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Per umanesimo romano si intende la declinazione geografica dell'umanesimo presso la Curia romana nel corso del XV secolo. Caratterizzato da un marcato cosmopolitismo, l'umanesimo romano vide il suo acme culturale a metà del '400, sotto i pontificati di Niccolò V (1447-1455) e di Pio II (1458-1461), allorquando umanisti del calibro di Lorenzo Valla, Poggio Bracciolini, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti vissero nella città di Roma.

Le origini: da Innocenzo VII a Martino VModifica

Con il ritorno, dopo il 1378, del Papato a Roma, la città eterna riprende il suo status di città cosmopolita e aperta al rinnovamento politico-culturale. Sotto Innocenzo VII (1404-1406) fu fondata, sul modello fiorentino, una cattedra di greco all'Università di Roma (bolla Ad exaltationem, 1º settembre 1406), che nel contempo fu rinnovata dopo decenni di decadenza[1][2]. Papa Innocenzo, supportato in questo progetto da Leonardo Bruni e dalla presenza di alcuni protoumanisti Francesco da Fiano e Cencio de' Rossi intendeva ridare lustro e prestigio alla potenza politica e spirituale di Roma, contrastata da quella antagonista di Avignone, connettendola con il nascente pensiero umanista: legare la cultura al potere voleva dire rafforzare le ragioni della Sede Apostolica nella tempesta del Grande Scisma d'Occidente (1378-1417).

Il pontificato di Eugenio IVModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Poggio Bracciolini, Maffeo Vegio e Flavio Biondo.
 
Ritratto in miniatura di Poggio Bracciolini, dall'introduzione del De Varietate Fortunae, codice Urbano Latino 224 conservato nella Biblioteca apostolica Vaticana.

Il pontificato del veneziano Gabriele Condulmer (1431-1447) vide l'intensificarsi della cultura umanistica da parte della Curia romana. Eugenio IV riprese la politica di Innocenzo VII, orientando lo Studium romano ancor di più verso l'ideologia umanistica. In tal senso, il pontefice veneziano chiamò a Roma umanisti da tutte le parti di Italia, dando all'umanesimo romano quel volto cosmopolita che lo contraddistinguerà per tutto il secolo. Tra questi, spiccarono per importanza e significato Poggio Bracciolini, Maffeo Vegio e Biondo Flavio.

Poggio BraccioliniModifica

Poggio Bracciolini (1380-1459), nativo di Terranuova, ebbe una vita lunga e avventurosa. Formatosi a Firenze presso Salutati, divenne segretario, come l'amico Bruni, dell'antipapa Giovanni XXIII. A differenza dell'amico, però, scappò Rientrato a Roma nel 1423 nuovamente come segretario apostolico, Poggio vi rimarrà per i successivi trent'anni, mantenendo un ruolo di prestigio fino all'arrivo del giovane Lorenzo Valla, col quale avrà una violenta disputa. Accettato nel 1453 il posto di cancelliere della repubblica di Firenze alla morte di Carlo Marsuppini, Poggio si ritirerà dalla carica cinque anni dopo, lasciandola a Benedetto Accolti e morendo l'anno seguente[3].

Poggio Bracciolini è ricordato, principalmente, per essere stato il più significativo ricercatore e scopritore di classici dell'intero XV secolo[4][5], (per esempio, riportò alla luce la Pro Roscio Amerino, la Pro Murena di Cicerone e l'Institutio oratoria di Quintiliano)[6], e per essere stato uno dei più significativi epistolografi tra i suoi contemporanei, donando ai posteri numerosissime informazioni riguardanti i viaggi, le scoperte filologiche e le impressioni sui principali eventi che egli visse in prima persona (come il celebre episodio della condanna al rogo di Girolamo da Praga)[7][8].

Maffeo VegioModifica

Il lodigiano Maffeo Vegio (1406-1450) era scriptor e datarius sotto Eugenio IV. In qualità di burocrate (e poi canonico) pontificio, Vegio scrisse opere celebranti la grandiosità della sede di Roma, tramite uno stile accattivante e una narrazione vivace. Ne è esempio l'opera De rebus antiquis memorabilibus Basilicae Sancti Petri Romae, ove si celebra l'importanza della basilica di San Pietro in quanto sede della cristianità e sorta sulle rovine del circo di Nerone (vittoria cristianesimo su paganesimo)[9].

Flavio BiondoModifica

 
Ritratto di Flavio Biondo in Paolo Giovio, Elogia Virorum literis illustrium, codice dell'edizione di Pietro Perna, stampata a Basilea nel 1577.

Nato a Forlì nel 1392, Flavio Biondo fu il prototipo dell'umanista cosmopolita: entrato prima al servizio degli Ordelaffi, signori della sua città natale, passò poi per un breve periodo al servizio della Serenissima, per approdare definitivamente a Roma quale segretario particolare di Eugenio IV. Il papa gli affidò il compito di redigere l'atto di unione tra Chiesa Cattolica e Chiesa Ortodossa del 1439 e la scomunica nei confronti del Concilio secessionista di Basilea. Entrato in disgrazia sotto Niccolò V, Biondo prestò servizio presso Alfonso di Napoli. Rientrato in auge sotto l'amico umanista Enea Silvio Piccolomini (eletto papa col nome di Pio II), Biondo morirà a Roma nel 1463, senza aver acquisito di nuovo la potenza di un tempo[10].

L'importanza di Flavio Biondo all'interno dell'umanesimo rinascimentale è dovuta all'eccellenza metodologica e all'impegno che riversò nella storiografia. Biondo Flavio, quando era segretario di Eugenio IV, maturò le Historiarum ab inclinatione Romani imperii Decades, opera storiografica che si contrappose alle Historiae florintini populis di Leonardo Bruni per motivazioni ideologiche e metodologiche[11]. Nelle Historiarum, infatti, Biondo intendeva individuare sia le reali cause della decadenza di Roma (non più dalla repubblica come in Bruni[12], ma dalle invasioni del V secolo[13], identificando la decadenza non in chiave ideologica ma in chiave realistica[14]), sia trattare l'evoluzione della storia dell'intera penisola italiana (tematica espressa ne Italia Illustrata, opera concepita tramite le fonti e testimonianze ricevute da amici di ogni regione d'Italia). Ideatore del concetto di medias aetas, cioè quell'età "di mezzo" che stava tra gli antichi e i loro successori ideali (gli umanisti stessi)[N 1], Biondo Flavio si dedicò ad esaltare Roma antica (Roma Instaurata, 1446) non in funzione meramente municipale, ma in chiave universale: Roma, sede del Papato, ha un valore universale per il suo prestigio spirituale ed è l'erede dell'antico impero romano[15]. Dello stesso tono sono l'Italia Illustrata e la Roma Triumphans[16].

L'impegno di Biondo non si esaurì nella storiografia: significativa fu infatti la disputa che ebbe con Leonardo Bruni riguardo l'evoluzione della lingua latina. Infatti, l'umanista forlivese si oppose alla teoria di Leonardo Bruni secondo la quale il latino subì dal proprio interno corruzioni e mutazioni che portarono alla nascita del volgare, sostenendo al contrario che la causa fu l'aggressione esterna dei popoli longobardi[17][18].

Tra Niccolò V (1447-1455) e Pio II (1458-1463): l'acme culturaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Leon Battista Alberti, papa Pio II, Nicola Cusano e Biblioteca apostolica vaticana.

L'umanesimo romano toccò il proprio vertice con Niccolò V, lui stesso umanista, e poi con Pio II[19]. Papa Niccolò, al secolo Tommaso Parentucelli, era un appassionato bibliofilo e uomo devoto che riuniva in sé l'amore per gli studia humanitatis e la devozione religiosa. La politica culturale del pontefice si condensava nel motto “renovatio urbis”, che prevedeva una ristrutturazione urbanistica della città in un'ottica celebrativa della sede del cristianesimo romano[20][21], uscito da poco tempo dalla parabola conciliarista, e nella fondazione Biblioteca apostolica vaticana[22]. Nel contempo, Niccolò intensificò il carattere cosmopolita dell'umanesimo romano, chiamando a parteciparvi umanisti fiorentini (Leon Battista Alberti, chiamato Giannozzo Manetti) e lombardi (Pier Candido Decembrio, il più significativo esponente dell'umanesimo lombardo a quell'epoca in esilio da Milano per i cattivi rapporti con Francesco Sforza) da un lato, e da parte di alcuni prelati greci quali il cardinal Bessarione[23].

Il Bessarione, il cui ruolo di recupero dei classici greci dopo la caduta di Costantinopoli fu di fondamentale importanza per la cultura occidentale, non era il solo alto prelato dotato di un'eccellente cultura umanistica[24]. Due suoi colleghi nel Sacro Collegio, Niccolò Cusano (1400/1401-1461) ed Enea Silvio Piccolomini, furono tra i principali esponenti dell'umanesimo europeo. Il primo, filosofo e teologo tedesco, è ricordato soprattutto per il suo pensiero riguardo l'esistenza di Dio, pensiero che si orientò verso una “teologia negativa” per cui l'uomo non può conoscere Dio completamente, in quanto creatura limitata rispetto all'immensità divina, come esposto nella De docta ignorantia[25].

Il senese Enea Silvio Piccolomini fu eletto pontefice dopo il breve pontificato di Callisto III (1455-1458). Uomo dai molteplici interessi, pregevole poeta di elegie amorose dal sapore tibulliano riordinate poi nella raccolta Cinthia[26] e della novella latina Historia de duobus amantibus[27], il futuro Pio II si contraddistinse anche quale politologo ecclesiastico[N 2], pedagogo sulla scia dell'insegnamento di stampo umanistico promosso da Guarino Veronese e da Vittorino da Feltre[28] e, da papa (1458-1464), autore dei Commentari, biografia autocelebrativa basata sullo stile dei commentarii cesariani[29]. Pio II, dal punto di vista della politica culturale limitò la grandiosità progettuale di Niccolò V per concentrarsi su questioni politiche più concrete ed urgenti, quali la crociata contro i Turchi ottomani. Nonostante ciò, anch'egli offrì protezione (come nel caso di Biondo Flavio) e amicizia a vari umanisti, tra i quali si ricordano: Porcellio Pandione, autore del De felicitate temporum divi Pii II pontificis maximi[30]; Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, chiamato a dirigere la Biblioteca apostolica vaticana[31]; e Giannantonio Campano (1429-1477), fedele consigliere di Pio II, rivide i Commentarii del Pontefice e ne scrisse una biografia postuma[32].

Da Paolo II ad Alessandro VI: l'esaurimento dell'umanesimo romanoModifica

Dopo la morte di Pio II, iniziò la crisi della parabola umanistica a Roma. I pontefici, infatti, non avranno più lo stesso entusiasmo nei confronti della cultura umanistica, o al limite la proteggeranno considerandola come un fattore culturale acquisito. Il successore di Pio II, il veneziano Paolo II (1464-1471) si inimicò profondamente il circolo degli umanisti sopprimendo il collegio degli abbreviatori apostolici e incarcerando, sotto accusa di lesa maestà, il Platina per diversi mesi in Castel Sant'Angelo[33][34]. Nonostante questi cupi avvenimenti, il pontificato di Paolo II vide la creazione, in Roma, della prima stamperia a caratteri mobili ad opera di Giannantonio Campano, favorendo così la diffusione dei libri presso i circoli intellettuali romani[35].

Nei trent'anni successivi la morte di Paolo II, l'umanesimo romano, come a Firenze e in altri centri culturali della Penisola, esaurì la spinta propositiva della prima metà del secolo, riducendosi a puro e semplice spirito di ornamento esteriore del potere papale[36]. L'unico centro ancora in parte autonomo dalla Curia, dopo la dispersione degli eruditi greci in seguito alla morte del cardinal Bessarione (1472), fu quello che si riunì intorno al patrizio romano Pomponio Leto (1428-1497), docente all'università di Roma tra i pontificati di Paolo II e di Alessandro VI, fondatore dell'Accademia Pontoniana e personalità assai stimata per il suo carattere integerrimo e per l'amicizia che dimostrava nei rapporti umani[37][38].

NoteModifica

Note esplicativeModifica

  1. ^ Il Burckhardt, p. 187, alludendo alle Decades, dichiara che ciò ne consegue l'ideazione e lo studio, seppur imparziale, dell'età medioevale:

    «Già anche soltanto per questo libro [le Decades] si potrebbe dire a ragione che lo studio dell'antichità fu quello che rese possibile anche lo studio del Medioevo, abituando per la prima volta le menti alla considerazione obiettiva della storia.»

  2. ^ Il Piccolomini, in qualità di segretario ecclesiastico del cardinal Niccolò Albergati, porporato presente al Concilio di Basilea, assunse posizioni filo-conciliariste con il De gestis concilii Basiliensis commentariorum (1440). Quando poi si riconciliò con Eugenio IV, il Piccolomini divenne assertore delle teorie assolutiste del papato, esplicitate nella bolla Execrabilis del 1460. Si veda la biografia di Pellegrini.

Note bibliograficheModifica

  1. ^ De Vincentiis:

    «Le travagliate vicende politiche del suo breve pontificato non impedirono a I. di avviare una prestigiosa politica di mecenatismo culturale. Il 1° settembre 1406 emanò infatti la bolla Ad exaltationem Romanae Urbis allo scopo di potenziare l'Università romana, incrementando la facoltà delle arti e creando nuove cattedre. Nel documento, redatto dall'umanista Leonardo Bruni, venne espresso il progetto di legare organicamente lo Studio universitario, la città e il recupero della cultura classica, in modo da rappresentare una prestigiosa attrattiva per studenti di ogni nazione. Lo sforzo compiuto dal papa di creare un centro di vivace elaborazione intellettuale ebbe parziale, eppure significativa realizzazione. Nel giro di un biennio, infatti, alcuni dei maggiori uomini di cultura di quel tempo finirono al suo servizio: tra questi Leonardo Bruni, Francesco da Fiano, Antonio Loschi, Cencio Rustici, Pier Paolo Vergerio, Bartolomeo da Montepulciano.»

  2. ^ Cappelli, p. 166.
  3. ^ per una biografia del Bracciolini, si veda Bigi.
  4. ^ Cappelli, p. 61: «Ma la figura di maggior rilievo in questa immensa opera di recupero [dei classici] fu quella di Poggio Bracciolini...»
  5. ^ Ferroni, Quattrocento, p. 23.
  6. ^ Burckhardt, pp. 152-153:

    «Egli trovò qui [al Concilio di Costanza], sei orazioni di Cicerone e il primo Quintiliano completo, quello di S. Gallo...Trovò inoltre importanti frammenti, che aiutarono a completare Silio Italico, Manilio, Lucrezio, Valerio Flacco, Asconio Pediano, Columella, Celso, Aulo Gellio, Stazio e molti altri; infine, con la collaborazione di Leonardo Aretino, fece conoscere le ultime dodici commedie di Plauto, nonché le Verrine di Cicerone.»

  7. ^ Bigi:

    «Forse più ancora che nel dialogo il B[racciolini] si sente tuttavia a suo agio nell'epistola, genere letterario, si sa, diffusissimo nell'Umanesimo, ma specialmente congeniale a chi, come lui, intendesse la letteratura soprattutto come strumento di comunicazione di personali esperienze di vita....»

  8. ^ Cappelli, pp. 211-214.
  9. ^ Cappelli, pp. 168-169.
  10. ^ Per la biografia, si veda quella di Fubini, Biondo Flavio.
  11. ^ Testimonianza del metodo storico, basato sulla veritas historiae, è la lettera che Lapo da Castiglionchio il Giovane invia al Biondo, nell'aprile del 1437. In essa, Lapo elogia Biondi per aver osservato i precetti della storiografia antica senza però esserne un pedissequo emulatore:
    (LA)

    «Nam quae sunt primum hystoricis quasi impositae leges, ut ne quid falsum admiscere audeant, ne quid verum praetermittant, ne...a vera ac recta sententia deducantur, abs te diligentissime conservatae sunt.»

    (IT)

    «In primo luogo, difatti, queste sono delle sorti di leggi imposte agli storici, affinché non osino aggiungervi qualcosa di falso, non omettano qualcosa di vero, e non si allontanino da un discorso vero e giusto, e da te [queste leggi] sono conservate in modo assai diligente.»

    (Miglio, pp. 14-15)
  12. ^ Cappelli, p. 99.
  13. ^ Cappelli, p. 412.
  14. ^ Fubini, p. 43:

    «...e di qui egli affronta il vasto campo della documentazione storica - coeva non meno che medievale e antica - avendo come oggetto metodico primario quello di stabilire il dato di fatto, e sottoponendo perciò a verifica, nella misura più sistematica che gli era consentita, le varie tradizioni.»

  15. ^ Cappelli, p. 193:

    «Si trattava, in definitiva, di utilizzare le fonti storiche per affermare l'ideologia del primato di Pietro e pertanto del papa di Roma, imperator della Chiesa, che è civitas Dei...»

  16. ^ Chines, p. 205.
  17. ^ Bomartí Sánchez, p. 23:
    (ES)

    «En el año anterior en que escribió Bruni las Vidas, en 1435 se habían producido en Italia una disputa humanística de considerable envergadura sobre el latin hablado en los tiempos clásicos. Actualmente sabemos de ella gracias al intercambio de opiniones que mantuvieron Leonardo Bruni y Flavio Biondo, el primero defendiendo la existencia en Roma de un equivalente al vulgar y el segundo afirmando que la lengua vernácula había nacido en Italia a raíz de las invasiones bárbaras.»

    (IT)

    «Nell'anno precedente in cui Bruni scrisse le Vite [di Dante e Petrarca], nel 1435 si era originata in Italia una disputa umanistica di considerevole importanza, riguardo al latino parlato nei tempi classici. Attualmente sappiamo riguardo a ciò grazie allo scambio d'opinioni che Leonardo Bruni e Flavio Biondo ebbero al riguardo, il primo difendendo l'esistenza a Roma di una lingua equivalente al volgare e il secondo affermando la lingua vernacolare era nata in Italia in seguito alle invasioni barbariche.»

  18. ^ Chines, p. 212.
  19. ^ Cappelli, p. 169.
  20. ^ Kelly, p. 413: «Il suo ideale di essere il restauratore di Roma, il protettore degli uomini di lettere e l'assertore del papato come guida della civilizzazione...»
  21. ^ Vittorio Frajese, Leon Battista Alberti e la "renovatio urbis" di Nicolò V. Congetture per l'interpretazione di "Momus", in La Cultura, vol. 36, Bologna, Il Mulino, 1998, pp. 241-262, ISSN 0393-1560 (WC · ACNP).
  22. ^ Tateo, Niccolò V:

    «I biografi di N[iccolò] raccontano un pontefice umanista e protettore degli umanisti, attento ricercatore di codici, rifondatore della biblioteca pontificia, che aveva subito perdite gravissime in seguito allo scisma.»

  23. ^ In Tateo, Niccolò V questi sono soltanto alcuni degli umanisti più importanti che giunsero a Roma chiamati dal loro "collega" divenuto papa. Nell'organizzazione dei codici della Biblioteca Vaticana e nella loro traduzione dal greco in latino, infatti, furono chiamati un'infinità di intellettuali di cui si riportano i nomi:

    «Tradussero dal greco per il pontefice, e in qualche caso conosciamo la loro lautissima retribuzione, Giovanni Aurispa, Poggio Bracciolini, Pietro Balbi, Pier Candido Decembrio, Francesco Filelfo, Teodoro Gaza, Giorgio da Trebisonda, Gregorio Tifernate, Guarino da Verona, Jacopo da San Cassiano, Lilio Tifernate, Giannozzo Manetti, Carlo Marsuppini, Orazio Romano, Nicolò Perotti, Lorenzo Valla, Rinuccio da Castiglione che, ancor prima dell'elezione al pontificato, aveva tradotto per il Parentucelli le Favole di Esopo, Maffeo Vegio. Altrettanto ampio il novero di coloro che dedicarono loro opere e loro traduzioni a N.: come Andrea Contrario, Antonio Agli, Antonio da Bitonto, Antonio Tridentone, Rodrigo Sánchez de Arévalo, Bartolomeo Facio, Basinio da Parma, Benedetto da Norcia, Bernardo da Rosergio, Biondo Flavio, Lampugnino Birago, Poggio Bracciolini, Filippo Calandrini, Michele Canensi, Leonardo Dati, Pietro del Monte, Gaspare da Verona, Giano Pannonio, Giovanni da Capestrano, Giovanni Giusti, Pietro Godi, Girolamo Guarini, Leonardo da Chio, Lorenzo da Pisa, Lupo da Speio, Paolo Maffei, Timoteo Maffei, Giovanni Marrasio, Nicolò Cusano, Porcellio Pandoni, Nicolò Perotti, Lauro Quirini, Giovanni Serra che si offrì anche come biografo, Raffaele da Pornassio, Rinuccio da Castiglione, Giovanni Torquemada, Giovanni Tortelli.»

  24. ^ Per il ruolo fondamentale svolto da Bessarione nel recupero e nella salvezza di antiche opere greche, si veda Cappelli, pp. 299-304.
  25. ^ Abbagnano, pp. 58-59:

    «L'atteggiamento della dotta ignoranza è l'unico possibile di fronte all'essere come tale, cioè di fronte a Dio. Dio è infatti il grado massimo dell'essere e in generale della perfezione [...] L'uomo può definitivamente avvicinarsi alla verità per gradi successivi di conoscenza; ma poiché questi gradi saranno sempre finiti e la verità è l'essere nel suo grado infinito, la verità sfuggirà necessariamente allo sforzo diretto a comprenderla.»

  26. ^ Tateo, cultura umanistica, p. 118.
  27. ^ Cappelli, p. 217.
  28. ^ Cappelli, p. 218.
  29. ^ Tateo, cultura umanistica, pp. 121-122.
  30. ^ Cappelli, p. 176.
  31. ^ Tateo:

    «...quindi si trasferì a Roma (1462-63) quando il suo allievo Francesco Gonzaga ricevette la nomina cardinalizia, e a Roma concluse felicemente la sua carriera di umanista come prefetto della Biblioteca vaticana.»

  32. ^ Kelly, p. 176.
  33. ^ Tateo.
  34. ^ Kelly, p. 420.
  35. ^ Cappelli, p. 176; Kelly, p. 420
  36. ^ Burckhardt, p. 171:

    «...e i suoi [di Paolo II] successori, Sisto, Innocenzo e Alessandro accettarono sì qualche dedica e si lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla persino di una Borgiade, scritta probabilmente in esametri), ma ebbero in generale ben altre occupazioni e cercarono appoggi più solidi, che non fossero le servizi adulazioni dei poeti-filologi.»

    Sempre in Ibidem, nota 90, Burckhardt rivela il nome dell'autore dell'incompiuta Borgiade, tale Sferulo da Camerino.
  37. ^ Burckhardt, pp. 211-212.
  38. ^ Tateo, cultura umanistica, p. 125.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica