Ipotiposi

«Raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra, altalenò quel fiore nella ipotiposi digito-interrogativa tanto in uso presso gli Apuli.»

(Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957)

Il termine ipotiposi (dal greco hypotýpōsis, «abbozzo, esposizione sommaria», derivato da hypotypóō, «plasmo, abbozzo»), ha diversi significati.

  • Come figura retorica, è la descrizione, orale o scritta, di una persona, di un oggetto o di un avvenimento con una tale vivacità e ricchezza di particolari da offrirne quasi una rappresentazione visiva, secondo quanto afferma Quintiliano (Institutio oratoria IX, 2, 40): «expressa verbis ut cerni potius videatur quam audire».
  • In filosofia, Plotino (Enneadi VI, 3, 7, 20) usa il termine ipotiposi nel suo significato proprio di «abbozzo» contrapposto a exergasia, qui intesa come «elaborazione ben definita»: «εὶκόνων ή μέν τις ὐποτύπωσις, ή δέ ὲξεργασία μᾶλλον», cioè «le immagini possono essere abbozzate o maggiormente definite». In questo significato di «abbozzo» il termine è usato nel titolo dell'opera di Sesto Empirico Ipotiposi pirroniane.

Anche Kant, nella Critica del Giudizio, distingue la ipotiposi schematica dalla ipotiposi simbolica, mediante la quale un'idea, in se stessa non rappresentabile sensibilmente, attraverso una analogia può essere mostrata in forma sensibile.

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