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== Biografia ==
Francesco Berni nacque a [[Lamporecchio]] in [[Valdinievole]], un borgo in [[provincia di [[Pistoia]], nel 1496 o nel 1497. Il padre era notaio. Non si sa quasi nulla di lui finché nel 1517 si trasferì a Roma presso la famiglia del potente cardinale [[Bernardo Dovizi da Bibbiena]], suo lontano parente, che, come egli stesso ebbe a dire, «non gli fece mai né ben né male».<ref>''Orlando innamorato'', III, vii, 37, 8.</ref> Alla sua morte (9 o 11 novembre 1520), restò al servizio di suo nipote Angelo Dovizi, protonotario apostolico. A Roma entrò in contatto con il fiorente umanesimo romano, dedicandosi lui stesso a comporre versi latini.
 
Nel febbraio del 1523 fu bruscamente allontanato da Roma e confinato nell'[[abbazia di San Giovanni in Venere]] presso [[Lanciano]], nell'[[Abruzzo]], forse a causa di uno scandalo legato alla sua estroversa omosessualità, che il nuovo papa [[Papa Adriano VI|Adriano VI]] si proponeva di reprimere.<ref>Vedi Virgili 1881, pp. 75-93.</ref> Morto Adriano VI ed eletto [[Papa Clemente VII|Clemente VII]] (19 novembre 1523), fece ritorno a Roma, dove passò al servizio di [[Gian Matteo Giberti]], datario pontificio e futuro vescovo di Verona, uno degli uomini più potenti in Curia.<ref>Su di lui vedi soprattutto Adriano Prosperi, ''Tra evangelismo e controriforma. Gian Matteo Giberti (1495-1543)'', Roma, Edizioni di Storia e Letteratura ("Uomini e dottrine", 16), 1969.</ref> A differenza del Bibbiena, prelato dell'epoca gaudente di [[Papa Leone X|Leone X]], il Giberti era uomo di severi e austeri principi, un 'illuminato', uno 'spirituale', che perseguiva un grande progetto di riforma della chiesa ''in capite'', cioè che partisse dal centro (la curia romana) per irradiarsi in periferia. In parallelo promuoveva il disegno della 'libertà d'Italia', cioè dell'indipendenza degli stati italiani (e in primo luogo del papato) dalle ingerenze straniere; a questo fine fu tra gli ispiratori della [[Lega di Cognac]], che fu stipulata nel 1526 per combattere il predominio che l'imperatore [[Carlo V d'Asburgo|Carlo V]] aveva conquistato con la [[Battaglia di Pavia (1525)|battaglia di Pavia]] (1525).
La più antica opera databile del Berni è ''La Catrina'' (1516), una farsa rusticale in ottave costruita sul modello delle farse senesi, che a quell'epoca veniva esportato a Roma da [[Niccolò Campani]] detto lo Strascino. Peraltro la prima attestazione del testo è tarda<ref>''La Catrina'', Firenze, per Valente Panizzi, 1567. Nella lettera dedicatoria di Alessandro Ceccarelli a madonna Fiammetta Soderini si dice che fu «composta da lui [Berni] nella sua più tenera età».</ref> e l'attribuzione desta sospetti, al pari del ''Mogliazzo'' e della ''Caccia d'Amore'', tardivamente attribuiti al Berni e sicuramente apocrifi.<ref>Vedi Virgili 1881, pp. 42-48, 516, 522.</ref>
 
Ma tralasciando le cose minori, la poesia che tradizionalmente si riconosce come "bernesca" si inaugura con un ciclo di capitoli ternari (ovvero in terza rima) composti negli anni 1521-1522, con l'ibrida avanguardia del ''Capitolo del Cornacchino o Lamento di Nardino''. Sono degli encomi in versi, che peraltro assumono come oggetto della lode soggetti inopinati e incongrui: ''Ghiozzi'', ''Anguille'', ''Cardi'', ''Pesche'', ''Orinale'', ''Gelatina'', ''Ago''. Da questo punto di vista l'autore mostra di guardare al modello classico ed umanistico dell'encomio paradossale (in prosa), che aveva trovato il suo esempio più recente e più illustre nell'[[Elogio della follia]]'' di [[Erasmo da Rotterdam]]''.<ref>Vedi Maria Cristina Figorilli, ''Meglio ignorante che dotto. L'elogio paradossale in prosa nel Cinquecento'', Napoli, Liguori Editore («Critica e letteratura», 77), 2008.</ref> Nello stesso tempo però, quei soggetti incongrui si rivelano metafore di organi ed operazioni sessuali (di preferenza omosessuali), denunciando un'evidente filiazione dal [[canto carnascialesco]] fiorentino, nella variante della ''mascherata'', ovvero il canto delle professioni e delle condizioni umane, nel quale le profferte dei figuranti alle donne si traducevano in un gioco di equivoci osceni.
 
Questa produzione, connessa ai liberi costumi di un ambiente spregiudicato, si arresta all'avvento di papa Adriano VI (contro il quale il Berni scagliò un rabbioso capitolo ternario) e all'esilio in Abruzzo, per dileguare affatto dopo il passaggio al servizio del Giberti. In quest'epoca fiorisce invece il sonetto di polemica politica (è celebre ''Un papato composto di rispetti'', contro l'inettitudine di papa Clemente VII) o letteraria (è celebre ''Chiome d'argento fino'', parodia della poesia petrarchesca dettata dal [[Pietro Bembo|Bembo]]). Ma è anche l'epoca del ''Dialogo contra i poeti'', che liquida la vacuità e l'empietà della poesia umanistica alla luce della dottrina cristiana, reclamando concretezza e rettitudine. Tuttavia il Berni non resiste a riesumare un episodio della passata attività pubblicando nel 1526 il ''Commento alla Primiera'', nel quale tace completamente della componente oscena dei versi, ma si lascia sfuggire frecciate polemiche contro gli "scrupolosi" (i rigoristi), tra i quali è da annoverare - è ovvio - il suo austero padrone.
La sua vita e la sua opera sono arruffate e contraddittorie. Dietro la sua maschera giocosa visse con tormento il conflitto fra ciò che era (un omosessuale) e ciò che doveva e voleva essere (un buon cristiano). A essere un buon cristiano non riuscì mai; eppure ci provò, specialmente quando, «fatto teatino e romito» e «digiunando in pane et in acqua» seguì a Verona un uomo «dabbene» per vedere se il suo esempio poteva sconfiggere la sua «poltroneria».<ref>Lettera alla duchessa Caterina Cybo, Verona 10 ottobre 1528, in ''Francesco Berni'' 1999, pp. 475-476.</ref> In una delle sue ultime lettere affermava con amarezza: «non ho fatto mai alli dì miei cosa buona».<ref>Lettera a Luigi Priuli, da Fiorenza, senza data, in ''Francesco Berni'' 1999, p. 507.</ref>
 
== Note ==
<references/>
 
* ''I capitoli del Mauro et del Bernia et altri authori, nuovamente con ogni diligentia et correttione stampati''. [Venezia], per Curtio Navo, MDXXXVII.
* ''Le terze rime del Berna et del Mauro novamente con ogni diligentia et corretione stampate''. [Venezia], per Curtio Navo, MDXXXVII.
* ''Tutte le opere del Bernia in terza rima, nuovamente con somma diligenzia stampate''. [Venezia], per Curzio Navò e fratelli, MDXXXVIII.
* ''Orlando innamorato composto già dal signor Matteo Maria Bojardo di Scandiano et rifatto tutto di nuovo da m. Francesco Berni''. Stampato in Milano nelle case di Andrea Calvo, MDXXXXII.
* ''Il primo libro dell’Opere burlesche di M. Francesco Berni, di Messer Gio. della Casa, del Varchi, del Mauro, di M. Bino, del Molza, del Dolce e del Firenzuola''. In Fiorenza MDXLVIII. [colophon: In Fiorenza, appresso Bernardo di Giunta, MDXLVIII].
* Anne Reynolds, ''Renaissance Humanism at the Court of Clement VII. Francesco Berni's Dialogo Against Poets in Context'', Studies, with an edition and translation by A. R., New York, Garland («Garland studies in the Renaissance», 7), 1997.
 
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