Nzinga di Ndongo e Matamba

regina regnante di Ndongo e Matamba
Nzinga di Ndongo e Matamba
Ann Zingha.jpg
La regina Nzinga
Regina di Ndongo
In carica

1) 1624 - 1626
2) 1657 - 1663

Predecessore

1) Ngola Mbandi
2) Hari a Kiluanje

Successore

1) Ngola Hari
2) Regina Barbara Mukambu Mbandi

Regina di Matamba
In carica 1631 - 1663
Predecessore Mwongo Matamba
Successore Regina Barbara Mukambu Mbandi
Nascita Kabasa (N'dalatando), 1583
Morte Kabasa (N'dalatando), 17 dicembre 1663
Dinastia Guterres
Padre Re Ngola Kiluanji Kia Samba
Madre Kangela (Guenguela) Cakombe
Religione Cristianesimo

Nzinga di Ndongo e Matamba, o Anna I de Sousa Nzingha Mbande o Njinga Mbandi (N'dalatando, 1583N'dalatando, 17 dicembre 1663), è stata la regina dei regni Ambundu di Ndongo (a partire dal 1663) e Matamba (a partire dal 1631), situati nell'attuale Angola settentrionale[1].

Nata nella famiglia regnante di Ndongo, Nzinga ricevette un addestramento militare e politico sin da bambina, e dimostrò un'attitudine a disinnescare crisi politiche come ambasciatrice presso l'Impero portoghese. In seguito assunse il potere su due regni dopo la morte del padre e del fratello, entrambi re. Regnò durante un periodo di rapida crescita del commercio degli schiavi africani e di invasione dell'Impero portoghese nell'Africa sud-occidentale, nel tentativo di controllare il commercio degli schiavi[2]. Nzinga combatté per l'indipendenza dei suoi regni contro i portoghesi[1] nei 37 anni di regno.

Negli anni successivi alla sua morte, Nzinga è diventata una figura storica in Angola. È ricordata per la sua intelligenza, la sua saggezza politica e diplomatica e le sue brillanti tattiche militari.

Nel 2013 è stato prodotto il film Njinga: Rainha de Angola[3] sulla sua vita.

BiografiaModifica

 
Funerale e sepoltura della regina Nzinga

Nacque dal re Kilwanji di Ndongo e dalla regina Kangela. La coppia reale aveva altri tre figli: il principe Mbandi, le principesse Kifunji e Barbara Mukambu. Il primo cenno documentato su Nzinga risale al 1622 quando suo fratello, salito al trono, la nominò inviata speciale per il monitoraggio dei negoziati con il governatore di Lisbona Giovanni Correja de Susa nella conferenza di pace a Luanda. La capitale di Ndongo era Kabasa, grande città nei dintorni di N'dalatando con 50.000 abitanti. La residenza reale a Matanba era Kavanga.[4]

I territori da lei governati erano due antichi regni situati nell'attuale Angola, dove si verificò spesso la successione al trono in linea femminile, secondo il criterio di matrilinearità. Spirito combattivo, si oppose fermamente alle intenzioni colonialiste portoghesi culminate poi nella definitiva annessione durata fino al 1975.[5]

Regnò da sola, senza consorte e prole: una simile situazione si ricorda, in Europa, solo per Elisabetta I d'Inghilterra e Cristina di Svezia. Dimostrò un temperamento risoluto e capacità diplomatiche nel trattare nel 1657 con i funzionari del Portogallo riuscendo a evitare l'occupazione e la deportazione in Brasile dei sudditi maschi. A tal proposito una diffusa leggenda narra che il governatore ricevette seduto la sovrana, non ritenendola sua pari, con un tappeto davanti: Nzinga reagì ordinando a una serva di accovacciarsi sopra e si accomodò sul suo dorso.[6]

Il fratello maggiore era diventato re, in seguito alla morte del padre, ma venne fatto avvelenare dagli avversari favorevoli ai portoghesi. Nzinga esercitò una breve reggenza in nome del giovanissimo nipote Kaza (anche lui assassinato), poi, nel 1624, salì personalmente al trono che dovette abbandonare due anni dopo. I dirigenti lusitani la sostituirono con la più conciliante sorella minore Barbara. La sovrana intanto assunse, nel 1631, la corona di Matamba per poi riprendere quella di Ndongo nel 1657.[7]

Nel 1622 la principessa si era convertita al Cristianesimo scegliendo il nome della moglie del governatore, di cui desiderava accattivarsi il favore, Anna de Sousa. Parlava il kimbundu ma imparò alcune parole portoghesi. Durante il suo regno riuscì a conservarlo indipendente e a scongiurare, per il momento, l'introduzione della schiavitù per gli angolani.[8]

Dopo aver sottoscritto il trattato di pace con Lisbona nel 1657, per i due reami ci sarà una tregua di sei anni. La regina morì per cause naturali, nel 1663, all'età di 80 anni. Venne sepolta a Kabasa nel recinto reale. Le subentrò la sorella Barbara (in Matamba si succedettero dieci sovrane) che Nzinga aveva fatto sposare con Giovanni Guterres, membro della famiglia regnante, dal quale avrà Francesco e Veronica, futuri sovrani.[9]

EreditàModifica

Nzinga Mbande è oggi ricordata in Angola come la Madre dell'Angola, la combattente dei negoziati e la protettrice del suo popolo. Ancora oggi viene riconosciuta in tutto il continente africano come una leader e una donna dalle notevoli capacità, per il suo acume politico e diplomatico, così come per le sue brillanti tattiche militari[2]. I resoconti della sua vita sono spesso romanzati, ed è considerata un simbolo della lotta contro l'oppressione[10].

Mentre ai tempi di Nzinga era difficile accettare l'idea che le donne potessero governare a Ndongo, e che quindi per mantenere il potere fosse necessaria una figura maschile, vi furono diverse donne che si susseguirono alla guida del paese[11]: nei 104 anni di regno successivi alla morte di Nzinga, infatti, vi furono delle donne al potere per circa un'ottantina di anni. Nzinga è divenuta un simbolo e un modello di leadership per tutte le generazioni di donne angolane. Ancora oggi le donne in Angola mostrano una notevole indipendenza sociale; si trovano nell'esercito del paese, nelle forze di polizia, nel governo e nei settori economici pubblici e privati[11].

Nella capitala angolana Luanda un'importante strada porta il suo nome; e nel 2002, una sua statua in Largo do Kinaxixi è stata dedicata dall'allora presidente Santos per celebrare il 27º anniversario dell'indipendenza.

ControversieModifica

Quando la regina Nzinga si convertì al cristianesimo, vendette i capi religiosi tradizionali africani come schiavi ai portoghesi, sostenendo che avevano violato i suoi nuovi precetti cristiani[12].

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ a b (EN) Mary Elliott e Jazmine Hughes, A Brief History of Slavery That You Didn't Learn in School (Published 2019), in The New York Times, 19 agosto 2019. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  2. ^ a b (EN) Jessica Snethen, Queen Nzinga (1583-1663), su blackpast.org. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  3. ^ (EN) Njinga, Queen of Angola (Njinga, Rainha de Angola) | UK PREMIERE, su FILM AFRICA 2020, 2 settembre 2014. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  4. ^ Patricia Mckissack
  5. ^ Devau-Cachin
  6. ^ Pat Mckissack
  7. ^ Devau
  8. ^ Mata
  9. ^ in Mata
  10. ^ (EN) Rudi C. Bleys, The Geography of Perversion: Male-To-Male Sexual Behavior Outside the West and the Ethnographic Imagination, 1750-1918, NYU Press, 1996-07, ISBN 978-0-8147-1265-8. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  11. ^ a b (EN) Njinga Mbandi: Queen of Ndongo and Matamba, su UNESDOC. URL consultato il 3 febbraio 2021.
  12. ^ (EN) Henry Louis Gates Jr, Opinion | Ending the Slavery Blame-Game (Published 2010), in The New York Times, 23 aprile 2010. URL consultato il 3 febbraio 2021.

BibliografiaModifica

  • Donald Burness, "Nzinga Mbandi" and Angolan Independence, in Luso-Brazilian Review, vol. 14, n. 2, 1977, pp. 225–229.
  • Jan Vansina, The Foundation of the Kingdom of Kasanje, in The Journal of African History, vol. 4, n. 3, 1963, pp. 355–374.
  • Jean-Michel Devau, La reine Nzingha et l'Angola au XVIIe siècle, Karthala, 2015
  • Jean-Michel Devau-Claude Cachin, Nzingha:Reine d'Angola, Gulf Stream, 2012
  • Innocentia Mata, A rainha Nzinga Mbandi, Colibri, Lisboa, 2014
  • Pat McKissack, Nzingha, warrior queen of Matamba, ed. Scholastic, 2000
  • Patricia McKissack, Nzingha, princesse africaine, Gallimard, Paris, 2006

Voci correlateModifica

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