La resinotipia, o acquaforte fotografica[1], è una tecnica di stampa che si basa sul principio di trasformazione artistica dell’immagine fotografica.[2]

Michela Sbrana, Passaggio, 2008, resinotipia, cm 117x70, Collezione privata.

Il procedimento fu scoperto e brevettato nel 1922 da Rodolfo Namias (1867-1938) e restò in uso fino agli anni '30. La ditta Namias forniva su richiesta tutto l'occorrente necessario, con le spiegazioni per usare correttamente i suoi prodotti, ma nelle sue numerose pubblicazioni non spiegava come fabbricarli, così quando la ditta smise di produrli non fu più possibile fare resinotipie.

Le luci sono brillanti e satinate, mai perfettamente bianche, mentre i neri risultano intensi ed opachi. Questo abbinamento di due caratteristiche così contrastanti ne fa un " unicum" nel vasto campo della stampa d'arte.[3][4]

Caratteristica della stampa resinotipica è la lievissima velatura generale che presenta, facendo percepire l'immagine come vellutata.

RealizzazioneModifica

Attualmente si può procedere seguendo le seguenti fasi:

Preparazione del pigmento resinoso: sciogliere una miscela di pigmento e colofonia (pece greca) all'incirca al 25-30% in peso. Macinare la massa fusa e setacciare la polvere. Il diametro delle particelle è fondamentale, perché le particelle più fini sono in grado di aderire anche ai bianchi, e le particelle più grandi danno un aspetto granuloso. Le caratteristiche della polvere ottenuta dipendono anche dalla concentrazione e dal tipo di pigmento.

Preparazione della carta: scegliere una carta di grammatura media e stendervi una soluzione di gelatina all'8-10%. Una volta essiccata, essa sarà pronta per essere sensibilizzata.

La carta destinata a fornire l'immagine resinotipica deve avere uno strato di gelatina dura atta a gonfiarsi in acqua.

Sensibilizzazione della carta: realizzare una soluzione di bicromato di potassio al 4% in acqua o di bicromato di ammonio al 4% in alcool etilico al 50% (da preparare al momento) da stendere con un pennello. La carta sensibilizzata può essere utilizzata anche dopo qualche giorno, avendo cura di tenerla al buio.

Esposizione: la matrice per la stampa resinotipica è costituita da un'immagine in positivo. L'esposizione avviene a contatto, al sole o alla luce artificiale, finché non si forma un'immagine marrone nelle zone illuminate.

Lavaggio: dopo aver lavato il foglio in acqua fredda, la gelatina si gonfierà nelle parti non colpite dalla luce.

Disvelamento dell'immagine: distribuire il pigmento resinoso sulla superficie della stampa, abbondantemente, aiutandolo ad aderire con un pennello molto morbido, quindi rimuoverne l'eccesso inclinando delicatamente la stampa[5].

Il pigmento viene trattenuto dalla gelatina solubile e molto meno dalla gelatina insolubile.[6]

La polvere viene distesa con un pennello in modo da coprire l'immagine, schiarire le ombre e rinforzare i bianchi, fino ad ottenere l'immagine voluta.[7]

Ogni fase della realizzazione è personalizzabile.

NoteModifica

  1. ^ Rodolfo Namias, La tecnica e la pratica della resinotipia: acquaforte fotografica, Milano : Il progresso fotografico, 1931.
  2. ^ Biografia, su fotografia.it. URL consultato il 26 gennaio 2018 (archiviato dall'url originale il 22 ottobre 2017).
  3. ^ R. Casaburi, L. Formiconi, R. Lavini, W. Zambianchi, Piccolo trattato sui procedimenti fotografici al pigmento, Camera Chiara, Arezzo.
  4. ^ Piccolo trattato sui procedimenti fotografici al pigmento, su cameracreativa.it. URL consultato il 17 febbraio 2018 (archiviato dall'url originale il 18 febbraio 2018).
  5. ^ Procedure, su alternativephotography.com.
  6. ^ Federico D'Alessandro, Riconoscimento delle tecniche fotografiche antiche, Roma, 2007.
  7. ^ Resinotipia, su treccani.it.

BibliografiaModifica

  • Piccolo trattato sui procedimenti fotografici al pigmento, Camera chiara, 1997

Voci correlateModifica