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Lu curaggio de nu pumpiero napulitano
Commedia (Libero adattamento di Eduardo De Filippo in un prologo e tre atti)
Eduardo Scarpetta.jpg
Eduardo Scarpetta nei panni di Sciosciammocca
AutoreEduardo Scarpetta
Lingua originaleItaliano
GenereCommedia
AmbientazioneL'azione ha luogo nella ricca casa del barone Andrea verso la seconda metà dell'Ottocento in Napoli
Prima assoluta1877
Teatro Metastasio di Roma
Personaggi

per ordine di entrata in scena

  • Pulcinella, servo
  • Carluccio, cameriere
  • Achille, maggiordomo
  • Andrea, barone
  • Amalia, cameriera
  • Nannina, cameriera
  • Virginia, figliastra di Andrea
  • Ceccia, mamma di Virginia e moglie di Andrea
  • Marchesa Zoccola
  • Alberto, figlio della marchesa Zoccola
  • Duca Fammestaccà, "cugino" della marchesa Zoccola
  • Rosina, sorella di Ceccia
  • Felice Sciosciammocca, scrivano povero
  • Un cameriere
  • Michele, onesto e squattrinato pompiere, fratello di Ceccia e Rosina
  • Alcuni pompieri, che non parlano
Riduzioni cinematograficheTV: una trasposizione televisiva
  • Regia: Eduardo De Filippo
  • Scenografia e costumi: Raimonda Gaetani
  • Musica e adattamento: Nino Rota
  • Fotografia: Davide Altschüler
  • Direttore di produzione: Natalia De Stefano
  • Produzione: RAI
  • Luogo delle riprese: Centro di produzione RAI di Roma
  • Modalità di trasmissione: Differita da studio
  • Data di trasmissione: 24 gennaio 1975 (R2)
  • Repliche: 26 dicembre 1979, 19 marzo 1989
  • Registrazione videomagnetica
  • Colore
  • Durata: 105'
  •  

    Lu curaggio de nu pumpiero napulitano è una commedia scritta e rappresentata per la prima volta da Eduardo Scarpetta nel 1877. L'opera è stata successivamente ampiamente riadattata da Eduardo De Filippo.

    Indice

    Il ciclo scarpettiano di Eduardo De FilippoModifica

    PrefazioneModifica

    Eduardo de Filippo nel testo intitolato Eduardo De Filippo presenta Quattro commedie di Eduardo e Vincenzo Scarpetta (edizioni Einaudi, Collana Gli struzzi, Torino 1974), di cui ha curato la redazione, scrive di voler presentare la carriera di drammaturgo di Eduardo Scarpetta attraverso le sue commedie più significative delle quali Lu curaggio de nu pompiere napulitano rappresenta il momento dell'esordio, Li nepute de lu sinneco il periodo più maturo artisticamente, che raggiungerà la punta più alta con Na santarella. Dopo il ritiro dalle scene di Eduardo Scarpetta, la sua opera fu ben proseguita dal figlio Vincenzo Scarpetta che con la quarta commedia 'O tuono 'e marzo ben s'inserisce nell'eredità scarpettiana.

    Ciò che più ha caratterizzato l'arte di Eduardo Scarpetta e che si riflette in queste quattro opere, è stata, secondo Eduardo, la capacità di introdurre continui rinnovamenti non solo nella composizione delle sue commedie, ma in tutti gli aspetti dell'arte scenica: dalla recitazione, al trucco del volto, alle scene.

    Con una breve introduzione a ciascuna delle commedie Eduardo poi si propone di dare alcune notizie su il mondo del teatro di allora.

    Introduzione alla commediaModifica

    Eduardo Scarpetta, quando aveva appena ventiquattro anni, fu costretto a lasciare il Teatro San Carlino che, dopo la morte dell'impresario Giuseppe Luzi, stava attraversando un periodo critico. Scarpetta entrò allora a far parte della compagnia di Raffaele Vitale che lo vide debuttare con grande successo al Teatro Metastasio di Roma.

    Risale a quest'epoca la composizione di molte commedie tra cui Felice maestro di calligrafia (in seguito rinominata da Eduardo Lu curaggio de nu pompiere napulitano) dove il personaggio di Pulcinella, allora principale in molte farse, qui diventa secondario nel ruolo di servitore, mentre compare un nuovo protagonista, generato dalla fertile vena comica di Scarpetta: Felice Sciosciammocca, povero giovane angariato dai suoi padroni.

    Una nuova maschera questa del teatro dell'arte ben caratterizzata dal tubino che gli pencola dalla testa, dalla giacchetta lisa e striminzita, con delle scarpe che Pulcinella paragona a delle barchette.

    Eduardo ci racconta come allora la recitazione e, in genere tutta la rappresentazione, era impostata su toni enfatici: trucco pesante degli attori che recitavano rivolgendosi direttamente al pubblico, scene di carta dipinte a colori vivaci e i pochi oggetti che comparivano sulla scena avevano tutti un ruolo preciso nella commedia: «tanto che se il pubblico vedeva, per esempio un cesto, subito si domandava a che cosa sarebbe servito» (in op.cit.pag.3).

    Era poi severamente proibito nominare Dio sul palcoscenico; se questo fosse avvenuto il delegato di polizia, sempre presente agli spettacoli, poteva salire sulla scena e fare calare il sipario. Lo stesso non avveniva per le tragedie dove, data la serietà del racconto, Dio poteva essere tranquillamente invocato.

    Di solito nel teatro si attendeva a far iniziare lo spettacolo sino a quando la sala non fosse ben piena: nel frattempo un orchestrina suonava degli intermezzi musicali.

    L'attore principale faceva in modo di comparire solo quando il racconto era molto avanzato per mettere in risalto il suo ruolo, ma accadeva che anche il pubblico arrivasse in ritardo allo spettacolo: tutto ciò faceva sì che il teatro si trasformasse in un luogo d'incontro e di conversazione di un pubblico che, mangiando e bevendo, si disinteressava completamente di quello che avveniva sulla scena.[1]

    Diversamente da oggi, il teatro non comprendeva un unico ordine di posti ma era diviso in due parti: poltrone fino a metà, (qui si mangiavano caramelle e cioccolatini) e nel resto della sala era la platea (dove si masticavano arance e castagne). Qui, per pochi soldi, ci si sedeva su sedili di legno dove, con un piccolo supplemento, si poteva stare più comodi affittando cuscini che talvolta finivano lanciati sul palcoscenico quando il pubblico non apprezzava lo spettacolo.

    Quando la compagnia temeva un insuccesso infatti si diceva:

    «Qua ce menano 'e cuscine»

    Questo continua distrazione del pubblico era conosciuta e prevista dall'autore della commedia che si premurava di introdurre nel testo degli appositi riassunti di quanto era stato sino ad allora raccontato.

    Scarpetta abolì l'uso per il quale al termine dello spettacolo con un fervorino finale l'attore protagonista chiedeva al pubblico gli applausi finali.

    Questa commedia è stata completamente riscritta da Eduardo nella sua struttura e nella lingua, aggiungendo delle scene che allora non venivano scritte ma affidate all'estro degli attori che spesso recitavano a soggetto.

    La tramaModifica

    Il barone Andrea quand'era un povero guardaporta (portiere), che tirava a campare esercitando anche il mestiere di solachianiello (ciabattino), ha avuto la ventura di salvare coraggiosamente dai ladri entrati in casa un milord inglese che per riconoscenza lo aveva portato con lui in Inghilterra e che lo aveva lasciato erede universale dopo la sua morte.

    Con il denaro ereditato Andrea ha comprato il titolo di barone e ora vive, dandosi arie di nobiltà, in un lussuoso palazzo napoletano. Nonostante egli cerchi di parlare un colto italiano, inframmezzato da parole inglesi,[2] è rimasto quello che era ma vuole apparire quello che non è circondandosi di nobili e tenendo lontani dalla sua casa i parenti plebei della moglie Ceccia, una ex lavannara (lavandaia).

    Il barone può permettersi anche di avere dei servi al suo servizio tra cui il pestifero Pulcinella[3]che una ne fa e cento ne pensa: la commedia è infatti punteggiata da forti rumori, fuori scena, di bicchieri, tazze e altri oggetti che si rompono: questo accade perché:

    «ANDREA: (A Carluccio) Shut up tu! La giustizia la conosco io, chi sei tu? (A Pulcinella) Vieni qua Pulcinella, viè! È vero che hai scassato le tazze?
    PULCINELLA: Sissignore, vostra Eccellenza Illustrisima, non lo nego, ma l'ho scassato perché, se vi ricordate, vostra Eccellenza mi stava chiamando di fretta e io, per correre da vostra Eccellenza Illustrissima, menaie tutte cose 'nterra.

    ANDREA: E chi ha detto che le tazze le devi pacare tu?
    PULCINELLA: U' maggiordomo, don Achille.
    ANDREA: U' maggiordomo..Don Achille è una bestia! Quando un servitore rompe una qualcosa per servire me, non la deve pacare. Bravo Pulcinella, ti sei comportato benissimo. Le tazze le deve pacare don Achille»

    (op.cit. pag.9)

    Felice Sciosciammoca, povero maestro di calligrafia innamorato e ricambiato a sua volta da Virginia, figliastra del barone, entra in scena all'inizio del secondo atto, abbigliato e truccato secondo la sua maschera, divenendo subito oggetto della derisione di Pulcinella.

    Il barone vuole imparentarsi con nobili di alto lignaggio e quindi ha deciso di fare sposare Virginia al marchesino Alberto figlio della marchesa Zoccola. Felice viene a sapere da Pulcinella del matrimonio tra i due ragazzi, quindi decide di affrontare Virginia e gli ospiti e lo fa con giri di parole allusive ed enigmatiche. Nel frattempo la marchesa, invaghitasi di Felice, convince il barone ad ospitarlo a palazzo. Dopo alcune chiacchiere tra le due famiglie la situazione si complica quando scoppia un incendio, causato dal solito Pulcinella che fa del tutto per rovinare il suo padrone.

    L'incendio viene domato da Michele, coraggioso pompiere, in visita alla sorella Ceccia, moglie di Andrea.

    Nel terzo atto il barone Andrea casualmente scoprirà che Felice è il figlio della sua prima moglie che morì lasciandolo con un figlio di due anni, Peppeniello (Felice) e che i nobili della famiglia Zoccola in realtà sono dei poveri saltimbanchi.

    Felice ora potrà sposare Virginia e il barone organizzerà per l'occasione grandi festeggiamenti che si concluderanno «con una grande lotteria a premio sicuro e in denaro per tutti i solachianelli di Napoli!»

    NoteModifica

    1. ^ Il racconto di quanto avveniva nei teatri dove si esibivano scalcinate compagnie di giro, Eduardo lo ripropone comicamente nella commedia Uomo e galantuomo.
    2. ^ Nell'ondata del revival che imperversa nello spettacolo e continua a soffiare sul teatro la polvere delle vecchie farse, dei modi popolari, dei lazzi napoletani, ecco un esempio di ritorno al passato che non obbedisce alle mode, ma che anzi riesuma un lavoro tardo ottocentesco per darcene un'interpretazione autentica. [...] Al centro dell'azione, nei panni di un vecchio stolido barone parvenu, Eduardo dà una delle sue alte lezioni di stile; e schiacciando sul pedale dell'ignoranza saccente di questa macchietta, che biascica parole inglesi e inciampa nell'italiano, ne crea un gran carattere, una figura emblematica della sua città alla deriva.(Franco Quadri, Panorama, Milano, 7 gennaio 1975).
    3. ^ Pulcinella vuole la mesata, don Achille il maggiordomo gliela nega. Otto lire e mezza, servizio e tasse incluse. Non tasse, poi si chiarisce, ma tazze incluse, perché ha rotto un servizio giapponese. L'ha fatto per accorrere con la massima rapidità a un comando del padrone. Il quale entra infastidito dalle grida. Baffoni, favoriti, zazzerone con ciuffo spavaldo e ribelle, vestaglia a righe fino ai piedi con collettone verde e piastrone rosso, un foulard in mano, un altro rosso con stemma che gli esce dalla saccoccia sinistra. Per tre lunghi secondi nessuno riconosce che è lui, Eduardo. Applauso di sortita ritardato (Gerardo Guerrieri, "Il Giorno", Milano, 27 dicembre 1974).

    BibliografiaModifica

    • Eduardo De Filippo presenta Quattro commedie di Eduardo e Vincenzo Scarpetta; edizioni Einaudi, Collana Gli struzzi, Torino 1974
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