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1leftarrow blue.svgVoce principale: Galileo Galilei.

Sulla vita privata di Galileo Galilei[1] si hanno notizie da due biografie di autori a lui contemporanei: una Vita del signor Galileo Galilei (1653/1654) di Niccolò Gherardini[2] e un Racconto istorico della vita di Galileo (datato 29 aprile 1654) di Vincenzo Viviani

Indice

I biografi contemporaneiModifica

 
Vincenzo Viviani

Il canonico Gherardini, ultimo del ramo fiorentino dei Gherardini di Montagliari, imparentato con i Barberini, aveva conosciuto, secondo quanto lui stesso racconta nella biografia di Galilei, lo scienziato pisano in occasione del suo processo a Roma nel 1633, e lo aveva aiutato mettendolo in contatto con il cardinale Guido Bentivoglio che dirigeva il tribunale della Santa Inquisizione.[3]

Gherardini era considerato amico dalla famiglia di Galilei come risulta da alcune lettere[4] scritte dalla figlia di Galileo, suor Maria Celeste, al fratello Vincenzio. Dopo l'esito del processo Gherardini racconta che, stanco della vita presso la curia romana, fece in modo di farsi trasferire a Firenze per godere dell'amicizia con Galilei.

Alla biografia scritta dal Gherardini attinse Viviani divenuto nel 1639, a 17 anni, assistente di Galilei ad Arcetri, fino alla morte del maestro nel 1642 quando, raccolta l'eredità di manoscritti, documenti e lettere, s'incaricò, per desiderio del principe Leopoldo de' Medici, di conservarne la memoria e di diffonderne l'insegnamento con una biografia scritta:

«con istorica purità e con intera fedeltà registrate, avendole estratte per la maggior parte dalla viva voce del medesimo Sig.e Galileo dalla lettura delle sue opere, dalle conferenze e discorsi già con i suoi discepoli, delle attestazioni dei suoi intrinseci e familiari, da pubbliche e private scritture, da più lettere dei suoi amici e, finalmente, da varie confermazioni e riscontri..[5]»

Sebbene presentasse il suo libro come improntato alla verità storica e benché fosse molto affezionato al suo maestro, Viviani non lo pubblicò. Pur nella sua venerazione per Galilei, esaltato nella biografia più come filosofo che come scienziato, Viviani si autocensurò mettendo in secondo piano e, per certi aspetti, travisando la tragica esperienza del processo vissuta dal suo maestro.[6]

L'aspetto fisico e le malattie di GalileiModifica

 
Ritratto (1605-1607) da Domenico Robusti di Galilei quarantenne[7]
 
Galilei ritratto all'età di 72 anni (1636) da Justus Sustermans

«Fu il Galilei d’aspetto grave, di statura piuttosto alta, membruto e ben quadrato di corpo, d'occhi vivaci, di carnagione bianca e di pelo che pendea nel rossiccio.[8]»

«Fu il Sig. Galileo di gioviale e giocondo aspetto, massime in sua vecchiezza, di corporatura quadrata, di giusta statura, di complessione per natura sanguigna, flemmatica et assai forte, ma per fatiche e travagli, sì dell’animo come del corpo, accidentalmente debilitato, onde spesso riducevasi in stato di languidezza.[9]»

Nonostante che dalla descrizione dei due autori ne derivi un'immagine della robustezza fisica di Galilei tuttavia la sua vita sembra essere stata travagliata da numerosi malanni. Secondo Viviani questi danni alla salute sarebbero la conseguenza di un episodio avvenuto al maestro in età giovanile, nel 1594, che avrebbe causato nel tempo le successive e svariate patologie:

«Fu travagliato per più di 48 anni della sua età sino all’ultimo della vita da acutissimi dolori e punture, che acerbamente lo molestavano nelle mutazioni de’ tempi in diversi luoghi della persona, originate in lui dall’essersi ritrovato insieme con due nobili amici suoi, ne’ caldi ardentissimi dell’estate in una villa del contado di Padova, dove, postisi in una stanza fresca per fuggir e ore più noiose del giorno, e quivi addormentatisi tutti, fu inavvertitamente da un servo aperta una finestra, per la quale solevasi sol per delizia sprigionare un perpetuo vento artificioso, generato da moti e cadute di acque che quivi appresso scorrevano. […] svegliandosi, chi con torpedine e rigori per la vita, e chi con dolori intensissimi nella testa e con altri accidenti, tutti caddero in gravissime infermità, per le quali uno de' compagni in pochi giorni se ne morì, l'altro perdé l'udito e non visse gran tempo, et il signor Galilei ne cavò la sopra detta indisposizione, della quale mai poté liberarsi.[10]»

In vero Galilei lamentò spesso malanni di vario tipo ma, considerando che egli morì quasi ottantenne, c'è da osservare che, data la durata media della vita in quei tempi, forse le malattie che lo travagliarono non fossero poi così gravi. Gli amici tuttavia accolsero seriamente le notizie di queste infermità fornendogli consigli e suggerendogli rimedi

Giovanfrancesco Sagredo scrivendogli da Venezia nel 1613 gli consiglia di seguire la dieta che egli stesso segue e che è stata giovevole per la sua salute e gli raccomanda di non prendere freddo all'aperto di notte (cosa che Galilei in effetti faceva per le sue osservazioni astronomiche).

Fra i vari malanni Galilei sembra fosse afflitto anche dalla urolitiasi ("renella") a proposito della quale gli scrive il medico veneziano Bernardino Gaio[11]:

«Mi finge per le sue lettere il S.r Gio. Francesco, che V. S. sia opressa da una soverchia humidità di tutto il corpo, alla quale si congionge un mal renale di calcolo di sabia: a questi due mali sogliono accompagnarsi alcuni altri diffetti di testa, di stomaco, di fegato et di spienza...[12]»

Per questo il suo conoscente Giovanni Antonio Magini, anche lui sofferente dello stesso male, gli scrive da Bologna che «gli rincresce grandemente» che egli soffra del suo stesso malanno e gli consiglia di guardarsi «dal troppo moto, et massime da carrozza, et soprattutto da vini grandi e dal coito»[13]

Di tanti acciacchi dunque riferisce Galilei ai suoi confidenti che anche il suo affezionato amico Benedetto Castelli si lascia andare ad un accorato invito: «per amor di Dio, Sig. Galilei, lasciate andare tutte le stelle in malora, et conservatevi la sanità...»[14]

Ben più seria la malattia descritta da Galilei nel Saggiatore che comincia a colpirgli la vista e che lo porterà alla cecità:

«[...]ho io in me stesso osservato, che per certa affezione cominciai a vedere intorno alla fiamma della candela uno alone luminoso e di diametro di più d'un braccio[...]e questo alone non si asconde per interposizion della mano o d'altro corpo opaco tra la candela e l'occhio, ma resta sempre tra la mano e l'occhio sin che non si occulta il lume stesso della candela.[15]»

In definitiva Galilei certamente tendeva alla somatizzazione e alla depressione («[...]una tristizia e melanconia immensa, inappetenza estrema, odioso a me stesso»[16]) del resto giustificata dai tragici avvenimenti della sua vita: la convocazione a Roma con l'accusa di eresia, a lui che si considerava un buon cattolico, la prigionia durante il processo, la morte della figlia Virginia e infine la cecità.

La vita agresteModifica

Tra i motivi della sua melanconia lo stesso Galilei annovera i disagi della vita cittadina:

«Ho in tutto perso il gusto e l'appetito, il sonno quasi intero; e tutti i mali riferisco alla contrarietà di quest'aria (di Firenze), et in particolare a chi non la fugge totalmente la notte. Queste cose mi conturbano la mente et arrecano melanconia.[17]»

Di questo desiderio del maestro di vivere in campagna Viviani ne dà un'interpretazione "filosofica":

«Non provò maggior sollievo nelle passioni dell'animo, né miglior preservativo della sanità, che nel godere dell'aria aperta; e perciò, dal suo ritorno di Padova, abitò quasi sempre lontano dalli strepiti della città di Firenze, per le ville d'amici o in alcune ville vicine di Bellosguardo o d'Arcetri: dove con tanto maggior satisfazione ei dimorava, quanto che gli pareva che la città in certo modo fosse la prigione delli ingegni speculativi, e che la libertà della campagna fosse il libro della natura, sempre aperto a chi con gl'occhi dell'intelletto gustava di leggerlo e di studiarlo...[18]»

Non riflessioni propriamente filosofiche ma certo è che nelle sue passeggiate in campagna Galilei esercitava il suo spirito esplorativo per i fenomeni naturali, per cui si chiedeva:

«E caminando in campagna contro al Sole, in quante migliaia di pagliuzze, di sassetti, un poco lisci o bagnati, si vedrà la reflession del Sole in aspetto di stelle splendentissime?[19]»

Vi fosse o no un interesse "scientifico" nel risiedere in campagna certo è che Galilei quando tornava in patria dal soggiorno padovano preferiva stare lontano dalla casa di famiglia e rifugiarsi in qualche villa messagli a disposizione dai Medici: a Pratolino o ad Artimino dove dava lezioni di matematica al principe Cosimo de' Medici. Nella villa di Marignolle fu spesso ospite gradito di don Antonio de' Medici.

«Io al presente mi trovo alle Selve, villa del Sig. Filippo Salviati, dove dalla salubrità dell'aria ho ricevuto notabil giovamento alle molte indisposizioni che mi hanno i mesi passati grandemente travagliato in Firenze» scrive Galileo spaventato dall'aria malsana della città da cui volle tenersi del tutto lontano stabilendosi definitivamente prima a Bellosguardo e poi ad Arcetri vicino al convento di clausura delle due figlie monache.[20]

ConvivialitàModifica

 
Virginia Galilei

«Quantunque le piacesse la quiete e la solitudine della villa, amò però sempre d'avere il commercio di virtuosi e d'amici, da' quali era giornalmente visitato e con delizie e regali sempre onorato. Con questi piacevagli trovarsi spesso a' conviti, e, con tutto fosse parchissimo e moderato, volentieri si rallegrava; e particolarmente premeva nell'esquisitezza e varietà de' vini d'ogni paese, de' quali era tenuto continuamente provvisto dall'istessa cantina del Ser.mo Gran Duca e d'altrove: e tale era il diletto ch'egli aveva nella delicatezza de' vini e dell'uve, e nel modo di custodire le viti, ch'egli stesso di propria mano le potava e legava nelli orti delle sue ville, con osservazione, diligenza et industria più che ordinaria; et in ogni tempo si dilettò grandemente dell'agricoltura, che gli serviva insieme di passatempo e di occasione di filosofare intorno al nutrirsi e al vegetar delle piante, sopra la virtù prolifica de' semi, e sopra l'altre ammirabili operazioni del Divino Artefice.[21]»

Ad amici e parenti spesso si rivolge Galilei per rifornire la sua dispensa per offrire pranzi e cene nella villa di campagna rallegrati dal vino di Montepulciano, dai dolci[22] e dalla frutta candita che gli venivano dal vicino convento di Arcetri dove la figlia Virginia e le monache lavoravano i frutti dell'orto dove il padre amava intrattenersi a curare la vigna come un esperto contadino. La figlia lo pregava di non affaticarsi al gelo dell'inverno e al calore estivo («abbia un poco di amore più a se stessa che all'orto») ma inutilmente perché, come racconta nella biografia Niccolò Gherardini, l'anziano scienziato «nel tempo del potare e rilegar le viti, si trattenea molte ore continue in un suo orticello, e tutte quelle pergolette ed anguillari voleva accomodare di sua mano, con tanta simmetria e proporzione ch'era cosa degna d'esser veduta».

Un amore senileModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Corrispondenza fra Galileo Galilei e Alessandra Bocchineri.

Galilei, nel 1630, ormai sessantaseienne, incontra Alessandra Bocchineri in occasione del matrimonio della sorella di lei, Sestilia, con il figlio di Galilei, Vincenzio.[23] Quando Galileo viene invitato alla villa di S.Gaudenzio, sulle colline di Sofignano, alla fine di luglio del 1630, ospite dell'amico Giovanni Francesco Buonamici, marito di Alessandra, questa è un'avvenente donna di 33 anni che si è affinata e ha coltivato la sua intelligenza come dama d'onore della imperatrice Eleonora Gonzaga presso la corte viennese. Galilei è ammirato dall'intelligenza della giovane poiché «sì rare si trovano donne che tanto sensatamente discorrino come ella fa»[24] e tra i due si avvia una corrispondenza con lo scambio di numerosi inviti per incontrarsi. Particolarmente insistente è Galilei che di fronte al timore manifestato da Alessandra di maldicenze originate dalla loro amicizia, ormai nota, scrive:

«Né mi opponga rispetto alcuno o sospetto o timore che mi possa per ciò sopraggiungere qualche turbolenza: perché in qualunque senso sia da terze persone ricevuto questo incontro o abboccamento, o sia giocondo o sia discaro, poco m’importa, essendo io assuefatto a soffrire e sostenere come leggerissimi pesi cariche molto più gravi.[25]»

Alessandra continua a respingere gli inviti di Galileo sebbene come gli scrive: «Io delle volte tra me medesima vo stipolando in che maniera io potrei fare a trovare la strada innanzi che io morissi a boccarmi con Vostra Signoria e stare un giorno in sua conversazione, senza dare scandalo o gelosia a quelle persone che ci hanno divertito da questa volontà.»

Con il sopravvenire della cecità e l'aggravarsi delle condizioni di salute anche Galilei è costretto a rinunciare agli incontri «non solo per le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in questa mia gravissima età, ma perché son ritenuto ancora in carcere, per quelle cause che benissimo son note».[26] L'ultima lettera mandata ad Alessandra nel 20 dicembre del 1641 di "non volontaria brevità"[27] precede di poco la morte di Galilei che sopraggiungerà 15 giorni dopo nella notte dell'8 gennaio 1642 ad Arcetri, assistito da Viviani e Torricelli.

NoteModifica

  1. ^ Fonte principale: "Museo Galileo"
  2. ^ Maria Pia Donato, Niccolo Gherardini in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 53 (2000)
  3. ^ Le muse, De Agostini, Novara, 1964, Vol. II, pag.192
  4. ^ Inviate da Arcetri il 3 e il 15 ottobre e il 12-13 nov. 1633
  5. ^ V. Viviani, Racconto istorico della vita di Galileo
  6. ^ Museo Galileo
  7. ^ Ancora vivente Galileo fu ritratto da alcuni dei più famosi pittori del suo tempo, come Santi di Tito, Caravaggio, Domenico Tintoretto, Giovan Battista Caccini, Francesco Villamena, Ottavio Leoni, Domenico Passignano, Joachim Von Sandrart e Claude Mellan. I due ritratti più famosi, visibili alla Galleria Palatina di Firenze e agli Uffizi sono invece di Justus Suttermans che rappresenta Galileo ormai anziano come simbolo del filosofo conoscitore della natura. ( In "Portale Galileo")
  8. ^ Nicolò Gherardini, Vita del signor Galileo Galilei
  9. ^ Vincenzo Viviani,Racconto istorico della vita di Galileo
  10. ^ V. Viviani, Op.cit.
  11. ^ Dizionario biografico universale... Passigli, 1840 p.753
  12. ^ Bernardino Gaio a Galileo, in Valerio Del Nero, Galileo Galilei e il suo tempo, Simonelli Editore, 2012, Cap.V
  13. ^ Valerio Del Nero, Op.cit. ibidem
  14. ^ Le opere di Galileo Galilei, Edizione nazionale, 1968, XII, 30
  15. ^ G.Galilei, Il Saggiatore. cap. 49, 1623
  16. ^ Lettera di Galileo a Geri Bocchineri del 27.04.1634
  17. ^ Lettera di Galileo a Federico Cesi del 19.12.1611
  18. ^ V.Viviani, Racconto istorico della vita di Galileo
  19. ^ Galileo Galilei, Le Opere di Galileo Galilei, Società editrice fiorentina, 1844 p.233
  20. ^ V. Viviani, Racconto istorico della vita di Galileo
  21. ^ Vincenzio Viviani, Bartolommeo Gamba, La vita ed alcune lettere familiari di Galileo Galilei, Tip. di Alvisopoli, 1826 p.68
  22. ^ «confetture, pere cotte, canditi, pasticcini, calicioni (paste di forma romboidale con zucchero e mandorle, simili al marzapane), agro e morselletti di cedro, fiori di ramerino canditi, mostaccioli, berlingozzi, paste, acqua di cannella, uve accomodate, biricuocoli (detti anche cavallucci), conserva d'agro di cedro e di fiori di ramerino, cantucci, ossimele, marzapane» (In "Museo Galileo")
  23. ^ Paolo Scandaletti, Galilei privato, Gaspari editore, 2009 con prefazione di Margherita Hack
  24. ^ Eugenio Albèri, Commercio epistolare di Galileo Galilei, Volume 2, Societa editrice fiorentina, 1859, p. 313.
  25. ^ P. Scandaletti, Op.cit., p.26
  26. ^ Arcetri, 6 aprile 1641 in Le opere di Galileo Galilei, Volume 9, a cura di Eugenio Albèri, Soc. Ed. Fiorentina, 1852, p. 364.
  27. ^ «La prego a condonare questa mia non volontaria brevità alla gravezza del male; e le bacio con affetto cordialissimo le mani, come fo anche al Signor Cavaliere suo Consorte.» (In Le Opere di Galileo Galilei, Società editrice fiorentina, 1848, p. 368
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