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Battaglia della Tuscia
Data?
LuogoTuscia
EsitoNetta vittoria visigota
Modifiche territorialiNessuna
Schieramenti
Impero RomanoVisigoti
Comandanti
ValenteAtaulfo
Effettivi
6.00030.000(?)
Perdite
5.900 (?)?
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La battaglia della Tuscia fu uno scontro militare avvenuto nei pressi della Tuscia, tra alcuni reggimenti romani e l'esercito gotico di stanza in quella regione. La battaglia rientra nel complesso quadro geopolitico, delle incursioni gotiche in Italia, anche se più direttamente, nelle complesse manovre diplomatiche immediatamente precedenti il Sacco di Roma (410).

Gli antefattiModifica

Con Roma posta sotto assedio dai barbari, e senza le adeguate difese, Onorio e la corte imperiale, che dal 402 risiedevano a Ravenna, si stavano adoperando per trovare una soluzione alla gravosa questione gotica. Difatti si doveva cercare in qualsiasi modo di salvaguardare Roma, evitandone la distruzione. Questo, oltre che per un motivo prettamente di facciata (Onorio non voleva di certo essere il primo imperatore ad assistere Roma cadere), anche perché la caduta di Roma avrebbe mostrato a tutti i rivali della corte imperiale la debolezza militare ed economica nella quale versava l'Impero d'occidente. Per scongiurare quindi questo evento, vennero messe in moto tutte le armi diplomatiche di cui disponeva l'impero. In un primo momento Onorio optò per scendere a patti con i barbari, ai quali avrebbe dovuto cedere il Noricum; in cambio i Goti avrebbero abbandonato ogni spinta verso la presa della città. Per un momento quindi sembrò davvero che il cuore dell'impero fosse salvo, ma era solo un'ingannevole illusione. Infatti, proprio mentre sia i romani che i goti si stavano adoperando per rendere attivo gli accordi, uno dei consiglieri dell'imperatore [Secondo alcune fonti, un generale barbaro di nome Olimpio], fece leva sulla malleabilità di Onorio, convincendolo che Alarico fosse un uomo infido e di indole traditrice. Olimpio riuscì così, tra una gratificazione e l'altra, a convincere l'Imperatore a usare la forza rompendo i patti precedentemente stipulati.

La battagliaModifica

L'imperatore delegò a Olimpio il compito di raggruppare forze sufficienti, che andassero a rinfoltire la guarnigione di Roma. Il tutto sarebbe dovuto accadere in gran segreto, per non sconvolgere i precari equilibri diplomatici. Nonostante la buona volontà, Olimpio raggruppò appena 6000 soldati.[Sembra, che in realtà fossero truppe dell'impero d'oriente, cedute per l'occasione] Nonostante la scarsa quantità di uomini, si decise di perseguire nell'intento. Così i seimila uomini vennero affidati a un certo Valente, con il compito preciso di portare quei reggimenti dentro Roma, guardandosi bene dal percorrere le strade principali, che erano sotto il controllo gotico. La battaglia si scatenò solo perché il comandante delle truppe romane, ebbe la presunzione di pensare che fosse da vigliacchi viaggiare per strade secondarie. Questo fu l'errore fatale dei romani. La loro modesta colonna non passò di certo inosservata agli occhi di Alarico, infatti gli esploratori barbari informarono il re goto dell'avvicinamento di una colonna romana da nord. Avendo ormai intuito l'imbroglio, Alarico delegò il proprio figlio, Ataulfo, in battaglia, dandogli il preciso ordine di neutralizzare quel piccolo contingente. E così avvenne: Ataulfo con tutto l'esercito ingaggiò battaglia e con facilità ebbe il sopravvento sulle risicate forze romane. Nonostante la valenza militare dello scontro pressoché nulla (i romani non disponevano di altre forze) lo scontro ebbe ampi effetti geopolitici, aumentò drasticamente la diffidenza verso Ravenna, e pose uno degli ultimi capitoli sul primo sacco di Roma.