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Intanto dico che Wikipedia è una grande invenzione ma che può essere migliorata dando spazio alle idee personali dei suoi collaboratori nelle loro pagine personali.


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Commento fondamentale sulla vera essenza della nazione italianaModifica

<<Guarda, io continuo a pensare che il tuo atteggiamento sia assai poco neutrale (oserei dire: più realista del re), oltreché fuori argomento. In effetti tu vorresti affermare non soltanto l'esistenza in Italia di alcune decine di "nazioni" (il che potrebbe essere vero oppure falso, io non lo so perché di nazioni non ne capisco un tubo), ma vorresti anche trasporre il concetto di "nazione" sul piano linguistico, andando così a cozzare violentemente contro l'evidenza storica. Ad esempio, i sovrani del Regno delle Due Sicilie avrebbero benissimo potuto eleggere il napoletano a lingua ufficiale del Regno (rimarcando così anche meglio la loro indipendenza), ma non lo fecero, preferendo invece l'italiano, ossia una lingua a tuo dire del tutto sconosciuta (un po' come se l'Italia attuale decidesse di elevare a lingua ufficale lo spagnolo). Secondo te erano dei pazzoidi? E i piemontesi erano dei pazzoidi quando (a partire dalla fine del Settecento) scelsero di stampare il loro giornale ufficiale in italiano (ossia in una lingua sconosciuta a tutti, a parer tuo) anziché in lingua piemontese? E Pasquale Paoli era un pazzoide quando dichiarò che la lingua della Corsica era l'italiano (e non il corso)? E i ticinesi erano dei pazzoidi se, pur non avendo mai fatto parte dell'Italia, hanno scelto l'italiano (e non il lombardo, né tantomeno il ticinese) quale loro lingua ufficiale? E i piranesi erano dei pazzoidi quando (era il 1894, molto prima che Pirano venisse annessa all'Italia) si ribellarono alle tabelle linguistiche italo-slovene, chiedendo non una tabella trilingue italo-veneto-slovena, ma piuttosto una tabella monolingue italiana? È mai possibile che tra Settecento e Ottocento la penisola italiana fosse ridotta a una bolgia di pazzi? Tu magari dirai: sì, però all'epoca l'italiano non lo conosceva quasi nessuno. Ah certo, quasi nessuno conosceva l'italiano così come quasi nessuno conosceva la matematica, la storia o la geografia. Ma la mancanza di cultura era un problema socio-economico, non linguistico>>.

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La mia risposta:

Il prestigio della lingua toscana letteraria fu tale che già a partire dal '500 venne ridenominata "lingua italiana" per antonomasia da tutti i letterati e intellettuali.

Tale lingua però è consustanziale al toscano (anche se il toscano vernacolare che si parla oggi in Toscana è una fase successiva dello sviluppo del toscano, mentre l'italiano si basa ovviamente sul toscano medievale, e in particolare sul dialetto fiorentino del 1300). Il toscano, con tutti i suoi dialetti (cioè le suddivisioni un cui una lingua è naturalmente differenziata) è una delle tre lingue del sistema italo-romanzo: le altre due sono il napoletano e il siciliano (coi loro svariati dialetti). Tali lingue, anche se si somigliano molto, non sono dialetti del toscano e quindi neanche dell'italiano. Però, mentre il toscano ha ottenuto una standardizzazione eccezionale, tanto da uscire ben al di fuori della sua nazione originaria (la Toscana, tanto per essere chiari) le altre lingue non hanno avuto la stessa standardizzazione e neanche un po' del suo prestigio. La somiglianza tra le lingue del sistema italoromanzo ha permesso al toscano di elevarsi a lingua-tetto facendo subito scadere le altre lingue a "varianti imperfette". Il suo prestigio travalicò anche oltre gli appennini, nell'area delle lingue gallo-italiche (altre lingue che non hanno raggiunto uno standard, sebbene si fosse tentato di farlo con la cosidetta koiné lombardo-veneta, che però venne surclassata dal toscano). Le lingue gallo-italiche non afferiscono al sistema italo-romanzo (questa voce andrebbe anche rivista, dato che non è vero che le lingue gallo-italiche siano parte delle lingue italo-romanze), ma sono un sistema a parte, che fa da ponte tra sistema italo-romanzo e sistema gallo-romanzo e che sono proprie di altre nazioni, che però non si sono mai organizzate come uno stato nazionale e che spesso sono state sotto potenze straniere (chi sotto la Spagna, chi sotto l'Austria).

Ad ogni buon conto, a permettere il successo recente del toscano fiorentino letterario come lingua veicolare italiana sono stati due fattori:

1) la necessità di una lingua comune per ottenere l'unificazione linguistica dello Stato (non della nazione; solo dello stato; però lo stato ha teso sin da subito a identificarsi in toto con la nazione italiana, che esso stesso stava creando tramite l'unificazione linguistica)

2) il suo alto grado di standardizzazione con un lessico abbastanza vasto e specializzato da poter essere usato per parlare anche di argomenti molto complessi (questo peraltro è un tasto oggi dolente, visto che l'italiano sta perdendo terreno sull'inglese; per esempio, dovendo parlare di "Nation Building" l'uso corrente è di non tradurre la locuzione inglese, ma invece in Italia si dovrebbe dire "costruzione nazionale" o "costruzione della nazione" o anche "fondazione della nazione").

Se i Savoia scelsero l'italiano come lingua ufficiale fu soprattutto per motivi politici. Il francese era la lingua parlata nella corte sabauda insieme col piemontese. Non so perché non sclelsero il piemontese; forse non era abbastanza standardizzabile o comunque, anche se non parlavano l'italiano, lo conoscevano come lingua letteraria e quindi anche lì prevalse l'idea di eleggerlo lingua ufficiale, per il suo maggior prestigio. O forse credevano, sbagliando, che il piemontese fosse un dialetto dell'italiano. Comunque, usare il francese come lingua ufficiale avrebbe comportato il rischio di fare associare il Piemonte alla Francia e di incentivarne la conquista da parte del Regno di Francia. In Sardegna l'italiano fu imposto dai Savoia, ben 100 anni prima della formazione dello stato unitario italiano, per sostituire lo spagnolo quale lingua amministrativa. Permettere che lo spagnolo venisse ancora usato in Sardegna come lingua ufficiale avrebbe forse permesso un riacquisto dell'isola da parte del Regno di Spagna (cosa che forse a noi sardi sarebbe convenuta; se tanto avremmo dovuto cambiare lingua, tanto sarebbe valso farlo col castigliano piuttosto che col toscano, anche se il toscano è bellissimo; però il castigliano o spagnolo che dir si voglia è molto più diffuso e importante).

In Corsica la scelta dell'italiano come lingua di cultura prima della colonizzazione francese è ancora più ovvia, dato che il corso è una variante del toscano.

Comunque il processo di unificazione linguistica si è completato solo di recente, con la Repubblica e con l'uso dell'italiano nelle trasmissioni televisive. Se per "lingua nazionale" si intende lingua di tutti i cittadini, allora è un fatto che si è realizzato qualche decennio fa. Nel 1950 ancora il 70% dei cittadini parlava poco e male l'italiano. Se si intende lingua ufficiale, è un fatto precedente all'unificazione linguistica, ma ancora una volta ciò dimostra che la nazione italiana è stata forgiata dalla lingua toscana letteraria. Se la nazione italiana fosse esistita prima dello stato, avrebbe già avuto una lingua unica e non ci sarebbe stato il bisogno di alcuna unificazione linguistica. Prima nasce la lingua letteraria, poi nasce uno stato in grado di farla imparare da tutti i cittadini e infine nasce la nazione italiana. Se questa lingua dovesse estinguersi, di nazione italiana non si potrebbe più parlare, nemmeno come invenzione politica.

Sarebbe bello poter fare resuscitare Dante, Petrarca e Boccaccio e far sentire loro che la lingua che parlavano nel 1300 si è diffusa ben oltre la loro nazione, prevaricando sulle lingue delle nazioni vicine.

Questo link è in "black list" (non so per quale motivo), ma illustra bene l'unificazione linguistica sebbene non specifichi che le lingue su cui il toscano letterario si è imposto non sono sue derivazioni o bastardizzazioni. https:// youtu.be /9pv6fLbuiG4

https://www.treccani.it/enciclopedia/risorgimento-e-lingua_(Enciclopedia-dell'Italiano)/

Qui si parla di Italia vagheggiata! Vorrei ben vedere! in Italia le lingue parlate erano le più disparate e solo in Toscana si parlava qualcosa di simile alla lingua letteraria che poi sarebbe stata diffusa tramite l'istruzione e i mass media nelle menti di tutti i cittadini, per inculcare in loro l'identità nazionale e permettere loro di divenire parte di un'unica nazione.

2. Italia vagheggiata: un’identità linguistico-letteraria Se tuttavia si retrocede cronologicamente e si guarda in maniera specifica alla fase risorgimentale ‘eroica’, al periodo delle battaglie per la conquista dell’unità territoriale e della libertà, si constata come la lingua fosse sempre collocata tra gli elementi costitutivi di un patriottismo fortemente nutrito di memorie classiche e di letteratura, un sogno che poi miracolosamente si tradusse in effettiva realtà politica (Dionisotti 1971: 118, ha parlato del «miracolo di una Italia unita e bene o male europea»).  Nei celebri versi del Marzo 1821 di Manzoni, l’Italia è detta «una di arme, di lingua, d’altare / di memorie, di sangue e di cor»: la lingua è dunque menzionata tra i primi elementi su cui si fonda l’unità, assieme alla religione, alle tradizioni e a un non meglio specificato vincolo di sangue. Questo richiamo alla lingua può essere accostato (senza provocazione) alla celebre e spesso mal citata frase del principe di Metternich, solitamente interpretata solo come offesa verso l’Italia. Metternich aveva scritto (ampliando un concetto più volte già utilizzato in maniera sintetica; cfr. Fumagalli 1968: 361): Le mot Italie est une dénomination géographique, une qualification, qui convient à la langue, mais que n’a pas la valeur politique que les efforts des idéologues révolutionnaires tendent à lui imprimer («La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono a imprimerle, Metternich 1883: 393).
Il nesso tra la lingua e l’identità italiana era dunque di assoluta evidenza, ma i patrioti vi aggiungevano una potente valenza politica, anche se l’italiano non era ancora parlato dalla gran massa della popolazione, prigioniera della dialettofonia integrale, problema allora non da tutti avvertito. Mazzini, per es., ebbe cieca fiducia in un legame presupposto astrattamente come patrimonio comune degli italiani. In realtà non solo il popolo era estraneo alla lingua, ma persino i grandi protagonisti del processo risorgimentale non erano completamente a loro agio con l’italiano, a cominciare dal re Vittorio Emanuele II e da Cavour, che pure era buon conoscitore di lingue estere, il francese e anche l’inglese. De Mauro (19723: 287-288) riporta la testimonianza di Costanza Arconati, secondo la quale Cavour, benché naturalmente buon oratore, in italiano era «impacciato», come chi traducesse il proprio pensiero in una lingua artificiale.


La voce sulla Lingua italiana deve essere modificata come intendo io, anche se può fare male ammettere che la nazione italiana sia solo un'invenzione politica. Ma in realtà l'Italia non è un'eccezione. Tutti gli stati nazionali nascono prima della nazione che pretendono di rappresentare. Impongono come ufficiale una lingua tra le tante parlate nel territorio statale e poi inducono i cittadini a credere di essere sempre stati parti della nazione di cui quella lingua era espressione (una nazione soltanto idealizzata, prima dell'unificazione linguistica). In Francia, per esempio, lo stato si definisce proprio della "nazione francese", ma in realtà vi si parlavano anche altre lingue, oggi in via di estinzione e proprie di altre nazioni (occitano, bretone, basco, per esempio).


--Galaemyam (msg) 13:18, 24 set 2020 (CEST)