Pietro Augusto Cassina

Pietro Augusto Cassina (Torino, 3 febbraio 1913Torino, 2 aprile 1999) è stato un pittore italiano. [1]

BiografiaModifica

Figlio unico di Felice Cassina, Ufficiale dell'Esercito e di Ermenigilda Rabbia, che gestiva un negozio di alimentari in via Berthollet 11, vicino all'abitazione.

 
Cassina all'opera

All’età di 8 anni si perse in un bosco nei pressi di Castagnole Lanze, luogo di villeggiatura, e venne ritrovato il giorno successivo in stato confusionale con un forte strabismo causato da evento traumatico/spavento: questo difetto visivo influenzerà in modo determinante l'impronta rappresentativa delle sue opere.

All'età di dodici anni, nonostante fosse uno studente modello, viene sospeso da scuola per quindici giorni per aver mostrato ad una compagna di classe una cartolina raffigurante la Maja desnuda. Per timore della punizione del padre, uomo assai severo scappa con la compagna di classe: verrà ritrovato dai carabinieri a Ventimiglia con la sua amichetta dopo 18 giorni. Sconterà quattro anni di reclusione presso il riformatorio milanese Cesare Beccaria (nei suoi diari descriverà con dovizia di particolari la vita grama dei piccoli delinquenti rinchiusi in riformatorio).

Scontata la pena torna alla vita quotidiana e aiuta la mamma nella bottega di famiglia e inizia a coltivare la sua passione per la pittura ritraendo spesso i bimbi che frequentano i giardinetti vicino a casa.

Nel 1932 viene ricoverato nel Manicomio di Collegno a seguito di un’infondata accusa di rapimento di una bambina, fatta da dei balordi nel tentativo di estorcere 100 lire al padre facoltoso, che rifiuta di sottostare al ricatto.

Nel 1934 si imbarca sulla nave Mercantile comandata dallo Zio nel porto di Savona.

Il 4 novembre del 1936[2] a seguito di un diverbio con un gruppo di avanguardisti fascisti (il Cassina era intervenuto per difendere da molestie alcune ragazze e aveva preso a schiaffoni uno dei ragazzi), venne arrestato la sera stessa dopo un breve interrogatorio e tentativo di fuga da sette agenti di polizia e condotto nuovamente nel manicomio di Collegno: vi resterà rinchiuso ingiustamente per nove anni a fronte di una diagnosi che lo definiva "manierato", fatuo e indifferente all'ambiente[3].

Durante la sua permanenza Il Cassina fece affidamento sulla sua forza interiore e riuscì a superare la sofferenza della forzata degenza con l’aiuto della pittura, grazie alla complicità di una religiosa di nome Rosantida, che gli procurava la carta da disegno e i colori: la sua produzione artistica non si spense, anche se purtroppo non ne resta traccia. L’Archivio dell’Ospedale conserva ad oggi quattro opere realizzate però in età matura (1990) nell'ambito di un progetto della Cooperativa il Margine, che aveva lo scopo di valorizzare le valenze artistiche di ex-ricoverati (Art Brut).

Ai primi di maggio 1945, poco dopo la Liberazione di Torino, venne liberato in modo rocambolesco dai partigiani sotto la guida del suo amico Vittorio Bottino[4]: pare che il Vittorio Bottino fosse riuscito a far deviare una colonna di carri armati americani al fine di far abbattere una porzione del muro perimetrale del manicomio! Negli archivi dell'ospedale psichiatrico di Collegno risulta invece essere stato dimesso il 2 giugno 1945.[5]

Rientrato nella vita civile, va ad abitare inizialmente nella grande casa che il padre aveva fatto costruire all’ex-Abbadia di Stura. In seguito si trasferirà definitivamente a vivere da solo in una mansarda di un'umile casetta sita in via Cogne 33.

Alcune delle sue opere sono state esposte durante una recente mostra «L’arte, uno spiraglio...» allestita nel luglio 2017 presso la stessa Certosa di Collegno; già nel 1991 la Certosa aveva ospitato una mostra dedicata interamente alle sue opere.

I soggetti preferiti nei suoi quadri erano ritratti di fanciulle e zingarelli, autoritratti (vedi quadro con doppio autoritratto), nature morte con prevalenza di soggetti floreali, soggetti religiosi (volti del Cristo, crocifissioni e deposizioni), panorami e monumenti.

Era figura molto buona e un po’ bizzarra: da una testimonianza di una sua modella emerge che aveva la passione per i travestimenti e pare che una volta si travestì da frate e durante il girovagare per le vie di Torino alla richiesta di una benedizione da parte di un passante non si tirò indietro e la cosa rese entrambi molto felici!

A parte alcune opere ad acquerello prodotte in età giovanile l'intera opera di Cassina si basa su pittura ad olio su supporto rigido (masonite) in grado di sopportare le sue pennellate energiche e le sue ditate.

È possibile vedere il Cassina all'opera con la sua pennellata energica e compulsiva in un filmato realizzato nel 1990 dal titolo "L'Ultimo Straordinario Pietro"; tale video è stato pubblicato su Youtube nel 2017.

Per sua scelta il Cassina non è mai entrato a far parte del mercato degli artisti dell'epoca, in quanto si è sempre rifiutato di vendere le sue opere ai mercanti d'arte, per la stessa ragione pochissime sono le mostre in cui ha esposto i suoi quadri. Il suo concetto etico dell'arte faceva si che lui donasse le sue opere ai suoi amici, alle sue modelle e a un suo amico sacerdote a fini benefici o le vendesse a prezzi irrisori, sempre e comunque solo a persone con cui entrava in sintonia, per ricavare il minimo indispensabile per condurre una vita umile e sobria da spirito artistico libero cosi come lui si considerava.

Nel 1987 Il Cassina rifiuta l'invito (spesato) da parte della “Galerie Salammbo” per una mostra personale a Parigi presso il Musèè Picasso. L’invito avvenne da parte del Delegato Artistico Patrice Leleu, che aveva individuato Pietro su segnalazione di diversi artisti di fama, la richiesta inoltre prevedeva di diventare artista permanentemente esposto a fianco di Buffet, Dalì, Samanos, Roth, Toffoli, Picasso ed altri grandi. La motivazione del rifiuto da parte del Cassina ne conferma il carattere fuori dagli schemi: “non mi interessa!”[6]

Pietro Cassina, aveva anche un talento di scrittore: ha prodotto diversi testi poetico-teatrale-epici. Nel ‘66 il suo discepolo Fabrizio Prina ha messo in scena curando allestimento e regia l’opera “I malcreati”[7] dove recitarono attori e attrici alcune delle quali diventate poi famose. Tra i suoi sostenitori vi erano: Margherita Fumero, Didi Perego, Enrico Rava, I Gatti di Vicolo dei Miracoli, Gianluigi Marianini, Raf Vallone, etc.

Il Cassina si spense il 2 aprile 1999 a seguito di complicanze dovute a un diabete mai diagnosticato e pertanto mai curato.

Le spoglie del Cassina riposano presso il Cimitero Monumentale di Torino, dove lo stesso Comune di Torino avendo riconosciuto il Maestro Cassina "personaggio illustre nel campo della pittura" gli ha riservato un loculo in concessione sino al 3014.

CriticaModifica

Recentemente in occasione di una Mostra il Critico d'arte prof Giovanni Cordero ha espresso nei confronti del Cassina un giudizio molto lusinghiero; di seguito virgolettati riportiamo alcuni passaggi.

"Artista solitario, semplice, schivo, appagato del proprio lavoro, non ha inseguito facili successi, né ha corteggiato approvazioni dal mercato. Conscio di possedere il mestiere di pittore, ha esercitato l'attività con buone capacità nel disegno e padronanza del colore. Ha piegato la sua ricerca a una descrittività allusiva che ha riportato sia nei ritratti sia quando ha effettuato una riduzione all'essenzialità nel tratteggiare i paesaggi e nel raccontare le nature morte. In ogni sua opera si ritrova una mescolanza di reale e immaginario, di possibile e impossibile."...

..."Se c'è chi può vedere Pietro Augusto Cassina come un rappresentante, un epigono del “Neoimpressionismo”, invece rivendico una sua attuale modernità, fuori dal tempo e la reputo ascrivibile a quel tratto nervoso, frammentato e filiforme, all'uso immediato ed emotivo dei colori, alla capacità di accende bagliori improvvisi e a nascondere nell'ombra figure stranianti che custodiscono qualcosa di enigmatico e inquietante. Sono indizi che rivelano il suo sguardo emozionato e travagliato sulla realtà circostante di cui osserva i cambiamenti, ma sono soprattutto sincere forme di un analisi del Sé, poiché è consapevole che la coscienza non mente. Dunque è possibile ascrivere la sua tavolozza alla temperie estetica “Espressionista”, però virata a un sentire mediterraneo dove l'angoscia esistenziale è indirizzata verso un empito di calda vitalità. Anche se l'Espressionismo è un concetto aperto, difficile da definire a causa dell'impossibilità di racchiudere in un unica formula le numerose declinazioni stilistiche, in Cassina non troviamo la provocatoria e straziante denuncia pubblica dell'orrore del mondo, il sofferto coinvolgimento esistenziale e l'istinto di ribellione nei confronti della società, tipici della cultura nordica della prima metà del novecento."

MostreModifica

E' stata organizzata recentemente una Mostra temporanea dal 7 Febbraio 2020 al 3 Aprile 2020 presso il Museo Diocesano di Torino, che ha acquisito un'opera magistrale "La Deposizione", che resterà esposta permanentemente.

In occasione è stato realizzato un Video che narra le vicende umane del Maestro ed e fruibile al link https://vimeo.com/327074437

 
doppio autoritratto

OpereModifica

A titolo di esempio si riportano alcune sue opere che ne illustrano lo stile pittorico che può essere considerato post impressionista.
 
La Magia di Venezia
 
Composizione floreale
 
la Dea del Balon
 
Chiesa di Campagna

NoteModifica

  1. ^ La maggior parte delle informazioni riportate di seguito provengono dalla trascrizione dal diario autobiografico e dalla testimonianza orale del suo amico Fabrizio Prina.
  2. ^ Registro generale dei ricoverati ospedale psichiatrico di Collegno, OPT 867 dal N. 57201 al N. 58000 Segnatura originaria sulla coperta e sul dorso L. registro, 10 ottobre 1936 -24 maggio 1937.
  3. ^ dalla cartella clinica dell'archivio dell'ospedale psichiatrico di Collegno.
  4. ^ intranet.istoreto.it, http://intranet.istoreto.it/partigianato/dettaglio.asp?id=15019.
  5. ^ Cartella clinica presente in archivio
  6. ^ Fabrizio Prina conserva documentazione originale da cui si evince questa opportunità non colta.
  7. ^ La copia manoscritta originale dell'opera appartiene ad una collezione privata

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