in provincia di Brescia.

È il capoluogo comunale, sede del municipio e il comune ebbe nome Turano fino a quando nel 1931 cambiò il nome con l'attuale. Fino al XIX secolo fu sede del Consiglio generale della Val Vestino che riuniva in assemblea i rappresentanti delle cinque comunità di Armo, Bollone, Magasa, Moerna, Persone e la stessa Turano.

Indice

ToponimoModifica

Diverse le ipotesi avanzate sull'origine del nome e secondo alcuni storici il toponimo deriverebbe da Turan, tradotto in "la Signora", la divinità etrusca dell'amore e della fertilità mentre per altri è di epoca romana riconducibile alle parole latine "Tres amnes" (tre fiumi), data la confluenza dei tre torrenti che scorrono ai suoi piedi, il Magasino, il Personcino e l'Armarolo[1] o dal gentilizio latino "Tur(r)ius" o "Turus" col suffisso aggettivale -anus che indica una proprietà fondiaria o ancora da "Turris amnis" che significa letteralmente "torre del fiume"[2]. Quest'ultima ipotesi, è suffragata da un'antica tradizione popolare locale, trascritta anche da Claudio Fossati (1838-1895) in una pubblicazione del 1894 e dal figlio Donato nel 1931[3], che ha sempre indicato sul Dosso di Turano la presenza di ruderi di una torre fortificata di origine romana che dominava appunto la Valle[1] e i cui materiali furono usati nel 1240 dal ghibellino Bonifacino da Bollone per edificare, sempre nello stesso luogo, un fortilizio e nei primi anni del 1900 gli ultimi resti furono adoperati per l'edificazione della casa Andreoli, oggi ex ufficio postale[4].

Due ultime ipotesi sono avanzate da Carlo Battisti, secondo il quale l'origine è invece da ricercarsi in un gentilizio barbarico, col significato quindi di "terreno di Turano", poiché "il suffisso -anum permette di pensare con una certa probabilità a un fundus appartenente ad un indigeno romanizzato"[5] e da Lino Franceschini per il quale il toponimo Turano conservando l'etimo di base indoeuropeo di "tir" (che corrisponde a "terra" in latino), un riferimento alla sfera della proprietà terriera, sarebbe una variante, come Tirano, Tirolo (località a sud del lago di Garda e del comune di Bolano, in provincia della Spezia), Terlago e Terento, del termine lituano "tyrulia" (vasto e profondo pantano) e del lettone "tirelis", "tirulis" (zona ricca di pantani e acquitrinosa) da cui prende il nome Tyrole, un vasto territorio acquitrinoso in Curlandia, regione della Lettonia[6].

Il toponimo di Turano è attestato per la prima volta il 15 novembre 928, quando Nokterio, vescovo di Verona, cedeva, con testamento, la giurisdizione e la proprietà della chiesa di "sanctae Mariae de Turano", unitamente ad altre trentine di Bondo, Breguzzo e Bolbeno, al Capitolo stesso.

StoriaModifica

Turano trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Nella frazione si trova la pieve di San Giovanni Battista, le cui prime notizie risalgono al 928[7]. Secondo una tradizione locale trascritta dallo storico padre Cipriano Gnesotti, frate cappuccino di Storo, nel 1166 vi sostò, esule da Roma, papa Alessandro III che concesse alla popolazione della Val Vestino l'indulgenza plenaria del "Perdono" nell'ultima domenica di agosto[8].

Capoluogo della Valle, Turano fu sempre al centro delle vicissitudini storiche che la travagliarono. Così avvenne il 24 agosto 1796 nel corso dell'invasione napoleonica d'Italia, quando circa 80 soldati francesi provenienti dall'accampamento di Storo della divisione del generale Sauret, giunti a Moerna, scesero, a suon di tamburo e tromba, a Turano imponendo ai rappresentanti di Valle il pagamento della "tassa di guerra" consistente in 2.000 lire venete in contanti e altre 3.000 lire in grani e bestiame. In compenso rilasciarono passaporti al pubblico e al privato di poter "a man salva" introdurre in Valle le mercanzie e generi alimentari necessari al sostentamento della popolazione[9].

La Val Vestino, qualche secolo dopo, non fu pure immune al fenomeno del terrorismo politico che negli anni settanta imperversò in Italia. Nel 1979, nel corso di un'operazione di polizia, fu scoperto a Turano un covo dell'organizzazione Prima Linea che portò all'arresto di quattro esponenti e al sequestro di esplosivo e materiale documentario[10].

La chiesa di San RoccoModifica

Fu edificata fra il 1580 e il 1º giugno 1599 e dedicata al Santo che protesse la Val Vestino dalle ricorrenti pestilenze. Fu ampliata nel 1835 e conserva una pala d'altare attribuita al pittore veneziano Stefano Celesti[11][12]. Sorge sul dosso Castel e per la sua costruzione furono adoperate le pietre dell'antico castello edificato dal milite ghibellino Bonifacino da Bollone.

Persone legate a TuranoModifica

  • Eliseo Baruffaldo (o Baruffaldi), vissuto tra il XVI e il XVII secolo, fu un noto brigante della banda di Giovanni Beatrice detto Zanzanù di Gargnano che si macchiò, tra il 1602 e il 1617, di oltre 200 omicidi compiuti nell'Alto Garda. Eliseo Baruffaldo nella primavera del 1603 uccise a Armo Giacomo Sette detto il Chierico, nemico giurato di Giovanni Beatrice e noto bandito di Maderno; ne portò la testa per il rituale riconoscimento al fine di poterne incassare la taglia al provveditore veneto di Salò. Baruffaldo fu a sua volta ucciso nel 1606 assieme a Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro da alcuni cacciatori di taglie e da alcuni nemici del Beatrice che il Provveditore generale in Terraferma, Benedetto Moro, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce. I due vennero catturati e poi uccisi sul posto il 10 e l'11 novembre 1606 in un agguato notturno teso nella Vallata del Droanello, a Lignago e al Covolo del Martelletto, e le loro teste mozzate vennero esposte nella piazza di Salò per il loro riconoscimento[13][14].
  • Antonio Marzadri, sacerdote. Nacque a Turano il 2 aprile 1721; fu curato a Molveno nel 1768 e premissario a Bollone nel 1789 e nel 1793, infine curato a Turano nel 1786 e a Moerna dal 1793[15]. Nel 1798, insieme a Francesco Rizzi detto Spezier, speziale di Moerna, fu arrestato e carcerato in Trento nel Castello del Buonconsiglio, con la terribile accusa di tradimento di Stato, probabilmente compromesso a causa di fatti, a noi oscuri, legati all'invasione napoleonica del 1796-1797, ma il 15 settembre 1798 entrambi furono dichiarati innocenti dal Consiglio di Trento e tali furono dichiarati nella "Gazzetta di Trento" del 18 settembre al foglio numero 75[16]. Morì a Moerna nel 1803.
  • Andrea Springhetti (Cles, 25 gennaio 1815-Levico Terme, 22 maggio 1876), sacerdote e patriota. Parroco di Turano, nell'aprile del 1848 fu tra i propugnatori dell'adesione dei comuni valvestinesi all'unità d'Italia e al Governo provvisorio bresciano. Cappellano dei Corpi Volontari Lombardi sul monte Stino, fu condannato a morte dagli austriaci. Costretto alle dimissioni da sacerdote il 18 novembre 1848 e a riparare a Brescia e poi in Piemonte come cappellano militare dell'esercito sabaudo. Usufruì dell'amnistia emanata nell'agosto del 1849 che gli permise di rientrare nel territorio del Lombardo Veneto; parroco nominato a Condino fu rimosso dal posto per le insistenze della polizia austriaca presso il vescovo di Trento. Nel 1858 partecipò alla sottoscrizione per l'edificazione del monumento al poeta Tommaso Grossi nel cortile del Palazzo di Brera a Milano. Ritiratosi a Levico Terme come prete privato, le sue mosse furono continuamente sorvegliate dalle autorità di polizia e nel 1866, con l'invasione del Trentino fu "qualificato come favoreggiatore aperto con parole e con fatti all'invasione, come seduttore dei parrocchiani perché essi abbraccino il partito della rivolta consigliando l'arresto dei più devoti cittadini dell'Austria"[17].

La casa e la famiglia MarzadriModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia della Val Vestino e Val Vestino.

Casa Marzadri è l'antica residenza della nobile famiglia Lodron, feudatari della Val Vestino per circa sette secoli. L'edificio fu adibito anche a Dazio lodroneo e fu acquistato nel corso del XVIII secolo dalla benestante famiglia Marzadri, che oggi estinta, è stata una delle più antiche e importanti non solo di Turano, ma di tutta la Val Vestino. Secondo i ricercatori il cognome Marzadri-o dovrebbero derivare dal termine dialettale trentino e veneto marzadr o marzar (merciao), cioè venditore ambulante di articoli di merceria come aghi, spilli, filati, nastri e bottoni.

Quella dei Marzadri fu una casata di maestri, sacerdoti e in special modo di notai che diede un grande contributo allo sviluppo sociale valvestinese.

Tra i vari esponenti si ricorda il notaio Giovanni Pietro Marzadri che esercitò tra il 1739 e il 1770, una certa Marzadri, madre del noto bandito Eliseo Baruffaldi, morì assassinata il 29 giugno 1603 e il sacerdote don Giovanni Antonio Marzadri (Gargnano, 1568 ca.-Salò, 4 luglio 1609), figlio di Tommaso di Turano e imparentato con la famiglia di Eliseo Baruffaldi per via materna; ex rettore della Pieve di San Giovanni a Turano dal 1594 al 1603, fu bandito dai territori della Serenissima il 19 agosto 1603 dal provveditore veneto di Salò, Filippo Bon, per aver commesso omicidi e nefandezze varie, tra le quali fu implicato nell'assassinio della madre di Eliseo Baruffaldi. Rivale della banda di Giovanni Beatrici detto Zanzanù di Gargnano, fu da costui il 19 dicembre 1608 assediato nel campanile di Pieve di Tremosine e poi, grazie all'intervento della popolazione locale, fu salvato e consegnato alla giustizia. Interrogato dal provveditore ammetterà di essere un bandito e fu giustiziato sulla pubblica piazza di Salò nella mattina del 4 luglio 1609. Altro sacerdote della casata Antonio Marzadri (1721-1803) arrestato dal Consiglio di Trento nel 1798 per tradimento di Stato.

I Marzadri divennero nei secoli talmente benestanti che erano giunti al punto di chiamarsi “signori della villa di Turano e di Pomarolo”, in Val Lagarina, luogo, ove una parte di essi, da tempo si era trasferita in cerca di nuove opportunità lavorative.

È difatti a Brancolino e Rovereto che un ramo della famiglia Marzadri, quella appunto dei Parisi, fece fortuna primeggiando nell'arte della produzione e del commercio della seta. Lo stesso imperatore Francesco Giuseppe premiò la nascente casata con il titolo baronale, e oggi la famiglia Parisi, divisa a sua volta in molti discendenze, gestisce avviate case di spedizioni a Vienna, a Trieste, a Venezia e a Treviso[18].

La naturaModifica

La zona è conosciuta per la ricchezza della sua flora. Il botanico trentino Francesco Facchini in una sua esplorazione avvenuta poco prima della metà dell'Ottocento, trovò sotto l'abitato, nelle vicinanze della strada, un Gladiolus palustris[19], mentre il 5 luglio 1853 il botanico bavarese Friedrich Leybold rinvenne, su uno spuntone dolomitico, una rara Scabiosa Vestina.

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ a b Claudio Fossati, Peregrinazioni estive -Valle di Vestino, in "La Sentinella Bresciana", Brescia 1894.
  2. ^ Le stesse ipotesi sono state avanzate per i toponimi dei comuni di Turano Lodigiano e Tirano.
  3. ^ Donato Fossati, La Valle di Vestino, Salò, 1931.
  4. ^ Vito Zeni, La Valle di Vestino - Appunti di storia locale, Fondazione Civiltà Bresciana, 1993.
  5. ^ Carlo Battisti, Studi di storia linguistica e nazionale del Trentino, 1922
  6. ^ Lino Franceschini, La toponomastica dell'Alto Adige, 2003.
  7. ^ Il documento che per primo cita il nome di Turano è il testamento del vescovo veronese Nokterio
  8. ^ Cipriano Gnesotti, Memorie per servire alla storia delle Giudicarie disposte secondo l'ordine dei tempi (1786), a cura del BIM del Chiese, Storo, 1973.
  9. ^ Brescia, rassegna mensile illustrata, officine grafiche lombarde.
  10. ^ Luigi Dello Preite, "La vita. Che meraviglia", 2014.
  11. ^ Studi romagnoli, a cura della Società di studi romagnoli, 2003, pag. 20.
  12. ^ Arte cristiana, a cura della Scuola beato angelico, Società amici dell'arte cristiana, volume 79, numeri 742-747, Milano 1991.
  13. ^ Archivio di stato di Venezia, Consiglio dei dieci, Comuni, filza 261, 15 novembre 1606.
  14. ^ Claudio Povolo, Liturgie di violenza lungo il lago. Riviera del Garda tra il '500 e '600, Vobarno, 2010.
  15. ^ Gianpaolo Zeni, Al servizio dei Lodron, Comune e Biblioteca di Magasa, 2007.
  16. ^ Giangrisostomo Tovazzi, Epistolario, volume secondo, dal 1781 al 1790, Trento, 1791.
  17. ^ Bice Rizzi, Clero e magistrati trentini nel 1848-49, in Rassegna storica del Risorgimento, 1950.
  18. ^ Gianpaolo Zeni, Al servizio dei Lodron. La storia di sei secoli di intensi rapporti tra le comunità di Magasa e Val Vestino e la nobile famiglia dei Conti di Lodrone, Comune e Biblioteca di Magasa, Bagnolo Mella 2007.
  19. ^ Filippo Parlatore e Teodoro Caruel, Flora italiana: ossia, Descrizione delle piante che crescono spontanee o ..., 1858.

BibliografiaModifica

  • Carlo Battisti. Storia della "questione ladina", pubblicato da F. Le Monnier, 1937.
  • Vito Zeni, La Valle di Vestino - Appunti di storia locale, Fondazione Civiltà Bresciana, 1993.
  • Claudio Fossati, Peregrinazioni estive -Valle di Vestino, in "La Sentinella Bresciana", Brescia 1894.
  • Donato Fossati, La Valle di Vestino, Salò, 1931.