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Pietro Conti da Cilavegna

ingegnere e inventore italiano
(Reindirizzamento da Pietro Conti (1796-1856))
Effigie commemorativa di Pietro Conti

Pietro Conti (Cilavegna, 2 maggio 1796Cilavegna, 15 maggio 1856) è stato un ingegnere e inventore italiano, ideatore del Tacheografo, precursore della macchina per scrivere e della stenotipia.

BiografiaModifica

Pietro Conti ebbe una vita varia ed avventurosa. Si tenne in disparte dall'intensa vita agricola del paese natale, tanto da sembrare agli occhi dei concittadini quasi squilibrato.

Nel 1820 pensò di costruire una macchina «capace di tener dietro alle parole d'un oratore».

Nel 1827 si innamorò di una ragazza di Cilavegna e con lei, data la contrarietà della famiglia, decise di scappare a Parigi. La destinazione non era stata scelta a caso: nella capitale francese gli studi sulla stenografia erano ben avviati e per questo Conti sperava di incontrare quella fortuna che la patria gli aveva negato, impegnandosi a sfruttare la sua invenzione. Nello stesso anno, presentò un modello della sua macchina per scrivere alla «Société d'encouragement pour l'industrie nationale», dalla quale un anno più tardi ottenne una sovvenzione in denaro su segnalazione degli scienziati Molard e Navier.

L'attività e i riconoscimenti scientifici conseguiti da Conti in Francia non sono stati ancora ricostruiti con precisione. Ciò in quanto i suoi brevetti andarono perduti, mentre un plico di documenti che lo riguardava andò distrutto a causa del terremoto di Messina. Tuttavia, è stato possibile ricavare dati specifici grazie ad alcune fonti, quali alcune relazioni scientifiche dell'epoca e come il diario di Giuseppe Ravizza. Tali fonti testimoniano che la soluzioni adottate dal Ravizza e da altri furono successive all'invenzione di Conti.

Nel 1833 Conti tornò in patria, ma la sua invenzione non ebbe successo perché l'ambiente in cui visse, ancora distante da una completa apertura alle istanze tecnologiche del periodo, non favoriva lo sviluppo di macchine del genere. Ciò comportò una caduta del suo entusiasmo che, in aggiunta alla penuria di risorse finanziarie, contribuì al fallimento della sua scoperta. Inoltre in quegli anni stava prendendo forma il Risorgimento; il Regno di Sardegna, di cui il vigevanasco all'epoca era parte, era teso verso altre mete.[1]

Il tacheografoModifica

Il 10 agosto del 1827, Pietro Conti presentò all'Accademia delle scienze di Francia la descrizione di due macchine di sua invenzione, rispettivamente dette tacheografo e tacheotipo, intese a facilitare e accelerare la composizione tipografica, facendone rapporto a Navier e Fourier.[2] Siccome i relativi documenti sono andati persi, non è chiara la differenza fra i due prototipi. Sta di fatto che le enciclopedie italiane coeve usano indistintamente i due termini, "tacheografo" (grecismo composto da tacheos, celeremente, e grapho, scrivere) e "tacheotipo" (grecismo composto da tacheos, celeremente, e typos, tipo), per descrivere la stessa macchina.[3] Nella letteratura dell'epoca viene anche denominato tachigrafo e tachitipo.[4]

DescrizioneModifica

La macchina inventata da Conti, per stampare e scrivere con una rapidità simile a quella della parola (anche senza l'uso della vista), stampava su carta, cera e metalli teneri ogni tipo di carattere, tramite punzoni. La sua descrizione offre la possibilità di verificare la somiglianza con le successive e "moderne" macchine da scrivere. Essa, infatti, era composta principalmente da una cassa portatile, che aveva, in mezzo ad un telaio a battente, una tavoletta mobile di marmo o di ferro, sulla quale si poneva il foglio di carta. Ad ogni linea impressa la tavoletta avanzava di uno spazio uguale alla separazione delle righe, e di sotto era sospesa una specie di scatola rotonda, mobile da sinistra a destra, intorno alla quale erano disposti ordinatamente i caratteri di acciaio temprato in numero sufficiente alla scrittura. Ogni carattere o punzone corrispondeva ad una "pinna" o tasto di una tastiera collocata davanti alla scatola e alla tavoletta mobile. Sopra ogni pinna, che era disposta in modo tale da permettere di essere azionata senza scostare le mani, era impresso il carattere corrispondente al punzone. Ad ogni pressione di pinna il punzone si bagnava d'inchiostro ed andava a collocarsi al centro della scatola sotto l'azione di un piccolo montone, che lo calcava e si ritirava prontamente per dar luogo al successivo.[3][4]

RiconoscimentiModifica

Nel 1934, il "Primo Centro Italiano di Studi dattilografici di Padova" collocò Pietro Conti fra i precursori italiani dell'invenzione della macchina per scrivere. Una lapide commemorativa venne apposta sulla facciata del comune di Cilavegna: un'effigie di Conti, opera dello scultore torinese Giovanni Battista Alloati (18781964).[5]

NoteModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica