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Volo Ethiopian Airlines 961

dirottamento aereo
Volo Ethiopian Airlines 961
Boeing 767-260-ER, Ethiopian Airlines AN0268917.jpg
Il velivolo coinvolto presso l'Aeroporto di Francoforte sul Meno
Tipo di eventoAmmaraggio nell'Oceano Indiano
Data23 novembre 1996
Tipoperdita di entrambi i motori causata da esaurimento del carburante seguito a dirottamento aereo
Luogo0,5 km al largo di Mitsamiouli, Grande Comore
StatoComore Comore
Coordinate11°22′21″S 43°17′49″E / 11.3725°S 43.296944°E-11.3725; 43.296944Coordinate: 11°22′21″S 43°17′49″E / 11.3725°S 43.296944°E-11.3725; 43.296944
Tipo di aeromobileBoeing 767-260ER
Nome dell'aeromobileZulu
OperatoreEthiopian Airlines
Numero di registrazioneET-AIZ
PartenzaAeroporto Internazionale di Mumbai, India
Scali intermediAeroporto di Addis Abeba-Bole, Etiopia

Aeroporto Internazionale Jomo Kenyatta, Nairobi, Kenya

Aeroporto Maya-Maya, Brazzaville, Repubblica del Congo
Scalo prima dell'eventoAeroporto Internazionale Murtala Muhammed, Lagos, Nigeria
DestinazioneAeroporto Port Bouet, Abidjan, Costa d'Avorio
Passeggeri160 (escluso i 3 dirottatori)
Equipaggio12
Vittime125 (compresi i dirottatori)
Feriti50
Sopravvissuti50
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Comore
Volo Ethiopian Airlines 961
Dati estratti da Aviation Safety Network[1]
voci di incidenti aerei presenti su Wikipedia
Seating plan

Il volo Ethiopian Airlines 961, un Boeing 767-260ER, venne dirottato in volo tra Addis Abeba e Nairobi il 23 novembre 1996, mentre eseguiva una tratta del volo di linea Bombay-Addis Abeba-Nairobi-Brazzaville-Lagos-Abidjan.[2] I dirottatori, di nazionalità etiope, avrebbero voluto giungere fino in Australia per chiedere asilo politico, ma l'aereo, in un tentativo di ammaraggio a causa dell'esaurimento del carburante, si è schiantato nell'Oceano Indiano, vicino alle Comore, uccidendo 122 dei 172 tra passeggeri e membri dell'equipaggio a bordo. Inizialmente si pensò che due dei dirottatori fossero riusciti salvarsi, ma i due uomini che furono arrestati vennero scagionati dai piloti.[3] I 50 superstiti riportarono lesioni di vario genere.

Il dirottamentoModifica

Quando ET-AIZ, soprannominato Zulu dai piloti di Ethiopian Airlines,[4] entrò nello spazio aereo etiope, tre uomini, che si presumeva fossero armati di una bomba, entrarono nella cabina di pilotaggio e sequestrarono l'aereo.[5] Secondo il racconto dei sopravvissuti "un uomo si mise a correre nel corridoio dirigendosi verso la cabina di pilotaggio gridando frasi incomprensibili. Subito dopo i suoi due complici lo seguirono".[5] Questi tre uomini vennero descritti come "giovani sui venticinque anni, inesperti, psicologicamente fragili e ubriachi."[5][6] In seguito, la radio di stato dell'Etiopia, che li identificò come due studenti appena diplomati senza occupazione e un infermiere, diffuse i loro nomi: Alemayehu Bekeli Belayneh, Mathias Solomon Belay e Sultan Ali Hussein.

I tre uomini minacciarono di far esplodere l'aereo se i piloti non avessero obbedito loro. Utilizzando l'intercomunicante di bordo dissero ai passeggeri di essere oppositori del governo etiope da poco scarcerati e di voler ottenere asilo politico in uno stato estero. Raccontarono inoltre che a bordo vi erano anche otto loro complici, ma in seguito le autorità accertarono che ciò non era vero, e che la bomba era in realtà una bottiglia di liquore camuffata.[4][5][7]

I dirottatori, avendo letto sulla rivista di bordo che un Boeing 767 poteva effettuare l'intero tragitto con i serbatoi pieni, ordinarono al Comandante Leul di dirigersi verso l'Australia.[5] Essi pensavano che durante l'ultimo rifornimento i serbatoi fossero stati riempiti, ma quando Leul disse loro che in realtà nei serbatoi c'era carburante sufficiente solamente per compiere il volo verso Nairobi e che quindi non avrebbero percorso che un quarto del tragitto verso l'Australia, non gli credettero.[4]

Invece di assecondarli il Comandante seguì dapprima la costa africana, poi quando i dirottatori se ne accorsero e lo costrinsero a virare verso est, fece rotta verso le isole Comore, situate a metà strada tra il continente africano ed il Madagascar.[4]

Il tentativo di ammaraggioModifica

Mentre si stavano avvicinando alle Comore il carburante cominciò a scarseggiare, ma i dirottatori continuarono ad ignorare gli avvertimenti del Comandante. Quando il carburante si esaurì del tutto i motori si spensero e i piloti dovettero far estrarre la Ram air turbine (RAT) per preservare le funzioni essenziali del velivolo, anche se alcuni sistemi idraulici, come ad esempio i flaps, non erano comunque utilizzabili. Ciò significava che avrebbero dovuto tentare di atterrare alla velocità di 175 nodi (circa 320 km/h).[4]

Il comandante Leul voleva tentare l'atterraggio all'Aeroporto Internazionale Prince Said di Moroni, ma una colluttazione con uno dei dirottatori gli fece perdere i riferimenti visivi, non permettendogli di localizzare le piste. A questo punto fu costretto a tentare un ammaraggio e diresse il velivolo verso le acque poco profonde (circa 7 metri) che si trovavano di fronte al Galawa Beach Hotel, vicino a Mitsamiouli, all'estremità settentrionale dell'isola di Grande Comore. Leul riuscì a mantenere il velivolo parallelo alle onde, ma il motore e l'ala sinistra entrarono per primi in acqua colpendo la barriera corallina, e agendo come perno, fecero ruotare e ribaltare la fusoliera, che si ruppe in tre parti.[8] Al disastro, avvenuto a soli 500 metri dalla spiaggia, assistettero parecchi tra residenti e turisti; fra questi ultimi vi erano medici e subacquei che immediatamente accorsero in soccorso dei superstiti.[4]

Molti dei passeggeri sopravvissero allo schianto iniziale, ma avendo ignorato (o non avendo sentito) l'avvertimento del Comandante di non gonfiare i giubbotti di salvataggio all'interno della cabina, rimasero bloccati contro le pareti della cabina dall'acqua che vi era entrata. Impossibilitati a fuggire, annegarono.[5][7]

Il Comandante Leul ed il Primo Ufficiale Yonas sopravvissero. Per la sua condotta, Leul fu insignito del FSF Professionalism Award in Flight Safety.[9]

Nazionalità dei passeggeriModifica

I passeggeri erano originari delle seguenti nazioni:[10]

Nazionalità Numero a bordo Sopravvissuti
  Austria 1 0
  Belgio 1 0
  Benin 2 0
  Camerun 2 0
  Canada 1 0
  Ciad 1 0
  Rep. del Congo 5 2
  Costa d'Avorio 1 0
  Gibuti 2 2
  Egitto 1 0
  Etiopia 19 3
  Francia 4 2
  Germania 1 0
  Ungheria 1 0
  India 20 6
  Israele 8 1
  Italia 4 4
  Giappone 2 1
  Kenya 14 6
  Corea del Sud 1 0
  Lesotho 1 1
  Liberia 2 0
  Mali 12 3
  Nigeria 23 4
  Pakistan 1 0
  Sierra Leone 1 0
  Somalia 1 0
  Sri Lanka 9 0
  Svezia 2 0
  Svizzera 1 0
  Uganda 1 1
  Ucraina 4 3
  Regno Unito 7 2
  Stati Uniti 5 3
  Yemen 1 0
  Zaire 1 0
Total 163 44

Passeggeri di rilievoModifica

Mohamed Amin fu una delle vittime. Noto fotoreporter di guerra ed editore della rivista di bordo dell'Ethiopian Airlines, si presume, data la posizione in cui fu rinvenuto il suo corpo, che stesse negoziando con i dirottatori durante gli ultimi minuti del volo.[11] Tra le vittime vi furono anche Antal Annus, ambasciatore ungherese in Kenya, ed un funzionario del Ministero degli Esteri francese.[12]

Franklin Huddle, Console generale statunitense a Bombay e sua moglie Chanya furono due dei superstiti.[13] Huddle riferì di aver scelto di volare con Ethiopian Airlines a causa della buona reputazione della compagnia, che era una delle due che in Africa avevano ottenuto la certificazione della FAA.

ConseguenzeModifica

Il tentativo di ammaraggio del volo 961 fu ripreso da un turista ed è divenuto uno dei video di incidenti aerei più noti.[3] Il video è diventato altresì un importante strumento nello studio degli incidenti aerei. Quello dell'Ethiopian Airlines è tuttora uno dei pochissimi ammaraggi effettuati da aerei di linea, e l'unico tentato da un aereo dirottato.

Sia il Comandante che il Primo Ufficiale continuarono a volare per Ethiopian Airlines.[4]

Il volo Ethiopian Airlines 961 nei mediaModifica

L'incidente è stato descritto in due episodi del documentario Indagini ad alta quota. Nel 4º episodio della prima stagione è stato utilizzato il video dell'ammaraggio del volo 961 per illustrare cosa sarebbe successo se il volo Air Transat 236, rimasto senza carburante, non fosse riuscito a raggiungere l'aeroporto di Lajes e fosse stato costretto ad atterrare nell'oceano; nel 13º episodio della 3ª stagione, Un dirottamento in Africa, viene invece narrata l'intera vicenda del volo 961.

NoteModifica

  1. ^ (EN) Aviation Safety Network, ASN Aircraft accident Boeing 767-260ER ET-AIZ Grande Comore, su aviation-safety.net. URL consultato il 5 maggio 2011.
  2. ^ (EN) PLANE IS HIJACKED; CRASHES IN OCEAN OFF EAST AFRICA, in The New York Times, 24 novembre 1996, p. 2. URL consultato il 5 maggio 2011.
  3. ^ a b (EN) Honeymooners capture dramatic images of Ethiopian jet crash, su cnn.com, 26 novembre 2011. URL consultato il 6 maggio 2011 (archiviato dall'url originale il 17 gennaio 1999).
  4. ^ a b c d e f g Indagini ad alta quota: episodio 3x13, Ocean Landing [Dirottamento in Africa].
  5. ^ a b c d e f (EN) Special Report: Ethiopian Airlines Flight 961, su airdisaster.com. URL consultato il 5 maggio 2011 (archiviato dall'url originale il 23 settembre 2012).
  6. ^ Zanini Luca, Un boato, poi la morte in faccia, in Corriere.it, 25 novembre 1996. URL consultato il 5 maggio 2011 (archiviato dall'url originale in data pre 1/1/2016).
  7. ^ a b (EN) Adrian Blomfield, Beirut: 90 feared dead as Ethiopian Airlines plane crashes into Mediterranean, in The Telegraph.
  8. ^ (EN) Donald G.McNeil Jr, Terror in the Air, and Frantic Rescue From the Sea, in The New York Times, 25 novembre 1996. URL consultato il 6 maggio 2011.
  9. ^ (EN) FSF Professionalism Award in Flight Safety, su flightsafety.org. URL consultato il 6 maggio 2011 (archiviato dall'url originale l'8 giugno 2011).
  10. ^ Ethiopian Airlines B767(ET-AIZ) Aircraft Accident in the Federal Islamic Republic of the Comoros, in the Indian Ocean on November 23, 1996 (PDF), Ethiopian Civil Aviation Authority, 4 maggio 1998, p. Appendix E (Pages 2-6 of 6) (archiviato dall'url originale il 27 marzo 2014).
  11. ^ (EN) Mohamed Amin, 53, Camera Eye During the Famine in Ethiopia, in The New York Times, 26 novembre 1996. URL consultato il 6 maggio 2011.
  12. ^ (EN) Bizarre ordeal recounted in Ethiopian Airlines crash, su cnn.com, 24 novembre 1996. URL consultato il 6 maggio 2011 (archiviato dall'url originale il 5 febbraio 2007).
  13. ^ (EN) 'I Thought I Had Finished My Life' -- Tale Depicts Drunken Abductors Who Fought With Pilot -- Survivors Tell Of Terror As Jetliner Tumbles Across Ocean's Surface, in The Seattle Times, 25 novembre 1996. URL consultato il 6 maggio 2011.

Voci correlateModifica

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