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Il valore morale è il principio ideale in base al quale l'individuo o la collettività regolano la scelta del proprio comportamento.

Rapporti col relativismo e col moralismoModifica

I valori si originano dalla realtà sociale e politica, si riferiscono all'organizzazione economica e giuridica[1], si rifanno alle tradizioni di una collettività e quindi mutano nel loro percorso storico.[2]

I valori morali costituiscono l'oggetto dell'etica che indica i criteri che permettano all'uomo di giudicare i comportamenti propri e altrui. Le norme e i valori morali possono essere oggetto anche della morale ma mentre questa considera le norme e i valori come dati di fatto, condivisi da tutti, l'etica, oltre a condividere questo insieme, contiene anche la riflessione speculativa su norme e valori.

Un'ulteriore distinzione è propria del concetto di moralismo che implica una varietà di significati tra i quali quelli filosofici per cui i valori morali sono considerati superiori ad ogni altro principio dell'attività umana: com'è, ad esempio, nell'affermato primato della Ragion pratica sull'attività teoretica in Kant o nella filosofia di Fichte denominata "moralismo puro" per intendere che il principio dell'azione è a fondamento e giustificazione di ogni aspetto della vita dell'individuo.[3] Nel senso comune moralismo viene inteso spregiativamente come un ipocrita richiamo ai valori morali usati con eccessiva intransigenza per una severa condanna dei comportamenti altrui[4].

Nell'ambito dell'etica l'assiologia (termine derivante dal greco axios (άξιος, valido, degno) e loghìa (λογία da λόγος -logos- studio) studia quali siano i valori che l'umanità ritiene tali riferendosi a una gerarchia ideale, basata metafisicamente, alla quale deve aspirare la scala dei valori umani per avvicinarsi quanto più possibile a essa.[5]

Storia del concetto di valore moraleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Kalokagathia.

Una trattazione sul valore identificato con il buono e l'utile si ebbe nella storia della filosofia con i Sofisti.

«La cultura sofistica attraverso la critica della nozione di verità perviene ad una forma più radicale di relativismo. Non solo non esiste una verità assolutamente valida, ma l'unico metro di valutazione diviene l'individuo: per ciascuno è vera solamente la propria percezione soggettiva. Analogamente tale visione relativistica del mondo viene applicata al campo dell'etica... Non esistono azioni buone o cattive in sé; ciascuna azione deve essere valutata caso per caso.[6]»

Protagora è l'esponente maggiore di questo relativismo gnoseologico ed etico radicale basato sul presupposto che «L'uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono»[7] volendo affermare non che ognuno possa arbitrariamente decidere ciò che è vero e ciò che è falso ma che la distinzione tra il vero e il falso, tra il bene e il male, dipende dal rapporto che ognuno ha con il mondo sia quello della natura sia quello della società in cui vive. Come osservava Aristotele:

«Se ciò è vero, ne deriva che la stessa cosa è e non è, ed è cattiva o buona, e così via tutto quanto si esprime in termini opposti, per il fatto che spesso a questi una cosa par bella, a quelli il contrario, ed è misura ciò che appare a ciascuno.[8]»

Con quella espressione Protagora metteva quindi fine al dibattito astratto che era nato tra i filosofi greci se la realtà fosse costituita dall'"essere" o dal "divenire", dal "non essere", mettendo anche in discussione ogni criterio distintivo tra il bene e il male.[9] Il principio del bene come valore morale deve quindi essere messo da parte e sostituirlo con quelle conoscenze che possano generare utilità e piacere nell'individuo: "l'arte del vivere bene" che si possiede col "rendere più forte il discorso più debole"[10], con la retorica, suprema tecnica per la conquista del potere politico[11].

«Sapiente è colui che a uno di noi, a cui le cose appariscano ed esistano come cattive, riesca, invertendone il senso, a farle apparire ed esistere come buone...e così i sapienti e valenti oratori fanno apparire come giuste alla città le cose oneste invece delle disoneste[12]»

I valori morali con i sofisti non dipendono più dalla nascita: essi superano l'antico ideale aristocratico guerriero del bello e del buono (kalokagathia), della forza fisica e del valore, e per questo sono avversati dai regimi conservatori e benpensanti scandalizzati dall'insegnamento a pagamento di una educazione che prima si trasmetteva di padre in figlio.[13]

Socrate, a differenza dei sofisti, mirava a convincere l'interlocutore non ricorrendo ad argomenti retorici e suggestivi, ma sulla base di argomenti razionali tali che con il sapere si raggiungesse la conoscenza dei veri valori morali. Si tratta quindi di quello che è stato definito come intellettualismo etico che sosteneva che l'unica causa possibile del male fosse l'ignoranza del bene:

«So invece che commettere ingiustizia e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva. Perciò davanti ai mali che so essere mali non temerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni.[14]»

Una volta conosciuto il bene, non è possibile astenersi dall'agire moralmente realizzando il bene che è "piacevole" in quanto genera la eudemonia, la serenità dell'animo. Il male dunque si opera perché lo si scambia, per ignoranza, con il valore del bene che non può tuttavia essere stabilito a priori una volta per tutte, ma occorre ricercarlo ininterrottamente confrontandosi con gli altri tramite il dialogo.[15].

Con Platone contro il relativismo etico si afferma il valore morale dell'identità di bene, bello e vero che sarà la base metafisica e ontologica di ogni concetto di valore.

Così il significato di valore si trasferisce a quello di essere e verità o come affermava la scolastica il valore inteso come esse, verum e bonum determina le caratteristiche della creazione divina[16]

Con Immanuel Kant il problema dei valori viene impostato sulla distinzione di "essere" e "dover essere" dove quest'ultimo è proprio di una realtà autonoma e indipendente dal mondo empirico.

Una trattazione dedicata specificamente al tema del valore, ispirata dalla rinascita del pensiero kantiano, si è sviluppata nella seconda metà del XIX secolo dando vita a una "filosofia dei valori" intesi come convalidati dalla loro universalità filosofica e metafisica ispirata da Kant per il quale la metafisica è valida non come premessa ma come postulato della morale che in questo modo esercita un primato rispetto alla ragion pura.[17]

Contro questa concezione si esprime l'opera Il paesaggio morale. Come la scienza determina i valori umani[18] del filosofo, saggista e neuroscienziato statunitense Sam Harris il quale sostiene che l'unica struttura morale che valga la pena di considerare è quella in cui le cose "moralmente buone" si riferiscono all'aumento del "benessere delle creature coscienti". Le "questioni morali" avranno risposte oggettive giuste o sbagliate a seconda dei fatti empirici, di ciò che induce la gente a star bene e prosperare. Sfidando l'antica nozione filosofica che non potremmo mai ottenere un dover essere da un essere come sostiene la "Filosofia dei valori", Harris afferma che le questioni morali sono meglio perseguite utilizzando non solo la filosofia, ma anche e soprattutto il metodo scientifico. Così "la scienza può determinare i valori umani" si traduce in "la scienza può dirci quali valori conducano allo sviluppo umano". È in questo senso che Harris raccomanda agli scienziati di iniziare a dibattere su una scienza normativa della "morale".[19]

NoteModifica

  1. ^ Come sosteneva lord Byron, ciò che è un crimine in Inghilterra potrebbe essere degno di lode ad Algeri": Stuart M. Sperry, The Ethical Politics of Shelley's "The Cenci", Studies in Romanticism, Vol. 25, No. 3, Homage to Carl Woodring (Fall, 1986), p. 411.
  2. ^ Margherita Zizi, Enciclopedia dei ragazzi Treccani, 2006 alla voce "Valori"
  3. ^ Guido Calogero in Enciclopedia Treccani alla voce "Moralismo"
  4. ^ In Sapere.it alla voce "moralismo"
  5. ^ Assiologia, in Enciclopedia Garzanti di filosofia (nuova edizione ampliata e aggiornata), consulenza generale di Gianni Vattimo in collaborazione con Maurizio Ferraris e Diego Marconi, edizione del 1999 del Club degli Editori su licenza Garzanti editore, Milano, Garzanti Editore, 1993 [1981], p. 63, ISBN 88-11-50483-X.
  6. ^ Fabio Cioffi, I filosofi e le idee, vol I, B.Mondadori p.129
  7. ^ Platone, Teeteto, 152a
  8. ^ Aristotele, Metafisica. libro X
  9. ^ U.Perrone, Storia del pensiero filosofico, Vol.I, Società Editrice Internazionale, Torino 1975 p.54
  10. ^ Protagora, Antilogie, fr.6b
  11. ^ R.Barilli, Retorica, Isedi, Milano 1979
  12. ^ Platone, Teeteto, 166
  13. ^ A.Levi, Storia della sofistica, a cura di D. Pesce, Napoli, Morano, 1966.
  14. ^ Platone, Apologia di Socrate, in G. Cambiano (a cura di), Dialoghi filosofici di Platone, U.T.E.T., Torino, 1970, pp. 66-68
  15. ^ Analogo l'argomentare di Baruch Spinoza nell'Ethica more geometrico demonstrata e nel De intellectus emendatione. Posizioni intellettualiste si trovano anche nel pensiero cristiano, come in Tommaso d'Aquino (Pierre Rousselot, L'intellettualismo di san Tommaso, Vita e Pensiero, 2000); ad esse, tuttavia, si contrappongono le correnti del volontarismo etico, che afferma la superiorità della volontà e degli elementi sentimentali ed emotivi come ad esempio in Blaise Pascal, con la teorizzazione dell'esprit de finesse («spirito di finezza»), prevalente sull'intelletto e sulle facoltà razionali
  16. ^ Tommaso d'Aquino, De veritate
  17. ^ Renato Lazzarini, Filosofia dei valori, Enciclopedia Italiana - II Appendice, Treccani, 1949
  18. ^ Sam Harris, Il paesaggio morale. Come la scienza determina i valori umani, Einaudi 2012
  19. ^ Sam Harris (sito ufficiale), Sam Harris. URL consultato il 18 ottobre 2013.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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