Feltro

stoffa realizzata con l'infeltrimento di materiale fibroso

Il feltro è una stoffa realizzata in pelo animale. Non è un tessuto: viene prodotto con l'infeltrimento delle fibre. Il materiale che lo compone comunemente è la lana cardata di pecora, ma si può utilizzare qualsiasi altro pelo, come quello di lepre, coniglio, castoro, lontra, capra e cammello. Si caratterizza per essere caldo, leggero ed impermeabile.

Uno scampolo di feltro

Le fibre vengono bagnate con acqua calda, intrise di sapone e manipolate (battute, sfregate, pressate) fino a ottenerne, con processi meccanici e chimici, l'infeltrimento. La loro legatura è data dalla compenetrazione delle microscopiche squame corticali che rivestono la superficie dei peli. Il processo è progressivo e irreversibile.

Il feltro tradizionale è del colore dei peli usati, ma si può produrne di colorato utilizzando lana tinta in fiocco.

Non va confuso con il panno (panno casentino, orbace, loden), un tessuto realizzato a telaio che viene follato per chiudere gli interstizi tra i fili. Il feltro è un tessuto non tessuto.

StoriaModifica

Le più antiche tracce di feltro risalgono al terzo millennio a.C.. Era usato dai Greci e dai Romani per la confezione di abiti, copricapi, mantelli. I ritrovamenti più antichi si hanno in Siberia. In Turchia ci sono importanti tracce di presenza di feltri preistorici, ma non reperti.

Spesso si ritiene che sia la prima stoffa prodotta dall'uomo, senza tener conto del fatto che l'intreccio di fibre vegetali (reperibili in natura in forma filamentosa) sia probabilmente molto più antico della lavorazione della lana.

Infatti la pecora, animale addomesticato già in epoca preistorica, ha un vello composto sia da lana che da giarre, ovvero peli robusti ed ispidi che servono all'animale per proteggersi. La lana (peluria a vicino contatto con la pelle) in molti animali è solo una delle componenti del vello, non la principale. Ad esempio, nel cammello o nella capra del Cachemire la lana è presente in percentuale molto ridotta. In epoca più antica è ritenuto che le pecore avessero un vello marroncino e molti peli ispidi a proteggerle dalla pioggia e dalle sterpaglie, al modo delle capre. Per questo è improbabile che il feltro preceda gli intrecci di fibre vegetali. La produzione laniera è un carattere indotto e stimolato dal lavoro di selezione ed allevamento. Animali che producevano grandi quantità di lana e scarse giarre esistevano già al tempo delle civiltà mesopotamiche, che classificavano le greggi in relazione alle diverse utilizzazioni.

Ogni popolo lo adattò alle sue esigenze: i russi per confezionare i vàlenki, tipici stivali; i popoli nomadi dell'Asia centrale, che ne furono abili produttori, oltre che per il vestiario lo utilizzarono per ripararsi dalle intemperie. Le tende dei mongoli, le yurte, sono costruite da un'intelaiatura di pali coperta da teli di feltro.

Il pannolenci è un tipo di feltro molto morbido, sottile e allegramente colorato brevettato dalla ditta Lenci (acronimo di "Ludus Est Nobis Costanter Industria") di Torino nel 1922 per confezionare le omonime bambole. È tuttora in commercio per piccoli lavori di hobbystica. Negli anni venti-trenta del Novecento la più importante fabbrica italiana (e forse europea) di feltro fu la Società Anonima Bonavita di Forlì. La Borsalino di Alessandria si distinse per il feltro di pelo di coniglio per la produzione di cappelli da uomo di pregio. L'Italia conquistò un'indubbia posizione di prestigio, ora appannata.

Il feltro è materiale d'elezione per la creazione di cappelli, ma ne vengono realizzati a mano anche altri oggetti: borse, gioielli, rifiniture per abiti su seta, calzature, che con l'uso di colori e disegni di gusto moderno diventano capi di moda.

Il nome "feltro" deriva dalla città di Feltre, municipio romano. Qui le lane di pecore e capre delle quali la pastorizia locale era ricca venivano follate e commerciate, specialmente nelle regioni del Nord dell'Impero Romano lungo la via Claudia Augusta Altinate. Negli scavi compiuti attorno agli anni '60 del '900 davanti al Duomo di Feltre si sono trovate innumerevoli targhette in piombo che costituivano i contrassegni per il follo del quale i mercanti si servivano. Nel 1544, in seguito al crollo della facciata del Duomo, fu trovata una lapide romana dedicata a Caio Firmio Rufino, procuratore dei "fabri" (carpentieri) "dendrofori" (che trasportavano il legno lungo i corsi d'acqua, oggi "zater") e "centonari", cioè artigiani che si occupavano della produzione dei "centoni", i panni feltrini appunto.

LeggendaModifica

La leggenda attribuisce l'invenzione del feltro a san Giacomo apostolo, fratello di san Giovanni evangelista. Il santo, un pescatore, mal sopportava le conseguenze dei lunghi spostamenti, che allora venivano fatti a piedi, richiesti dall'opera di predicazione. Per proteggere le piante dei piedi provò ad imbottire i sandali coi batuffoli di lana che le pecore, nel pascolare, lasciavano attaccati ai cespugli spinosi. Si accorse che lo strato di lana pressato dal suo peso e bagnato dal sudore si induriva e si trasformava in una falda compatta. Da qui l'invenzione del feltro.

Le prime corporazioni di cappellai lo consideravano il loro protettore; nell'iconografia san Giacomo è rappresentato come un pellegrino che porta in testa un cappello a larghe tese, ovviamente di feltro, ornato con una conchiglia.

LavaggioModifica

Il feltro è molto durevole da asciutto, ma quando viene bagnato è più delicato e bisogna trattarlo con cura. Per eliminare una macchia, si può tamponarla direttamenta con del detersivo neutro. È meglio eliminare la macchia agendo localmente piuttosto che mettere in ammollo tutto il capo, perché c'è il rischio che si danneggi il colore. Se non si riuscisse a toglierla subito, si può mettere il capo a bagno con l'aceto bianco (in proporzione una parte di aceto e due di acqua). È importante che l'acqua sia fredda e che il capo venga steso in posizione orizzontale.

BibliografiaModifica

  • E.J.W. Barber, Prehistoric Textiles: The Development of Cloth in the Neolithic and Bronze Ages with Special Reference to the Aegean, Princeton University Press, 1991
  • M.E. Burkett, The art of the feltmaker, Titus Wilson & Son, Kental, 1999
  • L. Batchuluun, Felt Art of the Mongols, Mongolian University of Arts and Culture, Ulaanbaatar, 2000, trad ing. E. Thrift, 2003
  • C. Di Nardo, Il feltro: una storia di forme e di simbologie, Friulilibris, Udine, 2005
  • F. Mondolfo, Tanto di cappello, Alberti Editore, Verbania, 1997
  • N. Pafundi, Cappelli e bastoni, PAFPO editore, Milano, 1998
  • A. Dalla Mora Zwilling, Fare il feltro, Gribaudo tempolibro, 2005

Voci correlateModifica

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