Vittoria Anticzarina Cavallo

Vittoria Anticzarina Cavallo (Latiano, 20 ottobre 1903Alessandria, 27 agosto 1996) è stata un'operaia, antifascista e partigiana italiana, militante dell'Unione donne italiane (UDI).

BiografiaModifica

La famiglia e l'ambienteModifica

Vittoria Anticzarina Cavallo nasce a Latiano, in provincia di Brindisi, il 20 ottobre 1903, da Leopoldo Cavallo, maestro, pittore e poi operaio, e Cotrina Cavallo. Il padre di Anticzarina aderisce al Partito Socialista sin dalla sua creazione, nel 1892, e ciò si rispecchia nella scelta dei nomi dei suoi figli: Leonida Transvaal, il quarto, in onore di Leonida Bissolati, uno dei fondatori del Partito Socialista; Lenin in onore del rivoluzionario bolscevico, l’ultimo; una sorella di Anticzarina si chiamava Argentina Bernina Candida Rosa, tutti nomi di militanti; un altro riuniva nel suo nome, Ferrer Vanini Bruno, il richiamo all’educatore anarchico e libero pensatore Francisco Ferrer Guardia, al libertino Vanini e al filosofo Giordano Bruno, arso vivo su mandato dell’Inquisizione. La stessa Vittoria Anticzarina prefigurava la “vittoria contro lo zar”.[1]

Le idee socialiste della famiglia costringono i Cavallo a trasferirsi a Torino nel 1909, dove trovano casa nel quartiere di Borgo San Paolo, storica barriera operaia. Il quartiere viene ben presto chiamato “borgo rosso” per la forte presenza di lavoratori con ideali socialisti che, con l’avvento della Prima guerra mondiale, iniziano a indire scioperi e proteste per il pane e contro la guerra. È il quartiere dei Pajetta, dei fratelli Negarville, dei Montagnana, e sarà una roccaforte dell’antifascismo[2]

Anticzarina è iscritta al Ricreatorio laico del quartiere, frequenta la scuola fino alla sesta elementare ma comincia a lavorare all’età di nove anni cambiando spesso lavoro alla ricerca di una paga migliore; è pettinatrice, e poi operaia presso l’Idros, una fabbrica di acqua minerale.[3] Durante la sua infanzia, alcuni dei suoi familiari vengono arrestati e in seguito rilasciati per ragioni legate alle loro idee socialiste; la stessa Anticzarina nel 1920, all’età di sedici anni, viene arrestata. L'avvento del Fascismo, nel 1922, peggiora ulteriormente la situazione della famiglia Cavallo.

Nel 1926 Anticzarina sposa Giuseppe Gaeta, militante comunista. Da questo matrimonio nascono due bambine, Isotta e Milva.[4]

La militanza politicaModifica

La prima guerra mondialeModifica

Vittoria Anticzarina Cavallo partecipa attivamente alla lotta politica per la prima volta durante i moti del pane assieme al padre nel 1917, quando aveva solo 13 anni. Nell’agosto dello stesso anno, nel pieno della Prima guerra mondiale, le strade di Torino venivano invase da mezzi blindati, squadroni di cavalleria, compagnie di mitraglieri e truppe d’assalto, per far fronte all’avanzata di centinaia di lavoratori torinesi e delle loro famiglie, compresa quella dei Cavallo, che, esasperati dalla guerra e dalle condizioni imposte dal regime in fabbrica, cercavano di far sentire la loro voce.[5]

Le dure regole alle quali gli operai e le operaie cercavano di ribellarsi non erano l’unico motivo per protestare: infatti era da tempo che nei forni cittadini mancava il pane per sfamare le famiglie, non solo quelle operaie. Lo scoppio della rivolta del pane è spontaneo, e coinvolge attivamente decine di migliaia di persone. Torino è sede della “più grande manifestazione popolare pacifista della storia della prima guerra mondiale in Italia”[6]

Biennio RossoModifica

Nel 1920, al culmine del Biennio Rosso, all’età di 16 anni, durante il processo al fratello accusato di aver fatto esplodere una bomba nella zona di Borgo San Paolo, Anticzarina va ad abbracciarlo e viene arrestata per aver offeso il pubblico ministero avendo detto a giudice e carabinieri che erano tutti dei vigliacchi. In seguito al processo, Anticzarina è condannata a due mesi in casa di correzione ma, rifiutando di entrare al Buon Pastore[7], finisce in carcere. Racconta:

«Allora pensa che ci divertivamo un mondo perché queste qui avevano un pettine, si metteva la carta velina e si suonava tutte le nostre canzoni, L'Internazionale, Bandiera rossa, tutto si suonava lì, no?, e una si suonava e le altre due ballavano”. JL: Ballavate su Bandiera rossa? A.C.: Sì, si ballava tutto, ci divertivamo così.»

[8]

Quando esce dal carcere è in atto l’occupazione delle fabbriche. Anticzarina viene presa, portata in questura in Piazza San Carlo e picchiata affinché riveli i nomi di chi aveva incitato gli operai e le operaie all'occupazione.

FascismoModifica

Nel 1922, quando sale al potere il fascismo, Anticzarina Cavallo lavora in fabbrica per la ditta Lenci. I fascisti della zona di Borgo San Paolo avevano prestato giuramento in piazza San Carlo per recarsi in seguito a casa dei comunisti per intimidirli; vanno anche a casa dei Cavallo per minacciare il padre e per portare via Anticzarina, con il pretesto di averla vista il giorno precedente con una bandiera rossa. Nemmeno la repressione del regime riusciva ad impedire ai Cavallo di prendere posizione, così, con la scusa di dover fare asciugare il bucato, in occasione della festa dei lavoratori del Primo maggio la mamma di Anticzarina metteva a stendere fuori le lenzuola con le trapunte foderate di rosso. Inoltre i fascisti avevano tentato di far cacciare Anticzarina dalla fabbrica dove lavorava con le sue sorelle, suo fratello e suo padre; il loro padrone è costretto a malincuore a licenziare almeno il padre per evitare conseguenze gravi. La perizia e la capacità di lavoro dei Cavallo, riconosciute, sono un tratto di cui Anticzarina è fiera.

Giuseppe Gaeta, marito di Anticzarina, è in contatto, tra gli altri, con Gian Carlo Pajetta; impegnato nella rete clandestina del Partito Comunista, viene arrestato poco prima della nascita della loro figlia Isotta. Anticzarina lavora, bada alla famiglia e prosegue intensamente l’attività antifascista, di cui diverse donne sono pilastri. [9]

La seconda Guerra MondialeModifica

Gli anni della guerra sono durissimi: Giuseppe Gaeta passa da un carcere all’altro, torturato a San Vittore, per un periodo al confino, mentre Anticzarina, nonostante bombardamenti a malattia, continua a tenere insieme lavoro, bambine e attività di propaganda clandestina, trovandosi spesso costretta a scappare.

Quando cade il fascismo nel 1943 Anticzarina si trova a Racconigi poiché lavora per un tale Bosco. Il 19 Agosto dello stesso anno organizza uno sciopero nella fabbrica dove lavora. Tentano di arrestarla per questo motivo ma al carabiniere si oppongono tutte le compagne del dormitorio. Tuttavia poche ore dopo arrivano i rinforzi da Cuneo per arrestarla e la portano al carcere Le Nuove di Torino per due mesi. In questi frangenti si delinea una aperta e forte solidarietà tra le lavoratrici.[10]

ResistenzaModifica

Dopo essere uscita di prigione Anticzarina torna a Torino, ma, poiché era nata la Repubblica di Salò e lei era ricercata dai fascisti, fugge insieme alla figlia Isotta prima a Quargnento e poi a Lu Monferrato. Dal marzo del ’44 madre e figlia partecipano alla lotta partigiana unendosi alla brigata 107 Garibaldi, dove militano fino alla liberazione. Anticzarina era conosciuta con il nome di battaglia di Vera Ferrero e ricopriva il ruolo di staffetta trasmettendo informazioni ai partigiani. La figlia Isotta, che aveva assunto il nome di Mira, si occupava di scrivere a macchina tutte le informazioni necessarie alla brigata. Nella cantina della casa in cui le due donne risiedevano erano inoltre nascoste le armi destinate ai partigiani. Inoltre Anticzarina aiutava i contadini locali a tagliare il grano e a vendemmiare per ottenere in cambio del cibo. Anche in questo frangente Anticzarina si trova in un contesto di grande solidarietà femminile.

Il dopoguerraModifica

Finita la guerra Anticzarina Cavallo è impegnata nel PCI e nell’UDI, di cui diventa responsabile, ma la vita continua ad essere difficile: essere stata partigiana non le ha portato alcun riconoscimento e dopo otto anni di lavoro in fabbrica lei, iscritta alla CGIL, viene licenziata.

«Poi hanno fregato me, perché alla liberazione siamo scesi con la nostra brigata ad Alessandria in una caserma. Lei [una partigiana dell’ultima ora, ndr] ha preso il pacco della smobilitazione, ha preso il riconoscimento da partigiana, tutto, io non ho preso niente. Un compagno mi fa: - Ma sai, questa qui non è ancora una compagna, è solo una simpatizzante, dobbiamo iscriverla al partito, chissà che non si metta nel partito. E allora io ho rinunziato. Poi mi è arrivato dal ministero che mi mandavano mille lire da patriota che io non sono neanche andata a ritirarle. Dalla rabbia che avevo. Dopo la guerra ero senza lavoro. Vado in federazione: - Ma senti Grassi, nel periodo fascista ci venivano a far mandare via dalle fabbriche perché eravamo comunisti, adesso voi ci dite che non potete darci lavoro perché se no gli altri ci dicono che ci privilegiate. Allora sono sempre gli stessi che lavorano e noi dobbiamo sempre stare senza lavoro.»

[11]

Successivamente ad un periodo in cui nessuno la assumeva più, trova un lavoro presso uno zio di un’amica. Il suo compito sarebbe stato quello di fare il burro. Tuttavia questo nuovo impiego dura poco, così trova un altro lavoro in via Rivalta, dove fa i cappelletti. È molto agile e ciò le permette di ottenere un buon salario e di guadagnare duemila lire al giorno. Poi lavora a casa della signora Corinaldi, un’anticomunista, alla quale deve celare la sua vera identità. Con il suo impegno infaticabile riesce a raccogliere quindicimila firme per l’appello di Stoccolma per la pace. Si reca a Roma a ritirare il premio per essersi distinta in questa campagna, ma il riconoscimento, una colomba d’oro, è consegnato per sbaglio ad altri. Viene comunque mandata da Di Vittorio al congresso della pace a Varsavia e ad altri incontri internazionali. Quando torna a Torino tentano di spararle, ma si salva; qui sarà poi impegnata nel direttivo della sezione Luigi Capriolo del Partito Comunista Italiano, in Borgo San Paolo, e diffonderà per quindici anni l'Unità, quotidiano del PCI.

“Adesso sono piena di acciacchi però in tempo di elezioni aiuto sempre, faccio la rappresentante di lista.”[12]

Gli ultimi anniModifica

Vive gli ultimi anni della sua vita ad Alessandria, dove muore il 27 agosto 1996.

RiconoscimentiModifica

In merito al mancato riconoscimento Anticzarina afferma:

«Mi hanno accompagnato a Roma e c’era Di Vittorio che premiava con la “colomba d’oro". Io ho sentito che mi hanno chiamato: -si prega la compagna Anticzarina di... ecc. Mentre faccio il giro per avvicinarmi, per sbaglio, viene data ad altre compagne: -Te la manderemo,- mi hanno detto. Poi è arrivata una targhetta di ferro. Ho pensato: serviamo solo da stacanoviste.»

[13]

NoteModifica

  1. ^ Emilio Jona, Le ciminiere non fanno più fumo: canti e memorie degli operai torinesi, Roma, Donzelli, 2008, pag. 653
  2. ^ Federica Calosso e Luisella Ordazzo, Borgo San Paolo. Storie di un quartiere operaio, Torino, Graphot Editrice 2009
  3. ^ Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977, pp. 223-24
  4. ^ Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977
  5. ^ Emilio Jona, Sergio Liberovici, Franco Castelli, Alberto Lovatto, Le ciminiere non fanno più fumo: canti e memorie degli operai torinesi, Roma, Donzelli, 2008
  6. ^ Federica Calosso e Luisella Ordazzo, Borgo San Paolo. Storie di un quartiere operaio, Torino, Graphot Editrice 2009 p.24 http://www.comune.torino.it/cittagora/in-breve/cento-anni-fa-la-rivolta-del-pane-a-torino.html, consultato il 3 maggio 2018
  7. ^ Istituto Buon Pastore, su museotorino.it.
  8. ^ Emilio Jona, Sergio Liberovici, Franco Castelli, Alberto Lovatto, Le ciminiere non fanno più fumo: canti e memorie degli operai torinesi, Roma, Donzelli, 2008 PAG. 656
  9. ^ Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977 pp. 239-41
  10. ^ Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977 pp.248-51
  11. ^ Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977 p.257
  12. ^ Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977 p.261
  13. ^ Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977 pp. 260-261

BibliografiaModifica

  • Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (volume primo), Torino, Einaudi, 1977
  • Emilio Jona, Sergio Liberovici, Franco Castelli, Alberto Lovatto, Le ciminiere non fanno più fumo: canti e memorie degli operai torinesi, Roma, Donzelli, 2008
  • Giorgina Arian Levi e Manfredo Montagnana, I Montagnana: una famiglia ebraica piemontese e il movimento operaio, Firenze, Giuntina, 2000
  • Federica Calosso e Luisella Ordazzo, Borgo San Paolo: storie di un quartiere operaio, Torino, Graphot Editrice 2009

Collegamenti esterniModifica