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Zhenniao o Zhen (鴆鳥 in Cinese) è il nome degli uccelli velenosi che si dice abitassero quella che oggi è la Cina meridionale in tempi passati. Appare in molti miti cinesi, poesie ed annali.

Riferimenti storico-letterariModifica

Lo Shan Hai Jing li descrive come uccelli simili ad aquile, che abitano i monti nel sud della Cina.[1] Lo storico e poeta cinese Guo Pu, commentando lo Shan Hai Jing, descrive lo Zhenniao come un uccello dall'addome viola, con penne dalla punta verde, un lungo collo e un becco rosso scarlatto. La sua tossicità deriva dalla sua abitudine di ingerire teste di vipere velenose. Il maschio della specie prende il nome di "Sole Rotante" (迴陽,huíyáng), mentre la femmina quello di "Armonia dello Yin" (阴氳,yīnyūn)[2]. Un'altra descrizione di questa creatura ci giunge dal Piya, dizionario redatto durante la Dinastia Song: un uccello simile ad un'oca, di color viola scuro e dotato di becco color rame della lunghezza di 7-8 cun.

Sempre secondo il Piya, il suo intero corpo, dalle vene alle piume sarebbe permeato da un veleno potentissimo, lo "Zhendu" o "veleno dello Zhen", in grado di uccidere al semplice contatto con la gola. Pare infatti che molti omicidi venissero portati a termine facendo in modo che la vittima bevesse liquore avvelenato con le sue piume. Si diceva anche che la sua carne fosse velenosa ed emanasse un odore terribile e che non fosse perciò commestibile. Inoltre i suoi escrementi erano acidi, in grado di corrodere la roccia. Il Baopuzi, scritto dallo studioso Ge Hong, cita come unica sostanza in grado di neutralizzare lo Zhendu il corno di xiniu o di rinoceronte. Con i corni sarebbero dovute essere fatte delle forcine, con le quali si sarebbe poi mescolato il miscuglio contenente ol veleno, trasformandolo così in un'innocua schiuma.[3].

Oltre che nei sopracitati testi dello Shan Hai Jing, del Piya e del Baopuzi, lo Zhenniao compare anche nel Sancai Tuhui e su di una stampa su legno. Nei registri storici della Cina antica i riferimenti allo Zhen compaiono più che altro sotto forma di modo di dire ("Bere Zhen per placare la sete") o nei paragoni con il veleno dell'Aconito. Il proverbio ammonisce chi compie avventatamente le proprie azioni, senza pensare alle conseguenze che esse potranno avere in futuro.[4]

Sono frequenti nei resoconti cinesi casi di avvelenamenti da Zhendu, ma siccome la parola Zhen finì per indicare il veleno in senso generale è spesso difficile distinguere gli avvelenamenti da Zhendu dagli altri. Varie fonti agiografiche riportano che Wang Chuyi, discepolo di Wang Chongyang, fosse stato immune al veleno e che egli fosse sopravvissuto all'assunzione di liquore allo Zhendu[5].

Nell'epopea storica giapponese Taiheiki, Ashikaga Takauji e il fratello Ashikaga Tadayoshi costringono il principe Morinaga a bere Zhendu (Chin doku in Giapponese). Anche Todayoshii fu in seguito avvelenato con Zhendu dopo essere stato catturato.

EsistenzaModifica

L'ultimo avvistamento di Zhenniao risale all'epoca della Dinastia Song, quando molti contadini Han si stabilirono nei pressi di Guangdong e Guangxi[6], e si suppone che siano stati sterminati tutti[7]. Gli ornitologi cinesi hanno spesso teorizzato che lo Zhen fosse simile al serpentario oppure al serpentario crestato (presenti nell'area dei suoi avvistamenti) e che ottenesse la sua tossicità ingerendo serpenti velenosi, in maniera simile a quanto avviene con la rana freccia avvelenata, che ricava il proprio veleno dagli insetti. Per questo motivo in alcuni libri illustrati disegni di questi due uccelli sono usati come base per quelli dello Zhenniao.

La scoperta dell'esistenza di uccelli velenosi è recente, e perciò gli zoologi lo hanno considerato a lungo come frutto dell'immaginazione umana. Tuttavia, nel 1992 venne pubblicato un articolo su Science che riportava la scoperta della tossicità delle piume del pitohui dichorus[8], riscontrata in seguito anche in alcune specie affini che ricavano tutte il veleno dalle loro prede. Un recente articolo in Cina ha riacceso il dibattito sulla sua possibile esistenza[9].

NoteModifica

  1. ^ The classic of mountains and seas, traduzione di Anne Birrell, Penguin Classics, 1999, pp. 85–90, ISBN 978-0-14-044719-4, LCCN 2001347724, OCLC 40754734.
  2. ^ A Chinese bestiary: strange creatures from the guideways through mountains and seas, traduzione di Richard E. Strassberg, Berkeley, California, University of California Press, 2002, pp. 152–157, ISBN 978-0-520-21844-4, LCCN 2002075442, OCLC 49977148.
  3. ^ Jeannie Thomas Parker e James C. H. Hsü, The Mythic Chinese Unicorn Zhi, Toronto, Royal Ontario Museum, OCLC 44377233 (archiviato dall'url originale l'8 luglio 2011).
  4. ^ [1]
  5. ^ Stephen Eskildsen, The Teachings and Practices of the Early Quanzhen Taoist Masters: Exploring the Realm of Health Care, SUNY series in Chinese philosophy and culture, Albany, New York, State University of New York Press, 2004, p. 77, ISBN 978-0-7914-6045-0, LCCN 2004044246, OCLC 54543115.
  6. ^ 嶺外代答卷八・九, su toyoshi.lit.nagoya-u.ac.jp, 22 luglio 2011. URL consultato il 12 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 22 luglio 2011).
  7. ^ 饮鸩止渴
  8. ^ 鴆鳥-実在から伝説へ
  9. ^ 鸩鸟在现实中有吗?, su ceps.com.tw (archiviato dall'url originale il 27 settembre 2007).
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