« ...La parte tirolese della valle è chiamata Val Vestino. È, così isolata in un distretto, molto popoloso che comprende sette od otto villaggi, e molta terra arabile, estendendosi in molti piccoli rami interrotti dalle montagne... »

(John Ball, Alpine Guide, 1866)
Val Vestino
Val Vestino.JPG
Scorcio della Val Vestino vista dal monte Tombea
StatiItalia Italia
RegioniLombardia Lombardia
ProvinceBrescia Brescia
Località principaliMagasa e Valvestino
Comunità montanaParco Alto Garda Bresciano
Superficie51.30 km²
Abitanti357 ({{{anno}}})
Altitudineminima: 500 ca., massima 1.976 m s.l.m.
Nome abitantiValvestinesi
Cartografia
Mappa della Valle
Sito web

La Val Vestino o Valle di Vestino oppure Valvestino ma anche Valle Vestina nei documenti più antichi o nella letteratura del XVIII-XIX secolo[1], è una valle della provincia di Brescia posta tra il lago di Garda e quello d'Idro. La Valle ha una superficie di 51,30 km² ed è divisa amministrativamente in due comuni: Valvestino e Magasa. Attraversata dal torrente Toscolano, che alimenta il lago di Valvestino e si getta poi nel lago di Garda a Toscolano, la Val Vestino è interamente montuosa e la vetta più alta è monte Caplone di 1.976 metri.

Indice

ToponimoModifica

Sull'origine del toponimo Val Vestino esistono varie ipotesi interpretative e secondo il geografo trentino Ottone Brentari[2] la Val Vestino prenderebbe il nome dai monti Vesta[3] e Stino che la chiudono nella parte sud occidentale, mentre per lo storico bresciano monsignor Paolo Guerrini, concordando con Claudio Fossati di Maderno[4], la vuole da Vest: luogo scosceso e boscoso o dal valtellinese Vestagg, sentiero scosceso atto a trascinare il legname. Altri ricercatori invece sostengono che sia collegato alla popolazione degli Stoni, antichi abitatori della zona, o dalla derivazione da Ve, ossia da quei prati posti di fronte a nord al Molino di Bollone[5] fino alla chiesetta di San Rocco a Moerna e Stino, il monte che sovrasta l'abitato di Moerna[6] e in linea diretta con Ve.

Secondo la linguista Claudia Marcato, il toponimo sarebbe un composto di valle più Vestino, nome locale confrontabile con l'oronimo Vesta, il poleonimo Vestone e altri toponimi lombardi simili, "che sono da ritenere di origine incerta" e richiamano alcuni nomi personali come Vestus, Vestius, Vestonius (e Vestino anche l'etnico Vestini, popolo italico del centro della penisola). Sono in effetti attestati i nomi personali di origine celtica Vistus, Vistalus, Vestonius, Vessonius[7].

Un'ultima ipotesi di Natale Bottazzi, asserisce che l'origine del nome Vestino è ascrivibile alla voce latina “vastus” che significa luogo desolato. Sembra che non vi sia nessuna assonanza con l'antico popolo dei Vestini stanziati nell'Abruzzo e sottomessi dai Romani nell'89 a.C., anche se alcune analogie sono sorprendenti, tra queste il culto per la dea Vesta, il richiamo al nome del dio umbro Vestico[8], il "dio-libagione", e l'origine dell'etnonimo che secondo alcuni sarebbe formato dalle voci celtiche "Ves" che significa fiume o acqua e da "Tin" che significa paese indicando in tal modo un "paese delle acque", visto che il territorio occupato dai Vestini era particolarmente ricco di corsi d'acqua e sorgenti, come lo è anche la Val Vestino[9][10]. Curiosa rimane anche la somiglianza con il toponimo della Valle del Vestina sita in Toscana nel comune di Monte San Savino o del comune veronese di Vestenanova.

Primi abitatoriModifica

 
Sesterzio romano con l'effigie dell'imperatore Massimino Trace rinvenuta a Valvestino nel 1969 ca.
Massimino Trace: sesterzio[11]
 
MAXIMINVS PIVS AVG GERM, testa verso destra con alloro, drappeggio sulle spalle; VICTO-RIA GERMANICA, S(enatus) C(consultum) ai lati, la Vittoria in piedi verso sinistra, tiene una corona ed una palma; un prigioniero sulla sinistra ai suoi piedi.
coniato nel 236 (28 mm, 18.44 gr).

Reperti archeologici rinvenuti nel 1970 in una grotta a Droane[12], sul Dosso delle Saette del monte Tombea e precedentemente nel 1950 circa sul monte Manos e a Cima Igodello[13] testimoniano la presenza di stazioni preistoriche di transito attribuibili all'età del bronzo. Tali rinvenimenti confermerebbero che sia Capovalle che la Val Vestino ebbero dalle epoche più remote funzione naturale d'incrocio delle vie montane fra la Valle Sabbia, la Riviera del lago di Garda, il Trentino, collegando fra loro le isole palafitticole gardesane con quella di Molina di Ledro[14] per i passi di Cablone, Bocca Campei e monte Tremalzo.

La stazione preistorica del Dosso delle Saette si trova in posizione panoramica sul sentiero che da Cima Rest porta al monte Tombea. Venne scoperta dai ricercatori A. Crescini e C. de Carli nella primavera del 1970; essi rinvennero in superficie alcuni manufaffi silicei che indicano l'esistenza di un accampamento certamente breve ed a carattere stagionale[15]. In seguito ad alcune ricerche superficiali condotte negli anni seguenti dal Museo Civico di Storia Naturale di Brescia, la collezione si arricchì notevolmente. L'industria sino ad ora raccolta consta di 55 manufatti di cui 5 strumenti: tra questi ultimi si nota la presenza di una punta foliata a peduncolo e spalle di freccia e di due elementi di falcetto di cui uno integro. Data la presenza di questi strumenti l'industria fu attribuita ad una Età del bronzo non meglio identificata a causa della mancanza di fittili caratteristici. L'industria sembra comunque rivestire un certo interesse storico data l'altitudine e l'ubicazione della stazione (quota 1750 metri); sino ad ora reperti preistorici più vicini erano stati rinvenuti sul versante ovest del monte Manos (1853 m) e lungo la mulattiera che conduce a Cima Igodello (1250 m)[16].

Gli storici ritengono che la Val Vestino e le zone limitrofe della Val Sabbia e del Trentino sud occidentale furono abitate attorno al 1500 a.C. dagli Stoni, una popolazione appartenente alla stirpe degli Euganei come asseriva lo storico latino Plinio il Vecchio, assieme ai Trumpilini e ai Camunni. Gli Stoni avrebbero avuto la loro sede principale secondo alcuni a Vestone o a Idro, mentre per altri a Storo o a Stenico e la loro presenza sarebbe comprovata anche dai toponimi di monte Vesta, valle di Vesta, prati di Vesta e Stino. Nel 1800 furono rinvenute tombe etrusche ad Armo, ma i reperti furono dispersi. Sempre in quel tempo la Valle del Chiese era invece abitata nella parte inferiore dai Sabini mentre quella superiore dagli Edrani del lago d'Idro e poco a nord est nella Valle di Ledro risiedevano gli Alutrensi[17].

Verso il 500 a.C. i Galli Cenomani, insediati stabilmente nell'attuale bassa Lombardia orientale e nel basso Veneto occidentale, ossia nel territorio compreso da ovest a est tra il fiume Adda e l'Adige e da nord a sud dalla Valtellina a Cremona, risalirono alla conquista delle valli alpine combattendo contro le popolazioni indigene. A loro, nelle nostre zone, si opposero fieramente gli Stoni. I Galli Cenomani ebbero il merito di aver dato un notevole sviluppo all'agricoltura e specialmente all'allevamento bovino, sembra che ad essi sia dovuta l'introduzione e la diffusione dei bovini a razza bigia. I toponimi terminanti in one come Bollone, Persone, Cablone, monte Caplone sono di origine cenomana così come quelli di Magasa e Cadria. Ne deve essere seguita una convivenza inizialmente difficile, che portò lentamente a una popolazione abbastanza omogenea che i Romani chiamarono Reti. Costoro erano un insieme di popolazioni che abitavano, come sostiene Plinio il Vecchio, le terre tra il lago Maggiore e il fiume Piave, tra il lago di Costanza e la bassa valle del fiume Inn. I Reti fondarono la cultura di Fritzens-Sanzeno.

La romanizzazioneModifica

 
Peso in bronzo di stadera romana raffigurante una testa femminile rinvenuto in una grotta a Magasa nel 1960 ca. e risalente al III secolo d.C.

È difficile la ricostruzione storica della romanizzazione della Val Vestino a causa della mancanza di documenti coevi come epigrafi, reperti archeologici o sepolture. Di certo la conquista della Gallia Cisalpina da parte dei Romani cominciò fra il 225 e il 222 a.C., e vide costoro alleati con i Galli Cenomani e i Veneti contro i Galli Boi e Insubri. La campagna fu interrotta successivamente dalle guerre puniche scatenate contro Cartagine per il dominio dell'area mediterranea e riprese attorno al 200 a.C.

Le uniche notizie sono reperibili dalla storiografia romana e riconducibili all'attestazione dei Fasti Trionfali[18] del 117 a.C. e l'Epitome della Storia di Roma di Tito Livio[19], nel 118 a.C. quando il console Quinto Marcio Re trionfò sui Liguri Stoni durante la conquista della Gallia Cisalpina. Secondo lo storico latino Paolo Orosio il combattimento fu molto aspro da entrambi le parti e gli Stoni, circondati, pur di non cadere prigionieri del nemico, uccisero prima donne e bambini poi diedero fuoco alle loro case e si suicidarono con le proprie armi o lanciandosi nel fuoco[20]. Gli Stoni, che probabilmente si erano ribellati all'alleanza romana o avevano condotto razzie nei territori soggetti a Roma, furono una delle prime tribù alpine contro le quali furono volte le armi degli invasori. Per quanto riguarda l'espansione romana nelle Alpi, nello stesso anno la Gallia Narbonense veniva sottomessa all'Urbe e lo stesso Quinto Marcio Re fondò e diede il nome a Narbo Martius, l'attuale Narbona, la prima colonia romana al di fuori dell'Italia; tre anni dopo, nel 115 a.C., il console Marco Emilio Scauro trionfò sulle Alpi orientali contro i Carni e i Taurisci mentre nel 113 a.C. il console Gneo Papirio Carbone fu sconfitto nella battaglia di Noreia dai Cimbri.

Nell'89 a.C. il console Gneo Pompeo Strabone, con la "Lex Pompeia de Transpadanis", concesse ai popoli "Transpadani", ossia posti a nord del fiume Po, e quindi anche a Brescia, il diritto di colonia romana. Nel 49 a.C., Giulio Cesare concesse ai "Transpadani" con la "Lex Roscia", proposta del pretore Lucio Roscio Fabato, la cittadinanza romana e a Brescia il diritto di Municipio con l'iscrizione alla tribù dei Fabii (o tribù Fabia). Con l'imperatore Augusto, tra il 27 e l'8 a.C., Brescia ricevette l'ordinamento di colonia con il titolo ufficiale di Colonia Civica Augusta Brixia e fu inserita, nella X Regio (Venetia et Histria).

Se la città di Brixia era saldamente in mano romana, parte delle vallate alpine poste a nord di essa invece si dimostrarono riottose alla colonizzazione, tanto che nel 16 a.C. il proconsole dell'Illirico Publio Silio Nerva condusse una vasta operazione militare nelle valli comprese tra Como e il Lago di Garda contro i Venosti stanziati nella Val Venosta, i Triumpilini e i Camuni, che avevano fatta causa comune con gli Uberi e con i Leponzi, conquistando l'attuale Valcamonica[21].

 
Laterale di un peso di stadera romano rinvenuto a Magasa

La Val Vestino divenne sicuro dominio di Roma, l'anno successivo, nel 15 a.C., allorché i figliastri di Augusto, Tiberio e Druso maggiore, portarono a compimento la nota guerra retica che vide definitivamente dominate tutte le 46 tribù alpine, tra queste quelle della Valle Camonica e Val Trompia, del Trentino occidentale fino alle Alpi[22]. Anche le Giudicarie, la valle del Basso Sarca, il Lomaso e la Valle del Chiese furono attribuite[23] alla tribù dei Fabii del Municipio di Brescia il cui confine verso Trento (tribù Papiria) correva al torrente Finale[24], ossia verso la val Rendena, e incorporate amministrativamente nella Regio X.

La moderna storiografia sostiene invece che la romanizzazione del Trentino e dell'area prealpina occidentale del lago di Garda fosse avvenuta in maniera non cruenta, ossia per una lenta assimilazione culturale delle popolazioni locali del mondo romano e nel periodo antecedente alla guerra retica del 15 a.C.. Questa ipotesi sarebbe avvalorata dall'iscrizione presente sul Tropaeum Alpium di La Turbie, fatto erigere tra il 7 e il 6 a.C. in onore di Augusto per celebrare la vittoria delle guerre retiche e la conseguente sottomissione delle genti alpine. Esso riporta una lunga iscrizione, integrata da Plinio il Vecchio[25] che menziona i popoli conquistati con "manu militari", tra i quali figurano i Triumpilini e i Camuni ma non gli Stoni, i Sabini della Val Sabbia, i Benacensi della riva bresciana e delle vallate a nord del Benaco, gli Alutrensi della Val di Ledro, i Tridentini, probabilmente poiché costoro erano già da tempo in rapporti pacifici con Roma[26]. Di sicuro la romanizzazione del territorio si completò entro il I secolo d.C. con una probabile cittadinanza romana ancor prima del 46 d.C., anno in cui fu concessa dall'imperatore Claudio agli abitanti della Val di Non e Sole degli Anauni, Sinduni e Tulliassi situati molto più a nord della Valle e posti nella condizione giuridica intermedia di peregrini.

Nulla si sa con certezza a quale pago, ossia una vasta circoscrizione amministrativa, giuridica e religiosa rurale, fu assegnata la Valle[27]. Il pago era retto da magistrati locali e il suo "consilium" era presieduto dal "magister pagi", con facoltà di legiferare, che veniva eletto da un "consilium"; il centro del pago dipendeva a sua volta da un capoluogo o "Municipium". Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente le antiche amministrazioni civili romane furono sostituite da quelle religiose, così il "municipium" si tramutò in diocesi, il pagus in pieve e il "vicus" in parrocchia. La Valle visto che per secoli fece parte della pieve di Tignale (prime notizie dal XII al XVIII secolo), indusse gli storici a ipotizzare che le vicinie valvestinesi appartenessero a questo capoluogo[28] ma non è pure da escludere un'ascrizione a quello ben più distante di Vobarno, visto che la curia di questa comunità vantava dei diritti in Valle fino al XIII secolo[29].

Della presenza romana rimane il ritrovamento nel 1885 in località Capetèl a Magasa delle tombe con arredo di lucerne funerarie e monete[30]; il toponimo di Rocca Pagana e un peso di stadera romano del III secolo d.C. rinvenuto sempre a Magasa nella Grotta dei Mandèi attorno al 1968 e oggi conservato presso il Museo romano di Brescia, la scoperta testimonia che la località fu luogo adibito a abitazione o a culto; un sesterzio romano dell'imperatore Massimino Trace coniato nel 236 trovato casualmente nel 1969 sotto una zolla d'erba presso l'entrata della Pieve di San Giovanni Battista di Turano di Valvestino; e infine il ricordo della torre di Turano i cui ruderi furono adoperati nel 1240 da Bonifacino da Bollone per edificare nello stesso luogo un castello.

Le tombe romano-barbariche di Magasa
Nel 1973, in località Pià a Magasa, a seguito dello scavo delle fondamenta del fabbricato delle scuole elementari, furono rinvenute tre tombe in fossa d'epoca barbarica (476-774). Queste erano in cassa rettangolare di lastre lapidee profonde oltre un metro e in una di queste fu rinvenuto un pettine d'osso e una tomaia. Sempre in località Pià, nel 1950 circa, furono rinvenute altre quattro tombe durante lo scavo della pavimentazione di una cantina. L'orientamento del corpo, comune in tutte le sepolture, prevedeva il cranio posizionato verso nord est e la direzione della sepoltura verso sud ovest, l'area ove sorge e tramonta il sole. Circostanze fortuite portarono, nel 1885, in località Capètel nel corso della costruzione della mulattiera Magasa-Turano al ritrovamento di sepolture d'epoca romana mentre sempre nello stesso secolo in località Sapèl in via di Sotto a sepolture reto-etrusche.
 
Tomba barbarica (476-744) rinvenuta a Magasa nel 1973

Goti e BizantiniModifica

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e l'instaurazione del Regno ostrogoto di Teodorico il Grande, tra il 535 e il 553 si scatenò in Italia un lungo devastante conflitto che contrappose l'Impero bizantino agli Ostrogoti nella contesa di parte dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell'Impero romano d'Occidente. Anche la Valle, a quanto sembra, non restò immune a questi eventi, in quanto indagini archeologiche condotte sul monte Castello di Gaino nel territorio di Toscolano Maderno, hanno portato alla luce un insediamento militare bizantino riconducibile a quel periodo o all'immediatezza dell'invasione longobarda che per i ricercatori rappresenta un punto strategico di controllo dei passi che dalla Valle Sabbia e Val di Ledro tramite la Val Vestino conducono verso il lago di Garda[31]. Altri insediamenti fortificati del territorio riconducibili ad epoca tardoromana o altomedievale sono quelli del Castello di Zumiè e del Castello di Vico a Capovalle e del Castello-Rocca Pagana di Magasa ove sono state rilevate "strutture murarie con materiali ceramici"[32].

I LongobardiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fienili di Cima Rest.

Nel 568 i Longobardi, un popolo di stirpe germanica, guidati da re Alboino, seguiti da Sassoni, Gepidi, Svevi, Bulgari, Sarmati e parte della popolazione romana della Pannonia, un'orda stimata dagli storici di circa duecentomila persone fra uomini e donne, abbandonarono la Pannonia nella quale erano stanziati e si diressero alla volta dell'Italia. Approfittando della debole situazione politica della penisola e attirati dalle terre fertili e dal clima mite, passarono così le Alpi nel Friuli attraverso la valle dell'Isonzo combattendo contro i Bizantini. In breve conquistarono la maggior parte del territorio italiano e il Regno Longobardo, la cui capitale fu posta a Pavia, fu suddiviso il 36 ducati. Ogni ducato era diviso in contee (o gastaldie) e in circoscrizioni minori dette "plebes" (pievi).

La Valle inizialmente fu incorporata nel ducato di Brescia e nella circoscrizione territoriale della "Judicaria" con l'alta Valle del Chiese e del Sarca. La "Judicaria" o "Giudicarie" oppure "Giudiciarie" erano chiamate, in epoca longobarda certe circoscrizioni territoriali che ricalcavano, nei confini, un preesistente ordinamento militare romano, dal che sembra lecito pensare ad un sistema di Giudicarie poste ai limiti settentrionali del Regno dei Longobardi. Tale amministrazione persisteva ancora nel 927, due secoli dopo la caduta del Regno Longobardo, sotto il dominio di re Berengario del Friuli, infatti il territorio faceva parte della "Judicaria Summa Laganensis" che si estendeva sul Trentino meridionale dalla Valle del Chiese alla Val di Ledro, Riva del Garda e a Tignale nell'Alto Garda Bresciano. La Judicaria Summa Laganensis si ridusse territorialmente nel 1349 quando, il 29 novembre, il vescovo di Trento Giovanni III cedette a Mastino II della Scala, per 4000 fiorini d'oro, "li domini di Riva con Tenno, Ledro, Tignale, la valle di Cavedine e Arco".

Secondo le ipotesi avanzate dallo storico Luigi Dalrì[33], la Val Vestino fu un'antica "centeneria" o "centena"[34], ossia un aggregato di persone armate unite in base ad un vincolo di parentela comandata da uno sculdascio o centenario. Costui oltre ad una funzione militare ricopriva anche un incarico civile in quanto amministrava la giustizia del territorio ad egli affidato. Il capoluogo per Dalrì era presubilmente Armo voce antico tedesca avente il significato di ala dell'esercito.

Le fonti longobarde rappresentate dallo storico Secondo di Non riportarono che nel 602, Gaidoaldo, duca ribelle di Trento, riuscì a espandere il ducato di Trento verso ovest ai danni del proprio re Agilulfo, occupando l'intera Valsugana fino al Cismon, le valle del Chiese e del Sarca e forse anche la stessa Val Vestino, eccetto Riva del Garda, probabilmente entrata a far parte del demanio regio.

La Val Vestino anche se non esiste documentazione di sorta fece sicuramente parte del Ducato di Trento nel 680, quando il duca Alachis nel contesto di lotte intestine per il possesso del regno, ottenne da re Pertarito il beneficio aggiuntivo del ducato di Brescia. Il territorio entrò così nell'area amministrativa trentina per oltre un millennio.

 
I fienili con la copertura in paglia di frumento a Cima Rest di Magasa

Della dominazione longobarda è rimasta l'etimologia di alcuni nomi di luogo come quello di Fobbia (passo, gola o valico), di monte Carzen anticamente chiamato monte Garda sia nell'"Atlas Tyrolensis" del cartografo tirolese Peter Anich del 1774 sia nelle carte topografiche della Provincia di Brescia del 1826, a Magasa la località Garde, il monte Caplone, chiamato anticamente Guardie, (da warte, luogo di vedetta o guardia o da wald, bosco o selva), di Gas (dal germanico gahagi o gahadium infatti così era chiamato dai Longobardi il terreno a bosco o al altre coltivazioni ad uso esclusivamente collettivo o degli arimanni) e di Degagna (da decania indicando una suddivisione amministrativa). Quando i Longobardi ariani abbracciarono la fede cristiana, San Michele ebbe particolare culto fra questo popolazione che a lui intitolarono castelli e rocche e costruirono in suo onore cappelle e chiese: due gli edifici di culto presenti in Valle, uno a Bollone e una cappella campestre, ora dirupata, a Droane, ove fu rinvenuta nel XIX secolo una piccola croce d'oro di probabile fattura longobarda.

Secondo il noto ricercatore-architetto paesaggista tedesco Alwin Seifert che visitò la Valle nel secondo dopo guerra, si deve ai Goti o ai Longobardi l'introduzione in Val Vestino dello stile di copertura a paglia di frumento dei fabbricati rustici che ancor oggi si possono vedere sull'altopiano di Cima Rest a Magasa. Seifert sostiene che nell'intelaiatura delle travi di legno del tetto non esiste il colmo di arcareccio; difatti, i falsi puntoni spingono con un pesante chiodo di legno contro l'arcareccio il quale appoggia sul muro[35].

Il cristianesimoModifica

 
Il villaggio di Droane visto dal monte Camiolo, in lontananza a sinistra la chiesetta di san Vigilio

La tradizione vuole che la Valle sia stata convertita al cristianesimo da San Vigilio, vescovo di Trento e martirizzato a Fisto in Val Rendena nel 400 d.C. circa. Inizialmente la Valle apparteneva alla diocesi di Brescia.

È sicuro che la Val Vestino, come le zone circostanti, abbracciò il culto cristiano con la dominazione dei Longobardi, difatti al loro santo patrono è dedicata la chiesa di San Michele Arcangelo nella valle di Tremosine confinante con Magasa, la chiesa di Droane, distrutta a seguito dell'abbandono del paese a causa della peste, la chiesa di Bollone e il paese di San Michele nella valle di Surro a Gardone Riviera. Per alcuni ricercatori, l'incorporamento di Tignale e la Val Vestino nella diocesi di Trento si riconduce alla fine dell'VIII secolo[36] con la dominazione dei Franchi. Dubbia, verosimilmente, è ritenuta invece la tradizione che vuole che l'imperatore Carlo Magno abbia elargito nel 744 al vescovo di Trento il territorio di Riva del Garda, le Giudicarie (quindi anche la Val Vestino) e la val Rendena anche se il capitolo di Verona mantenne diritti su alcuni villaggi trentini (Bondo, Breguzzo, Bolbeno e Vadagone sono citati in un diploma dell'imperatore Ottone II del 983 come territori del "comitatu tridentino") fino al 1284.

Per quanto riguarda la Valle, il vescovo di Verona Nokterio, nel codicillo del 927 al suo testamento del 921, lasciò tutti i suoi beni ubicati appunto in Judicaria Summa Laganensis, tra i quali "l'ecclesia sanctae Mariae de Turano", ai canonici del Duomo di Verona. Il territorio rimase soggetto all'autorità della chiesa veronese per più secoli, come risulta dalle riconferme dei Ottone II nel 983, di Enrico II nel 1014, di Enrico III nel 1047, di papa Innocenzo II nel 1140, di papa Alessandro III nel 1177 e, l'ultima, del vescovo Bartolomeo della Scala del 1278 quando oramai la Valle apparteneva certamente al Principato vescovile di Trento.

Nel Medioevo, pure la chiesa bresciana, tramite il feudo e la curia di Vobarno, mantenne dei piccoli diritti in Valle, sebbene questa fosse territorio della diocesi di Trento. Al riguardo lo storico volcianese Federico Odorici scrive che tra le varie decime di Vobarno confermate dal vescovo di Brescia Giovanni da Palazzo, il 13 novembre 1200: "...illi de Vestino dant unam subligam et trahunt eam usque ad pontem et ponunt eam in sicum usque ad terminum. Et illi de Ano[37]... alteram et eam trahunt usque ad pontem..."[38].

 
Vobarno: in alto a sinistra la Rocca, in basso a destra il campanile della chiesa di Santa Maria

Il riferimento consiste nell'obbligo dei Valvestinesi di tagliare un tronco, probabilmente di abete rosso, portarlo presso il confine del Comune di Capovalle ove sarebbe stato preso in consegna dai Capovallesi. Questi, a loro volta, lo dovevano trasportare, assieme ad un altro tronco, in prossimità del comune confinante di Idro e così via fino a raggiungere Vobarno, ove sarebbero stati adoperati per la ristrutturazione della pieve di Santa Maria Assunta o del castello. Difatti in quel periodo la Rocca di Vobarno raggiunse la sua massima estensione quando la torre superiore e i casamenti annessi, sulla cima del Cingolo, vennero circondati da una triplice cerchia di mura che scese fino alle rive del fiume Chiese.

I Franchi e il Regno d'ItaliaModifica

 
La Val Vestino vista da monte Denai: in primo piano l'abitato di Armo; 1) monte Vesta; 2) monte Carzen; 3) monte Manos; 4) monte Pizzocolo; 5) l'abitato di Bollone; 6) l'abitato di Turano; 7) l'abitato di Moerna.

Nel 774 l'area trentina, sconfitti i Longobardi, passò sotto il dominio dei Franchi ed entrò a far parte del Regno Italico, nel quadro dell'Impero Carolingio. Dopo la morte di Carlo Magno avvenuta nell'814 il Trentino visse un periodo di turbolenza, come tutto l'impero carolingio, a causa delle guerre di successione dinastica (spartizione dei territori, titolo di re d'Italia, titolo imperiale). La divisione tra i figli di Ludovico il Pio nell'843 andò a dividere il futuro Tirolo: Trento e la Val d'Adige sino a Merano al Regno d'Italia (a Lotario I), le altre valli al regno franco orientale (Ludovico II il Germanico).

Tale periodo di instabilità durò almeno fino al 951-952, quando Ottone I di Sassonia (futuro imperatore) scese in Italia per cingere la corona italica, il quale sottrasse l'area (Ducato o Marca) di Trento e la Marca di Verona dal regno italico di Berengario I per inserirla entro il Ducato di Baviera. L'intenzione era quella di attribuire sempre maggiori poteri temporali ai vescovi, in particolare delle zone alpine di transito, in funzione di stabilizzazione politico-militare. Nel 962 Ottone I di Sassonia ottenne la corona imperiale: il Trentino entra a far parte del Sacro Romano Impero di Germania. Nel 993 Trento e Verona furono aggregate al Ducato di Carantania (comprendente anche Carinzia, Carniola, Stiria) da Ottone II.

Nel comitato trentinoModifica

Nel 1004 il Trentino fu eretto a Comitato (Contea) del Sacro Romano Impero dall'imperatore Enrico II il Santo e, nel 1027, l'imperatore Corrado II il Salico donò la contea di Trento al vescovo longobardo Udalrico II (1022 -1055) e ai suoi successori. Da allora il vescovo di Trento rivestì anche il titolo di principe del Sacro Romano Impero ed ebbe nelle sue mani il potere spirituale e quello temporale. Poco anni dopo le terre di Val Vestino furono aggregate nuovamente al Trentino insieme alla valle di Ledro, Riva del Garda, Vallagarina, le Giudicarie, Tignale e Bagolino. La sudditanza avrà termine nel 1802 quando sia il Principato vescovile di Trento e quello di Bressanone saranno secolarizzati dai francesi di Napoleone Buonaparte.

La contea di LodroneModifica

All'interno del principato si vennero a confermare delle piccole entità subordinate su proprietà di nobili famiglie, come i Cles, i Madruzzo, i Lodron, i Castelbarco, ma anche delle forme diverse di organizzazione come il "Libero comune di Storo", le "Sette pievi delle Giudicarie", i "Quattro vicariati", le quali godevano di una certa autonomia sulla base di Statuti riconosciuti, pur riconoscendosi anche l'autorità superiore del Vescovo e dell'Imperatore del Sacro Romano Impero Nationis Germanicae, mentre la restante parte del territorio era soggetta al dominio diretto del Vescovo. La prima notizia documentata dell'appartenenza della Valle alla famiglia Lodron risale al 4 giugno 1189 quando sette illustri uomini di Storo strinsero un patto fra loro per dirimere tutte le liti che potessero insorgere per il possesso per il castello di Lodrone e tutti i possessi che un certo Calapino possedeva nella Pieve di Condino e in Val Vestino. La giurisdizione feudale avrà termine il 29 giugno 1826 allorquando i Lodron rinunceranno ai loro diritti a favore del governo austriaco.

I due ComuniModifica

 
La Val Vestino
 Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia della Val Vestino.

ViabilitàModifica

La Valle è collegata con strade carrozzabili a Gargnano da cui dista 27 km., e attraverso il Comune di Capovalle, ad Idro, distante altrettanti 27 km. Il tracciato tortuoso delle due strade rende disagevole i collegamenti fra la Valle e i due laghi.

EconomiaModifica

 
Turano

La popolazione locale, che decenni fa trovava ragione di sostentamento nell'allevamento del bestiame bovino, ora ridotta a poche centinaia di unità e non esistendo nella zona significative attività di tipo industriale e artigianale, trova il sostentamento in pochi esercizi turistici e nel pendolarismo sulla riviera gardesana. La mancanza di opportunità di lavoro e la carenza dei servizi, costringe i pochi giovani a prendere la via dell'emigrazione verso i paesi limitrofi.

Il reddito pro-capite è bassissimo e colloca il Comune di Magasa all'ultimo posto della graduatoria della provincia di Brescia[39].

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ In occasione della terza guerra di indipendenza del 1866, Giuseppe Garibaldi, nelle sue note Memorie, la cita con il nome di Valle Vestina.
  2. ^ Ottone Brentari, Guida del Trentino, pubblicato da Premiato stabil. tipogr. Sante Pozzato, 1902
  3. ^ Il monte Vesta svetta nei pressi del villaggio di Bollone e per alcuni prende il nome dalla dea della mitologia romana Vesta.
  4. ^ Claudio Fossati, Peregrinazioni estive -Valle di Vestino, in "La Sentinella Bresciana", Brescia 1894.
  5. ^ Località del comune di Valvestino
  6. ^ Frazione del comune di Valvestino
  7. ^ C. Marcato, Dizionario di Toponomastica, Torino, 1990.
  8. ^ Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, p. 126.
  9. ^ Devoto, p. 233.
  10. ^ G. Alessio e M. De Giovanni, Preistoria e protostoria linguistica dell'Abruzzo, Edizioni itinerari, 1983.
  11. ^ Roman Imperial Coinage, Maximinus Trax, IV 90; BMCRE 194; Cohen 109.
  12. ^ Fu scoperto lo scheletro di una donna risalente all'età del bronzo.
  13. ^ F. Zorzi, Tracce preistoriche sulle Prealpi bresciane, Commentari Ateneo di Brescia, vol. CXLIX, 1950.
  14. ^ Museo delle palafitte del lago di Ledro
  15. ^ Paolo Biagi, La preistoria in terra bresciana: cultura e stazioni dal paleolitico all'età del bronzo, Grafo, Brescia, 1978.
  16. ^ Paolo Biagi, Dosso delle Saette (Valvestino-Brescia), in "Preistoria Alpina", Museo Tridentino di Scienze Naturali, n. 9, Trento 1973, pp. 262-263.
  17. ^ Giovanni Oberziner, Le guerre di Augusto contro i popoli alpini, Roma, 1900.
  18. ^ È un'opera letteraria latina pubblicata nel 12 a.C. nella quale sono riportati i principali avvenimenti di Roma.
  19. ^ Scrive Tito Livio: "Q. Marcius Stonos gentem alpinam expugnavit".
  20. ^ Paolo Orosio, Historiarum adversus paganos libri, libro 4.
  21. ^ Ronald Syme, Le Alpi, in Cambridge Ancient History, Cambridge, Cambridge University Press, Vol. VIII, pag. 153..
  22. ^ Trofeo delle Alpi
  23. ^ Le comunità "adtributae" dipendevano amministrativamente e giurisdizionalmente dalla comunità dominante, quella romana, cui erano aggregate. L'adtributio ad un vicino municipium era pertanto considerato un beneficio che comportava uno status di diritto, lo ius Latii, intermedio tra quello di peregrini e il plenum ius, la piena cittadinanza romana. Chi ne godeva poteva coltivare i territori su cui risiedeva ma doveva pagare un'imposta al municipium a cui veniva associato. Parte di quei terreni potevano inoltre essere confiscati dall'imperatore che, solo se lo voleva, poteva permetterne l'uso ai residenti dietro pagamento di una tassa (agri vectigales). Le regioni alpine costituivano una zona di frontiera conquistata in tempi recenti. In esse i municipia e territori provinciali non avevano precisi confini e cittadini con pieni diritti convivevano con cittadini con lo status inferiore di peregrini.
  24. ^ È un affluente del fiume Sarca e nasce nella frazione di Verdesina nel comune di Villa Rendena
  25. ^ Plinio, Nat.hist. III, 136-7; C.I.L., V 7817.
  26. ^ Lorenza Endrizzi, Il Trentino in età romana alla luce dei dati archeologici, in Storia del Trentino, a cura di Lia de Finis, Associazione culturale “Antonio Rosmini”, Trento 1994.
  27. ^ Secondo gli storici[quali?] i pagi romani che circondavano la valle erano probabilmente otto: partendo da nord est enscendendo verso il lago di Garda troviamo Tignale, Tremosine con Limone sul Garda, Gargnano, Maderno, Salò, salendo lungo la Valle Sabbia verso il Trentino, Vobarno, Idro e infine Condino. Per altri, tra questi il salodiano Giuseppe Solitro, invece, esisteva un solo pago sulla sponda bresciana del lago di Garda detto "Benacenses" la cui sede era posta a Maderno.
  28. ^ Paolo Guerrini, La nobile famiglia della Venerabile Serva di Dio Maria Crocifissa Di Rosa: fondatrice dell'Istituto Ancelle della Carità di Brescia: note storiche e genealogiche; La pieve di Leno; Storia di Nave; Memorie storiche della diocesi di Brescia, volume 17, Moretto, Brescia 1939
  29. ^ ^ Federico Odorici, Storie Bresciana, dai primi tempi sino all'età nostra, Brescia, 1856.
  30. ^ Tutto il materiale recuperato fu portato nel museo del Collegio Civico di Desenzano dal professor don Bartolomeo Venturini e sottoposto allo studio dell'archeologo Giovanni Rambotti, preside del Ginnasio-Liceo Bagatta, ma il tutto andò disperso negli anni seguenti.
  31. ^ Gian Pietro Brogiolo, La fortificazione altomedievale del Monte Castello di Gaino, 1999
  32. ^ Annalisa Colecchia, L'Alto Garda occidentale dalla preistoria al postmedioevo, SAP, 2004.
  33. ^ Luigi Dalrì, Il ducato longobardo di Trento, in Studi trentini di scienze storiche, n. 4, Trento 1973.
  34. ^ Nell'esercito longobardo le centenarie erano in origine dei reparti a cavallo.
  35. ^ Alwin Seifert, Langobardisches und gotisches Hausgut in den Sudalpen, 1950, pp. 303-309, presso Biblioteca del Museo Ferdinandeo di Innsbruck.
  36. ^ Annalisa Colecchia, L'Alto Garda occidentale dalla preistoria al postmedioevo,SAP, 2004.
  37. ^ Antico nome del Comune di Capovalle.
  38. ^ Federico Odorici, Storie Bresciana, dai primi tempi sino all'età nostra, Brescia, 1856.
  39. ^ Comune di Magasa, Relazione della Giunta Comunale al conto consuntivo per l'anno 2007.

BibliografiaModifica

  • Vito Zeni, La Valle di Vestino. Appunti di storia locale, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia, luglio 1993.
  • Cesare Battisti, I carbonari di Val Vestino, in "Scritti politici e sociali", La Nuova Italia, 1966, pag. 397.
  • Cesare Battisti, Il Trentino, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1910.
  • Ottone Brentari, Guida del Trentino, pubblicato da Premiato stabil. tipogr. Sante Pozzato, 1902.
  • John Ball, Alpine Guide, 1866.
  • Claudio Fossati, Peregrinazioni estive -Valle di Vestino, in "La Sentinella Bresciana", Brescia 1894.

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