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László MérőModifica

 
László Mérő

László Mérő (Budapest, 11 dicembre 1949) è un matematico e scrittore ungherese. E' conosciuto all'estero soprattutto per aver pubblicato diversi libri divulgativi sulla Teoria dei giochi.

BiografiaModifica

 
Dilemma del prigioniero

László Mérő è nato a Budapest l' 11 dicembre 1949. Si è laurato in matematica all'Università Loránd Eötvös di Budapest nel 1974 e nel 1980 consegue il dottorato in scienze tecniche.[1]

Nel 1968, quando era ancora studente, László Mérő fece parte della squadra ungherese alle Olimpiadi internazionali della matematica tenutesi a Mosca, conseguendo una medaglia di bronzo.[2]

Dal 1974 al 1984 ha lavorato presso l'Istituto di Ricerca per l'Informatica e Automazione (Számítástechnikai és Automatizálási Kutatóintézet vagy rövidítve - SZTAKI) dell'Accademia ungherese delle scienze dove si è occupato di Intelligenza artificiale. Dal 1984 lavora come ricercatore e insegnante all'Università Eötvös Loránd e all'Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca. Le materie insegnate includono: psicologia economica, pensiero umano e processo decisionale, logica dell'emozione, teoria dei giochi, memetica, metodologia di ricerca.[1]

A partire dal 1987 e per circa un ventennio László Mérő ha fondato e/o diretto diverse società di sviluppo software e consulenza. Fra queste la Phone2Play Számítástechnikai Fejlesztõ Rt., Androsoft Szoftverfejlesztõ Rt., Intellrobot Számítástechnikai Kft., Windsom Zrt. e Darwin's Marketing Evolution. In questo ambito sono strati prodotti giochi per telefoni cellulari di Nokia e AT&T, nonchè una tecnologia per ricerche di marketing memetico applicato a grandi marchi quali SAP, K&H Bank, T-Mobile ed altri. In tale periodo ha anche collaborato con Ernő Rubik per lo sviluppo di un CD di giochi per la Hasbro.[3]

PubblicazioniModifica

László Mérő ha pubblicato molti libri, la maggior parte dei quali a carattere divulgativo. I suoi librì, inizialmente scritti in ungherese, sono poi stati tradotti in varie lingue fra cui, inglese, francese, tedesco ed italiano.[1] Nel 1999 ha vinto il premio come libro scientifico in Germania per l'anno 1998, con l'edizione tedesca del libro Mindenki másképp egyforma[3] (tedesco: Optimal entschieden? Spieltheorie und die Logik unseres Handelns) tradotto anche in italia con il titolo Calcoli morali. Teoria dei giochi, logica e fragilità umana .

Pubblicazioni in lingua italianaModifica

NoteModifica

  1. ^ a b c Informatikatörténeti Fórum 2017, link citato
  2. ^ 10th IMO 1968, International Mathematical Olympiad.
  3. ^ a b Dr. Mérő László matematikus, pszichológus, Nyitott Akademia. URL consultato il 2 febbraio 2020.

BibliografiaModifica

  • Informatikatörténeti Fórum 2017, László Mérő, János Neumann Computer Science Society. URL consultato il 31 gennaio 2020.

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Maria MandlModifica

 
Maria Mandl

Maria Mandl, anche conosciuta come Maria Mandel, detta "La bestia di Auschwitz", (Münzkirchen, 10 gennaio 1912Cracovia, 24 gennaio 1948) è stata una SS austriaca, guardia donna in numerosi campi di concentramento nazisti.. Nel 1945 fu catturata dall'esercito americano e estradata in Polonia dove venne processata e Cracovia nel Primo processo di Auschwitz, riconosciuta colpevole fu condannata a morte per impiccagione.

BiografiaModifica

Maria Mandl è nata a Münzkirchen, un paesino dell'Alta Austria presso il confine con la Germania, da genitori di nazionalità tedesca, ma cittadinanza austriaca, Franz Mandl e Anna Strobl. Era la quarte figlia della coppia. Il padre era calzolaio. Dopo la scuola elementare a Münzkirchen la giovane si trasferì nella non distante Baviera per diplomarsi. Dopo il diploma, non trovando lavoro fece ritorno a casa. Qui per motivi non precisati, forse legati alla malattia della madre, ebbe pesanti contrasti con questa e nel 1929 lasciò di nuovo la casa per andare in Svizzera dove trovò lavoro come cuoca presso presso una famiglia benestante di Brig-Glis, nel cantone Vallese. Dopo circa un anno fu costretta a rientrare a casa per aiutare il padre in quanto la idropisia di cui soffriva la madre si era aggravata. Nel 1934, essendo migliorata la situazione della madre andò ad Innsbruck a lavorare come domestica. Nel 1937 tornò nuovamente al paese nativo in quanto assunta come impiegata al locale ufficio postale, ma l'anno successivo, dopo l'annessione dell'Austria da parte della Germania, fu licenziata.

Nel 1938 si trasferì da uno zio a Monaco dove entrò come volontaria nella Lega delle ragazze tedesche. Quindi passò nei reparti femminili delle SS (SS-Gefolge) dove fu addestrata e inviata come Aufseherin al campo di concentramento di Lichtenburg nella Provincia di Sassonia.

Nel maggio del 1939 la Mandl fu trasferita nell'appena aperto campo di concentramento di Ravensbrück situato a nord di Berlino. Qui, come evidenziato dalle testimonianze rese da vari sopravvissuti del campo durante il processo di Cracovia, si distinse subito per la sua brutalità nei confronti dei prionieri, tanto che fu elevata al grado di Oberaufseherin nell'aprile del 1942.

Il 7 ottobre del 1942 la Mandl fu assegnata al campo di Auschwitz II (Birkenau), andando a sostituire Johanna Langefeld sotto il comando dell'Obersturmbannführer Rudolf Hoss, diventando quindi la donna con il più alto grado di Auschwitz. Anche qui la Mandl si contraddistinse per la sua crudeltà come documentato nel proesso suddetto nelle deposizioni dei testimoni sopravvisuti.[1]

La Mandl era appassionata di musica classica ed organizzò una banda musicale composta da sole donne prigioniere ad Auschwitz. L'orchestra aveva il compito di suonare in una serie di cicrostanze, nuovi arrivi al campo, durante la selezione delle persone che venivano inviate alle camera e gas, quando i prionieri venivano inviati alle camere a gas, durante la Hanno anche dovuto giocare durante la selezione quando il meno sani e malati erano separati da quelli sani che erano ancora in grado di lavorare, durante le esecuzioni dei prionieri, ed infine per soddisfare il piaceri degli uomini e donne delle SS, quando ne avevano voglia.[2]

Nel 1944 la Mandel ricevette la medaglia Kriegsverdienstkreuz di II Classe per i servizi resi al regime nazista.[3] Nel novembre dello stesso anno venne trasferita a Mühldorf, un sottocampo di Dachau. Nell'aprile del 1945, con la caduta della Germania oramai imminente e l'avvicinarsi delle truppe alleate, Maria Mandl fuggì da Dachau attraversando il sud della Baviera e dirigendosi verso il suo paese natale.

Il 10 maggio 1945 la Mandl fu arrestata dall'esercito deglòi Stati Uniti nel suo paese di Münzkirchen. Dopo circa un anno di detenzione, nell'ottobre del 1946, fu estradata in Polonia dove fu processata, insiema ad altri criminali nazisti, nel Primo processo di Auschwitz, tenutosi a Cracovia nel novembre 1947. Giudicata colpevole fu condannata a morte per impiccagione. La condanna venne eseguita il 24 gennaio 1948 nel carcere di Montelupich a Cracovia.

NoteModifica

  1. ^ Gibson, Op. citata, Cap. 8
  2. ^ The Holocaust - Lest we Forget - Orchestras, su holocaust-lestweforget.com, 7 ottobre 2016.
  3. ^ Mandl Maria, Familie Tenhumberg. URL consultato l'8 ottobre 2016.

BibliografiaModifica

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Processo di FrancoforteModifica

Il Processo di Francoforte, noto anche come Secondo processo di Auschwitz, è un processo tenutosi in Germania a Francoforte sul Meno fra il 1963 ed il 1965 nei confronti di 22 imputati accusati dei crimini commessi nel Campo di concentramento di Auschwitz fra il 1940 ed il 1945. Il processo fu il primo che si tenne di fronte ad una corte tedesca per i crimimi dell'Olocausto. Un ruolo fondamentale per la realizzazione di questo processo fu giocato dal giudice Fritz Bauer, al tempo procuratore distrettuale dell'Assia. In precedenza, nel 1947, si era tenuto a Cracovia, in Polonia un altro processo, noto come "Primo processo di Auschwitz", contro altri 40 responsabili e sorveglianti del campo di Auschwitz, fra cui Arthur Liebehenschel, Maria Mandl.

BibliografiaModifica

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Processo di AuschwitzModifica

Il Processo di Auschwitz, noto anche come Primo processo di Auschwitz, è un processo tenutosi a Cracovia in Polonia nel 1947 nei confronti di 40 nazisti responsabili a vario livello della gestione del Campo di concentramento di Auschwitz fra il 1940 ed il 1945. Nel processo furono comminate 21 condanne a morte, 8 condanne all'ergastolo e 10 condanne a pene dai 3 ai 15 anni di prigione. Un solo imputato fu assolto. Fra gli imputati condannati a morte vi furono: Arthur Liebehenschel, comandante del campo di Auschwitz dal 1943 al 1944, Maria Mendel, responsabile del personale femminile e delle detenute ad Auschwitz ed Erich Mußfeldt, responsabile dei forni crematori a Majdanek e Auschwitz.

SentenzaModifica

N. Imputato Grado Funzione Sentenza
1 Arthur Liebehenschel SS-Obersturmbannführer Comandante del campo di Auschwitz uccisione per impiccagione
2 Hans Aumeier SS-Sturmbannführer Comandante del campo di Auschwitz I uccisione per impiccagione
3 Maximilian Grabner SS-Untersturmführer Capo della Gestapo ad Auschwitz uccisione per impiccagione
4 Karl Möckel SS-Obersturmbannführer Direttore dell'amministrazione di Auschwitz uccisione per impiccagione
5 Maria Mandel SS-Oberaufseherin Responsabile del personale femminile di Birkenau (Auschwitz II)) uccisione per impiccagione
6 Franz Xaver Kraus SS-Sturmbannführer Responsabile dell'informazione uccisione per impiccagione
7 Ludwig Plagge SS-Oberscharführer Aiutante del comandante uccisione per impiccagione
8 Fritz Buntrock SS-Unterscharführer Aiutante del comandante uccisione per impiccagione
9 Wilhelm Gerhard Gehring SS-Hauptscharführer Comandante di sottocampo uccisione per impiccagione
10 Otto Lätsch SS-Unterscharführer Vice-comandante di sottocampo uccisione per impiccagione
11 Heinrich Josten SS-Obersturmführer Comandante delle guardie uccisione per impiccagione
12 Josef Kollmer SS-Obersturmführer Comandante delle guardie uccisione per impiccagione
13 Eric Muhsfeldt SS-Oberscharführer Responsabile dei forni crematori uccisione per impiccagione
14 Hermann Kirschner SS-Unterscharführer Capo amministrazione di campo uccisione per impiccagione
15 Hans Schumacher SS-Unterscharführer Direttore degli approvvigionamenti alimentari uccisione per impiccagione
16 August Bogusch SS-Scharführer Capo Blocco uccisione per impiccagione
17 Therese Brandl SS-Aufseherin Guardia femminile uccisione per impiccagione
18 Paul Szczurek SS-Unterscharführer Capo Blocco uccisione per impiccagione
19 Paul Götze SS-Rottenführer Capo Blocco uccisione per impiccagione
20 Herbert Paul Ludwig SS-Oberscharführer Capo Blocco uccisione per impiccagione
21 Kurt Hugo Müller SS-Unterscharführer Capo Blocco uccisione per impiccagione
22 Johann Kremer SS-Obersturmführer Medico del campo uccisione per impiccagione (commutata in ergastolo)
23 Arthur Breitwieser SS-Unterscharführer Capo amministrazione di campo uccisione per impiccagione (commutata in ergastolo)
24 Detlef Nebbe SS-Sturmscharführer Sergente delle guardie Ergastolo
25 Karl Seufert SS-Hauptscharführer Capo blocco prigione Ergastolo
26 Hans Koch SS-Unterscharführer Disinfestazione Ergastolo
27 Luise Danz SS-Aufseherin Guardia femminile Ergastolo
28 Adolf Medefind SS-Unterscharführer Guardia Ergastolo
29 Anton Lechner SS-Rottenführer Guardia Ergastolo
30 Franz Romeikat SS-Unterscharführer Amministrazione 15 anni di prigione
31 Hans Hoffmann SS-Rottenführer Guardia della Gestapo 15 anni di prigione
32 Hildegard Lächert SS-Aufseherin Guardia femminile 15 anni di prigione
33 Alice Orlowski SS-Aufseherin Guardia femminile 15 anni di prigione
34 Johannes Weber SS-Sturmmann Responsabile delle cucine del campo 15 anni di prigione
35 Alexander Bülow SS-Sturmmann Guardia 15 anni di prigione
36 Eduard Lorenz SS-Unterscharführer Guardia 15 anni di prigione
37 Richard Schröder SS-Unterscharführer Responsabile contabilità 10 anni di prigione
38 Erich Dinges SS-Sturmmann Autista del campo 5 anni di prigione
39 Karl Jeschke SS-Oberscharführer Guardia 3 anni di prigione
40 Hans Münch SS-Untersturmführer Medico dell'Istituto di Igiene [Assoluzione

NoteModifica


BibliografiaModifica

  • Hermann Langbein, Der Auschwitz-Prozess: eine Dokumentation, 1964.

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Assedio di JadotvilleModifica

L'Assedio di Jadotville, conosciuto anche come la Battaglia di Jadotville, fu un conflitto armato avvenuto presso la città congolese di Jadotville, (attuale Likasi), nel settembre del 1961, fra un reparto irlandese operante sotto il controllo ONU e reparti secessionisti katanghesi supportati da mercenari europei francesi e belgi. Lo scontro ebbe inizio il 13 settembre e, dopo cinque giorni di combattimenti, le truppe irlandesi, rimaste senza munizioni ed a corto di viveri ed acqua, si arresero agli assalitori la sera del 17 settembre. Gli irlandesi rimasero circa un mese prigionieri dell'esercito katangese e vennero rilasciati il 25 ottobre.

StoriaModifica

AntefattoModifica

Il 30 giugno del 1960 la colonia del Congo Belga ottenne l'indipendenza dal Belgio diventando la Repubblica Democratica del Congo. Negli anni successivi l'area fu teatro di una serie di disordini alimentati dalle spinte indipendentiste di varie fazioni politiche ed etniche, noti come crisi del Congo, il cui apice fu rappresentato dalla secessione del Katanga proclamata nel luglio 1960 dal leader katangese Moise Ciombe. Questa secessione era vista di buon occhio da alcune potenze europee che temevano che le miniere del Katanga di uranio e rame potessero cadere sotto il controllo dell'Unione sovietica che era intervenuta a favore del leader del Movimento Nazionale Congolese (MNC) Patrice Lumumba. Un ruolo nella vicenda lo ebbe anche la multinazionale Union Minière du Haut Katanga, che temeva di perdere i suoi diritti di estrazione mineraria nella regione. Pertanto a partire dall'inizio del 1961 il Katanza venne equipaggiato con uomini, rifornimenti e aerei da Francia, Belgio, Sud Africa e Rhodesia del Sud.[1] Inoltre Ciombe, grazie ai finanziamenti ottenuti direttamente dalla Union Minière, (1,25 miliardi di Franchi belgi)[2] potè garantarsi l'assunzione di alcune centinaia di mercenari europei.[1]

Il 21 febbraio del 1961, dopo l'indignazione suscitata in tutto il mondo all'uccisione di Lumumba da parte dei katanghesi, le Nazioni Unite approvarono la Risoluzione 161 con la quale si chiedeva alle forze ONU di agire con tutte le misure necessarie, compreso l'uso della forza, per arrestare il dilagare della guerra civile congolese e per espellere dal paese tutto il personale militare, paramilitare e mercenario straniero.[3] La risoluzione non modificò la situazione e l'azione di Ciombe proseguì. Fra marzo ed aprile del 1961 le truppe dell'esercito katanghese, supportate da mercenari europei, si scontrarono in varie occasioni nell'area del Nord-Katanga (Manono, Kabalo) con i soldati dell'ONUC .[4] Questi eventi cpnvinsero i responsabili ONUC che il loro contingente era insufficiente per gestire efficacemente la situazione, ed esso venne quindi rinforzato, raggiungendo a luglio 1961 oltre 19.800 uomini.[5]

Nel giugno del 1961 giunge in Congo il nuovo rappresentante delle Nazioni Unite, il diplomatico irlandese Conor Cruise O'Brien. Il 29 agosto, in risposta ad una esplicitta richiesta del presidente Kasavubu, l'ONUC lanciò l'Operazione Rum Punch. Le truppe delle Nazioni Unite, al tempo al comando del generale irlandese Sean MacEoin, occuparono senza spargimento di sangue, le aree chiave del Katanga, arrestando circa 500 ufficiali fra belgi e altri mercenari operanti nelle forze armate katanghesi.[6] Qualche giorno dopo gli ufficiali vennero rilasciati a patto che lasciassero il territorio del Congo. Questi accettarono, ma un certo numero di essi rientrarono in Katanga passando per la Rhodesia.[7]

Nei giorni successivi all' operazione Rum Punch vi fu una intesa attività diplomatica portata avanti principalmente da Conor Cruise allo scopo di convincere Ciombe a consegnare tutti i mercenari operanti nella gendarmeria katanghese e andare a Leopoldville a negoziare con il governo centrale. Al rifiuto di Ciombe ad un ultimatim imposto, ed avendo notizie che le truppe katanghesi stavano preparndo degli attacchi alle posizioni e al personale dello ONUC, il 12 settembre venne deciso il lancio dell'Operazione Morthor per il successivo giorno 13.[8]

Mentre si svolgevano i fatti sopra descritti, un contingente di soldati irlandesi, la Compagnia A, facente parte del 35° Battaglione Irlandese, venne dislocato presso la città mineraria di Jadotville, a circa 120 km a nord-ovest di Elisabethville. Il 35° Battaglione si trovava in Congo solo dal 25 giugno 1961, ed era stato dislocato a Elisabethville. La compagnia A era formata da volontari provenienti dalle guarnigioni di Athlone, Mullingar, Galway e Finner Camp nel Donegal,[9] ed era comandata dal Comandante[10] Pat Quinlan.

Le ragioni dell'invio della Compagnia A a Jadotville non sono del tutto chiare, e non esiste un ordine scritto per questo trasferimento.[11] Sembra che all'origine vi sia stata una pressante richiesta del governo belga, apparentemente per proteggere la popolazione bianca della città da possibili insurrezioni dei katanghesi.[8] In realtà, come emergerà chiaramente in seguito, i belgi che risiedevano nella regione non volevano le truppe delle Nazioni Unite, e non temevano per la propria vita, inoltre essi avevano osteggiato l'intero operato delle Nazioni Unite opponendosi all'applicazione dei suoi ideali.[12] E' molto probabile quindi che la richiesta di protezione sia stato uno stratagemma per attirare l'unità in una posizione esposta.[8] Inoltre la decisione del comando ONUC di dislocare a Jadotville la Compagnia A, ha un altro punto interrogativo. Infatti, poco prima della arrivo della Compagnia A a Jadotville, eranto stati richiamate dallo stesso posto due reparti, la compagnia B del 35° Battaglione irlanderse, ed una compagnia di svedesi, entrambe meglio equipaggiate e con armamento più pesante della Compagnia A.[13]

Battaglia 1Modifica

La Compagnia A arrivò a Jadotville il 3 settembre e prese posizione nell'avamposto ONU situato alla periferia della città lungo la strada che conduce a Elisabethville. Il comandante Quinlan si rese subito conto che la posizione era troppo aperta e quindi difficile da difendere. Pertanto egli ordinò ai suoi uomini di scavare delle trincee tutto intorno all'avamposto. Come qualcuno osserverà successivamente questa fu una decisione molto saggia a cui e' probabilmente legata la sopravvivenza di molti dei suoi uomini.[14]

Nei giorni successivi Quinlan ebbe modo di verificare l'ostilità della popolazione bianca di Jadotville e di raccogliere una serie di segnali che facevano presagire un attacco imminente da parte dei katanghesi e dei numerosi mercenari loro alleati presenti nell'area. Il 9 settenbre egli decide di inviare il Capitano William Donnelly al quartier generale di Elisabethville per esporre la situazione e richiedere rinforzi. Purtroppo la cosa non diede i sisultati sperati e Donnely, dopo essere stato costretto ad aspettare alcune ore che Conor Cruise O'Brien finisse la cena, viene rassicurato che tutta la situazione e' sotto controllo, e rinviato a Jadotville con un plotone di scorta. Sulla strada del ritorno Donnelly scoprì che le milizie katanghesi avevano istituito un posto di blocco sul fiume Lufira. A lui fu consentito di passare, ma il plotonone dovette tornare indietro. La compagnia A era quindi completamente circondata ed isolata.[15]

1° giorno - 13 settembre

Mercoledi 13 settembre, alle ore 7:30 circa, poche ore dopo il lancio dell'Operazione Morthor, mentre la maggioranza dei soldati irlandesi assisteva alla Messa, una trentina fra soldati della gendarmeria katanghese e miliziani europei a bordo di alcune jeeps e a piedi si lanciarono contro la postazione irlandese aprendo il fuoco. Questi risposero al fuoco e dopo una decina di minuti di combattimenti, i gendarmi, forse anche sorpresi dalle truppe nascoste in trincea e dalla resistenza opposta del nemico, si ritirarono lasciando sul campo pesanti perdite. Per qualche ora non vi furono combattimenti e gli irlandesi ne approfittarono per consolidare le loro posizioni. Quinlan, immaginando che la loro situazione potesse protrarsi per parecchio tempo, diede ordine di fare scorta di acqua utilizzando ogni contenitore disponibile. Anche questa ri rivelerà una decisione importante in quanto nel corso della giornata gli assedianti chiusero le condutture di acqua che alimentavano l'avamposto. Alle 11:30 i katanghesi, ricevuti rinforzi, ripresero l'attacco preceduto da un intenso bombardamento con i mortai. Gli irlandesi risposero al fuoco distruggendo le postazioni dei mortai e respingendo diversi attacchi. A metà giornata gli attaccanti presero possesso di una casa posta a circa 300 metri dalle postazioni avanzate irlandesi e da qui presero a bombardare con i mortai, ma gli irlandesi riusciro a distruggere anche questa postazione recando pesanti perdite al nemico. In serata fu stabilito un "cessate il fuoco" per consentire ai katangjesi di intervenire con autoambulanze per recuperare i propri morti e feriti, ma questi appena recuperati i corpi, ripresero proditoriamente a sparare contro gli irlandesi. Quando la battaglia si era calmata, il comandante irlandese chiamò al telefono il Burgomaster, cioè la massima autorità della comunità che erano stati chiamati a difendere, chiedendogli di adoperarsu per porre fine ai combattimenti in quanto loro non avevano intenzioni ostili. Il borgomastro rispose, ad uno stupefatto Quinlan, che si dovevano arrendere e in caso contrario sarebbero statai attaccati e uccisi. Questa per Quinlan fu la conferma, se mai ce ne fosse staato bisogno, che erano stati attirati in una trappola.[16]

2° giorno - 14 settembre

Il 14 alle ore 13:00 gli irlandesi furono attaccati da un aereo Fouga Magister dell'aviazione katanghese, che si ripresentò alle 15:00 ed alle 17:00 distruggendo tutti i veicoli da trasporto a disposizione della Compagnia A e ferendo due soldati. Dopo il primo attacco gli irlandesi presero di mira il jet con le mitragliatrici in dotazione alle auto costringendolo ad attaccare da posizione più elevata e quindi con minore precisione. Nel pomeriggio gli irlandesi catturarono due mercenari bianchi. Questi, interrogati, dichiararono che venivano dalla residenza di Ciombe dove avevano sentito che una compagnia irlandese era appena stata catturata e tenuta in ostaggio dai katanghesi. Anche questo episodio dà credito alla teoria che le truppe delle Nazioni Unite erano statae attirate in una trappola con un piano pre programmato. Durante il giorno vi furono anche attacchi da terra che comportarono il ferimento di altri due soldati irlandesi, ma tutti gli attacchi vennero respinti.[17]

3° giorno - 15 settembre

Il comandante viene informato via radio che il ponte sul fiume Lufira e' stato conquistato dai katangesi ed erano statai notati numerosi convogli transitare sul ponte. Non vi furono attacchi da terra, ma la situazione igienico-sanitaria cominciò a farsi pesante. Gli uomini nelle trincee poterno mangiare qualcosa solo in tarda serata e durante il giorno poteron0o solo bera acqua, che peraltro cominciava ad imputridirsi con gravi pericoli per la salute.[18]

4° giorno - 16 settembre

Il sabato mattina arrivò un elicottero ONU con rifornimenti di acqua bastevoli per circa 20 persone. Purtroppo, dopo averla scaricata si accorsero che i recipienti utilizzati per trasportarla erano stati in precedenza impiegati per contenere gasolio, e l'acqua risultò quindi inutilizzabile. Quando l'elicottero stava per ripartire arrivò il Fouga per intercettarlo. Grazie al fuoco dei soldati irlandesi l'elicottero non fu colpito ma, approfittando della situazione, i nemici a terra si avvicinarono notevolmente alle posizioni irlandesi. Quando il jet se ne andò gli irlandesi tornarono a fronteggiare i nemici a terra con un intenso fuoco di sbarramento che provocò molti morti e feriti negli attaccanti. La battaglia si protrasse per circa 4 ore. Al 14:00 il Borgomastro chiamò Quinlan per chiedere un cessate il fuoco per poter inviare delle ambulanze, ma Quinlan rifiutò perche temeva che la richiesta potesse nascondere una imboscata. Un'ora dopo la richiesta venne riformulata in termini diversi e pertanto concordarono per le 16:00 un incontro nella terra di nessuno per discuterne in dettaglio. L'obiettivo di Quinlan era quello di cercare diguadagnare tempo, nella speranza che la colonna dei rinforzi li potesse raggiungere. Non sapevano che colonna era stata fermata e i soccorsi non sarebbero mai arrivati. I termini furono quindi formalizzati e Quinlan informò i suoi superiori della cosa. Quella notte pertanto trascorse in modo relativamente tranquillo.[19]

5° giorno - 17 settembre

La mattina di domenica 17 settembre gli irlandesi notarono un notevole rafforzamento delle truppe nemiche che li circondavano. Tuttavia il giorno precedente avevano concordato che i katanghesi si sarebbero ritirati ed avrebbero ripristinato la fornitura di acqua. Durante la mattinata i katanghesi inviarono un loro ufficiale da Quinlan che lo informò che se voleva che fosse ripristinata l'acqua dovevano depositare tutte le loro armi in un edificio e loro spostarsi in un edificio diverso. Quinlan rifiutò di aderire alla richesta ma continuò a negoziare, sempre nella speranza dell'arrivo dei rinforzi. Quinlan informò quindi il suo comando della situazione e gli fu suggerito di provare ad intimidire i katanghesi dicendo che l'ONU avrebbe fatto intervenire gli aerei contro di loro. In realtà al comando sapevano perfettamente di non avere alcun aereo da combattimento a disposizione. Con il passare delle ore la situazione si andava facendo sempre più pesante: erano a corto di cibo e la poca acqua rimasta era diventata imbevibile. Quinlan contatttò quindi il comando di battaglione per avere aggiornamenti sull'arrivo dei rinforzi, ma seppe che questi erano stati costretti a tornare alla base. Egli convocò quindi un incontro con i suoi uomini più anziani. Essi si resero conto che non potevano contare sui rinforzi per almeno altri due-tre giorni, ma che senza acqua non avrebbero potuto resistere anche senza combattere. D'altra parte se fossero stati attaccati, visto oramai il gran numero di nemici, questo si sarebbe trasformato in un massacro. Decisero quindi che continuare il combattimento in quelle condizioni non sarebbe stato utile a nulla e che se veniva loro chiesta la resa, ed avessero ottenuto suffienti garanzie di rispetto degli accordi presi avrebbero accettato, altrimenti avrebbero combattuto fino alla fine. Alle 17:00 Quinlan ed i suoi ufficiali parteciparono ad un incontro con le loro controparti katanghesi. Questi resero omaggio agli irlandesi per aver fatto il loro dovere di soldati e poi ha chiesero loro la resa. Quinlan inizialmente rifiutò ma i katanghesi dissero che non c'era alternativa, che la loro sicurezza sarebbe stata garantita e che i soldati irlandesi potevano mantenere le armi, ma depositarle in albergo. Il comandante irlandese decise che in questa fase non avevano altra scelta che accettare le condizioni offerte e che ogni ulteriore azione avrebbe comportato la distruzione completa deilla sua compagnia.[20]

Epilogo e considerazioni storicheModifica

 
Caserma di Athlone. Cerimonia di commemorazione della battaglia di Jadotville

Dopo la resa gli irlandesi vennero trasferiti per circa tre settimane nell'Hotel d'Eli Europe a Jadotville sotto il controllo dei paracadutisti. In questa fase assistettero al recupero da parte dei katanghesi dei loro morti, stimati in circa 2-300, e vennero da questi minacciti di terribili atrocità e di essere mangiati, ma sostanzialmente vennero trattati bene. Il 23 settembre giunsero altri prigionieri catturati ad Elizabethville che rimasero sorpresi nel trovarli vivi, in quanto si erano diffuse voci che la gran parte di loro fossero statai uccisi. L'11 ottobre vennero portati a Kolwezi dove vennero presi in carico dalla gendarmeria. In questa occasione vi furono anche percosse e minacce di morte. Il 16 ottobre venne detto loro cha sarebbero stati rilasciati a Elizabethville in uno scambio di prigionieri. Il giorno stesso furono caricati su un camion e portati a Jadotville, quindi il giorno successivo ad Elizabethville dove furono invitati da Mahmoud Khiary, Responsabile delle Operazioni Civili delle Nazioni Unite in Congo e da alcuni giornalisti irlandesi, ma quel giorno lo scambio non avvenne e furono riportati a Kolwezi. Finalmente il 25 ottobre, dopo quasi cinque settimane di prigionia, tutti i prigionieri vennero nuovamente spostati a Elizabethville e rilasciati. Nel mese di dicembre 1961 il 35° Battaglione fu sostituito dal 36° Battaglione giunto dall'Irlanda e pertanto essi fecero ritorno in patria.[21]

Per più di quarant'anni, gli uomini coinvolti nella battaglia di Jadotville sono stati criticato per le loro azioni e sono stati etichettati come codardi. Comandante Quinlan fu accusato di aver tradito i suoi uomini. La loro storia è stato dimenticato, mentre altre azioni di soldati irlandesi avvenute prima successivamente sono state ricordate. In realtà, fino a poco tempo fa, molti membri delle stesse forze armate irlandesi sapevano nulla degli eventi accaduti a Jadotville. Sembrerebbe che agli alti livelli si sia deciso di dimenticare tutta la vicenda, in quanto gli eventi furono sbrigativamente classificati come vigliaccheria, anche se nessuna commissione d'inchiesta fu stata mai convocata per accertare con esattezza gli eventi. Anche il comandante Quinlan venne trattato piuttosto male non ottenendo nessun riconoscimento. Finì la sua carriera come Tenente colonnello e morì nel 1997 senza aver avuto la soddisfazione di veder riconoscere i propri meriti, primo fra tutti quello di aver riportato a casa tutti i suoi uomini senza nessuna perdita e con soli 5 feriti.[22]

Fortunatamente, nei primi anni del 2000, grazie alle azioni promosse da alcuni veterani, ed agli articoli di alcuni giornalisti e scrittori, quali Declan Power e Michael Whelan, il Ministero della Difesa irlandese riesaminò completamente gli eventi di Jadotville, riabilitando il Comandante Quinlan e la sua compagnia. Nel novembre 2005 l'allora ministro della difesa Willie O'Dea rese onore ai combattenti di Jadotville con una cerimonia tenutasi nella caserma di Athlone in cui venne inaugurato un monumento commemorativo recante due placce indicanti gli eventi accaduti e i nomi di tutti i soldati che combatterono a Jadotville.[23]

NoteModifica

  1. ^ a b David Renton, David Seddon, Leo Zeilig, The Congo: Plunder and Resistance, Zed Books, 2007, p. 103, ISBN 1842774859.
  2. ^ Renton, Seddon, Zeilig, Op. citata. Pag. 78
  3. ^ UN Resolution 161, su un.org, United Nations. URL consultato il 16 ottobre 2016.
  4. ^ E. O'Ballance, The Congo-Zaire Experience, 1960-98, Springer, 1999, p. 47-49, ISBN 0230286488.
  5. ^ ONUC - Facts and Figures, su un.org. URL consultato il 31 marzo 2013.
  6. ^ O'Ballance, Op. citata, pag. 52-53
  7. ^ Christopher Othen, Capitolo 14 - Rumpunch, in Katanga 1960-63: Mercenaries, Spies and the African Nation that Waged War on the World, The History Press, 2015, ISBN 0750965800.
  8. ^ a b c Thomas R. Mockaitis, Peace Operations and Intrastate Conflict: The Sword Or the Olive Branch?, Greenwood Publishing Group, 1999, p. 28-29, ISBN 0275961737.
  9. ^ Power, Op. citata, Capitolo 5 - Deployment
  10. ^ Il grado di Comandante (Commandant) nell'esercito irlandese corrisponde al grado di Maggiore in Italia, ovvero al grado NATO OF-3.
  11. ^ Declan Power, Capitolo 7 - Road to Jadotville, in Siege at Jadotville: The Irish Army's Forgotten Battle, Maverick House, 2015.
  12. ^ Sad tale of a sensible surrender, The Irish Times. URL consultato il 17 ottobre 2016.
  13. ^ The True Story of the Heroic Battle That Inspired the New Netflix Film The Siege of Jadotville, Time. URL consultato il 17 ottobre 2016.
  14. ^ Power, Op. citata, Capitolo 1 - Siege at Jadotville
  15. ^ Power, Op. citata, Capitolo 4 - The mercenary equation
  16. ^ Whelan, Op. citata, pag. 37-41
  17. ^ Whelan, Op. citata, pag. 41-42
  18. ^ Whelan, Op. citata, pag. 43
  19. ^ Whelan, Op. citata, pag. 43-45
  20. ^ Whelan, Op. citata, pag. 46-50
  21. ^ Whelan, Op. citata, pag. 55-56
  22. ^ Whelan, Op. citata, pag. 57-72
  23. ^ Speech By The Minister For Defence, Willie O’Dea T.D. At The Unveiling Of A Memorial to Commemorate the Events that Happened In Jadotville in 1961 (Novembre 2005), Irish Department of Defence. URL consultato il 20 ottobre 2016.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

Parco nazionale e riserva di MarsabitModifica

Parco nazionale e riserva di Marsabit
Marsabit National Park & Reserve
Tipo di areaParco nazionale
Codice WDPA19565
Class. internaz.II
Stato  Kenya
ConteaContea di Marsabit
Superficie a terra1.554 km²
Provvedimenti istitutivi1940 (Parco nazionale)
1949 (Foresta nazionale)
GestoreKenya Wildlife Service
Mappa di localizzazione
 
Parco nazionale e riserva di Marsabit
Sito istituzionale

Coordinate: 2°19′N 37°58′E / 2.316667°N 37.966667°E2.316667; 37.966667

Il Parco nazionale e riserva di Marsabit è un'area naturale protetta del Kenya istituita nel 1940 che si trova nel nord dello stato nella Contea di Marsabit.

Storia del parcoModifica

La creazione di aree protette nel nord del Kenya risale ai primi del '900, quando l'amministrazione coloniale britannica istituì la Northern Game Reserve per incrementare il turismo e preservare la foresata e la fauna selavtica.[1] Le pendici superiori del monte Marsabit furono designate come area forestale protetta (Riserva forestale) nel 1932 dopo che una serie di incendi boschivi per la realizzazione di aree di pascolo avevano danneggiato le condizioni della foresta. La Riserva Nazionale di Marsabit (che comprendeva anche la sudetta Riserva forestale del monte Marsabit) venne istituita nel 1948, estendendosi dall'estremità meridionale del lago Turkana verso Isiolo e includendo i monti Marsabit e Mathews. La Riserva Nazionale rientrò nelle aree di categoria protetta IUCN nel 1949. Il Parco Nazionale è stato creato nel 1940, ed è quindi il parco più antico del Kenya.[2]

TerritorioModifica

L'area protetta è composta dal Parco Nazionale di Marsabit e dalla Riserva Nazionale di Marsabit. La Riserva Nazionale ha una superficie di 1.435 km² che comprende la Riserva forestale del monte Marsabit (152.8 km²). Il Parco Nazionale ha una superficie di 395 km², con alcune aree di sovrapposizione con la Riserva Nazionale e forestale,[3] per cui l'area protetta complessiva, con vari status, ha una superficie totale di 1.554 km².[4]

Le aree suddette (il Parco Nazionale, la Riserva Nazionale e la Riserva Forestale) hanno status diversi e sono pertanto soggette a diverse regole di accesso per l'utilizzo locale e per i vari gradi di pattugliamento. Le aree forestali sono gestite dal Forest Department (FD) del Ministero dell'Ambiente e delle Risorse Naturale del Kenya, mentre il Parco Nazionale è gestito dal Kenya Wildlife Service (KWS). Tuttavia esiste una certa confusione sul fatto che l'area protetta dalle montagne sia un Parco o una Riserva e la foresta non ha mai acquisito il pieno status di Parco Nazionale, anche se circa 80 km² della Riserva Nazionale sono gestiti come Parco dal KWS.[5]

Il clima della regione è fortemente influenzato dalle due stagioni delle piogge. Le lunghe piogge si verificano da marzo a maggio, mentre le piogge brevi si verificano da ottobre a dicembre. Le precipitazioni medie annue sono 722 mm con un picco in aprile e novembre. Di conseguenza il clima è caldo e secco da gennaio a marzo, caldo e umido da aprile a giugno, molto caldo e secco da luglio a ottobre e caldo e umido a novembre e dicembre.[6]

Il parco si trova in parte all'interno dell'ecoregione della Boscaglia e macchia di Acacia-Commiphora settentrionale mentre le zone ad altitudine superiore ai 1.000 metri ricadono nell'ecoregione delle Foreste montane dell'Africa orientale

Il parco si trova a circa 600 km da Nairobi, ed è raggiungibile in macchina tramite la A2 passando per Nanyuki e Isiolo fino a Marsabit. La strada è asfaltata fino a lsiolo lasciando una distanza di 270 km fino a Marsabit di pessima strada che è percorribile solo da veicoli a trazione integrale 4x4 durante la stagione secca. Una seconda possibilità è in aereo con voli privati in quanto c'è una pista di atterraggio a Marsabit, a 4 km dal cancello principale del parco (Gate Ahmed).[7]

FloraModifica

FaunaModifica

BiodiversitàModifica

L'ecologia dell'area protetta di Marsabit è notevolmente diversa da quella circostante a causa della presenza della copertura forestale naturale, dell'altitudine relativamente più alta e della quantità di pioggia. La foresta di Marsabit è una foresta pluviale montana situata in un ambiente arido e semi-arido. Tipicamente, le foreste montane crescono al di sopra dei 1.500 m dove il tempo è sostanzialmente ventoso e troppo umido per una crescita ottimale degli alberi. Tuttavia la foresta di Marsabit ha una insolita combinazione di dimensioni moderate, isolamento e precipitazioni relativamente elevate che la differenzia da altre aree forestali dell'altopiano in Africa orientale e altre foreste montane a latitudini simili. La montagna raccoglie una media di circa 800 mm di piuoggia all'anno con il lato occidentale notevolmente più secco a causa della sua posizione sottovento. L'ecosistema forestale è supportato anche dalle nebbie fitte e dalla frequente copertura nuvolosa sulle cime nelle prime ore del mattino Questa nebbia è estremamente importante per l'ecologia in quanto si e scende a terra idratando il terreno sotto gli alberi. Queste condizioni sostengono la foresta e la aiutano a mantenere le sue diverse funzioni ecologiche: proteggere i bacini idrografici, consentire lo sviluppo dei seminativi e mantenere il microclima della montagna.[8]

La composizione principale della foresta è formata da specie che formano il baldacchino chiuso. L'area forestale protetta può essere suddivisa in tre fascie:[9]

Naturalmente la foresta ospita anche una grande varietà di specie animali, anche se i dati provenienti da fonti storiche suggeriscono che la foresta ha supportato più specie selvatiche in passato rispetto ad oggi.[10]

 
Riproduzione di Ahmed al Museo Nazionale del Kenya a Nairobi

Negli anni '70 il parco di Marsabit divenne noto al grande pubblico per la presenza nel suo territorio di un grosso esemplare di elefante africano dotato di zanne di notevole lunghezza. Questo elefante, chiamato Ahmed, fu protagonista di diversi documentari e film fra cui il piu famoso fu quello realizzato dal famoso regista americano John Huston "La ricerca di Ahmed". A seguito di questa notorietà ed anche di una petizione firmata dai bambini di una scuola keniana, nel 1970 l'allora presidente Kenyatta dichiarò Ahmed tesoro nazionale e gli assegnò dei guardacaccia personali che ne dovevano garantire la sicurezza 24 ore al giorno. Ahmed morì di morte naturale nel 1974 e venne ritrovato appoggiato a d un albero. Ahmed, detto anche "il re di Marsabit" può essere ammirato oggi inj una riproduzione naturale montata di fronte al Museo Nazionale del Kenya a Nairobi.[11]

Oltre all'elefante africano (Loxodonta africana), altre specie di mammiferi presenti nell'area protetta includono: il kudu maggiore (Tragelaphus strepsiceros), il bufalo africano (Syncerus caffer), il tragelafo striato (Tragelaphus scriptus), la silvicapra (Sylvicapra grimmia), il facocero comune (Phacochoerus aethiopicus) babbuino verde (Papio anubis), il cercopiteco verde e cercopiteco a gola bianca (Chlorocebus pygerythrus e Cercopithecus albogularis), il leone (Panthera leo) e il leopardo (Panthera pardus). L'elefante e il kudu maggiore sono due animali nell'elenco IUCN delle specie in via di estinzione.[12]

Oltre ai grandi mammiferi l'ecosistema di Marsabit ospita oltre 20 specie di piccoli mammiferi. La maggior parte di queste specie sono roditori (Ordine Rodentia) con 12 specie, seguiti da pipistrelli (Ordine Chirotteri) con sette specie. Il gruppo di soricomorfi (toporagni e ricci) è rappresentato dalle specie di Crocidura e Atelerix, mentre fra i piccoli carnivori si trovano la genetta tigrina e la mangusta dalla coda bianca (Ichneumia albicauda).[13]

L'ecosistema forestale Marsabit ospita una vasta gamma di importanti habitat per gli uccelli e rappresenta anche una importante area di sosta per i migratori paleartici. Secondo un rilevamento effettuato nel periodo novembre-dicembre 2014 sono stati censite oltre 170 specie di uccelli. Fra le specie più significative si segnalano: il raro avvoltoio barbuto (Gypaetus barbatus fra i rapaci, numerosi migranti paleartici a lunga distanza tra cui la cicogna nera (Ciconia nigra), Il falco dell'Amur (Falco amurensis), l'albastrello (Tringa stagnatilis), il cuculo (Cuculus canorus) e il luì grosso (Phylloscopus trochilus). Sono state registrate cinque specie minacciate di cui tre in pericolo di estinzione: il capovaccaio (Neophron percnopterus), il capovaccaio pileato (Necrosyrtes monachus) e il grifone dorsobianco africano (Gyps africanus) sono in pericolo.[14]

Punti di interesseModifica

Le pendici del monte Marsabit sono disseminate di crateri vulcanici e maar residuo delle eruzioni iniziate nel periodo Pliocene e proseguite nel Quaternario. All'interno del parco si trovano tre di questi crateri, chiamati Gof in linga locale, che hanno formato dei laghi e che costituiscono una delle principali atttrazioni del parco stesso. Si tratta del Gof Sokorte Dika, situato nel nord del parco poco lontano dal cancello principlale presso Marsabit, Gof Sokorte Guda, ribattezzato Lago Paradiso, nella zona centrale del parco e Gof Bongole, il più grande dei tre, posto nella zona sud del parco che ha un perimetro di circa 10 km con una pista carrabile.[15]

NoteModifica

  1. ^ Reuben Matheka, Antecedents to the Community Wildlife Conservation Programme in Kenya, 1946-1964, in Environment and History, vol. 11, n. 3, White Horse Press, 2005, p. 239-267. URL consultato il 7 giugno 2020.
  2. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 39
  3. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 36-40
  4. ^ 'Marsabit National Park & Reserve, su kws.go.ke.
  5. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 40
  6. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 59-60
  7. ^ Marsabit National ParkLink citato
  8. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 42
  9. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 43-49
  10. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 49-53
  11. ^ John Heminway, Opinion: Killing of Great Tusker in Kenya Recalls Lesson From the Past, NATIONAL GEOGRAPHIC.
  12. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 50-54
  13. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 54
  14. ^ B.I. KasabuliOp. citata, pag. 54, 180-189
  15. ^ Richard Trillo, Rough Guide to Kenya, Rough Guides, 2002, p. 626-627, ISBN 1858288592.

Bibliografia marsabitModifica

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Categoria:Parchi nazionali del Kenya

Saccheggio di Amburgo (845)Modifica

Saccheggio di Amburgo
parte dell'espansione vichinga
Data845
LuogoAmburgo
EsitoSaccheggio vichingo di Amburgo
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
sconosciuti600 navi
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Il Saccheggio di Amburgo dell'845 fu ad opera dei Vichinghi danesi, guidati dal re Horik I, che occuparono la città per due giorni, bruciando la cattedrale, il monastero e la biblioteca.

AntefattoModifica

Nella seconda meta dell'VIII secolo alcuni gruppi di norreni, che abitavavano la scandinavia meridionale e lo Jutland, attraversarono il mare del Nord ed iniziarono delle scorrerie, dapprima sulle coste dell'inghilterra orientale e della Frisia, poi nella Francia settentrionale spingendosi poi nella Spagna ed anche nel Mediterraneo. Questi guerrieri, che attraversavano il mare con le loro snelle imbarcazioni dette drakkar, presero il nome di Vichinghi.

La prima incursione sulle coste inglesi, che trova riferimenti in testi scritti, e' del 793 a spese del monastero di Lindisfarne di fronte alla costa settentrionale del Regno di Northumbria. Negli anni successivi i vichinghi si spinsero più ad ovest. Il primo attacco al Regno franco avvenne nel 799 nei confronti del monastero di San Filiberto sull'isola di Noirmoutier, presso l'estuario della Loira.[1]

L'area dell'Elba, abitata dai Sassoni fin dal III secolo, venne sottomessa da Carlo Magno nel corso delle guerre sassoni, all'inizio del IX secolo. La città di Amburgo si sviluppò intono ad Hammaburg, una fortezza fatta costruire da Carlo Magno nell'808, sopra una piccola altura, alla confluenza dell'Alster con l'Elba, come roccaforte di difesa contro gli Slavi. Nell'811 Carlo Magno fondò qui una chiesa, forse sul sito di un luogo di sacrificio sassone, da utilizzare come centro per la conversione al cristianesimo degli Slavi e dei popoli pagani del nord (Danimarca, Svezia e Norvegia).[2]

Nell'826 l'imperatore Ludovico il Pio, che era succeduto a Carlo Magno, inviò un monaco benedettino di nome Oscar di Brema (conosciuto anche come Anskar), nello Jutland alla corte del re Harald di Danimarca, che si era convertito al Cristianesimo[3] come forma di ringraziamento verso Ludovico il Pio che lo aveva aiutato a rientrare in possesso del suo regno dal quale era stato esiliato nell'814.[4]

Nell'827 Harald fu deposto da Horik, figlio del defunto re Godfred.[5] La ragione di questa deposizione non è menzionata, ma la sua conversione al cristianesimo potrebbe averlo reso impopolare fra i suoi sudditi e i nobili del regno. Un tentativo di reinsediare Harald fallì nell'828, e questo acuì l'ostilità di Horik nei confronti dei Franchi e di conseguenza del cristianesimo, che considerava la religione dei suoi nemici. Egli pertantanto rifiutò di convertirsi al cristianesimo, ed ostacolò i tentativi di Anskar di fare proselitismo fra i danesi.[6]

Nell'831 ad Hammaburg venne fondata una diocesi, che nell'834 venne elevata da Papa Gregorio IV ad arcidiocesi con giusprudenza non solo sui territori circostanti, ma anche su Islanda, Groenlandia e tutta la Scandinavia. Come arcivescovo venne nominato Oscar di Brema che fu chiamato l'apostolo del nord.[2]

Nel frattempo la posizione dell'imperatore Ludovico il Pio si era indebolita a causa delle guerre civili scatenate nell'830 dai suoi figli, per la suddivisione dell'impero, dopo la nascita del suo quarto figlio Carlo il Calvo. Approfittando di questa situazione di oggettiva debolezza dei franchi, i pirati danesi iniziarono a razziare nella Frisia.

La Frisia era in effetti il tallone d'Achille dell'impero carolingio. Allungata sulla costa del Mare del Nord a sud dello Jutland, in quella che è l'attuale Olanda, era impossibile da difendere senza una flotta, cosa che i Franchi non avevano. Questa vulnerabilità della Frisia era già stata evidenzia dal re danese Godfred che nell'810 attaccò la Frisia con 200 navi vichinghe. I suoi eredi, 20 anni dopo, volevano dimostrare di non essere da meno. Nell'834 assalirono la città di Dorestad, uno dei più importanti centri commerciali della Frisia posto sul ramo nord del Reno, distruggendo la città, massacrando persone, portando via prigionieri e incendiando i dintorni. Gli attacchi a Dorestad si ripeterono negli anni successivi 835 e 836 con gravi danni per la città che da questo momento inizierà a decadere come centro commerciale della regione.[7] Negli anni successivi si susseguirono numerosi altri saccheggi: nell'836 fu attaccata Anversa (Antwerp),[8] e nell'837 fu la volta di Walcheren.[8] Ma Horik non si limitò alle razzie e nell'838 chiese a Ludovico il governo della Frisia, richiesta che l'imperatore declinò sdegnosamente.[9]

Nell'840, alla morte di Ludovico il Pio, si scatenò una furiosa guerra civile fra i suoi figli (Lotario, Ludovico e Carlo - l'altro figlio Pipino era morto nel 838) per la spartizione dell'impero che terminò solo nell'843 con il Trattato di Verdun. Tale trattato assegnò la parte orientale dell'impero carolingio (in pratica tutta la parte ad est del Reno e a nord e ad est dell'Italia), che sarà chiamata Regno dei Franchi Orientali, a Ludovico. Durante questo periodo di instabilità, nella regione dell'Elba e dintorni, i nemici dei Franchi diedero luogo a varie azioni volte ad acquisire potere ai danni di detta potenza dominante. Tali azioni non cessarono con il riconoscimento di Ludovico a re del Regno Franco orientale, e Ludovico stesso dovette intervenire in più occasioni per riportare l'ordine nei suoi territori. Il primo di questi movimenti insurrezionali fu quello degli Stellinga sassoni. Durante la guerra interna all'Impero carolingio (840–843) gli Stellinga ottennero l'appoggio politico e militare di Lotario che li aveva fomentati contro il fratello Ludovico. Questi, nella tarda estate del 843, appena firmato l'armistizio con Lotario, marciò attraverso la Sassonia e stroncò la ribellione, sconfiggendo gli Stellinga ed uccidendo tutti i loro capi e quelli che gli si opponevano.[10] L'altra ribellione che Ludovico dovette sedare fu quella degli Obodriti, un popolo slavo che abitava l'area dell'odierno Meclemburgo. Questi si erano sollevati durante il periodo della guerra civile fra i figli di Ludovico sotto il comando di Goztomuizli, che aveva assunto il titolo di Samtherrscher costituendo una coalizione fra le principali tribù obodrite. Nell'estate dell'844, Ludovico, preoccupate che gli Obodriti potessero allearsi con i Danesi, attraversò l'Elba alla testa di una armata franca e marciò risolutamente nei territori degli Obodriti e li sconfisse in batttaglia sottomettendoli. Il loro capo Goztomuizli presumibilmente morì in battaglia ma le cronache del tempo non forniscono dettagli a tal proposito.[11]

BattagliaModifica

All'inizio dell'845, Horik cercò di sfruttare la situazione di incertezza ancora in corso nella regione mandando una grande flotta sull'Elba. Secondo gli Annales Bertiniani si trattava di una flotta di 600 navi, numero che sembra incredibilmente alto. Tuttavia il fatto che la flotta fosse stata organizzata direttamente dal re Horik suggerisce che potesse essere insolitamente grande.[12] I nobili sassoni organizzarono una dura resistenza e costrinsero i danesi a fuggire sulle loro navi, ma non poterono impedire che i pirati danesi saccheggiassero la fortezza di Hammaburg. I danesi depredarono la città, che al tempo era un piccolo insediamento con circa 500 abitanti, e bruciarono la cattedrale, il monastero e la biblioteca contenenente preziosi manoscritti.[12] L'arcivescovo Oscar fu costretto a fuggire riuscendo a recuperare solo poche reliquie.[13]

ConseguenzeModifica

Mentre nel caso della rivolta degli Stellinga e degli Obodriti la risposta di Ludovico era stata affidata alla forza delle armi, nel caso del saccheggio di Amburgo egli si avvalse della diplomazia. Egli inviò pertanto una missione diplomatica, guidata dal conte Cobbo alla corte di Horik, chiedendo che il re danese si sottomettesse alla signoria dei Franchi e pagasse un indennizzo per i danni provocati dal saccheggio di Amburgo. Alla fine Horik accettò i termini e chiese un trattato di pace con Ludovico, promettendo anche di restituire il tesoro ei prigionieri catturati durante l'attacco ad Amburgo. Molto probabilmente Horik aveva delle sue motivazioni per accettare le richieste di Ludovico. Egli voleva infatti proteggere il confine con il regno franco mentre si preparava ad un conflitto con il re Olof di Svezia e affrontava i suoi nemici interni. Con il trattato, Louis chiese l'obbedienza di Horik, la sospensione al supporto ai razziatori vichinghi e l'invio regolare di ambasciate e regali per riaffermare l'alleanza.

NoteModifica

  1. ^ Sawyer, Op. citata, pag. 3
  2. ^ a b Britannica, Op. citata, History
  3. ^ Rimbert, Op. citata, Introduction to Life of Anksar
  4. ^ Annales regni Francorum, [812] DCCCXII, [814] DCCCXIIII.
  5. ^ Annales regni Francorum, [*827] DCCCXXVII.
  6. ^ Sawyer, Op. citata, pag. 23
  7. ^ Sawyer, Op. citata, pag. 23-24
  8. ^ a b Kohn, Op. citata, pag. 588
  9. ^ Sawyer, Op. citata, pag. 24
  10. ^ Goldberg, Op. citata, pag. 112
  11. ^ Goldberg, Op. citata, pag. 132-136
  12. ^ a b Goldberg, Op. citata, pag. 134
  13. ^ Jones, Op. citata, pag. 107

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

HammaburgModifica

Hammaburg
Posizione di Hammaburg sulla mappa attuale di Amburgo
Ubicazione
Stato  Impero Carolingio
Stato attuale  Germania
CittàAmburgo
Coordinate53°32′59.5″N 9°59′51.8″E / 53.549861°N 9.997722°E53.549861; 9.997722Coordinate: 53°32′59.5″N 9°59′51.8″E / 53.549861°N 9.997722°E53.549861; 9.997722
 
Informazioni generali
CostruzioneVIII secolo (Hammaburg I)-
IX secolo (Hammaburg II)
CostruttoreCarlo Magno (Hammaburg II)
Informazioni militari
UtilizzatoreImpero Carolingio
Regno dei Franchi Orientali
Funzione strategicaroccaforte di difesa contro gli Slavi
EventiSaccheggio di Amburgo (845)
vedi Bibliografia
voci di architetture militari presenti su Wikipedia

Hammaburg era una fortezza costruita fra l'VIII e il IX secolo, sopra una piccola altura, alla confluenza dell'Alster con l'Elba. Scavi archologici, effettuati in più fasi fra il 1947 e il 2006, hanno confermato che Hammaburg è il sito su cui sorge l'attuale città di Amburgo in Germania.[1]

EtimologiaModifica

Il nome Hammaburg deriva dall'unione di due parole: burg che ha il significato di castello e hamma la cui origine rimane incerta. Nell'alto tedesco antico esistono sia la parola hamma = "angolo", che la parola hamme = "pascolo". Angolo potrebbe in questo caso riferirsi a una striscia di terra, o a una curva del fiume. Un'altra ipotesi deriva dalla considerazione che nella zona al tempo in questuione (inizio IX secolo) la lingua parlata era l'antico sassone che iniziò appunto a svilupparsi nel IX secolo. In questa lingua esiste sia la la parola hamm che significa qualcosa tipo "terra in una curva del fiume", che la paroLa ham che significa "riva di un fiume". Hammaburg sarebbe quindi "castello (o fortificazione) in una curva del fiume".

Posizione e descrizioneModifica

 
Posizione di Hammaburg a inizio IX secolo

La fortezza venne costruita su una cresta del terreno (detta geest in tedesco) tipica delle pianure alluvionali della Germania settentrionale, posta alla confuenza dei fiumi Bille e Alster con l'Elba. Il luogo costituiva una roccaforte naturale il quanto si ergeva dalla pianura circostante ed era protetta su tre lati dal fiume (l'Alster a nord e ad est, ed il Bille a sud), mentre a ovest si trovava una vasta area paludosa e quasi invalicabile formata dall'Elba (detta Elbmarschen).

Hammaburg I

Anche se il territorio era abitato già in epoca precedente, la fortificazione più antica venne realizzata nell'VIII secolo. Si trattava di un fossato ovale di circa 50 x 57 metri che probabilmente circoscriveva una palizzata, anche se di essa non vi sono tracce. Una ipotesi è che il fossato potrebbe aver circondato un tempo il cortile di una famiglia alto rango sassone. Probabilmente c'erano edifici commerciali e residenziali accanto a questo cortile. Il fossato venne demolito nell'800 per espandere l'insediamento.[2] Questo insediamento viene chiamato dagli archeologi Hammaburg I e si trova nell'area attuale che sta a sud della chiesa di San Pietro (Speersort e parco Domplatz).[3]

Hammaburg II

La nuova trincea anulare aveva un diametro di circa 71 metri e può essere datata solo in modo impreciso a circa l'800. Anche in questo caso non si hanno prove archeologiche dell'esistenza di una palizzata, ne della struttura interna o della sua pianta.[4] Questo insediamento viene chiamato Hammaburg II ed è con ogni probabilità quello citato nei testi dell'epoca. Anche questo fossato venne riempito nella metà del IX secolo.[5]

Hammaburg III

La terza e più poderosa fortificazione sulla piazza della cattedrale, chiamata Hammaburg III, è stata costruita intorno al 900. L'enorme muro ad anello di circa 130 metri di diametro, con una larghezza della parete di fino a 22 m, era già stato scoperto durante gli scavi fatti dal 1949 al 1956. A quel tempo si credeva di aver localizzato l'Hammaburg citato nei documenti storici del tempo. In realtà gli scavi fatti nel 2005-2006 sono stati in grado di dimostrare che quella è una pianta molto più giovane, realizzata tra la fine del IX e l'inizio dell'XI secolo.

StoriaModifica

L'area del basso corso dell'Elba è stata abitata fin dal paleolitico superiore da diverse comunità di cacciatori-raccoglitori. Fra queste la cultura di Amburgo, così chiamata in quanto uno dei suoi siti più significativi, risalente al 12.700 a.C., è stato ritrovato appunto nella zona di Meiendorf nella periferia nord-orientale della città (quartiere Rahlstedt).[6] e la Cultura di Ahrensburg, successiva alla precedente, dal nome della cittadina di Ahrensburg a circa 25 km a nord-est di Amburgo.

In epoca antica il geografo Tolomeo, vissuto nel II secolo, cita nelle sue opere un posto sulle rive dell'Elba chiamato Treva che corrisponde alla moderna Amburgo. Non vi sono notizie di una presenza romana stabile nella zona. Vi furono tuttavia delle campagne militari romane ad opera del generale Decimo Claudio Druso che fra il 13 a.C. ed il 10 a.C. si spinse fino all'Ems, al Weser e all'Elba, costruendo una grandiosa rete di fortificazioni difensive. In epoca successiva gli abitanti della zona conservarono comunque contatti e scambi commerciali con i romani, come dimostrato da alcuni ritrovamenti di antiche monete d'oro romane avvenuti a Eppendorf e Lokstedt.[7]

In epoca successiva l'area dell'Elba, fu abitata dai Sassoni a partire dal III secolo e venne sottomessa da Carlo Magno nel corso delle guerre sassoni, all'inizio del IX secolo. L'insediamento di Hammburg venne costruito in più fasi (vedi sopra) fra l'VIII ed il IX secolo. Hammaburg probabilmente era originariamente un centro commerciale, come suggerisce la ceramica locale sassone del periodo tra il 700 e l'800, che è stata ritrovata durante gli scavi.[8] Dopo l'annessione definitiva all'impero carolingio, Hammaburg divenne un avamposto contro gli Slavi ed un centro per la diffusione della religione cristiana presso i pagani Norreni di Danimarca, Svezia e Norvegia. A questo scopo nel 831 l'imperatore carolingio Ludovico il Pio vi fondò una diocesi, che nell'834 venne elevata da Papa Gregorio IV ad arcidiocesi con giurisprudenza non solo sui territori circostanti, ma anche su Islanda, Groenlandia e tutta la Scandinavia. Come arcivescovo venne nominato Oscar di Brema,[9] un benedettino proveniente dall'Abbazia di Corvey.

Nell'845 Hammaburg venne saccheggiata da un attacco Vichingo in cui venne bruciata gran parte della città, la cattedrale, il monastero e la biblioteca.[10] Il vescovo Oscar riuscì a fuggire al saccheggio e riparò a Brema. Il clero e alcuni sopravvissuti all'attacco vichingo si stabilirono temporaneamente nel villaggio di Schmeessen nella foresta dei monti Solling, come determinato dai frammenti di ceramica. [11]

ScaviModifica

 
Scavi nella Domplatz nel 2006

Amburgo è alla ricerca delle sue radici da secoli. Il sito di Domplatz è stato tre volte al centro di vaste campagne di scavo archeologico: negli anni 1949-56, 1980-87 e più recentemente nel 2005-06.

NoteModifica

  1. ^ (DE) Hammaburg - L'inizio di Amburgo, Sito ufficiale di Amburgo. URL consultato il 21 novembre 2017.
  2. ^ Steinke, Op. citata, pag. 8
  3. ^ (DE) Tabea Tschöpe, L'Hammaburg: la cellula germinale di Amburgo nella piazza della cattedrale, su ndr.de. URL consultato il 24 novembre 2017.
  4. ^ Steinke, Op. citata, pag. 9
  5. ^ (DE) Hammaburg und die Anfänge Hamburgs - THE HAMMABURG II, Archäologische Museum Hamburg. URL consultato il 24 novembre 2017.
  6. ^ Thomas Terberger, From the First Humans to the Mesolithic Hunters in the Northern German Lowlands – Current Results and Trends (PDF), Across the western Baltic : proceeding from an archaeological conference in Vordingborg : [March 27th - 29th 2003], Sydsjællands Museums Publikationer Vol. 1, ISBN 87-983097-5-7 (archiviato dall'url originale l'11 settembre 2008).
  7. ^ (DE) Michelle Kossel, Als Geld die Welt zu regieren begann, su abendblatt.de. URL consultato il 25 novembre 2017.
  8. ^ Weiss, Op. citata, pag. 74
  9. ^ Charles H. Robinson, Anskar, The Apostle of the North, 801-865, translated from the Vita Anskarii by Bishop Rimbert his fellow missionary and sucessor, London: SPCK, 1921.
  10. ^ Eric Joseph Goldberg, Struggle for Empire: Kingship and Conflict Under Louis the German, 817-876, Cornell University Press, 2006, pp. 134, ISBN 080143890X.
  11. ^ (DE) Ausgrabungen in Schmeessen lösen das Rätsel der ersten Hamburger, Täglicher Anzeiger. URL consultato il 24 novembre 2017 (archiviato dall'url originale il 24 settembre 2015).

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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Annales Mettenses prioresModifica

Gli Annales Mettenses priores, o Annali di Metz, sono un'opera anonima scritta in latino e risalente all'inzio del IX secolo che descrive eventi del regno Franco e del successivo Impero carolingio nel periodo 678 - 830.

Gli annali furono pubblicati per la prima volta in latino nel 1626 da André Duchesne con il nome Annales Francorum Mettenses. Dato che questi annali contenevano grandi lodi all'operato di Arnolfo di Metz, e poiché il loro unico manoscritto sopravvissuto al tempo proveniva dal monastero di Sant'Arnolfo a Metz, Duchesne pensò che fossero stati scritti lì.[1] Studi più recenti hanno portato tuttavia ad ipotizzare che gli annali potrebbero essere statai scritti altrove, anche se fra gli studiosi non c'e' accordo su questo. Le altre due ipotesi più accrditate sono che il documento sia stato scritto nell'Abbazia di Saint-Denis o nel monastero femminile di Chelles. Entrambe queste sedi erano al tempo in uno stretto rapporto di affiliazione con la corte carolingia e questo e' in linea con il fatto che gli annali descrivono gli eventi in un modo che rende evidente che siano stati prodotti da qualcuno che, o faceva parte della corte carlongia, o era molto vicino ad essa. A favore di Chelles c'e' anche qualche elemento in più, il fatto che Chelles venga nominata due volte nel testo, il fatto che Gisella, la sorella di Carlo Magno, diventò badessa di Chelles nell'806, quando gra parte del testo era stato proodotto. Ulteriore elemento, anche se non decisivo, è dato dallo stile in cui e' scritto il documento ed il fatto che alcune donne che ebbero un ruolo importante nella storia della dinastia calolingia quali Begga di Andenne, Anseflède (moglie di Warattone di Neustria), Gertrude di Nivelles, e Plectrude, sono descritte lungamente e ponendole in grande e positivo risalto.[2] Questo porta a supporre che gli annali sino stati scritti da una mano femminile sotto la supervisione di Gisella o direttamente da lei stessa.[3]

Gli annali sono composti da tre sezioni: la prima copre gli anni dal 678 al 805 ed e' opera di un singolo autore, scritta nel'806 o dintorni; la seconda sezione copre gli anni dall'806 all'829 ed e' una copia fedele degli Annales Regni Francorum ed è stata aggiunta in un secondo tempo, probabilmente intorno all'830 o subito dopo, quando la terza parte, che descrive dettagliatamente gli eventi dell'anno 830, fu composta.[4]

NoteModifica

  1. ^ FouracreOp. citata, pag. 331-333
  2. ^ HenOp. citata, pag. 176-177
  3. ^ Tiziana Lazzari, Donne che scrivono di storia nel Medioevo. Intrecci, passioni e avventure tra VIII e X secolo, su storicamente.org. URL consultato il 16 dicembre 2017.
  4. ^ HenOp. citata, pag. 176

BibliografiaModifica

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Battaglia di Bornhöved (798)Modifica

Battaglia di Bornhöved
parte guerre sassoni
Data798
LuogoCampo di Sventanafeld, l'attuale Bornhöved (presso Neumünster)
Esitovittoria dei Franchi e Obodriti
Schieramenti
Comandanti
Drasco, EburisSconosciuto
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La Battaglia di Bornhöved, chiamata anche Battaglia dello Sventanafeld, fu una battaglia combattuta presso le sorgenti dell'antico Schwentine vicino al villaggio di Bornhöved, nei pressi di Neumünster, nel 798 d.C. fra le truppe di Carlomagno e dei suoi alleati slavi Obodriti contro i Sassoni della Nordalbingia. La battaglia, che vide la vittoria dei Franchi e degli Obodriti, fu l'ultima battaglia importante delle guerre sassoni, che sancì la definitiva sottomissione dei Sassoni iniziata da Carlomagno circa 30 anni prima.

Le principali fonti storiche sulla battaglia sono costituite dagli da Annales Regni Francorum e dagli Annales laureshamenses. E' probabile che alla base di queste cronache ci sia un rapporto presentato a Carlomagno dal suo legato Eburis.[1]

AntefattoModifica

A partire dal 772 Carlomagno iniziò la conquista della Sassonia con l'obiettivo di sottomettere e cristianizzare i Sassoni fino ad allora dediti al paganesimo germanico. Negli anni successivi Carlomagno con una serie di campagne, anche sanguinose, sottomise via via una parte crescente della Sassonia, anche se i sassoni resistettero fieramente e non appena Carlo era richiamato da altre emergenze ne approfittavano per insorgere.

Un punto di svolta importante nel conflitto si ebbe nel 785 quando il capo carismatico dei sassoni Widukind venne sconfitto a Bardengau e si arrese accettando di farsi battezzare giurando fedeltà a Carlomagno. A questo evento seguì un periodo di pace di sette anni, nei quali vi furono solo sporadiche ribellioni localizzate.

La Sassonia del nord tuttavia non aveva accettato la pace e la conseguente cristianizzazione più o meno forzata. Nel 792 ci fu una insurrezione in Vestfalia, conseguenza del reclutamento forzato imposto per la guerra contro gli Avari, a cui si unirono nel 793 i sassoni della Ostfalia e della Nordalbingia. Questa insurrezione non ebbe successo e fu completamente sedata nel 794. Nel 795 i sassoni uccisero in un agguato il re Obodrita Witzan alleato di Carlomagno. Ancora nel 796 vi fu una rivolta dei sassoni dell'Angria che fu domata da Carlomagno stesso con l'aiuto degli alleati Obodriti.

Nel 797 Carlomagno, per far rispettare i termini della resa, inviò i suoi missi nei territori della Nordalbingia di Stormarn, Dithmarschen e Holstein. I missi furono cattuati da sassoni nella Psqua del 797, alcuni furono uccisi a degli altri ne fu chiesto il riscatto.[2] In risposta a questi eventi Carlomagno allestì un esercito che inviò a nord non appena le condizioni del terreno furono adatte alla sua cavalleria.[3]

Battaglia SventanafeldModifica

Carlomagno precedette verso nord con il suo esercito saccheggiando la Sassonia tra l'Elba e il Weser, nella cosidetta terra di Wihmode (o Wigmodi)[4] ma non passò l'Elba, lasciando agli Obodriti il compito di attaccare i sassoni da est. Gli Obodriti, guidati dal loro Samtherrscher Drasco, incontrarono i sassoni sulla Sventanafeld, una piana ghiaiosa allora disabitata nella zona dell'attuale Bornhöved, a circa 15 chilometri a est di Neumunster.[5]

Gli Obodriti, affiancati probabilmente da ausiliari franchi al comando del legato Eburis, che guidava l'ala destra dello schieramento, attaccarono i sassoni e li sconfissero infliggendo loro pesanti perdite. Secondo gli Annales Regni Francorum ci furono quattromila morti fra i sassoni.

(LA)

«[...] Nordliudi contra Thrasuconem ducem Abodritorum et Eburisum legatum nostrum conmisso proelio acie victi sunt. Caesa sunt ex eis in loco proelii quattuor milia, ceteri, qui fugerunt et evaserunt, quanquam multi et ex illis cecidissent, de pacis conditione tractaverunt.»

(IT)

«[...]I Nordalbingi impegnati in battaglia contro il re (ducem) degli Obodriti e il nostro legato Eburis, furono sconfitti. Sul campo di battaglia quattromile di loro furono uccisi e gli altri fuggirono e sebbene molti di loro erano caduti, trattarono le condizioni di pace.»

(Annales Regni Francorum, DCCXCVIII)

Secondo altre conache del tempo i morti sassoni furono circa 2800,[6] o 2901,[7] che sono comunque un numero notevole.

Conseguenze SventanafeldModifica

La sconfitta subita a Sventanafeld pose fine alla resistenza dei sassoni, anche se le ostilità non cessarono del tutto e nel 804 vi fu una ulteriore ribellione.

I sassoni della Nordalbingia sconfitti furono deportati nei territori franchi della Neustria e dell’Aquitania e i distretti abbandonati di Dithmarschen, Holstein e Stormarn, furono affidati da Carlo Magno agli Obodriti, che raggiunsero cosi in quel tempo la loro massima espansione territoriale.[8]

NoteModifica

  1. ^ 798, Mimda, Regesta Imperii, p. Karl der Grosse - RI I n. 346b.
  2. ^ Annales regni Francorum, (798) DCCXCVIII, Sed in ipso paschae tempore Nordliudi trans Albim...
  3. ^ Louis Halphen, Études critiques sur l'histoire de Charlemagne, Paris, 1921, p. 204.
  4. ^ Halphen, Op. citata, pag. 166-170
  5. ^ Halphen, Op. citata, pag. 203
  6. ^ Chronicon Moissiacense, Monumenta Germaniae Historica, p. 303.
  7. ^ Annales Laureshamenses, Monumenta Germaniae Historica, p. 37.
  8. ^ Volker Helten, Zwischen Kooperation und Konfrontation: Dänemark und das Frankenreich im 9. Jahrhundert, Kölner Wissenschaftsverlag, 2011, pp. 40-42, ISBN 3942720108.

BibliografiaModifica

Contea di SchwerinModifica

Contea di Schwerin
 
Dati amministrativi
Nome ufficialeGrafschaft Schwerin
Politica
Nascita1161
Fine1358
Territorio e popolazione
Mappa della Contea di Schwerin al 1250 circa

La Contea di Schwerin era uno stato del Sacro Romano Impero esistito fra il 1161 ed il 1358, situato nella parte sud-occidentale dell'attuale lander tedesco del Meclemburgo-Pomerania Anteriore.

StoriaModifica

La Contea di Schwerin fu istituita nel 1161 da Enrico il Leone a seguito dalla sua campagna vittoriosa contro gli slavi capeggiati dal principe obodrita Niklot, a seguito dela quale egli conquistò il castello di Schwerin. La contea fu assegnata a Gunzelino di Hagen, un nobile sassone che aveva supportato Enrico il Leone nella sudetta campagna.

Dopo che Enrico il Leone cadde in disgrazia, i re danesi cercarono di sfruttare questa situazione per estendere i loro possedimenti nel Meclemburgo. Nel 1208 il re danese Valdemaro II, approfittando di una disputa fra i conti di Schwerin Gunzelino II e Enrico I, detto Enrico il Nero, ed un loro vassallo, intervenne e si impadronì della contea. Nel 1214 i conti poterono tornare dopo aver giurato fedeltà a Valdemaro come vassalli. La loro sorella Oda fu inoltre costretta a sposare Niels di Halland, figlio illeggittimo di Valdemaro, a cui dovettero dare in dote la metà della contea di Schwerin.[1]

Nel 1221, mentre Enrico il Nero si trovava alla quinta crociata, Gunzelino II morì e Valdemaro affidò la reggenza della contea a suo nipote Alberto II di Orlamünde. L'anno successivo, quando Enrico I tornò, trovo quindi la sua casa occupati dai danesi. Egli tentò rientrare in possesso delle sue proprietà negoziando la cosa con il re con Valdemaro, ma visto che questo non produceva alcun effetto, mise in atto un audace piano, che ebbe poi delle conseguenze importanti nella storia dell'Europa del nord.[1]

Nella notte tra il 6 e il 7 maggio 1223 Enrico rapì Valdemaro e suo figlio, che stavano trascorrendo la notte nell'isola danese di Lyø per una battuta di caccia. Egli con una barca riportò a terra in Germania i due prigionieri che furono quindi custoditi dapprima a Lenzen, nella Marca di Brandeburgo, e più tardi nella torre del castello di Dannenberg, nell'omonima contea, ove poteva contare sull'appoggio del conte Enrico II di Dannenberg.[1]

Le trattative per il rilascio di Valdemaro andarono avanti per un certo tempo, ma nonstante le minacce dell'imperatore e del Papa Onorio III, non si arrivò ad una soluzione per l'intransigenza di entrambe le parti. L'inevitabile conclusione fu che si giunse ad una guerra. Nel gennaio 1225 gli eserciti contrapposti si scontrarono a Mölln nella contea di Holstein. L'esercito danese era comandato da Alberto di Orlamünde, che nel frattempo era stato nominato reggente del trono di Danimarca, e dal suo nipote Ottone di Lüneburg. L'esercito contrapposto era guidato da Enrico I con i suoi alleati Adolfo IV di Schaumburg, Gerardo di Lippe (arcivescovo di Brema) e Enrico II di Meclemburgo. Al termine di una battaglia molto dura i danesi furono sconfitti e lo stesso Alberto di Orlamünde fu fatto prigioniero. Il trattato di pace, firmato il 17 novembre 1225 fu molto duro per i danesi: oltre al pagamento di un pesente riscatto, essi dovettero cedere le contee di Holstein e di Schwerin, che tornarono ai precedenti proprietari (Adolfo IV e Enrico I), inoltre dovettero rinunciare a tutte le conquiste tedesche ad eccezione del Principato di Rügen e infine dovettero garantire la completa libertà di commercio per le città della Germania settentrionale.[1]

Nel 1282, i figli di Gunzelino III, Helmold III e Nicola I, separarono la linea dinastica principale, dando luogo alla linea Schwerin-Wittenburg da cui nel 1323, alla morte di Nicola I, si divise una linea di Boizenburg.

La linea dinastica principale della casa di Schwerin si interruppe il 1344 con la morte di Enrico III (figlio di Helmold III) senza figli. La dinastia Schwerin proseguì con la linea Wittenburg che si estinse anch'essa nel 1357 con la morte di Ottone I (figlio di Gunzelino VI) senza eredi maschi. Anche la linea di Boizenburg si era estinta nel 1349 con la morte senza eredi di Nicola II (figlio di Nicola I).

Il fratello di Ottone I, Nicola I di Tecklenburg, che avrebbe ereditato i diritti della casa di Schwerin, trovandosi anche in una precaria situazione economica, vendette nel 1358 tali diritti ad Alberto II di Meclemburgo.

La contea di Schwerin cessò pertanto di esistere nel 1358 diventanto da allora parte integrante del Ducato di Meclemburgo, che prenderà poi il nome di Ducato di Meclemburgo-Schwerin.

TerritorioModifica

Genealogia della casata di SchwerinModifica

 Contea di Schwerin
1161-1358
 
Gunzelino di Hagen
1161-1185
 
     
 Helmold I
Conte di Schwerin
1185-1194
Hermann
Vescovo di Schwerin
(†1228/1230)
Gunzelino II
Conte di Schwerin
1195-1220
Enrico I
Conte di Schwerin
1200-1228
Oda
(†1283 circa)
 
  
 Gunzelino III
Conte di Schwerin
1228-1274
Helmold II
Conte di Boizenburg
1228-1274
 
      
 Helmold III
Conte di Schwerin
1262-1295
Gunzelino IV
Canonico di Schwerin
(† 1283)
Enrico II
(† 1267)
Giovanni
Arcivescovo di Riga
(† 1267)
Wittenburg
Nicola I
Conte di Wittenburg
(† 1323)
Mechtild
  
    
Gunzelino V
Conte di Schwerin
1296–1307
Enrico III
Conte di Schwerin
1307–1344
 Gunzelino VI
Conte di Wittenburg
1323–1327
 Boizenburg
Nicola II
Conte di Boizenburg
1323–1349
   
    
 unificata da
Ottone I
 
 Ottone I
Conte di Wittenburg e di Schwerin
1328-1357
Nicola III
Conte di Tecklenburg
unificata da
Ottone I
 
  
  
 Ducato di Meclemburgo
Alberto II
 
Casa di
Tecklenburg-Schwerin
 


 Signoria di Werle
~1229-1346

 
Nicola I di Werle
1227-1277
 
   
  Werle-Güstrow
Enrico I di Werle
1277–1291
 Werle-Parchim
Giovanni I di Werle
1277–1283
Bernardo I di Werle
Lord di Prisannewitz
(†1286)
  
    
Enrico II di Werle
1291-1294
Nicola di Werle-Güstrow
1291-1294
Nicola II di Werle
1283-1316
 Giovanni II di Werle
1316–1337
    
     
unificata da
Nicola II di Werle
 
unificata da
Nicola II di Werle
 
Werle-Goldberg
Giovanni III di Werle
1316–1350
 Nicola III di Werle
1337–1360
 Werle-Waren
Bernardo II di Werle
1339-1382
   
    
 Nicola IV di Werle
1350–1354
 Lorenzo di Werle
1360–1393
Giovanni V di Werle
1360–1377
 Giovanni VI di Werle
1382–1385/95
   
      
 Giovanni IV di Werle
1354–1374
Baldassarre di Werle
1393–1421
Giovanni VII di Werle
1393–1414
Guglielmo di Werle
1393–1436
Nicola V di Werle
1385/95–1408
Cristoforo di Werle
1385/95–1425
   
   
 unificata da
Bernardo II di Werle
 
 Ducato di Meclemburgo
Enrico IV
 
 unificata da Guglielmo di Werle
 

Prove x Sovrani di MeclemburgoModifica


Pribislavo
*1178
Enrico Borwin I
*1227
Enrico Borwin II
*c.11701226
Giovanni I
*c.12111264
Nicola I
*c.12101277
Signoria di Werle
Enrico Borwin III
*c.12201278
Signoria di Rostock
Pribislao I
*c.12241275
Signoria di Parchim-Richenberg
Enrico I
*c.12301302
Alberto I
*p.12301265
Giovanni II
*c.12501299
Enrico II
*p.12661329
Giovanni III
*p.12661299
Alberto II
*13181379
Giovanni IV/I
*13261392
Enrico III
*13371383
ALBERTO III
*c.13381412
Magnus I
*13451384
Giovanni II
*13701416
Alberto I
*a.13771397
Ulrico I
*13821417
Alberto IV
*13631388
Eric I
*1397
Alberto V
*13971423
Giovanni IV
*13701422
Giovanni III
*13891438
Alberto II
*1423
Enrico
*1436
Enrico IV
*14171477
Giovanni V
*14181442
Ulrico II
*14281471
Alberto VI
*14381483
Giovanni VI
*14391474
Magnus II
*14411503
Baldassarre
*14511507
Enrico V
*14791552
Eric II
*14831508
Alberto VII
*14861547
Magnus III
*15091550
Filippo
*15141557
Giovanni Alberto I
*15251576
Ulrico III
*15271603
Giovanni VII
*15581592
Adolfo Federico I
*15881658
Giovanni Alberto II
*15901636
Cristiano Ludovico I
*16231692
Federico I
*16381688
Adolfo Federico II
*16581708
Gustavo Adolfo
*16331695
Federico Guglielmo
*16751713
Carlo Leopoldo
*16781747
Cristiano Ludovico II
*16831756
Adolfo Federico III
*16861752
Carlo I
*17081756
Federico II
*17171785
Luigi
*17251778
Adolfo Federico IV
*17381794
Carlo II[2]
*17411816
Federico Francesco I[3]
*17591837
Giorgio
*17791860
Federico Ludovico
*17781819
Federico Guglielmo
*18191904
Giorgio
*18241876
Paolo Federico
*18001842
Adolfo Federico V
*18481914
Casa granducale di
Meclemburgo-Strelitz
Federico Francesco II
*18231883
Adolfo Federico VI
*18821918
Federico Francesco III
*18511897
Enrico
*18761934
GUGLIELMINA
Federico Francesco IV
*18821945
Casa granducale di
Meclemburgo-Schwerin

est. 2001

NoteModifica

  1. ^ a b c d Heinrich I. (Graf von Schwerin), in Allgemeine deutsche Biographie, Wikisource.
  2. ^ Dal 1815 granduca.
  3. ^ Dal 1815 granduca.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Cristoforo di WerleModifica

Cristoforo di Werle
Signore di Werle-Waren
In carica 1401-1425
Predecessore Nicola V di Werle
Successore Guglielmo di Werle
Morte 1425
Casa reale Casato di Meclemburgo
Padre Giovanni VI di Werle
Religione cristiana

Cristoforo di Werle (... – 25 agosto 1425) è stato un principe di Meclemburgo signore di Werle-Waren.

BiografiaModifica

Cristoforo era il secondo figlio di Giovanni VI di Werle. Alla morte del padre, fra il 1385 e 1395, la signoria di Werle-Waren venne ereditata dal fratello maggiore Nicola V di Werle, che poi lo associò al governo nel 1401. Dal 1408, dopo la morte del fratello regnò da solo fino alla sua morte.[1]

Nicola morì il 25 agosto del 1425 presso Pritzwalk in uno scontro con delle truppe del Brandembrgo.[2]

Non ci sono notizie storiche che Critoforo fosse sposato. Alla sua morte, non essendoci eredi, il ramo Werle-Waren della signoria passo a Guglielmo di Werle.[3]

NoteModifica

  1. ^ Wigger, Op. citata, pag. 255-256
  2. ^ Wigger, Op. citata, pag. 256-257
  3. ^ Wigger, Op. citata, pag. 257-259

BibliografiaModifica

KessiniModifica

 
Area di stanziamento dei Kessini intorno all'anno 1000
 
Area di stanziamento dei Kessini

I Kessini o Chizzini, erano una tribù appartenente al gruppo degli slavi occidentali Lutici che nel VII secolo si insediò nel territorio fra il Warnow e il Recknitz, nel Meclemburgo centro-orientale nell'attuale Germania nord-orientale.

I Kessini sono citati da varie fonti storiche: Adamo di Brema nella Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum che li chiama Chizzini [1], e Helmold di Bosau nella Chronica Slavorum che li chiama Kicini[2].

L'area di insediamento dei Kessini si estendeva su entrambi i lati dei fiume Warnown per circa 40 km, dalla costa del mar Baltico presso Rostock, fino all'area di Bützow. Da li proseguiva in direzione sud-est seguendo il corso del Nebel fino a Güstrow. Mentre sul lato occidentale del Warnow l'nsediamento si estendeva solo per pochi chilometri, sul lato orientale l'insedimento arrivava fino al fiume Recknitz oltre Tessin e Laage.[3]

Ricerche archeologiche hanno individuato dei siti nell'area nord a Fresendorf, presso Roggentin e Dierkow e nell'area sud, a Langensee e Groß Upahl (distretti del comune Gülzow-Prüzen), a a Kirch Rosin (distretto di Mühl Rosin).[4]

I Kessini, insiene ai Circipani, ai Redari, ed ai Tollensani, costituivano la federazione dei Liutici.[5] Secondo alcuni studiosi i Kessini furono costituiti, intorno all'anno 1000, da una scissione della tribù dei Circipani.[6] Questo evento potrebbe avere avuto origine nello sbandamento generale successivo alla pesante sconfitta patita nel 955 dai Circipani e Tollensani (Battaglia del Raxa) ad opera dalle truppe germaniche comandate da Ottone I di Sassonia.

Nel 1056/1057 i Kessini furono alleati dei Circipani nella guerra intestina contro i Tollensani e i Redari per la supremazia all'interno della federazione dei Liutici.[7] La guerra fu risolta dagli Obodriti, che intervennero a fianco dei Tollensani e Redari. Nel 1057 il sovrano obodrita Godescalco, con il supporto del re danese Sweyn II e del duca di Sassonia Bernardo II invase la Circipania sottomettendo Kessini e Circipani e annettendo le loro terre al suo regno.[8] [9]

Dopo la morte di Godescalco avvenuta nel 1066, i Kessini formarono una propria monarchia feudale. Questa evoluzione è pittosto strana in quanto non si hanno notizie di una simile tradizione fra le popolazioni dei Lutici. Secondo alcuni studiosi i Kessini potrebbero aver sviluppato questa tradizione sotto l'influenza, o addirittura l'incoraggiamento, degli Obodriti.[10] Si hanno notizie di due principi Kessini: Dumar e suo figlio Sventipolk che nel 1114 e 1121 furono il bersaglio di due campagne organizzate dall'allora duca di Sassonia Lotario di Supplimburgo, in cui furono sconfitti e nuovamente sottomessi.[11]

Nel 1150 i Kessini tentarono ancora di ribellarsi non pagando le tasse. Il re degli Obodriti Niklot chiese quindi aiuto alla duchessa Clemenzia di Zähringen, moglie di Enrico il Leone, che gli fornì 2000 uomini con i quali egli invase il territorio dei Kessini costringendoli a pagare quanto dovuto. [12]

Successivamente a tale data i Kessini non furono più menzionati come popolazione a se stante e vennero progressivamente assimilati dalle popolazioni germaniche nel Meclemburgo nel XII secolo.

NoteModifica

  1. ^ Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum, Liber II, Capitulum 21, Monumenta Germaniae Historica, p. 77.
  2. ^ Helmold di Bosau, Chronica Slavorum, Monumenta Germaniae Historica, p. 25, 26 e 27.
  3. ^ Fred Ruchhöft, Das Stammesgebiet der Kessiner vom 8. bis zum 13. Jahrhundert: Eine Studie aufgrund archäologischer, siedlungsgeschichtlicher und historischer Quellen, in Bodendenkmalpflege in Mecklenburg-Vorpommern vol. 54, Jahrbuch 2006, pp. 135-136.
  4. ^ (DE) Fred Ruchhöft, Vom slawischen Stammesgebiet zur deutschen Vogtei. Die Entwicklung der Territorien in Ostholstein, Lauenburg, Mecklenburg und Vorpommern im Mittelalter, in Archäologie und Geschichte im Ostseeraum. Bd. 4, VML, Verlag Marie Leidorf, 2008, p. 88, ISBN 3896464647.
  5. ^ Herrmann, Op. citata, pag. 261
  6. ^ (DE) Gerard Labuda, Zur Gliederung der slawischen Stämme in der Mark Brandenburg (10.–12. Jahrhundert) (PDF), in Jahrbuch für die Geschichte Mittel- und Ostdeutschlands. Bd. 42, 1994, p. 130.
  7. ^ Fritze, Op. citata, pag. 30
  8. ^ Herrmann, Op. citata, pag. 365
  9. ^ Chronica Slavorum, LIB I, Cap. 21, Monumenta Germaniae Historica, p. 27.
  10. ^ Fritze 1960, Op. citata, pag. 173
  11. ^ Herrmann, Op. citata, pag. 380
  12. ^ Helmold di Bosau, I, 71, in Chronica Slavorum, Monumenta Germaniae Historica, p. 66.

BibliografiaModifica

Collegamenti esterniModifica

BardengauModifica

Il Bardengau era una regione storica della Bassa Sassonia nella Germania settentrionale che si estendeva sugli attuali Kreis di Lüneburg e Uelzen, comprendo anche parti di Harburg, Lüchow-Dannenberg e Heide.

Il territorio si trova sulla riva sinistra del basso corso dell'Elba, fra l'Este e il Jeetzel e coincide all'incirca con un'area geografica nota anche oggi come la brughiera di Luneburgo (tedesco: Lüneburger Heide).

Indagini archeologiche hanno dimostrato che fra il I ed V secolo d.C. l'area del Lüneburger Heide fu sede di insediamenti stabili di tribù longobarde, in particolare della tribù dei Barden o Bardi.[1] Numerose necropoli longobarde sono state ritrovate nella regione a Darzau, Rebenstorf, Rieste, Nienbüttel, Bahrendorf, Harsefeld, Putensen, Hamburg-Langenbeck, Hamburg-Harmstorf.[2]

In epoca carolingia il Bardengau divenne un gau dell'antica Sassonia. Negli annali franchi il Bardengau viene nominato la prima volta nell'anno 780, ove si dice che in un luogo chiamato Orhaim, l'attuale Ohrum, alla presenza di Carlomagno, furono battezzati omnes Bardongavenses et multi de Nordleudi .[3] La stessa indicazione viene riportata negli Annales Mettenses priores, ove si parla di un pagum quod dicitur Bordingavich.[4]

La citazione successiva negli annali franchi è dell'anno 785 quando Carlomagno, dopo aver sconfitto i Sassoni, si recò in Bardengau (chiamata Bardengawi nel testo suddetto), per ricevere la resa del capo dei sassoni Widukind che accettò anche di farsi battezzare giurando fedeltà a Carlomagno.[5]

NoteModifica

  1. ^ Reallexikon der germanischen Altertumskunde, pag. 50-56
  2. ^ Marcello Rotili, I Longobardi: migrazioni, etnogenesi, insediamento (PDF), in I Longobardi del Sud, Giorgio Bretschneider, Roma, 2010, p. 4-5.
  3. ^ Annales Regni Francorum, [780] DCCLXXX. Tunc domnus Carolus rex....
  4. ^ Annales Mettenses priores, Anno dominicae incarnationis DCCLXXX ....
  5. ^ Annales Regni Francorum, [785] DCCLXXXV Tunc domnus rex Carolus supradictum....

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Obodriti - Nome e tribùModifica

Gli Obodriti si incontrano nelle fonti storiche per la prima volta negli Annales Regni Francorum dell'anno 789, in cui vengono chiamati Abotriti.[1] In seguito negli stessi annali i riferimenti sono fatti ad Abodriti. Anche Eginardo nella Vita et gesta Caroli Magni fa riferimento al popolo degli Abodtiti.[2] Il nome Obodtriti (Obodritos) compare nelle opere di Adamo di Brema, Gesta Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum,[3] mentre Helmold di Bosau nella Chronica Slavorum li chiama Obotriti.[4]

Nella Descriptio civitatum et regionum ad septentrionalem plagam Danubii del Geografo bavarese vengono chiamati Nortabtrezi, indicando anche che essi dispongono di 53 città ciascuna comandata da un suo duces[5]

Infine Adamo di Brema, nella sua Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum li chiama anche Reregi[6] per indicare la provenienza dalla loro principale città Reric.

Le principali tribù che componevano gli Obodrtiti erano quattro:[7]

Altre tribù associate agli Obodriti erano:[7]

NoteModifica

  1. ^ Annales Regni Francorum, [789] DCCLXXXVIIII ...nec non et Abotriti, quorum princeps fuit Witzan. ....
  2. ^ (LA) Vita et gesta Caroli Magni, The Latin Library, Cap. 15.
  3. ^ (LA) Gesta Hammaburgensis Pontificum Liber I, Wikisource, Capitulum 5.
  4. ^ Chronica Slavorum, Monumenta Germaniae Historica, pag. 651 ... Obotriti, gens Slavorum....
  5. ^ Geografo bavarese, Descriptio civitatum et regionum ad septentrionalem plagam Danubii, Wikisource, (1) Isti sunt qui propinquiores resident finibus Danaorum, quos vocant Nortabtrezi....
  6. ^ Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum, Liber II, Capitulum 18
  7. ^ a b (DE) Joachim Herrmann, Die Slawen in Deutschland: Geschichte und Kultur der slawischen Stämme westlich von Oder und Neisse vom 6. bis 12. Jahrhundert, Akademie-Verlag, 1985, p. 7-8.

Hub & Spoke in medicinaModifica

L'utilizzo del modello Hub & Spoke in medicina parte dalla assunzione di base che per determinate patologie e/o situazioni molto complesse, sia necessario disporre di competenze specialistiche rare e/o apparecchiature molto costose, che non possono essere assicurate in modo diffuso su tutto il territorio. Il modello prevede quindi che l'assistenza per tali situazioni venga fornita da centri di eccellenza regionali o di macro area, detti appunto "hub", a cui afferiscono dai centri periferici, detti "spoke", i pazienti per i quali il livello di complessità degli interventi attesi superi quello che può essere fornito dai centri periferici.

Il Decreto Ministeriale 2 aprile 2015 n. 70 che definisce egli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all'assistenza ospedaliera, prevede per la medicina d'urgenza un modello basato su 4 livelli:[1]

  • Ospedale sede di Pronto Soccorso;
  • Ospedale sede di D.E.A. di I Livello (spoke);
  • Ospedale D.E.A. di II Livello (hub);
  • Presidio ospedaliero in zona particolarmente disagiata.

NoteModifica

  1. ^ Pronto soccorso, Ministero della Salute. URL consultato il 02-08-2019.

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Azienda ospedaliera di PadovaModifica

Azienda Ospedaliera di Padova
Stato  Italia
LocalitàPadova
IndirizzoVia Giustiniani, 2
Posti letto(dati 2019)[1]
  • 1.632 Acuti
  • 50 riabilitazione
  • 1.682 totali
Num. ricoveri annui(dati anno 2006)
  • Ordinari 54.938
  • Day hospital 13.922
Num. impiegati4.784
Dir. generaleLuciano Flor
Dir. sanitarioDaniele Donato
Dir. amministrativoRoberto Toniolo
Sito webwww.aopd.veneto.it/

L'Azienda ospedaliera di Padova, detta anche Azienda Ospedale - Università di Padova (AOP), è una un'azienda sanitaria pubblica della Regione Veneto, situata nella città di Padova. L'ospedale è riconosciuto come Ospedale di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione con Decreto ministeriale dell’8 gennaio 1999 ed individuato dal Piano Socio-Sanitario delle regione Veneto 2012-2016, quale centro hub per la Provincia di Padova e Centro di Riferimento Regionale per le funzioni individuate dalla programmazione medica regionale.[2]

L'AOP costituisce inoltre il punto di riferimento per l'Università degli Studi di Padova per quanto riguarda le attività didattiche e di ricerca della Scuola di Medicina e Chirurgia.[2] In tale ambito, in particolare, l'AOP rende disponibili le risorse umane e tecnologiche per la realizzazione delle scuole di specializzazione di area sanitaria, secondo quanto previsto dal Decreto Interministeriale n. 68 del 4 febbraio 2015.[3]

Storia ospModifica

La storia dell'Ospedale affonda le sue radici nella fine del settecento con la costruzione dell'Ospedale Giustinianeo iniziata nel 1778 per sostituire l'oramai insufficiente Ospedale di San Francesco Grande.

Ospedale Giustinianeo

L'Ospedale Giustinianeo venne così chiamato in onore del vescovo di Padova, Nicolò Giustiniani, che ne fu il suo principale promotore. La superficie ove edificare il nuovo ospedale, al tempo chiamato Nuovo Ospitale degli Infermi di Padova, venne individuata nell'area in cui sorgeva l'antico collegio dei Gesuiti, abbandonato da tempo in quanto l'ordine era stato esiliato oltre cento anni prima dalla Repubblica Veneta. Il sito, posto nella zona sud della città, presso la cinta muraria in una zona poco densamente edificata, era particolarmente confacente, non solo per gli ampi spazi, ma anche perche disponeva di acqua corrente, sorgendo a fianco del Canale Alicorno che prelevava l'acqua direttamente dal Bacchiglione. La realizzazione dell'ospedale venne affidata all'architetto e professore universitario Domenico Cerato.[4]

Il 4 marzo 1778 venne iniziata la demolizione di una parte del collegio dei Gesuiti dove doveva sorgere il nuovo ospedale e il 20 dicembre 1778, alla presenza del vescovo di Padova Nicolò Giustiniani e del Podestà Domenico Michiel, venne celebrata la cerimonia della posa in opera della prima pietra dell'edificio. La costruzione durò venti anni durante i quali il vescovo Giustiniani continuò l'opera di finanziamento dell'ospedale attraverso elemosine e lasciti anche personali, nonchè l'istituzione di una lotteria finalizzata esclusivamente al finanziamento dell'ospedale. Purtroppo il Giustiniani morì nel 1796 senza aver potuto vedere il compimento della sua opera.[4]

Il nuovo ospedale venne inaugurato il 29 marzo 1798 e a metà Ottocento la struttura è in grado di ospitare cinquecento malati contemporaneamente. L'opedale collabora attivamente con l'Università degli Studi di Padova e nella prima metà dell'ottocento vengono attivate le cliniche medica e chirurgica.[5]

Verso la fine dell'ottocento, nel decennio tra il 1873 e il 1883, vengono attuati importanti miglioramenti riguardanti l’edificio e la gestione igienica degli ambienti. A tale proposito vengono riorganizzati i reparti, assegnando ai malati contagiosi spazi separati, inoltre viene migliorato ed esteso il sistema di riscaldamento nonche l’incanalamento delle acque piovane.[5]

Ospedale Civile di Padova

Purtroppo, ad inizio novecento, nonostante i miglioramenti attuati, l'Ospedale Giustinianeo diventa insufficente ed è necessario procedere alla costruzione di nuovi edifici in cui alloggiare ulteriori padiglioni. Fra il 1906 e il 1911 vengono realizzati ulteriori ampliamenti e la ristrutturazione del Giustinianeo, vengono inoltre implementate nuove costruzioni, anche sulla base di beneficenze private, che portano alla realizzazione del padiglione di pediatria e quello per le cure dermosifilopatiche.[6] I lavori di ampliamento dell'ospedale vennero interrotti per le due guerre mondiali, ma ripresero negli anni '50 con la realizzazione di soluzioni monoblocco o poliblocco verticale. Fra gli anni '50 e '60 vengono realizzati: la clinica pediatrica (1952-56), la clinica ostetrico-ginecologica (1953-56), il policlinico universitario (1957-61) e il monoblocco ospedaliero (1960-68). Al centro tra i due complessi di policlinico e monoblocco, fu collocato un blocco con gli ingressi e il pronto soccorso che venne completato nel 1967 con la realizzazione di un lungo corridoio con al termine una cappella. L'insieme di questi edifici portarono alla realizzazione di quello che venne allora chiamato Ospedale Civile di Padova, di cui l'antico Ospedale Giustinianeo costituiva l'ala nord.[6][7]

Il 14 novembre 1985 all'ospedale civile di Padova venne effettuato il primo trapianto di cuore in Italia da parte del professor Vincenzo Maria Gallucci, cardiochirurgo e professore universitario, e della sua equipe. Nel 2015 il reparto di Cardiochirurgia dell'Ospedale ha preso il nome di "Centro Gallucci", in memoria del professore deceduto nel 1991.[8]

Azienda ospedaliera di Padova
 
Cuore artificiale "CardioWest 70cc" usato per il primo impianto in Italia (2007)

Il nome di Ospedale Civile venne cambiato in Azienda ospedaliera a seguito della entrata in vigore della legge legge n. 502 del 30 dicembre 1992 che istituiva le Aziende sanitarie locali (ASL) in sostituzione delle Unità sanitaria locale (USL).

Il 6 dicembre 2007, al Centro Gallucci dell'ospedale di Padova, il professor Gino Gerosa, attuale primario di Cardiochirugia, ha effettuato il primo intervento in Italia di impianto di un cuore artificiale su una persona di 55 anni affetto da una grave insufficienza cardiaca biventricolare.[9]

Nel 2015 è stato eseguito a Padova, sempre dal professor Gerosa e dalla sua equipe, il primo intervento al mondo alla valvola mitrale con cuore battente su una paziente di 70 anni.[10]

OrganizzazioneModifica

A partire dal 1 ottobre 2019 l'Azienda ospedaliera di Padova ha recepito quanto previsto dal DGR 1306 del 16 agosto 2018 in materia di organizzazione. Sulla base di esso l'azienda si è strutturata in Dipartimenti. Ci sono attualmente (2020) 10 dipertimenti per l'area ospedaliera e un dipartimento per l'area non ospedaliera. Ciascun dipartimento è costituito, salvo casi eccezionali, dall'aggregazione di almeno tre Unità Operative Complesse (UOC) omogenee sotto il profilo dell'attività o delle risorse umane e tecnologiche utilizzate.

Dipartimenti area ospedalieraModifica

  • Dipartimento Funzionale Interaziendale Medicina Trasfusionale (DIMT)
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Cardio-Toraco-Vascolare
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Chirurgia
  • Dipartimento Strutturale Aziendale di Medicina di Laboratorio
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Diagnostica per Immagini e di Radiologia Interventistica
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Emergenza-Urgenza
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Medicina
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Medicina Legale e del Lavoro, Tossicologia e Sanità Pubblica
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Neuroscienze e Organi di Senso
  • Dipartimento Strutturale Aziendale Salute della Donna e del Bambino

NoteModifica

  1. ^ Nuove schede di dotazione ospedaliera e delle strutture intermedie (PDF), su uilfplvenezia.it. URL consultato il 24 febbraio 20220.
  2. ^ a b Presentazione dell'Azienda, su aopd.veneto.it. URL consultato il 25 febbraio 2020.
  3. ^ Decreto Interministeriale 4 febbraio 2015 n. 68 Riordino scuole di specializzazione di area sanitaria, su attiministeriali.miur.it. URL consultato il 26 febbraio 2020.
  4. ^ a b Maurizio Rippa Bonati, La Gran Fabbrica del Nuovo Ospitale degli Infermi di Padova, in Per una storia della medicina, Libraria Padovana Editrice, Padova, 2012, p. 93-134, ISBN 9788889775318.
  5. ^ a b La scienza nascosta nei luoghi di Padova: il Giustinianeo, l’ospedale della città, su ilbolive.unipd.it. URL consultato il 25 febbraio 2020.
  6. ^ a b Gli spazi dell'ospedale, dal medioevo a oggi, su ilbolive.unipd.it. URL consultato il 25 febbraio 2020.
  7. ^ Il Novecento, su aopd.veneto.it. URL consultato il 25 febbraio 2020.
  8. ^ Daniele Mont D'Arpizio, 30 anni fa il primo trapianto di cuore in Italia, su ilbolive.unipd.it. URL consultato il 2 marzo 2020.
  9. ^ "I miei primi 1000 giorni con un cuore meccanico nel petto", su aido.it. URL consultato il 2 marzo 2020.
  10. ^ Medicina, primo intervento al mondo alla valvola mitrale con cuore battente, su ilbolive.unipd.it. URL consultato il 2 marzo 2020.

Collegamenti esterniModifica