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BiografiaModifica

Walter Reder nacque a Freiwaldau in Boemia, nell'allora Austria-Ungheria, nel 1915. La sua famiglia si trasferì a Vienna e successivamente a Linz. Si arruolò nelle SS nel 1934. Frequentò la scuola allievi ufficiali SS-Junkerschule di Braunschweig dalla quale usciì nell'aprile del 1936 con il grado di sottotenente. Nel marzo del 1938 aveva partecipato, come comandante di plotone, all'invasione dell'Austria; nel gennaio successivo venne promosso a Tenente. Nel marzo dello stesso anno partecipò all'occupazione della Cecoslovacchia; nell'aprile del 1939 venne nominato comandante di compagnia, il più giovane del suo reggimento.

Seconda guerra mondialeModifica

Passato quindi al comando dello stato maggiore della sua divisione a Berlino, nell'imminenza della campagna di Francia riuscì a rientrare nelle truppe combattenti come secondo aiutante dello stato maggiore della divisione "Totenkopf". Decorato con la croce di ferro di seconda classe nel maggio del 1940, nel luglio successivo fu destinato allo stato maggiore della divisione, posto al quale rinunciò quando, durante un corso per ufficiali di stato maggiore a Berlino, apprese nell'aprile del 1941 dell'immanente campagna di Russia. Si mobilitò immediatamente per tornare al suo vecchio 1º Reggimento motorizzato, al comando di una compagnia, poiché era sua volontà «poter comandare personalmente gli uomini nella battaglia e non dalla scrivania di uno Stato Maggiore»[2].

Partecipò all'operazione Barbarossa, combattendo, dunque, in Lituania, Lettonia e nella Russia nord-occidentale. Fu decorato con la croce di ferro di prima classe, promosso capitano il 1º settembre 1941, fu ferito al collo con conseguente paralisi della mano sinistra, nominato comandante di battaglione motorizzato di fanteria nel luglio del 1942, decorato con croce tedesca in oro. Nel novembre-dicembre del 1942, partecipò a un corso per comandanti di battaglione delle truppe corazzate (Berlino-Parigi), e quindi nel febbraio del 1943 fu inviato in Ucraina come comandante di battaglione corazzato della "Totenkopf". Nel mese successivo partecipò alla battaglia di Kharkov, dove si distinse per i successi tattici ottenuti dal battaglione da lui comandato. Ottenendo l'ennesima decorazione: la croce di cavaliere.[3] Venne ferito gravemente una seconda volta e fu costretto a subire l'amputazione dell'avambraccio sinistro. Fu operato varie volte a Vienna. Chiese quindi di tornare al fronte, ottenendo il comando del battaglione esplorante della 16ª divisione di granatieri corazzati "Reichsführer-SS" nel dicembre del 1943. Nel gennaio del 1944 fu promosso Maggiore. Nel maggio del 1944 il reparto fu trasferito in Italia, dove aveva partecipato alla ritirata tedesca difendendo il tratto costiero da Grosseto a Cecina. Attestandosi a luglio sul fronte dell'Arno, da Pisa fino alla foce del fiume. Da agosto nel settore di Pietrasanta e successivamente a Carrara.

 Lo stesso argomento in dettaglio: Eccidio di Vinca.

Fu proprio nella zona delle Alpi Apuane che il 24 agosto, il reparto comandato da Reder, insieme a truppe della Repubblica Sociale, si resero colpevoli dell'eccidio di Vinca, una delle stragi più sanguinose della Toscana, dove vennero trucidati oltre 170 civili quasi tutti anziani, donne e bambini.

La strage di MarzabottoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: strage di Marzabotto.

Tra il 29 settembre e il 18 ottobre 1944 fu incaricato di occuparsi dell'operazioni di antiguerriglia contro la minaccia dei partigiani nelle zone vicine al fronte, quindi particolarmente suscettibili alle azioni di sabotaggio compiute dalle formazioni partigiane. La tattica della terra bruciata fu causa dei massacri di civili a Monte Sole e zone limitrofe. A Bardine San Terenzo, Regnano, Valla e Vinca, dove persero la vita 960 civili italiani, uomini, donne e bambini.[3]

Il dopoguerraModifica

«Il soldato si distingue dagli assassini perché ha il senso del limite della propria azione, perché è cavaliere. La verità è questa: Reder, come altri suoi simili, appartiene a una casta militare senza scrupoli e senza morale (...) Il fatto che il nazismo abbia perduto la guerra è semplicemente l'occasione che ci permette di giudicare Reder e che ci offre per punirlo. E sarà condannato non perché è un vinto ma perché è un delinquente, perché egli ha condotto la guerra con metodi e spirito da delinquente, con la certezza di non dover mai rendere conto a nessuno delle sue colpe.»

(Stellacci, Pubblico Ministero al processo contro Reder[4])

Dopo la resa tedesca Reder, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani; venne estradato in Italia, nel maggio del 1948, con l'accusa di aver commesso crimini di guerra. Il 31 ottobre 1951 fu giudicato colpevole e condannato all'ergastolo dal Tribunale militare di Bologna, da scontare nel carcere di Gaeta. Nel 1964 Reder si appellò al sindaco di Marzabotto per ottenere il perdono dei sopravvissuti e ottenere la libertà.

La piccola comunità si espresse tramite un piccolo referendum popolare con 282 voti contrari alla liberazione e soltanto 4 a favore.

Nel 1980 una corte del Tribunale militare di Bari ne decise la liberazione condizionale poiché "la criminalità di Reder - recitava l'ordinanza che lo definiva anche "valoroso combattente in guerra" - va ritenuta occasionale e contingente perché è collegata al fattore scatenante la guerra e quindi al particolare stato d'animo dell'ex maggiore".

Nel dicembre 1984 Reder, in una lettera inviata agli abitanti del paese emiliano, espresse un profondo rammarico e pentimento per il suo gesto.

Il 24 gennaio 1985 l'esecutivo Craxi, indifferente alle proteste dei familiari delle vittime e a quelle delle associazioni partigiane, si servì della «prevista possibilità» di scarcerazione anticipata prevista dalla sentenza del 1980 e ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria, su un aereo messo a disposizione dal governo italiano[5].

Nel gennaio 1986, in un comunicato al settimanale austriaco Die ganze Woche, Reder dichiarava "Non ho bisogno di giustificarmi di niente" e ritrattava la richiesta di perdono avanzata nel 1964 agli abitanti di Marzabotto attribuendone l'iniziativa al suo difensore. Morì a Vienna nel 1991.

OnorificenzeModifica

NoteModifica

  1. ^ http://iltirreno.gelocal.it/regione/2014/08/24/news/le-stragi-del-44-vinca-il-monco-li-chiamo-e-i-mai-morti-risposero-1.9809337>Il[collegamento interrotto] Tirreno, 24/8/2014
  2. ^ Luca Baldissera e Paolo Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, Il Mulino, 2009
  3. ^ a b Luca Baldissera e Paolo Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, Il Mulino, 2009
  4. ^ R. Giorgi, Marzabotto parla, Marsilio, Venezia, 1985, p.129.
  5. ^ Per Gennaro Acquaviva, Quel discorso alla Certosa, Mondoperaio, n. 3/2015, p. 40, "il governo in quella circostanza se la cavò anche perché la probabilissima azione di dura opposizione del Presidente della Repubblica del tempo, Sandro Pertini, fu “stoppata” da una lettera di sostegno che Papa Wojtyla (sollecitato dalla furbizia di Andreotti) gli inviò proprio in quei giorni.".
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