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L'opoterapia (o anche organoterapia) è un'antica terapia medica che consisteva nella somministrazione al malato, per via orale o per via ipodermica, di pozioni preparate con estratti di succhi di organi.

Con questo metodo terapeutico si intendevano curare, in particolare, insufficienze funzionali di ghiandole e altri organi, come reni e fegato, e si somministravano i succhi prelevati dall'organo o dalla ghiandola omonima di un animale. Oggi questo metodo è stato soppiantato dalla pratica dell'ormonoterapia, diffusasi con la scoperta delle secrezioni endocrine, la quale utilizza ormoni purificati o sintetici. Il termine stesso "opoterapia" è diventato sinonimo di "ormonoterapia".[1]

OriginiModifica

L'origine di questa terapia è antichissima e risale alle origini stesse della medicina. Essa era già nota all'epoca di Ippocrate ed aveva valenza magiche e rituali,[1] come le primitive pratiche cannibalistiche di guerra che prevedevano, alla fine di una battaglia o di un conflitto, che i vincitori smembrassero il nemico morto e ne mangiassero le viscere per appropriarsi dei suoi pregi e caratteristiche. Secondo Tito Livio, Annibale, nei suoi tentativi d'assedio in Italia, era solito far mangiare ai suoi uomini la carne e le membra dei nemici vinti perché fossero più crudeli nei confronti dei Romani, nelle successive battaglie, oltre che per soddisfare il loro mero bisogno di cibo.[2]

Nel 1848 il medico e omeopata tedesco Hermann pubblicò un'opera riguardante l'organoterapia che intendeva determinare la "potenza medica della sostanza degli organi nelle malattie di organi omologhi" e fu il primo ad utilizzare estratti dal fegato della volpe.[3]

NoteModifica

  1. ^ a b Alessandro Bruni, Farmacognosia generale e applicata: i farmaci naturali, PICCIN, 1999, p. 197, ISBN 88-299-1500-9. URL consultato il 16 agosto 2011.
  2. ^ Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione, vol. 2, Tasso, 1838, p. 412. URL consultato il 17 agosto 2011.
  3. ^ Marino Ragazzini, Lezioni di omeopatia, Tecniche Nuove, 1997, p. 141, ISBN 88-481-0414-2. URL consultato il 16 agosto 2011.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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