Vittorio Occorsio

magistrato italiano

Vittorio Occorsio (Roma, 9 aprile 1929Roma, 10 luglio 1976) è stato un magistrato italiano, vittima del terrorismo di estrema destra durante gli anni di piombo. Aveva partecipato al processo per la Strage di piazza Fontana e ai processi al movimento terroristico di ispirazione neofascista Ordine Nuovo.

Vittorio Occorsio

BiografiaModifica

 
Vittorio Occorsio

Frequentò gli studi classici presso il liceo Giulio Cesare per poi laurearsi in giurisprudenza. Dopo l'esplosione dell'ordigno in Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, in qualità di sostituto procuratore si occupò del primo interrogatorio di Pietro Valpreda, contestandogli l'omicidio di quattordici persone e il ferimento di altre ottanta[1].

Nel 1971 aveva chiesto lo scioglimento del movimento Ordine Nuovo invocando l’applicazione della Legge Scelba contro la ricostruzione del partito fascista. Nell'aprile del 1976 fu il primo magistrato a occuparsi della loggia massonica segreta denominata loggia P2 e a indagare sui rapporti tra terrorismo neofascista, massoneria e apparati deviati del SIFAR. In precedenza aveva lavorato alle inchieste sui due colpi di Stato mancati, il Piano Solo e il golpe Borghese, e aveva avviato un’indagine sui rapporti di alcuni esponenti della P2 con il terrorismo nero e la malavita dedita ai sequestri di persona come la Banda dei Marsigliesi concentrandosi in particolare sul sequestro di Alfredo Danesi, Amedeo Ortolani, Fabrizio Andreuzzi e Claudio Francisci.[2] Il convincimento in lui maturato al termine delle indagini è sintetizzato in una significativa dichiarazione fatta all'amico e collega Ferdinando Imposimato:

«Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore tra gli italiani per spingerli a chiedere un governo forte, capace di ristabilire l’ordine[3]

 
Il corpo del giudice Occorsio dopo l'attentato

L'omicidioModifica

 
Luogo dell’uccisione di Vittorio Occorsio, con targa

Fu ucciso da Pierluigi Concutelli a Roma la mattina del 10 luglio 1976, con 32 colpi di mitra mentre si recava in ufficio con la sua auto, una Fiat 125 special, all'incrocio tra via Mogadiscio e via Giuba, nel quartiere Trieste, a poche decine di metri da casa sua. Sarebbe partito per le ferie tre giorni dopo aspettando il rientro del collega Imposimato. Prima di dileguarsi i suoi assassini prendono la sua borsa con all'interno il fascicolo sui sequestri e, come rivelato dal giornalista Franco Scottoni, un documento che svelava l'acquisto da parte dell'Organizzazione mondiale per assistenza massonica (Ompam) di un edificio a Roma per 8 milioni di dollari pari al totale della cifra pagata per i riscatti dei rapimenti per cui era stato arrestato Albert Bergamelli. Tre mesi dopo fu ucciso anche la sua fonte Totò D'Agostino, boss di Canolo, per mano di Domenico Papalia, assolto tuttavia 41 anni più tardi dalla Corte d'appello di Perugia dopo essere stato condannato all'ergastolo;[4] D'Agostino, ucciso su ordine di Antonio Nirta (boss di San Luca che il giorno del rapimento di Aldo Moro sarebbe stato in via Fani come infiltrato nelle BR dall'ex generale dei Carabinieri Francesco Delfino), avrebbe messo al corrente il giudice riguardo a un flusso di denaro arrivato dai sequestri e convogliato in Calabria per essere utilizzato in azioni eversive e per finanziare omicidi eccellenti.

MoventeModifica

Nella sua auto fu rinvenuta la rivendicazione dell'agguato firmata da Ordine Nuovo: Occorsio veniva accusato di «avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori. Vittorio Occorsio ha, infatti, istruito due processi contro il MPON».[5]

Come rivelerà il giudice Ferdinando Imposimato in un'intervista del 1990:

«In realtà stavo istruendo con Vittorio Occorsio alcuni sequestri di persona per scopo di estorsione, tra cui il sequestro Danesi, il sequestro Ortolani, il sequestro Andreuzzi, [il sequestro] Francisci, e ricordo perfettamente che egli, pochi giorni prima, mi aveva fatto una istanza di emissione di alcuni mandati di cattura contro imputati; uno di questi imputati era iscritto alla Loggia P2. Egli aveva anche individuato dei collegamenti tra sequestratori di persona, terroristi neri, appartenenti alla Loggia P2, e aveva anche manifestato delle preoccupazioni. Egli aveva una grande esperienza perché aveva già istruito in parte il processo per la strage di piazza Fontana. All'inizio era stato depistato, purtroppo dai servizi segreti, e poi aveva imboccato la strada giusta. Ricordo anche che la mattina in cui fu ucciso, io, mezz'ora prima dell'assassinio, gli telefonai per chiedergli qual era il suo parere su un'istanza di libertà provvisoria che era stata presentata da un imputato iscritto alla P2, ed egli mi disse che avrebbe espresso parere contrario.»

(Ferdinando Imposimato[6])

ProcessoModifica

Per l'omicidio nell'ottobre del '76 vengono indagati prima Danilo Abbruciati e poi Alvaro Pompili; anche lo stesso Licio Gelli è sentito dai magistrati di Firenze Pier Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi.

Il 16 marzo 1978 furono condannati però i neofascisti Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro, come esecutori materiali. Assolti invece altri imputati quali mandanti dell'omicidio; mandanti che non saranno mai individuati.[7] Concutelli, condannato all'ergastolo, beneficerà dei domiciliari dal 2009 per gravi motivi di salute; il criminale era iscritto con la tessera n. 11.070 alla loggia massonica Camea di Palermo i cui affiliati furono inquisiti nel 1979 per aver aiutato il banchiere Michele Sindona nel suo finto sequestro.[8]

OnorificenzeModifica

Alla memoria del magistrato è stato dedicato il parco di Villa Mercede a Roma dopo il restauro ed è intitolata un'aula del Palazzo di Giustizia di Roma. Anche un'aula del liceo Giulio Cesare, dove egli aveva studiato, porta il suo nome. Vi sono due targhe commemorative, una all'interno di Villa Leopardi, proprio all'entrata di Via Makallè, e una a via Mogadiscio, angolo via del Giuba, nel luogo dell'omicidio.

  Medaglia d'oro al valor civile
«Si distingueva per l'eccezionale coraggio nella sua attività di Pubblico Ministero, rappresentando l'espressione vivente del fondamentale principio secondo il quale il giudice è soggetto soltanto alla Legge, principio che Egli, come magistrato, applicava con assoluta imparzialità a garanzia delle istituzioni democratiche. Cadeva vittima di un vile attentato con cui, nell'Uomo, si è voluto deliberatamente colpire la stessa funzione giurisdizionale che non conosce altro indirizzo politico che quello fissato dalla Costituzione. Roma, 10 luglio 1976.»
— Roma, 31 marzo 1977.[9]

NoteModifica

  1. ^ Mario Caprara e Gianluca Semprini, Neri, la storia mai raccontata della destra radicale, eversiva e terrorista, Edizioni tascabili Newton, Roma 2011, pag 240-241
  2. ^ Raffaella Fanelli, Giudici troppi scomodi e sentenze da aggiustare, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 162-163, ISBN 9788832960389.
  3. ^ avvocatisenzafrontiere.it
  4. ^ Locride (Rc): assolto Domenico Papalia dopo 41 anni dall’omicidio del boss di Canolo Totò D’Agostino
  5. ^ Ardica, 2008, p.109.
  6. ^ Dal programma televisivo La notte della Repubblica, Rai 2, 24 gennaio 1990.
  7. ^ Vittorio Occorsio - Associazione Vittime del Terrorismo, su vittimeterrorismo.it. URL consultato il 30 gennaio 2008 (archiviato dall'url originale il 22 ottobre 2007).
  8. ^ Raffaella Fanelli, Giudici troppi scomodi e sentenze da aggiustare, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 165-169, ISBN 9788832960389.
  9. ^ Medaglia d'oro al valor civile Vittorio Occorsio sostituto procuratore

BibliografiaModifica

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Controllo di autoritàVIAF (EN233313400 · ISNI (EN0000 0003 6756 9448 · SBN IT\ICCU\SBLV\237338 · LCCN (ENn2018046531 · WorldCat Identities (ENlccn-n2018046531