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Il Novecento: dal terremoto della Marsica alla Seconda Guerra MondialeModifica

Il terremoto della Marsica del 1915Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto della Marsica del 1915.
Immagini a confronto per comprendere la distruzione del sisma del 1915 nella Marsica: il castello Orsini-Colonna di Avezzano prima e dopo il terremoto

La Marsica, da sempre soggetta ad eventi tellurici, dopo il prosciugamento del lago Fucino nel 1878 avvenuta per volere del Principe Alessandro Raffaele Torlonia di Avezzano, aveva conosciuto un periodo di rapido sviluppo economico, che viene considerato il momento più fiorente dell'economia abruzzese dell'immediato dopo-unità, rispetto ad altri territori gravati dalla crisi economica.

Tale breve momento di sviluppo, fu troncato della devastazione del terremoto di Avezzano, ricordato nella storia come uno dei più forti d'Italia. Già nel 1904 un terremoto di grande entità, ma meno dannoso, si era verificato nella zona, poiché delle fotografie testimoniano i danni avvenuti a Magliano de' Marsi, ma il terremoto del 1915 cancellò letteralmente molti centri, come Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi, San Benedetto dei Marsi, Cerchio e Collarmele, distruggendo il patrimonio storico-artistico, e costringendo la popolazione a ricostruire interi centri abitati ex novo.

Il 13 gennaio 1915 il terremoto, con epicentro tra la piana del Fucino e Gioia dei Marsi (verso Sperone Vecchio), avvenne intorno alle 7:00 di mattina, con una magnitudo di 7.0 gradi della scala Richter. Le vittime furono in tutto 30.000, e più di 3 mila ad Avezzano. La città, in costante crescita economica e demografica, venne rasa al suolo, e la maggior parte della popolazione morì. Il centro storico scomparve del tutto, le chiese furono azzerate, soprattutto la collegiata di San Bartolomeo, di cui rimase in piedi solo una parte del portale, insieme a San Rocco, Santa Maria in Vico e al convento dei Cappuccini. Soltanto la chiesa di San Giovanni Decollato rimase in piedi, seppur gravemente danneggiata, mentre il palazzo Torlonia rovinava a terra con pochi avanzi rimanenti in piedi, e lo storico castello Orsini-Colonna collassò su sé stesso, perdendo buona parte delle merlature delle torri, e la parte centrale, che sprofondò insieme agli appartamenti interni. Il terremoto non coinvolse solo la piana fucense, ma si estese anche nella Valle Roveto. Gravemente danneggiate anche città laziali come Sora, Isola del Liri e Borgorose. Danni ci furono anche a Roma e nei circondari dell'Aquila e Sulmona.

Il fascismoModifica

 
Palazzo di Città a Pescara

Il fascismo si diffuse in Abruzzo nel 1922, nonostante la maggior parte della popolazione fosse di tendenze socialiste. Infatti a Teramo le elezioni del 1913 ad esempio furono vinte da Guido Celli, che tenne testa anche al pescarese Giacomo Acerbo, che fu il firmatario della legge maggioritaria del 1925. Atti di violenza squadrista furono compiuti soprattutto nella Marsica tra il 1921 e il 1922, tra Pescina, Trasacco, poi a Piano d'Orta di Bolognano e Torre de' Passeri. Il fascismo ad Avezzano riuscì ad avviare una campagna di ricostruzione rapida della città dopo il sisma del 1915, modernizzando al contempo le tecnologie d'allevamento e dell'agricoltura, facendo della piana fucense, soprattutto dal 1938 in poi, un grande laboratorio innovativo, come Mussolini si apprestava a fare nell'agro pontino a Latina, Pomezia e Sabaudia. Decisivo fu l'incontro di Mussolini ad Avezzano nel 1938 con il vescovo dei Marsi per accelerare i tempi di ricostruzione, soprattutto della nuova cattedrale. Tra i fieri oppositori al fascismo, nella Marsica figurò lo scrittore e giornalista Ignazio Silone.
Chieti fu coinvolta direttamente nella storia del fascismo abruzzese, perché nel 1926 fu teatro del processo per la morte di Giacomo Matteotti, e per questo clima di silenzio e di oscurantismo, venne definita "città della camomilla". Il 1927 fu un anno cruciale per il ridimensionamento amministrativo abruzzese perché con la volontà di Tito Acerbo e Gabriele d'Annunzio, i due storici comuni di Pescara vecchia (provincia di Chieti) e Castellammare Adriatico (provincia di Teramo) vennero uniti in un grande centro, capoluogo di provincia omonima, che incluse parte dei territori storici di Chieti, L'Aquila e Teramo.

Il podestà aquilano Adelchi Serena, con regio decreto del 1927, smantellava il circondario territoriale di Cittaducale, che si univa alla neonata provincia di Rieti nel Lazio, mentre L'Aquila accorpava a sé 7 comuni, che divennero parte delle oltre 50 frazioni della valle d'Aterno, e tali ex comuni sono Bagno, Paganica, Roio Piano, Arischia, Camarda e Sassa. Il piano fu approvato al fine di rendere L'Aquila una grande area metropolitana che contasse almeno 50.000 abitanti, e il fascismo da quell'anno in poi procedette con una serie di opere pubbliche monumentali per modernizzare le strade, le città come Chieti, Pescara, Teramo e L'Aquila stessa, con la creazione di palazzi pubblici e privati, insieme a sedi amministrative.

Durante il fascismo nel 1938 Avezzano crebbe notevolmente di prestigio, e si arrivò a pensare a una quinta provincia abruzzese, che però non venne istituita anche a causa della guerra. A partire dalla fine degli anni '20 inoltre la fascia costiera teramana si sviluppò notevolmente sia per quanto riguarda l'urbanistica che per il turismo balneare. Nacquero dal nulla nuclei abitativi quali Pineto, che divenne sede amministrativa da Mutignano, Alba Adriatica, frazione di Tortoreto, Roseto degli Abruzzi, allora frazione di Montepagano, poi Silvi Marina, allora frazione di Silvi Alta, e Montesilvano Marina, frazione di Montesilvano Colle, dove venne costruita la Colonia fascista "Stella Maris". La città di Francavilla al Mare venne notevolmente potenziata con la struttura del Kursaal Sirena, e godette di fama grazie alla presenza di Francesco Paolo Michetti.
L'architettura monumentale e la scultura razionalista in Abruzzo videro i massimi esponenti in Nicola D'Antino, Cesare Bazzani e Vincenzo Pilotti, attivi a L'Aquila e Pescara, che realizzarono la Fontana luminosa, la nuova Cattedrale di San Cetteo, e i principali palazzi del Comune e della Provincia a Pescara, insieme ai vari edifici delle Poste, dell'INAIL e dell'INPS. Alcuni palazzi come quello delle Corporazioni del Commercio a Chieti o dell'Opera Nazionale Dopolavoro dimostrano una grande vivacità eclettica, il primo per l'interpretazione del medioevo romanico-abruzzese, il secondo per essere uno dei simboli dell'arte fascista abruzzese, posto all'ingresso della villa comunale.

Nella notte del 26 settembre 1933 si verificò un forte terremoto nella Majella, non distruttivo come quello del 1706, ma comunque abbastanza potente da danneggiare gran parte dei centri del versante orientale, quali Palena, Gessopalena, Lama dei Peligni. Danni vistosi ci furono anche nei paesi vestini di Pescosansonesco e Salle, già gravati dal terremoto del 1915, i cui centri franarono a valle, e fu necessario ricostruirli daccapo. Questo è l'esempio di Salle Nuova, ricostruita come una piccola Latina fascista, poiché del paese vecchio era rimasto in piedi solo il castello medievale.

Campi di internamentoModifica

L'Abruzzo nelle prime fasi della seconda guerra mondiale non fu direttamente coinvolto, se non per la presenza di campi d'internamento fascisti costruiti a partire dal 1939. Nel 1940 erano operativi oltre una decina di campi, dove venivano rinchiusi prigionieri politici, dissidenti ed ebrei, tra i più noti il Campo di Fonte d'Amore a Sulmona, il Campo dell'Aquila, il Campo della Caserma Rebeggiani a Chieti, il campo di concentramento di Avezzano, il campo di Villa Marchesani a Vasto e il campo di Villa Sorge a Lanciano. La guerra in Abruzzo iniziò con il tragico bombardamento di Pescara nell'agosto-settembre 1943, dove perirono molti civili e molti edifici della città, lungo il corso Umberto I, furono distrutti. I campi in Abruzzo furono 15, molti dei quali ancora esistenti, poiché divisi in campi di internamento per prigionieri politici di guerra e dissidenti, rinchiusi per lo più in case o palazzi scelti, e poi i campi di prigionia e di lavoro, delle vere e propri carceri provviste di casermetta e sistema di controllo, di cui si ricordano la Caserma Rebeggiani di Chieti e il campo di Fonte d'Amore a Sulmona. In tutto i campi sono:

 
Disegno della Villa Marchesani a Vasto Marina, sede del campo di prigionia
  • Campo di prigionia 21 di Chieti (Chieti Scalo)
  • Campo di concentramento di Avezzano
  • Campo di internamento nell'asilo "Principessa di Piemonte" - Chieti
  • Campo di internamento Villa Marchesani - Vasto Marina, allora Istonio
  • Campo di smistamento di Lama dei Peligni
  • Campo di internamento di Casoli - Palazzo De Vincentiis-Tilli
  • Campo di prigionia femminile Villa Sorge - Lanciano
  • Campo di prigionia per i comunisti Jugoslavi - Tollo
  • Carcere di massima sicurezza della Badia Morronese - Sulmona
  • Campo di prigionia della fortezza di Civitella del Tronto
  • Campo di concentramento 78 di Fonte d'Amore - Sulmona
  • Campo della Badia Celestina "Santa Maria di Mejulano" - Corropoli
  • Campo di internamento dei cinesi nell'ex monastero di San Gabriele dell'Addolorata - Isola del Gran Sasso
  • Campo di internamento dell'ospedale psichiatrico Sant'Antonio - Teramo
  • Campo di Notaresco
  • Campo di internamento di Tortoreto Stazione - oggi comune di Alba Adriatica
  • Campo di concentramento degli zingari - Tossicia
  • Campo di internamento dell'Hotel Campo Imperatore

Il 3 marzo 1941 il campo dell'ex abbazia di Corropoli contava 18 internati, nel corso dei mesi successivi ci furono nuovi arrivi, nell'agosto 1941 il campo aveva 64 presenze, nella maggior parte irredentisti slavi e comunisti, tra cui anche donne, successivamente trasferite. Nel 1942-43 la situazione si inasprì sia a Corropoli che negli altri campi, onde evitare che i soggetti ritenuti più sovversivi fomentassero rivolte o tentativi di fuga, e il regime si fece più aspro nelle vessazioni fisiche, nel razionamento di cibo e di acqua

Tra questi campi si ricordano:

Campo di concentramento 78 di Fonte d'Amore

Si trova nella località omonima di Sulmona, e rappresenta uno dei campi di prigionia di guerra più grandi dell'Abruzzo, nonché uno dei meglio conservati. Durante l'occupazione tedesca, Sulmona assunse un ruolo importante per la mobilità delle truppe e dei materiali bellici, per via dello snodo ferroviario delle quattro linee dirette a Roma (via Avezzano), Pescara, Napoli (via Castel di Sangro), e Terni (via L'Aquila). A poca distanza a Pratola Peligna sorgeva uno stabilimento adibito a polveriera per la fabbricazione di munizioni, e ciò risultò un buon centro di acquartieramento delle truppe, e successivamente per la cattura di prigionieri politici, e di combattenti nemici da internare in campi di lavoro, data l'asprezza del territorio del Morrone. Sulmona si trovava inoltre nei pressi della "linea Gustav" fortificata dai tedeschi da Ortona fino a Cassino, e ciò comportava il rischio di incursioni aeree degli alleati, incursione che ci fu il 30 agosto 1943 presso la stazione ferroviaria. Il campo numero 78 di Fonte d'Amore venne costruito per imprigionare i militi anglosassoni, provenienti soprattutto dalle operazioni belliche in Africa, e venne realizzato ampliando un campo di guerra già esistente per le operazioni belliche del 1915-18. Il campo di prigionia fu inaugurato nel 1940 e continuò la sua attività fino al settembre 1943, quando dopo la notizia dell'armistizio, le guardia e i gerarchi nazifascisti abbandonarono il controllo della città, permettendo l'evasione di massa dei prigionieri, che furono aiutati dai pastori e dai cittadini locali a scalare la montagna, per raggiungere le città di collina e di pianura, nonché il gruppo ribelle della "Brigata Maiella", che preparava l'attacco contro i nazisti. Tuttavia da parte dei tedeschi che avevano il comando in città ci furono vari rastrellamenti di dissidenti politici e cospiratori contro il governo nazifascista, che favorivano la fuga dei prigionieri. Il campo oggi è in abbandono, benché sia ancora conservato, ed è costituito da una grande muraglia perimetrale che cinge il campo vero e proprio con le baracche dei prigionieri molto semplice, dal tetto a spioventi, e la baracca maggiore dove c'era la sede delle massime autorità.

Campo di internamento della Caserma Rebeggiani

 
Veduta del campo di internamento di Chieti Scalo

l campo era situato dove attualmente c'è il Centro Nazionale Amministrativa dell'Arma dei Carabinieri di Chieti, ossia la Caserma Rebeggiani. I prigionieri viaggiavano in treno fino a Chieti Scalo, dove ad attenderli c'erano le guardie dell'esercito e i carabinieri, fino ad entrare nel cortile lungo due campo da calcio, circondato da perimetro in muratura alta 4 metri, sormontata da filo spinato, con ogni 200 metri delle sentinelle. Benché la capienza massima fosse di 1000 internati, al 30 settembre 1942 erano presenti 600 unità superiori tra britannici, australiani, canadesi, neozelandesi, sudafricani, francesi, americani, e pian piano venne ridotto il numero con trasferimenti, in gran parte a campo di Fonte d'Amore a Sulmona. Il campo prima delle operazioni belliche fu usato anche come prigione dei dissidenti politici e delle famiglie ebree e rom, successivamente traslati nell'asilo Principessa di Piemonte. Nonostante il clima pressante, nel campo si svolgevano attività ricreative come lo sport, la ginnastica, lezioni d'italiano, di musica e di teatro. Tra gli internati ci fu anche il giocatore di cricket Bill Bowes. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 tra i prigionieri ci furono scene di grande gioia, e ne approfittarono per continuare l'opera segreta di scavo di ben 4 tunnel sotterranei per evadere. Infatti tra i prigionieri c'era incertezza se a Chieti sarebbero arrivati prima gli alleati o i tedeschi per rastrellare i campi abruzzesi e spostare tutti negli stalag nazisti. Nel frattempo gli ufficiali italiani che pattugliavano il campo fuggirono per il precipitare della situazione, e i prigionieri restarono a fare la guardia a loro stessi.

  • Campo femminile di Villa Sorge

La villa si trova lungo viale G. Marconi a Lanciano, era composta di 3 piani, piano terra con 4 camere, primo piano con 5 e un secondo con 3, ed era proprietà dell'avvocato Filippo Sorge. Il 15 settembre 1940 risultavano internate a Villa Sorge 49 donne ebree con 4 bambini, anche se giù 71 internate erano state già alloggiate ivi, e successivamente smistate in altri campi. Le donne internate non erano solo della città, ma anche di altre zone dell'Europa. Gran parte delle notizie sono tratte dal racconto della prigioniera Maria Eisenstein, internata n. 6, che soggiornò alla villa tra il 4 luglio e il 13 dicembre 1940, in cui spiega le varie mansioni a cui le donne erano dedite (cucinare, lavare, pulire), per poi essere smistate e trasferite in altri alloggiamenti.

Eventi principali della guerraModifica

Da quando il sovrano Vittorio Emanuele III, in fuga da Roma, prese per una notte (8-9 settembre 1943) alloggio nel castello ducale di Crecchio, la guerra penetrò ufficialmente in Abruzzo. Il giorno seguente Vittorio Emanuele con la moglie Elena del Montenegro e il figlio Principe Umberto II, partiva da Ortona su una corvetta per raggiungere Brindisi e spostare lo Stato Maggiore in Puglia, venendo raggiunto anche dal Maresciallo Badoglio, che avrebbe dovuto soggiornare a Chieti presso Palazzo Mezzanotte, che invece venne occupato dai tedeschi, divenendo il presidio militare nazista principale dell'Abruzzo meridionale.
Immediatamente i tedeschi occuparono le postazioni principali (solitamente caserme, o sedi municipali) dei centri abruzzesi, imponendo un rigido coprifuoco alla cittadinanza, l'impedimento di allontanarsi dai comuni, il sequestro libero di beni, vettovaglie, bestiame e ortaggi per il proprio fabbisogno.

 
Aereo della Royal Air Force sorvola Vasto

Quando gli americani alleati dell'VIII Armata britannica, comandata dal Generale Bernard Law Montgomery penetrò in Abruzzo dal fiume Trigno, dopo aver conquistato Termoli e Foggia, i tedeschi nell'ottobre 1943 iniziarono le opere di fortificazione delle "linee" orizzontali tracciate da un capo all'altro dell'Adriatico verso il Tirreno, per volere del Generale tedesco Albert Kesselring, nel tentativo di arrestare o rallentare in tutti i modi l'avanzata nemica verso il nord Italia, dopo lo sbarco in Sicilia. Le opere di fortificazione in Abruzzo, lungo le principali linee Bernhard Stellung, la Gustav, la Viktor, la Barbara, riguardarono lo scavare trincee in luoghi ben difesi anche dal punto di vista naturale (doline, colli, forre, gole), con l'impiego da parte di nazisti di manovalanza prelevata dai vati centri di pertinenza, spesso giovani, molti di questi si dettero alla macchia per non rischiare la vita, chi si ribellava veniva ucciso, oppure per rappresaglia venivano prese delle persone a caso nei centri e fucilate.

Le opere di fortificazione riguardarono anche la distruzione delle principali strade statali e provinciali per raggiungere i principali centri, intere zone vennero appositamente minate per arrestare i carri armati Shermann, le ferrovie vennero distrutte appositamente, nei centri case scelte vennero minate dalle fondamenta e fatte saltare in aria, come a Ortona già dai primi del dicembre 1943, per impedire il passaggio alleato, oppure per creare posizioni di attacco a sorpresa; così anche i ponti sul fiume, in primis sul Sangro, vennero fatti esplodere l'uno dopo l'altro. Le operazioni militari effettive degli alleati del Generale Montgomery contro i tedeschi asserragliati sulle linee di difesa, avvennero con l'entrata in Abruzzo al di là del Trigno. Le battaglie si consumarono dal 22 al 27 ottobre tra le fosse di Montenero, San Salvo e Cupello, mentre Vasto il 28 novembre veniva abbandonata dai tedeschi senza gravi danni. Montgomery installò un presidio a Villa Marchesani, ma continuò ad avanzare verso il Sangro, poiché i tedeschi avevano fatto saltare tutti i ponti. Montgomery si servì dell'aiuto aereo degli alleati, che bombardarono il 31 Fossacesia e i centri attigui di Mozzagrogna e Lanciano, ma solo dopo due settimane di fatica, a causa delle cattive condizioni meteo, i neozelandesi, la divisione indiana e il corpo centrale britannico, riuscirono a valicare il Sangro per occupare Mozzagrogna, Lanciano e Castelfrentano. Ma i tedeschi si erano già tatticamente ritirati sul fiume Moro, tra Orsogna e Ortona.

Tra i fatti più gravi della guerra si ricordano:

 
Il corso principale di Ortona occupato dai cannoni canadesi (1943)
  • Bombardamenti di Avezzano: la città di Celano divenne sede ospedaliera, e quindi esente dai bombardamenti aerei. Invece la frazione di Paterno subì gravi bombardamenti a causa della vicinanza ad Albe, qui i tedeschi avevano installato il quartier generale presso il vecchio castello Orsini. Il deposito bomba venne fatto saltare in aria il 10 novembre 1943, e successivamente la cittadina subì un bombardamento, che colpì anche Avezzano, danneggiandola gravemente. Altri bombardamenti alleati si ebbero dal gennaio al giugno del 1944 con una distruzione pari a oltre il 70% del patrimonio architettonico appena ricostruito dopo il sisma del 1915. Ci fu nella Marsica un gran numero di morti e feriti. Nel 1961 venne concessa al comune la Medaglia d'Argento al merito civile.
 
Bombardamento di Lanciano (1943)
  • Bombardamento di Pescara: la città subì il bombardamento alleato il 31 agosto 1943, senza che la popolazione fosse avvertita dell'attacco, e di fatti l'attacco a sorpresa alleato via aereo provocò ingentissimi danni nella zona dell'attuale Piazza Salotto (all'ora Piazza Umberto I) e del lungomare, uccidendo migliaia di persone. Il piano degli alleati, sbarcati in Sicilia e comandati da Bernard Law Montgomery, progettavano di raggiungere Pescara per poter attraversare la storica direttrice della Tiburtina Valeria per arrivare a Roma, colpendo le linee di rifornimento nemico, che da Roma arrivavano a Pescara via traffico ferroviario. Il primo bombardamento ci fu dunque il 31 agosto, e l'obiettivo non fu lo scalo ferroviario o portuale, ma il nucleo abitato stesso nella zona del Corso Umberto I e Corso Vittorio Emanuele, allo scopo di generare panico tra la folla e confusione tra i tedeschi al fine di scongiurare opere di difesa: 800 furono i morti circa, e il successivo grande bombardamento avvenne il 14 settembre, che colpì la zona di Porta Nuova e Corso Manthoné, con 900 vittime. Nonostante la folla sventolasse fazzoletti bianchi in segno di resa, gli aerei sganciarono ugualmente le loro bombe, altri bombardamenti seguenti interessarono la Stazione Centrale, colpendo un rimorchio ferroviario dove la gente si era riversata per arraffare le merci alimentari, rimanendo coinvolta in una trappola mortale. Al momento della liberazione nel giugno 1944, Pescara era in gran parte ridotta in macerie, l'ultimo spregio fu effettuato dai nazisti, quando avevano già trafugato le campane delle chiese per farne dei cannoni, e mentre la sede municipale veniva spostata nella vicina Spoltore, i tedeschi abbandonavano la città, minando il principale punto di collegamento tra Porta Nuova e Castellammare, il Ponte Littorio.
 
Palazzo Mezzanotte a Chieti, sede del comando militare tedesco
  • Chieti città aperta

La città è stata riconosciuta con la Medaglia al Valor Militare soltanto nel 2018, dato che merita degna attenzione per gli venti bellici dell'Abruzzo. La città venne immediatamente occupata dai tedeschi dopo il passaggio di Badoglio tra il 9 e l'11 settembre, il presidio militare fu installato nel Palazzo Mezzanotte affacciato sulla piazza della Cattedrale; l'arcivescovo Monsignor Giuseppe Venturi immediatamente si mobilitò per proteggere la popolazione teatina, anche perché con i vari bombardamenti americani, soprattutto di Pescara il 4 settembre, che distrussero gran parte della grande città, la popolazione iniziò a sfollare verso Chieti, insieme ad altre genti dei comuni limitrofi. Monsignor Venturi si recò varie volte a Palazzo Mezzanotte a trattare coi tedeschi, rischiando la vita anche dirigendosi personalmente in auto a Roma durante la notte, onde ottenere lo status di "città libera" a Chieti. Il 21 dicembre fu ricevuto da papa Pio XII che gli dette l'appoggio per organizzare l'accoglienza degli sfollati d'Abruzzo, ma anche delle province delle altre regioni, come Foggia, tra le più colpite dai bombardamenti alleati.

Grazie agli accordi stipulati da Venturi con il Vaticano a Chieti il podestà Alberto Gasbarri, il suo vice Giuseppe Florio, Amedeo Faggiotto e Mario Castellari, diretto generale dell'istituto di Credito organizzarono l'accoglienza insieme al monsignor Eugenio Ruffo parroco della cattedrale; la tenacia di Venturi si dimostrò salvifica per la popolazione in varie circostanze di criticità, soprattutto quando a fine dicembre del 1943 i tedeschi vollero trasferirlo in vista di un possibile bombardamento alleato, che ci fu in più occasioni, mentre venivano dichiarate alcune zone franche nel centro, come la Piazza San Giustino, Porta Sant'Anna, via Principessa di Piemonte; ben presto Chieti da circa 30.000 abitanti quadruplicò il numero di cittadini, raggiungendo la saturazione, con gente stipata nelle cantine, nelle caserme, nei sotterranei, mentre si compivano alcune operazioni di sabotaggio contro i tedeschi. Infatti i tedeschi incarcerarono presso le prigioni di San Francesco da Paola dei componenti della "banda Palombaro", un gruppo di giovani della Majella che, con l'apertura dei campi di prigionia e di lavoro da parte degli alleati di lì a poco, andranno a comporre la Brigata Maiella nel gennaio 1944.

 
Pescara bombardata, macerie in via Ravenna

Chieti raggiunse lo status ufficiale di città aperta solo il 21 marzo 1944 con decreto di Valentin Feurstein, comandanti del 51simo Corpo delle Truppe di Montagna, responsabile delle operazioni militari tedesche nel territorio teatino, prontamente inviato al Monsignor Venturi. Il 25 marzo il vescovo celebrò una solenne messa nella cattedrale, per ringraziare il Signore di quell'evento, dopo che aveva atteso nella cattedrale il responso tutta la notte del venerdì 24 marzo.

  • Battaglia di Ortona - Martiri ottobrini di Lanciano - Battaglia del Sangro: dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il re Vittorio Emanuele III, con la moglie Elena e il figlio Umberto II partirono da Roma per raggiungere Pescara in direzione di Brindisi, ma furono costretti, a causa del bombardamento di quest'ultimo e della città stessa in agosto e settembre, a ripiegare a Crecchio, presso il castello De Riseis, a poca distanza dalla città di Ortona, da dove il 10 i reali sarebbero partiti dal porto per la Puglia. Dopo la partenza del re, tutto l'Abruzzo venne immediatamente occupato dai tedeschi, e vennero effettuati dei bombardamenti inglesi onde distruggere ponti e ferrovie, in modo da tagliare i vettovagliamenti. La liberazione della regione avvenne da Vasto, con le truppe del generale inglese Bernard Law Montgomery che, risalendo da Foggia, aveva intenzione di raggiungere Pescara, da cui, mediante la via Valeria, dirigersi immediatamente a Roma. La battaglia iniziò nella valle del Trigno sotto Vasto tra il 2 e il 3 novembre, contro i guastatori della XXVI Divisione Panzer. Il 5 novembre Vasto veniva liberata da Montgomery, che proseguiva lungo la statale Adriatica per Lanciano, e poi per Ortona. Tra il 29 e il 30 novembre molti furono i bombardamenti alleati, poiché i tedeschi resistevano ad oltranza, specialmente per non perdere Lanciano. In questa città tra il 5 e il 6 ottobre dei ragazzi capitanati da Trentino La Barba si ribellarono all'occupazione nemica con un'azione armata, e vennero trucidati. Nel frattempo veniva bombardata la cittadina di Fossacesia.
 
Simbolo della Brigata Maiella

Iniziava così la "battaglia del Sangro", quando Montgomery arrivò alle foci del fiume a Fossacesia, tentando di guadare il fiume dai ponti fatti saltare in aria dai tedeschi presso le campagne di Paglieta. Montgomery alla fine riuscì facilmente presso Mozzagrogna a ricacciare i tedeschi verso la Majella, anche se non calcolò che gli altri nazisti da Lanciano ripiegarono frettolosamente verso Ortona, fortificandola in ogni maniera possibile per impedire l'arrivo a Pescara. La città adriatica divenne così il capo a mare della "linea Gustav", che terminava a Cassino. Montgomery allora mandò avanti una squadra canadese capitanata da Paul Triquet, che dal 21 dicembre al 27 combatté strenuamente per le campagne ortonesi fino alla città vera e propria, casa per casa, poiché i tedeschi si erano asserragliati con i panzer e i cecchini nella città antica, minando tutte le case. Il 21 dicembre si macchiarono anche della distruzione della Cattedrale, perché la torre poteva fungere da faro per gli aerei alleati. La "battaglia di Ortona è ricordata anche per il "Natale di sangue", in cui i combattimenti non cessarono. Nella vicina Orsogna, anch'essa presa di mira per la posizione dai tedeschi, furono ripetuti i bombardamenti tra il 1943 e il '44, tanto che fu quasi rasa al suolo. Inoltre i tedeschi in ritirata verso Cassino sia da Ortona che dal Sangro, sospinti dalle armate canadesi e britanniche, adottarono la tecnica della "terra bruciata", ossia la distruzione totale dei borghi presso la linea Gustav, per rallentare l'inseguimento. Così nella fine del 1943 Gessopalena, Lama dei Peligni, Montenerodomo, Torricella Peligna, Quadri e Lettopalena furono letteralmente "minati" dalle fondamenta e fatti saltare in aria. La popolazione fu uccisa, o deportata nei campi montani di Campo di Giove. Nacque successivamente a Casoli, dichiarata "città libera", la Brigata Maiella con capo Ettore Troilo, che si unì agli alleati per ricacciare i nazisti nelle montagne intorno alla Majella e al Sangro.

 
Highlanders canadesi in contrada San Leonardo, Ortona, 20 dicembre 1943

A Lanciano si svolse, tra il 5 e il 6 ottobre 1943 un notevole episodio di guerriglia da parte di giovani lancianesi all'occupazione nazista. 47 tedeschi furono trucidati, mentre i morti lancianesi furono solo 23, ricordati ancora oggi come i "Martiri ottobrini". Tra questi vi fu il partigiano Trentino La Barba, autore della rappresaglia, catturato dai tedeschi, torturato e ucciso barbaramente. Neppure L'Aquila fu risparmiata dai bombardamenti. L'8 dicembre del 1943 insieme alla stazione andarono distrutti molti edifici pubblici e privati del capoluogo abruzzese. Oltre ai bombardamenti alleati (come ad Orsogna e a Francavilla al Mare che fu letteralmente rasa al suolo[1]), la popolazione subì le rappresaglie tedesche. Il 21 novembre 1943 a Pietransieri, nei pressi di Roccaraso vennero uccisi centoventotto civili su una popolazione di cinquecento abitanti. Le ragioni di questo crimine non sono mai state chiarite. I nazisti uccisero donne, anziani e bambini di pochi mesi. Rappresaglie di ogni tipo furono compiute dai tedeschi in tutta la Regione. Ad Onna, vicino a l'Aquila furono assassinati sedici civili ed altrettanti nel vicino centro di Filetto di Paganica. A Filetto si disse che fossero implicati anche alcuni fascisti locali. A Capistrello furono uccisi quindici civili la cui unica colpa era stata quella di aver nascosto del bestiame che le truppe di occupazione tedesche volevano requisire.

 
Ettore Troilo, comandante della "Brigata Maiella"

Nel mese di giugno del 1944 tutto l'Abruzzo fu liberato dalle truppe britanniche, polacche, italiane e statunitensi, accolte trionfalmente dalla popolazione.

Gli eccidiModifica

Tra questi si ricordano:

  • I Nove Martiri Aquilani
 
Piazza IX Martiri a L'Aquila

Si tratta di un evento ignobile per la storia aquilana, una macchia sociale che non potrà mai essere cancellata, in quanto gli stessi cittadini nazifascisti, denunciarono 9 giovani alla milizia tedesca. I tedeschi giunsero nel capoluogo abruzzese il 14 settembre, due giorni dopo la liberazione di Benito Mussolini a Campo Imperatore con l'Operazione Quercia, immediatamente venne emanato un bando di presentazione in cui i giovani che avevano superato i 18 anni dovevano registrarsi, in modo che i tedeschi potessero usarli nei campi per le operazioni di fortificazione contro gli alleati. Alcuni ragazzi si dettero alla macchia verso le montagne di Ocre, Paganica, Assergi, mentre gli alleati bombardavano il territorio aquilano, distruggendo un piccolo scalo aeroportuale a Bagno, e la fabbrica di stampa delle banconote della Banca d'Italia in contrada Pile (8 dicembre, viene distrutta anche la stazione ferroviaria).

Un quarantina di ragazzi partì la notte del 22 settembre dal quarto di Santa Maria, alcuni dei quali recando delle armi, e tenendo contatti con il colonnello Gaetano D'Inzillo, in modo da organizzare una rivolta. Nel frattempo avrebbero dovuto ritirarsi presso Collebrincioni, dove il colonnello li avrebbe raggiunti con mezzi pesanti e più munizioni e altri giovani, che proprio in quei giorni si stavano fortificando presso il Bosco Martese (provincia di Teramo), sotto la guida di ufficiali badogliani. Le armi servivano solo per una precauzionale autodifesa. I giovani attesero l'arrivo del colonnello con le nuove forze a Collebrincioni, ma ciò non accadde, all'alba del 23 settembre una compagnia di paracadutisti comandati dal tenente Hassen, lanciò un rastrellamento tra la montagna di San Giuliano e Collebrincioni, poiché alcuni prigionieri jugoslavi erano evasi dai campi di prigionia. Probabilmente i tedeschi s'imbatterono nei ragazzi, altre tesi vogliono che gli aquilani nazifascisti avessero intercettato i giovani, denunciandoli ai tedeschi, che iniziarono una scarica di mitraglia. Umberto Aleandri rimase ferito, 10 compagni aquilani rimasero con lui a difenderlo, venendo catturati, condotti sulla piazza del paese, e poi alle Casermette dell'Aquila (la Campomizzi e la Pasquali).
I giovani venneroi processati come franchi tiratori e perciò condannati a morte mediante fucilazione, eccettuato Stefano Abbandonati, giustiziato in extremis: i giovani vennero portati in un campo, costretti a scavare la fossa comune, e poi fucilati da tedeschi e fascisti. 5 in una e 4 nell'altra: furono Anteo Alleva 17 anni, Pio Bartoloni 21 anni, Francesco Colaiuda 18 anni, Fernando Della Torre 20 anni, Berardino Di Mario 19 anni, Bruno D'Inzillo 19 anni, Carmine Mancini 19 anni, Sante Marchetti 18 anni, Giorgio Scimia 18 anni. Da recenti rapporti si è scoperto che alcuni dei fucilati morirono soffocati sotto la terra perché ancora vivi dopo l'esecuzioni. Oggi una lapide in Piazza IX Martiri nel centro storico (ex Piazza XVIII Ottobre), ricorda il tragico evento.

 
Tempietto sacrario dei martiri di Pietransieri (Roccaraso)

A Pietransieri, frazione di Roccaraso, nel bosco del Limmari in prima linea era schierato il reggimento tedesco. Dopo la metà del mese di novembre, i tedeschi iniziarono a distruggere sistematicamente i paesi di questa sponda dell'alto Sangro (Roccaraso, Roccacinquemiglia, Castel del Giudice, Ateleta), obbligando la gente a sfollare i centri. Pochi obbedirono, e delle vendette tedesche si ricorda la "strage del Limmari" compiuta il 23 novembre contro la popolazione civile, con la morte di 124 persone. Pietransieri fu occupata il 21 novembre, e sgomberata per essere minata. Dato che i civili si rifiutarono di abbandonare le loro case i tedeschi, sospettando che nella maggior parte di essi si nascondessero partigiani e spie, li catturarono e li portarono nel bosco del Limmari. Prima di ciò, i tedeschi capitanati dal tenente Schulemburg razziarono il bestiame e i viveri, che scannarono nel bosco affinché non potesse servire da rifornimento per gli alleati. I paesani tuttavia tornarono alle loro case, benché sfollati, cercando di prendere qualcosa per il loro sostentamento, ma le case erano state già minate, e vi morì ad esempio Maria Cordisco, colpita da una mina, come ricorda sua figlia Mariapia Di Cocco.

Fu così che i tedeschi presero la popolazione, e la condussero in un casolare nel bosco, fucilando 128 persone circa, di cui rimase superstite solo la piccola Virginia Macerelli, che si nascose sotto i cadaveri. Delle vittime numerose erano le donne, una sessantina, più 34 bambini, di cui uno soltanto di un mese; i corpi restarono a lungo insepolti nel bosco, sino alla primavera del 1944. Alla strage, nel centro di Pietransieri, fu eretto un piccolo sacrario a pianta ottagonale in eterna memoria, con i corpi dei trucidati in degne tombe.

  • Eccidio di Sant'Agata

a sera del 5 dicembre arrivò a Casoli un consistente numero di soldati alleati che si installò nella contrada Mandre di Sarre, e che da lì raggiunse Gessopalena il 6 dicembre, scontrandosi con delle truppe tedesche, che tornava verso il paese a completare la distruzione. La battaglia cruenta provocò due morti tedeschi, e l'abbandono definitivo del paese in mani alleate. Gli inglesi si stabilirono nel quartier generale, cercando di far tornare la vita a Gessopalena, nonostante la distruzione di quasi mezzo paese. I tedeschi tuttavia, ritiratisi più sopra a Torricella Peligna, da dove aveano un punto di controllo a 360° della vallata sottostante, cannoneggiarono a più riprese il paese, ancor più per danneggiare psicologicamente i civili già provati dalla distruzione del paese, delle loro case, e dalla perdita di vite umane, piuttosto che per danneggiare ciò che rimaneva di Gessopalena.

Il 21 gennaio 1944 la violenza degli occupanti esplose drammaticamente quando nelle contrade gessane si erano trasferiti alcuni sfollati di Torricella, che avevano trovato ospitalità in alcuni casolari. In quelle zone erano relativamente al sicuro dalle violenze tedesche, anche se stipati in spazi angusti. In alcune frazioni la rappresaglia tedesca continuava, con requisizioni di cibo e bestiame, ed esecuzioni dei contadini che si ribellavano. Di fronte all'ennesimo sopruso, alcuni torricellani reagirono, uccidendo due tedeschi, e la reazione fu violenta.

 
Rovine di Gessopalena Vecchio, distrutta dai nazisti

La mattina del 21 gennaio 1944 alcuni sfollati di Torricella che si erano rifugiati nel villaggio Santa Giusta, di fronte a Sant'Agata, stavano tornando verso le case per recuperare del cibo, quando vennero fermati dai tedeschi con il chiaro intento di fucilarli. Dall'esecuzione sommaria, senza un perché, si salvò solo Giuseppe D'Amico, che in successive interviste, raccontò di essersi buttato nella vegetazione, mentre 4 membri della sua famiglia venivano passati per le armi. Poco distante si trovavano alcune masserie occupate da famiglie di Torricella, che avevano trovato riparto nel villaggio di Sant'Agata, presso Torricella, anche se nel territorio comunale di Gessopalena.

All'alba di questo giorno i tedeschi arrivarono, svegliando bruscamente i civili, obbligandole a radunarsi in una sola abitazione. Alcuni civili si ribellarono, venendo fucilati, mentre la gente veniva ammassata nell'edificio, e le porte bloccate in modo da non essere sfondate. Una trentina di bombe a mano vennero lanciate all'interno della casa, provocando morti e feriti, oltre alla creazione di una voragine nel terreno, finendo nel granaio. I tedeschi rientrarono nel casolare, controllando minuziosamente se tutte le persone fossero morte, o fingessero di esserlo, come verrà precisato, e cosparsero i morti di paglia e liquido infiammabile per incendiare il tutto. Le testimonianze di Nicoletta Di Luzio, il fratello Leonardo e il piccolo Antonio possono fornire un chiaro resoconto della barbarie nazista, poiché si erano salvati dalla strage. Nicoletta infatti testimonia che Leonardo venne direttamente fucilato sulla porta, lei si salvò coprendosi con un cadavere, e il fratellino Antonio si riparò nella mangiatoia. Nicoletta, allora di soli 16 anni e il fratello Antonio fuggirono dal casolare in fiamme e riuscirono a chiedere aiuto ai gessani, venendo poi curati all'ospedale di Vasto. Le morti totali del cosiddetto "eccidio di Sant'Agata", furono 42, e rimasero esposti alle intemperie per alcuni giorni, per poi essere sepolti con rito cristiano.

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Bosco Martese.
  • Strage di Bosco Martese

Il 17 settembre 1943 un contingente di soldati italiani di stanza a Teramo, guidati dal capitano Giovanni Lorenzini, decise di non consegnarsi ai tedeschi, e si trasferì in località Ceppo nel comune teramano di Rocca Santa Maria, a 30 km dal capoluogo. Trovarono antifascisti teramani, tra i quali i fratelli Rodomonti e Armando Ammazzalorso, arrivati lì il 23. Nei giorni seguenti giunsero altri soldati sbandati, ex prigionieri inglesi e slavi, fuggiti dal campo di Tossicia, e si creò un drappello di insurrezionali capitanati da Mario Capuani, con comando al capitano Ettore Bianco, già protagonista di un episodio di resistenza contro i tedeschi. Il gruppo si divise in tre parti, il partito d'Azione, quello Estero, e quello dei Comunisti, comandati dall'avvocato Felice Mariano Franchi, dal tenente colonnello Dushan Matiyasevic e dal tenente Francesco Di Marco. il 25 settembre un contingente di tedeschi si diresse verso il luogo di Bosco Martese, la battaglia iniziò a mezzogiorno, durò circa 3 ore, i tedeschi dovettero ritirarsi, con 50 morti, e 5 camion distrutti. Il Maggiore Hartmann venne fatto prigionieri e passato per le armi, dopo il combattimento gli insorti dispersero le piccole bande per continuare la lotta, ma i tedeschi scatenarono immediatamente la rappresaglia contro i civili, giustiziando 5 prigionieri presi a Bosco Martese, e in seguito ammazzando dei carabinieri, uccidendo anche Mario Capuani, che aveva avviato nella sua casa in segreto l'organizzazione della rivolta.

  • Bombardamenti di Penne e strage di Roccafinadamo
 
Dipinto di Charles Comfort della battaglia di Ortona, conservato nel Museo della Battaglia, in Ortona

I bombardamenti più gravi ci furono il 7 novembre 1943 e il 24 gennaio 1944: la prima incursione aerea tedesca colpì la ferrovia Pescara-Penne provocando 25 morti, nella seconda la città subì una massiccia distruzione con i punti più colpiti Piazza Luca da Penne e il Duomo di San Massimo. Il giornalista Mario Pirani ricordava che riuscì a sfuggire alla razzia dei nazifascisti quando di trovava a Penne. Venne prelevato da un sacerdote, e rinchiuso in un armadio, mentre i tedeschi perquisivano le case e le chiese. Il 24 gennaio del 1944 Penne subì un bombardamento alleato, complessivamente da 155 caccia bombardieri che presero di mira carri tedeschi. Penne venne attaccata anche qualche giorno prima, il 13 gennaio, dopo che era stata bombardata Loreto Aprutino, e tal bombardamento non riguardò obiettivi militari, ma danneggiò solamente il centro storico, con l'obiettivo di stimolare rivolte popolari contro i nazifascisti. Il 24 gennaio alle 8:15 incominciò il bombardamento, cadde il portale gotico del Duomo, venne colpita la biblioteca diocesana del Seminario, e poi l'ingresso dell'abside della Cattedrale, con sventramento del tetto, l'episcopio e infine il teatro comunale accanto la chiesa di San Domenico in Piazza Luca da Penne, insieme con altri edifici. Altri edifici danneggiati furono il liceo classico, gli uffici della Finanza, le scuole elementari di via Dante, edifici a via Mario dei Fiori, l'ospedale civile, le Poste, e altre chiese. La città fu liberata il 13 giugno 1944, e il 23 settembre 2006 alla città è stata conferita la Medaglia d'Argento al Valor Civile per i bombardamenti subiti.

Per il merito civile si ricorda l'episodio increscioso del 6 giugno 1944 in contrada Roccafinadamo, quando quattro pennesi furono catturati dai tedeschi mentre lavoravano nei campi, e portati al tribunale di Teramo. Poiché l'esercito era in ritirata, i prigionieri furono affidati ai fascisti, che per vendetta li fucilarono davanti al muro del cimitero di Montorio al Vomano, poiché accusati di cospirare contro il regime. I caduti erano Isidoro Di Donato, Regolo Antosa, Corradino Atolfi e Michele Marini, successivamente definiti i "martiri di Roccafinadamo". Qualche ora prima della cattura, un gruppo di partigiani della contrada si era scontrato contro i tedeschi, e poi rifugiatosi nelle vicinanze, e i contadini catturati gli avevano prestato soccorso per riprendere poi la loro attività. Per la confusione generata dalla guerra, dei prigionieri non si seppe nulla fino a settembre, quando i loro cadaveri vennero scoperti al cimitero.

Cronologia
 
Il Palazzo Farnese di Ortona in una foto del 1936

Durante la seconda guerra mondiale|secondo conflitto mondiale l'Abruzzo pagò un alto tributo di sangue. Le incursioni aeree iniziate fin dall'inverno del 1942-1943 si intensificarono in primavera e nei mesi estivi. In Abruzzo vennero istituiti numerosi campi di internamento.

Dal secondo dopoguerra a oggiModifica

La Basilica di San Tommaso a Ortona, com'era all'inizio del Novecento e come è oggi, nella ricostruzione del 1949

Nell'immediato dopoguerra, da una parte si provvide a ricostruire le città maggiormente martoriate dalle bombe, dall'altra esplode il fenomeno migratorio al nord. Per la ricostruzione dei centri devastati dalla guerra, in particolare Ortona e il territorio frentano vennero interessati, oltre a Pescara, Francavilla al Mare e Avezzano. Ortona e Orsogna ricevettero fondi americani, ma per la fretta della ricostruzione non vennero rispettati gli assetti storici delle cittadine, e quindi gran parte del volto antico, specialmente di Orsogna. Il paese era provvisto di un quartiere chiamato Piano Castello con le chiese di San Nicola e della Madonna del Riparo, nonché della fortezza vera e propria dei Colonna, accanto il Municipio. A causa dei fuoriosi e ripetuti bombardamenti, eccetto la chiesa di San Nicola, le principali parrocchie del paese, compresa quella di San Rocco in Piazza Mazzini, vennero ricostruite ex novo (eccetto le chiese della Madonna e di San Giovanni), cambiando radicalmente l'aspetto di questo paese. E lo stesso avvenne per i centri limitrofi di Arielli, Tollo, Canosa Sannita, dove i bombardamenti e le tecniche della terra bruciata nazista furono letali, fino a raggiungere Ortona.

La Cattedrale di San Tommaso Apostolo, consacrata nel 1949 dopo che fu fatta saltare in aria il 21 dicembre 1943, fu ricostruita in forme neogotiche miste al neoromanico e al barocco, il castello aragonese, esploso in quanto polveriera, fu lasciato in abbandono fino al 2009, così come il castello di Orsogna non fu più ricostruito, e la chiesa gotico-barocca di San Rocco fu ricostruita in forme moderne.
Nei centri di montagna dove si distinse l'eroismo della brigata Maiella di Ettore Troilo, i casi analoghi a Orsogna di Lettopalena, Taranta Peligna e Gessopalena, fecero sì che i centri fossero ricostruiti ex novo a poca distanza dalle macerie dei vecchi abitati, ad esempio Lettopalena è un borgo praticamente nuovo, con pochi ruderi dell'abitato vecchio, e la chiesa di Santa Maria di Monteplanizio, unico elementi di collegamento con il secolare passato; Gessopalena conserva il borgo vecchio sotto forma di sito archeologico, Taranta Peligna conserva il simbolo della distruzione nella facciata dell'ex chiesa di San Biagio.

 
Pescara, quartiere Porta Nuova, la via Conte di Ruvo e Palazzo Monti su Piazza Alessandrini

Anche Pescara e Francavilla al Mare subirono la stessa sorte, nella fase di ricostruzione. Pescara si sviluppò come centro moderno, conservando pochi villini e case civili in stile liberty, mentre il borgo medievale di Francavilla, la "Civitella", perse completamente la parrocchiale di San Franco e le mura medievali con le porte urbiche. Rimangono alcune torri medievali, in stato di abbandono, tranne Torre Ciarrapico, e il convento Michetti (XV secolo) fuori le mura. Anche lo storico Palazzo Sirena, realizzato nel 1888 da Antonino Liberi fu ricostruito in forme moderne, benché abbattuto nel 2017 per la riqualificazione della piazza.
L'esigenza ricostruttiva di queste due città però fu dettata dall'intuizione che le amministrazioni ebbero all'istante, ossia di far fruttare al livello economico i due centri al mare, sacrificando la storia per lo sviluppo turistico all'alba del boom economico italiano, con palazzi condominiali moderni, strade grandi, lungomari panoramici, ampie piazze ricreative. Ciò è molto più evidente a Pescara, la cui ricostruzione è stata progettata negli anni '50 da Luigi Piccinato. Il piano, eseguito in parte, prevedeva la ricostruzione di palazzi secondo un preciso schema simmetrico di cardi e decumani, con ampie piazze di deambulazione, insieme a giardini rigenerativi
La vecchia città, già profondamente cambiata durante il fascismo, venne quasi cancellata dagli anni '50 agi '70, con la costruzione della centralissima Piazza della Rinascita sopra il vecchio Largo Umberto I, del lungomare Matteotti, della riqualificazione dei due assi di Corso Vittorio Emanuele e Corso Umberto I, a Portanuova del viale Gabriele d'Annunzio, col ponte di collegamento, e del parallelo viale Guglielmo Marconi, che dal parco della Pineta avrebbe portato direttamente, mediante il nuovo ponte, al Corso Vittorio Emanuele mediante Piazza Italia, la zona centrale dell'amministrazione governativa e territoriale pescarese.
Questa corsa alla cementificazione al far sembrare la città sempre più a una metropoli americana, determinò la rottura definitiva del rapporti dell'antica città-fortezza cinquecentesca con la nuova dinamica area metropolitana, che ben presto assunse il controllo dell'economia e dell'amministrazione d'Abruzzo, creando degli aspri contrasti con le altre città quali Chieti, Teramo e soprattutto L'Aquila, contro cui nel 1971 si svolse un turbolento plebiscito per la doppia sede amministrativa abruzzese.

Nell'ambito del miracolo economico italiano, l'Abruzzo crebbe moltissimi al livello industriale con i primi poli a Pescara e L'Aquila, e successivamente dalla fine degli anni '60 nel teramano, nella Marsica, e soprattutto nella zona industriale Honda-Sevel della val di Sangro. Già dagli anni '50 l'Abruzzo si era nettamente distinto nelle regioni del sud per la ricettività turistica costiera e montana, con gli stabilimenti ultra moderni di Francavilla, Pescara, San Salvo, Montesilvano e delle città della costa teramana come Roseto degli Abruzzi ed Alba Adriatica.tanto da attirare il grosso della popolazione pugliese durante le estati. Invece in montagna gli impianti di Campo Imperatore, di Roccaraso, Ovindoli e Prati di Tivo favorirono l'economia invernale dello sci e di altri sport in alta quota.

 
Ingresso del traforo del Gran Sasso ad Assergi
 
La Prefettura dell'Aquila dopo il sisma del 2009, uno dei simboli della distruzione
  • 1948: decisione non attuata della costituzione della regione Abruzzi e Molise[7].
  • 30 aprile 1950 - Eccidio di Celano: alcuni braccianti scesi in piazza per protestare contro il basso salario, furono freddati a colpi di arma da fuoco. La cronaca attribuì l'omicidio a ingerenze post-fasciste.
  • 1950: si verifica un terremoto a Campotosto, di intensità pari all'VIII grado della Scala Mercalli.
  • 29 agosto 1956: a seguito di insistenti piogge e per mancanza di rete idrica adeguata, una grave frana colpisce il centro storico di Vasto, specialmente la parte più antica del rione di San Pietro. Vengono distrutti alcuni palazzi e la chiesa di San Pietro (XII secolo), viene abbattuta nel 1959 perché pericolante. Rimane oggi solo il portale in ricordo della tragedia, lungo il nuovo belvedere della via Adriatica del centro.
  • 1958: terremoto a L'Aquila dell'VIII grado della Scala Mercalli.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Variazioni territoriali e amministrative di Abruzzi e Molise.

La frana di Vasto del 1956Modifica

 
Incisione ottocentesca del muro delle Lame, con la chiesa di San Pietro e Palazzo Marchesani

La frana di Vasto fu uno degli eventi più tristi accaduti in Abruzzo nel secondo dopoguerra, che andò a colpire direttamente il centro storico cittadino, benché non ci siano stati né morti né feriti. A causa delle copiose piogge e nevicate, e le mancata manutenzione dell'antico e obsoleto sistema idrico e fognario del centro, già nel 1955 lungo l'attuale via Adriatica, iniziarono a comparire segni di cedimento del terreno, con le prime crepe sui palazzi. I tecnici del Genio Civile di Chieti elaborarono un piano d'emergenza, mentre il parroco di San Pietro don Romeo Rucci portava in processione per la città il pezzo del Sacro Legno della Croce, seguito dalla gente commossa, soprattutto gli abitanti delle case a rischio, in quanto consapevoli dell'imminente pericolo.
La mattina del 22 febbraio, mentre il parroco era indaffarato con le pratiche di un matrimonio, nel quartiere si udì un forte boato, e una quarantina di case si staccarono dalle fondamenta, insieme alle mura di cinta, franando a valle. Tuttavia le famiglie dei locali a rischio erano state già evacuate nella scuola elementare, in totale 117.

 
Facciata attuale della chiesa di San Pietro

L'onorevole Giuseppe Spataro, alla notizia dell'accaduto, si mise subito in contatto con la città per avviare le pratiche di sfollamento e alloggiamento della popolazione. I tecnici del Genio Civile analizzarono il terremo, e convennero sul fatto che la città mancava di un adeguato sistema idrico, soprattutto per la zona del centro, composta di terreno argilloso e tufaceo, facilmente saturo di acqua durante le piogge, e più volte storicamente soggetto a smottamenti. I lavori di messa in sicurezza e sfollamento della popolazione erano ancora in fieri, che il 29 agosto dello stesso anno una seconda frana, ancora peggiore della prima, colpì la zona del muro delle Lame. Il Palazzo Marchesani, dove stavano le poste, si spaccò in due, e insieme ad altre case rovinò verso il mare. Un'altra porzione di terreno cedette, lambendo l'abside della chiesa di San Pietro, che si trovò in bilico sul precipizio, a forte rischio crollo.
Per questo, nonostante le forti proteste della curia vescovile, e della popolazione, la storica chiesa parrocchia del quartiere venne sacrificata con la demolizione, lasciando solo la facciata gotica intatta. Benché l'emergenza sia stata affrontata con un consolidamento massiccio e studiato del muro delle Lame, una buona parte dello storico rione di Guasto d'Aimone andò perduto, di cui oggi la facciata della chiesa resta il simbolo.

Il terremoto dell'Aquila del 2009Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Aquila del 2009.
 
Macerie in via Fontesecco

Il terremoto del 6 aprile 2009 fu uno dei più forti che si verificarono in Italia nell'ultimo secolo, scatenatosi la notte alle 3:32, con una magnitudo di 6.3 gradi della scala Richter nella zona di Onna e Roio. Lo sciame sismico era iniziato pochi mesi prima, intensificatosi fino alle due grandi scosse del 6 aprile, che danneggiarono gravemente il centro storico de L'Aquila, e le altre cittadine limitrofe come Fossa, Paganica, San Pio delle Camere, Arischia, Camarda, Assergi, Tornimparte. Il bilancio fu di 309 morti e 1.600 feriti, con circa 80.000 sfollati. Tra gli edifici crollati, quelli più simbolici sono stati la Casa dello Studente in via XX Settembre, definitivamente demolita nel 2017, e il Palazzo della Prefettura accanto la chiesa di Sant'Agostino, sede della Provincia, ma altri beni storico quali il Forte spagnolo, la Basilica di San Bernardino, la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, la chiesa di Santa Maria Paganica, il Duomo di San Massimo, i palazzi settecenteschi, il Palazzo Margherita, risultarono gravemente compromessi, con crolli e lesioni, con danni stimati 10 miliardi di euro.

Dal G8 dell'Aquila voluto da Silvio Berlusconi, alla fase di gestione dell'emergenza con Guido Bertolaso nominato capo della Protezione Civile e della ricostruzione, si sviluppò il progetto C.A.S.E. delle "New Towns", ossia piccoli agglomerati urbani costruiti ex novo accanto il centro storico aquilano e di quelli dei comuni del cratere sismico, per non trasferire le famiglie troppo lontano dal territorio, come negli alberghi della costa, o in sedi di altre regioni.

Dall'avvio della ricostruzione al nuovo terremoto del 2017Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Terremoto del Centro Italia del 2016 e del 2017.

Dalla gestione dell'emergenza aquilana da parte del governo Berlusconi, con capo della Protezione Civile Bertolaso, la ricostruzione a L'Aquila è iniziata formalmente nel 2012, con la compilazione del Piano di Ricostruzione ufficiale, anche se i primi effetti sono iniziati con la riconsegna di edifici storici di rilievo solo nel biennio 2014-15. Nel frattempo il centro pulsante del capoluogo si era spostato nel nuovo gigantesco comprensorio moderno di Coppito-Pile-Pettino, oppure nel nucleo di Bazzano e Sant'Elia nella parte est.
Nel 2005, dopo lo scandalo che ha coinvolto il Presidente della Regione Ottaviano del Turco, l'Abruzzo è entrato nel vortice internazionale per lo scandalo della discariche della zona di Bussi Officine, nel comune di Bussi sul Tirino (PE), con processi e ricordi tuttora in corso per le questioni di bonifica del terreno inquinato, nelle estreme vicinanze del fiume Aterno-Pescara, il principale fiume regionale.
Dopo altri scandali che hanno coinvolto anche il successivo governo del presidente Gianni Chiodi, il cui mandato si è concluso nel 2014, il nuovo governo del presidente Luciano D'Alfonso non si è mostrato meno brillante quanto a processi e imputazioni. Lo stesso D'Alfonso, già noto in politica per essere stato sindaco di Pescara (2003-09) e presidente della Provincia di Pescara (1995-99) per il PD, si è dimesso dopo un anno dalle elezioni a Senatore della Repubblica nel 2018, lasciando le deleghe al vice Giovanni Lolli, fino alle elezioni del febbraio 2019, quando è stato eletto il nuovo presidente Marco Marsilio.

 
Luciano D'Alfonso, presidente del Governo d'Abruzzo dal 2014 al 2018

Nel piano di ricostruzione dell'Aquila, dato che una buona parte del patrimonio abruzzese è stato sia gravemente che lievemente danneggiata dal sisma, lentamente si è sviluppato un nuovo sentimento regionale di rinascita e riscoperta del proprio territorio, con piano di finanziamento per la messa in sicurezza di abbazie, recupero di castelli abbandonati, accentramento del sistema museale con la fondazione nel 2014 del Polo Museale d'Abruzzo con sede a Chieti, e di promozione territoriale con nuovi programmi turistici, tra cui il progetto del Corridoio Verde Adriatico, ossia una lunga pista ciclabile costiera che, nel suo realizzarsi ancora in corso, dovrà attraversare tutta la regione, avente come punto esclusivo la fascia della costa dei Trabocchi.
Malgrado queste nuove attività per far risollevare culturalmente ed economicamente la regione, con progetti soprattutto finalizzati all'esportazione dei prodotti agricoli e vinicoli, nel 2016-17 l'Abruzzo viene colpito da un nuovo grave terremoto.

 
Piazza principale di Campotosto prima del sisma del 2017

La scossa del 24 agosto 2016 con epicentro ad Accumoli, che ha distrutto anche Amatrice ed Arquata del Tronto, si è fatta sentire distintamente anche in Abruzzo, poiché il confine con i territori di Montereale e Campotosto e Valle Castellana è molto breve. Oltretutto questi territori, già gravati e non interessati da un completo piano di ricostruzione dal terremoto del 2009, hanno subito le ulteriori scosse del 30 ottobre 2016, quando il terremoto ha avuto la magnitudo di 6.5 ed epicentro presso Norcia.
I danni peggiori sono stati causati dall'attivazione di una storica faglia presso Barete e Campotosto, la stessa che il 2 febbraio 1703 scatenò un potente terremoto che rase quasi al suolo la città dell'Aquila e i comuni limitrofi; tre scosse di terremoto che hanno superato la magnitudo 5 scala Richter, si sono verificate la mattina del 18 gennaio 2017 tra Montereale, Capitignano e Campotosto, facendo temere un "vajont" per la diga del lago di Campotosto. Oltre ai danni riportati soprattutto nel comune di Campotosto, con crolli evidenti alle case, al palazzo comunale, e alla chiesa parrocchiale dell'Assunta, che in seguito verrà abbattuta per evitare pericoli, soprattutto la provincia di Teramo ha subito gravi effetti, nei centri di Isola del Gran Sasso d'Italia, Valle Castellana, Atri, Teramo stessa, Cortino. Gli effetti, anche per la cospicua nevicata di quest'anno, con lo scioglimento dei ghiacci, si faranno sentire anche settimane dopo, con la provocazione di frane molto serie a Campli (frazione Castelnuovo) a Pontone di Civitella del Tronto, metà della frazione con le strade e le case è scivolata a valle, costringendo la popolazione ad essere sfollata, e Cansano.

 
Hotel Rigopiano (Farindola), a sinistra dopo la valanga del 18 gennaio 2017, a destra prima

A causa di questo terremoto, e dell'eccessiva nevicata, il piano d'emergenza, attivato in ritardo, vedrà membri politici importanti come il presidente della Provincia di Pescara e lo stesso D'Alfonso imputati presso il Tribunale di Pescara. Infatti per mancanza di sufficienti turbine per raggiungere i comuni colpiti non solo dal terremoto, ma anche quelli semplicemente isolati, nonché le frazioni dell'alta montagna, tra Campo Imperatore e il Gran Sasso, un buon numero di abitanti sarà costretto, almeno per una settimana, a rimanere isolata nelle case, anche perché la bufera ha fatto saltare in molti punti della regione, anche in provincia di Chieti, i cavi della rete elettrica, abbattendo anche alcuni elettrodotti.
Oltre a ciò, il terremoto del 18 gennaio ha scatenato una slavina nel comune di Farindola (PE), all'altezza della località Rigopiano, dove si trovava un lussuoso resort costruito sopra un rifugio montano degli anni '30, a forte rischio per le valanghe. La slavina ha travolto l'hotel, distruggendolo, e facendo rimanere intrappolate oltre 30 persone, di cui 22 moriranno assiderate, di stenti, mentre solo 11 verranno salvate dai soccorritori.

Negli ultimi anni Pescara si è sempre più accresciuta economicamente e demograficamente, divenendo di fatto la prima città d'Abruzzo, progettando anche con un referendum, l'unione entro il 2019 con i comuni limitrofi di Montesilvano e Spoltore, per diventare un'area metropolitana unitaria definita "Grande Pescara", che arriverebbe a sfiorare i 200.000 abitanti, suscitando critiche da parte della vicina Chieti e da L'Aquila, relegata sempre di più al ruolo di comprimario capoluogo di Regione. Altri progetti riguardano il miglioramento della linea ferroviaria Pescara-Roma, con la costruzione di un nuovo binario diretto di collegamento tra L'Aquila e Pescara, senza fare scalo a Sulmona.

NoteModifica

  1. ^ Francavilla al mare, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  2. ^ Sangritana (pdf)[collegamento interrotto]
  3. ^ Una scossa di terremoto distrugge la Marsica, Corriere della Sera. URL consultato il 12 gennaio 2016.
  4. ^ Di seguito l'elenco completo dei comuni ceduti alla provincia di Rieti: Accumoli, Amatrice, Antrodoco, Borbona, Borgorose (allora denominata Borgocollefegato), Borgo Velino, Cantalice, Castel Sant'Angelo, Cittaducale, Cittareale, Fiamignano, Leonessa, Lugnano di Villa Troiana (comune soppresso, ora denominato Vazia, frazione di Rieti), Micigliano, Pescorocchiano, Petrella Salto, Posta.
  5. ^ Dato riscontrabile a pag. 78 di "Guida d'Italia; Abruzzo e Molise. Touring Club Italiano.Mondadori Printing S.p.A., Agosto 2007"
  6. ^ L'Eccidio di Pietransieri, rivisondoliantiqua.it.
  7. ^ Supplemento ordinario alla Gazzetta ufficiale n. 31 del 7 febbraio 1948 (pdf).
  8. ^ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, su portale.ingv.it. URL consultato il 2 giugno 2009 (archiviato dall'url originale il 17 maggio 2009).
  9. ^ Ansa, Maltempo,90mila utenze senza elettricità, 16 gennaio 2017
  10. ^ Ansa, Maltempo: emergenza neve in Abruzzo, a Pescara esonda il fiume, 17 gennaio 2017

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