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La breccia cenerina (o breccia cinerina) è una varietà di marmo colorato, utilizzata nella Roma antica, soprattutto in epoca giulio-claudia per mattonelle pavimentali e piccole vasche[1][2]. Si tratta di una varietà con fondo violaceo e inclusioni biancastre di piccole dimensioni e di forma allungata, disposte tutte nella stessa direzione[1].

Le varietà della "breccia cenerina" e della "breccia cenerina minuta" compaiono nel catalogo della collezione Belli[3].

La provenienza di questa varietà non è documentata in modo certo[4], mentre più recentemente ne è stata ipotizzata l'origine italiana[5], come variante della breccia di Serravezza, le cui cave sono state individuate sulle Alpi Apuane (Monte Corchia)[6].

NoteModifica

  1. ^ a b Gabriele Borghini (a cura di), Marmi antichi, Roma 1992 (I ristampa), n.21, p. 165.
  2. ^ Al British Museum vengono custoditi alcuni campioni identificati nel 1903 come breccia cenerina, della grandezza di 9,2×6 cm, provenienti dall'Italia (collezione di Henry Tolley): numeri di inventario 1903,1110.701.102., 1903,1110.560.; 1903,1110.561., 1903,1110.562.
  3. ^ Francesco Belli, Catalogo della collezione di pietre usate dagli antichi per costruire ed adornare le loro fabbriche dell'avv. Francesco Belli, ora posseduta dal conte Stefano Karolyi, Tipografia Mugnoz, Roma 1842, rispettivamente n.385 ("fondo violetto pallido, con piccoli frammenti oblunghi cenerini, misti a taluni gialli e qualche vena bianca") e n.386 ("la stessa con fondo violetto cupo, frammenti più piccoli, senza che ve ne appaia alcuno giallo") a p.67. La breccia cenerina è anche nominata, come varietà non distinta, in un catalogo di prezzi di marmi ottocentesco: Barbara Pettinau, "Prezzi di marmi preziosi e tariffe dei lavori da muratori. 1805", in Xenia, 6, 1983, p.91.
  4. ^ La breccia cenerina è stata considerata di provenienza ignota: Gabriele Borghini (a cura di), Marmi antichi, Roma 1992 (I ristampa), n.21, p. 165, ovvero una varietà di breccia dei Settebasi o semesanto, proveniente dall'Asia Minore: Lorenzo Lazzarini, "Recensione a Gabriele Borghini (a cura di), Marmi antichi, Roma 1990", in Bollettino di archeologia, 5-6, 1990, p.263, o ancora è stata collegata alla breccia bruna del Testaccio, di cui era stata ipotizzata una provenienza apuana in seguito confutata: Antonio Bartelletti e Alessia Amorfini, "Le brecce policrome apuane nell'antichità", in Ante e post Lunam. Splendore e ricchezza dei marmi apuani. I. L'evo antico (Acta apuana, 2, 2003), pp.63-78 (la sintesi degli interventi del volume è scaricabile da questa pagina del sito del Parco archeologico delle Alpi Apuane).
  5. ^ Patrizio Pensabene, "Il fenomeno del marmo nella Roma tardo repubblicana e imperiale", in Patrizio Pensabene (a cura di), Marmi antichi II. Cave e tecnica di lavorazione, provenienze e distribuzione (Studi miscellanei, 31), Roma 1998, p.340 (considerata come proveniente da estrazioni saltuarie in possedimenti privati).
  6. ^ Matthias Bruno, "Il mondo delle cave in Italia, considerazioni su alcuni marmi e pietre usati nell'antichità", in Marilda De Nuccio e Lucrezia Ungaro (a cura di), I marmi colorati della Roma imperiale (catalogo mostra Roma 2002-2003), Venezia 2003, p.281. Vedi anche Emilio Simi, Sull'Alpe della Versilia e la sua ricchezza minerale. Saggio corografico, Massa 1855, p.163. Vedi anche scheda sulla breccia di Serravezza sul sito dell'ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale Archiviato il 26 ottobre 2011 in Internet Archive.).