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Nell’immediatezza dell’evento si sviluppò in città una forma di resistenza disarmata da parte della popolazione di Sassuolo che nascose, rifocillò e rivestì di abiti civili i cadetti e soldati sbandati italiani e in seguito i prigionieri di guerra inglesi e russi fuggiti dai campi di prigionia, oltre agli ebrei in fuga<ref>''Ivi'', pp.109-110</ref>. Furono inoltre subito raccolte e inviate in montagna le armi abbandonate<ref>''Ivi'', p.121</ref>. Intanto si ricostituiva anche a Sassuolo il governo fascista collaborazionista come [[Repubblica Sociale Italiana]]<ref>''Ivi'', pp.115-119</ref>.
 
Per iniziativa del comunista [[Ottavio Tassi]] era nato un [[Comitato di Liberazione Nazionale]] locale formato da tutte le forze politiche democratiche sassolesi e  la resistenza assunse infine una forma anche armata: il 7 novembre 1943, uno dei primi in Italia e nella Provincia di Modena, saliva nella montagna dell’Appennino  modenese e reggiano il gruppo sassolese autonomo guidato da Giovanni Rossi, coadiuvato da [[Giuseppe Barbolini]] e dal tenente salernitano Ugo Stanzione<ref>''Ivi'', pp.120-130</ref>. Intanto l’apporto dei cittadini, ed in particolare delle donne sassolesi, operanti nelle SAP, [[Squadre di Azione Patriottica]], per i rifornimenti e gli aiuti a chi combatteva diveniva costante<ref>{{Cita pubblicazione|autore=Ottavio Tassi|autore2=|autore3=|titolo=Memorie|rivista=Archivio dell’ Istituto per la Storia della [[Resistenza]] e della società contemporanea di Modena. Dattiloscritto, dove si riporta un elenco delle donne sassolesi che contribuirono alla lotta di Resistenza. Non si deve dimenticare fra esse [[Norma Barbolini]], prima staffetta poi partigiana comandante della formazione sassolese quando il fratello Giuseppe fu ferito nel corso del combattimento di Cerrè Sologno}}</ref>.
 
Dopo venti lunghi mesi di guerra e di dura occupazione militare Sassuolo fu liberata nella sua parte meridionale già alle ore 16,30 del 22 aprile 1945, dopo aver portato alla resa i tedeschi nel combattimento di Villa Segré, e nella prime ore del mattino del 23 aprile in altri punti della città<ref>{{Cita libro|autore=Francesco Genitoni|titolo=Soldati per conto nostro|anno=2013|editore=Incontri Editrice|città= Sassuolo}}</ref><ref>{{Cita pubblicazione|autore=Comune di Sassuolo|autore2=|autore3=|anno=1972|titolo=Proposta di concessione di medaglia d’argento al V.M. al Comune di Sassuolo|rivista=|volume=Archivio storico Comune di Sassuolo, b. 22/1972|numero=Cat 6 e 7, Cat. 6 Cl. 5 Fasc. 1. All’interno, nell’opuscolo a stampa Comune di Sassuolo, Proposta del Consiglio Comunale di decorare al Valore Militare il Comune di Sassuolo per il contributo dato alla guerra di liberazione. Atti del Consiglio Comunale adottati nella seduta del 23 dicembre 1970, s.l., s.d., p.11: «Alle ore 16 del 22 aprile cessava la resistenza nemica».}}</ref>. Nella tarda mattina del 23 aprile 1945, giorno del santo patrono Giorgio, alcuni mezzi corazzati della Forza di spedizione brasiliana occupavano le principali piazze<ref>{{Cita libro|autore=Francesco Genitoni|titolo=Soldati per conto nostro|anno=2013|editore=Incontri Editrice|città=Sassuolo|pp=325-329 e 323-324. Si riporta il testo del Verbale di trapasso dei poteri stilato da Ottavio Tassi in Municipio. Ottavio Tassi fece mettere a verbale, nell’accettare le consegne dal Podestà in Municipio, a nome del CLN, che Sassuolo era stata liberata fin dalle prime ore del 23 aprile da reparti partigiani, anticipando i reparti alleati (brasiliani) che mai entrarono con truppe di fanteria a Sassuolo, ma solo con alcune autoblinde, come attestano le fotografie.}}</ref>. I militari prigionieri tedeschi, italiani e di varia provenienza, dei quali Ottavio Tassi tenne il computo per nazionalità <ref>{{Cita pubblicazione|autore=Ottavio Tassi|autore2=|autore3=|titolo=Memorie|rivista=|volume=|numero=|citazione=cit.}}</ref>, fra essi circa una ventina di sbandati del battaglione San Marco<ref>''Ivi''| Tassi li qualifica, erroneamente, nelle sue Memorie come della X Mas.</ref> catturati nella palestra dello Stadio Comunale, furono provvisoriamente reclusi in un’ala del Palazzo Ducale in custodia della polizia partigiana e, dopo alcune settimane di prigionia, consegnati alle forze alleate per essere condotti nei campi di detenzione.
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