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OrigineModifica

La popolazione di origine ligure (pegliese, genovese) che emigrò in Tunisia alla metà del Cinquecento colonizzò dal 1738 l'isola di San Pietro e fondò il paese di Carloforte, nel sud della Sardegna. Nel periodo trascorso in Tunisia, presso l'isola di Tabarka, (per cui la popolazione da allora fu detta "tabarchina"), furono adottati alcuni cibi locali, poi esportati a Carloforte, tra i quali un particolare tipo di cetriolo, molto dissetante e di sapore delicato, privo di principi acri: la facussa[1].

Il termine deriva dall'arabo "faguss" con significato semplicemente di cetriolo.

Descrizione e usoModifica

La facussa (raccolta in fase di immaturità, come il comune cetriolo) contrariamente ai comuni cetrioli ha il corpo fruttifero sottile: 2-3 cm, molto allungato: 30-40 cm, e ritorto, di colore verde o striato di colore verde-giallo chiarissimo, non ha escrescenze spinose ma solo in alcuni casi una leggerissima pelosità; ha sapore fresco e delicato, è comune ingrediente di insalate, soprattutto estive, con tonno salato, pomodori e "galletta", cioè biscotto azzimo dei marinai[1].

Diffusione, ed altri significatiModifica

La verdura è in uso presso la popolazione di Carloforte nell'isola di San Pietro, ed inoltre presso la popolazione di Calasetta nella contigua isola di Sant'Antioco, di uguale origine etnica; è diffusa inoltre in vari distretti della Sardegna e di altri luoghi dove risiedono tabarchini emigrati.

Per la facilità di coltivazione, il basso valore commerciale e per l'esiguo valore nutritivo della verdura, il termina facussa è spesso usato a definire, per traslato, una persona sciocca e di basso valore[1].

È noto in Sicilia anche con il nome di "cucummaru".

NoteModifica

  1. ^ a b c d Facussa, su Giornale del cibo. URL consultato il April 13, 2016.
  2. ^ Sergio Rossi, La cucina dei tabarchini, Sagep Editori srl, 2012, p. 119, ISBN 978-88-6373-099-9.