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Sono dette policorali tutte le composizioni scritte per un organico distribuito in due o più gruppi vocali e strumentali denominati cori. Ciascun coro di una composizione ha una propria autonomia armonica, in modo che nel momento dell'esecuzione essi possano essere posizionati distanti tra loro, in modo da sonorizzare meglio un ambiente di grandi dimensioni.


StoriaModifica

La pratica di suddividere i cantori in due cori è molto antica e va connessa al canto di preghiere (salmi, Magnificat ecc.) dividendo i versetti tra due semicori che si alternavano. Lo stile policorale va distinto da quello dei cori spezzati, che pure ne fu probabilmente all'origine. Il termine spezzati che si riferiva originariamente alla pratica di cantare un salmo o un Magnificat a versetti alternati tra due cori, uno in canto figurato (polifonia) e l'altro in canto piano (gregoriano). Successivamente nel corso del Cinquecento l'alternanza fu realizzata affidando a due o più cori in polifonia il canto dei salmi durante i vespri.
Le prime testimonianze di musiche a cori spezzati sono documentate dalla fine del XV secolo, in particolare nel nord dell'Italia soprattutto in alcuni importanti centri del territorio della Repubblica di Venezia, come Treviso, Padova e Bergamo.
I primi esempi si possono cogliere nella produzione di musicisti come frà Ruffino Bartolucci da Assisi e Giordano Pasetto, maestri di cappella della cattedrale di Padova, Francesco Santacroce e Nicolò Olivetto, al duomo di Treviso, Gasparo De Albertis, in Santa Maria Maggiore a Bergamo. Nelle loro opere si nota che i due cori non limitino soltanto ad alternarsi ma possono dialogare o sovrapporsi, e a riunirsi nella dossologia conclusiva.[1]

Le pratiche policorali erano destinate alle grandi occasioni: se il caso più antico tra quelli documentati è quello di un matrimonio, gli altri casi non si riferiscono a occasioni di minore sollenità, nelle quali costituiva una finalità politica mostrare la potenza di uno stato o di un sovrano, anche attraverso il dispiego di grandi organici vocali e strumentali. La basilica di San Marco a Venezia è offre interessanti esempi di questa pratica, in risposta alle esigenze cerimoniali delle grandi occasioni ordinari e straordinarie, per ragioni politiche di autocelebrazione della Repubblica veneziana. A questo proposito, James Carver ha osservato che sui duecento giorni in cui la cappella musicale cantava nella basilica di San Marco, in trentacinque casi essa era impiegata per l'esecuzione di musica policorale per cori separati.

La diffusione della musica policorale in risposta all'esigenza del sonorizzare meglio i vasti ambienti ecclesiastici, come cattedrali e basiliche, è testimoniata già a metà del XVI secolo nei trattati musicali di due dei maggiori teorici coevi, Nicola Vicentino e Gioseffo Zarlino. Ne L’antica musica ridotta alla moderna pratica (Roma, 1555) Nicola Vicentino dedica il capitolo XXVIII all’Ordine di comporre a due cori psalmi e dialoghi, e altre fantasie:

«Nelle chiese e in altri luoghi spaziosi e larghi, la musica composta a quattro voci fa poco sentire, ancora che siano molti cantanti per parte; nondimeno, e per varietà, e per necessità di far grande intonazione, in tali luoghi si potrà comporre messe, salmi e dialoghi e altre cose da sonare con vari strumenti mescolati con voci, e per far maggiore intonazione si potrà ancora comporre a tre cori.»

Nelle Istitutioni harmoniche (Venezia, 1561) Gioseffo Zarlino dedica un passaggio alla composizione della musica policorale, offrendone qualche dettaglio inerente la sua prassi:

«Accaderà alle volte di comporre alcuni salmi in una maniera che si chiama coro spezzato, i quali spesse volte si sogliono cantare in Venezia nei vespri e altre ore delle feste solenni e sono ordinati e divisi in due cori o in tre, nei quali cantano quattro voci e i cori si cantano ora uno, ora l’altro a vicenda; e alcune volte (secondo il proposito) tutti insieme, massimamente nel fine: il che sta molto bene. E perché cotali cori si pongono alquanto lontani l’uno dall’altro, perciò avvertirà il compositore (acciò non si odi dissonanza in alcuno di loro tra le parti) di fare in tal maniera la composizione, che ogni coro sia consonante, cioè che le parti di un coro siano ordinate in tal modo, quanto fussero composte a quattro voci semplici, senza considerare gli altri cori, avendo però riguardo nel porre le parti, che tra loro insiememente accordino e non vi sia alcuna dissonanza: perciocché composti i cori in cotal maniera, ciascuno da per se si potrà cantare separato che non si udirà cosa alcuna che offendi l’udito.»

Zarlino riteneva che i cori spezzati fossero un'innovazione dovuta ad Adrian Willaert, suo maestro, e, per molto tempo, questa affermazione fu presa come punto di partenza per lo studio della musica policorale veneziana. In realtà Zarlino stesso non parlava di innovazione ma piuttosto affermava "questa pratica fu rinnovata dal più eccellente Adriano", dove con rinnovata si intendeva chiaramente non un'invenzione ma un perfezionamento di una tecnica compositiva preesistente. Si deve quindi a ricerche effettuate solo nel nostro secolo la dimostrazione che le origini della tecnica policorale sono precedenti a Willaert. Giovanni D'Alessi, sulla base di prime scoperte effettuate da Raffaele Casimiri, identifica Padova come principale centro di diffusione della pratica policorale e addirittura in Rufino Bartolucci, maestro di cappella alla Cattedrale di quella città dal 1510 al 1520, l'ideatore della tecnica[2], sviluppata poi da Gaspare de Albertis (Padova, 1480-Bergamo, 1560) e Francesco Patavino Santacroce (Padova 1487 ca.-Loreto ?, 1556), maggiori rappresentanti della pratica a cori spezzati precedenti a Willaert. La presenza di Rufino Bartolucci e Francesco Patavino Santacroce (o Antonio Stringari) potrebbe essere un segnale del fatto che la policoralità non si limitò al nord Italia, ma che potrebbe esserci stata una sua presenza anche nel centro della penisola. Le prime tracce della tecnica policorale non sono dunque legate a compositori di primo piano, e i loro nomi si ricordano unicamente perché legati alle prime attestazioni di tale tecnica. Viceversa, l'addossare a Willaert la fama di inventore della musica policorale a cori spezzati mostra la necessità, già nel Cinquecento, di creare la figura mitica di un compositore famoso così da valorizzare quello stile e tutte le sue possibilità che avrebbe dispiegato. Va osservato poi che i primi compositori di musica a cori spezzati non operavano a Venezia, ma più genericamente nel territorio della Serenissima Repubblica. Studi più recenti, come quelli di Anthony Carver, hanno escluso che Willaert, e di conseguenza anche i suoi predecessori, fossero gli inventori della tecnica del coro spezzato.
Benché i trattati di Vicentino e più ancora di Zarlino abbiano indotto in passato la musicologia storica a vedere Venezia e l'area veneta al centro della nascita della musica policorale, studi più recenti hanno mostrato la contemporanea fioritura di pratiche policorali in altre aree italiane.
A Firenze, durante il XVI secolo, l'uso di pratiche policorali, con voci e strumenti, nelle cerimonie civili e religiose andò crescendo di pari passo con il consolidamento del potere dei Medici sulla città e poi sul granducato. Straordinario quanto precoce esempio è la Messa sopra Ecco sì beato giorno a 40 voci in 5 cori di Alessandro Striggio, donata dai Medici all'imperatore e ad Alberto V di Baviera nel 1566, ma doveva essere stata composta in precedenza sull'omonimo madrigale a 40 voci, eseguito per l'ingresso a Firenze del cardinale Ippolito d'Este, che andava come legato papale in Francia.[3]. L'impiego di musiche policorali è testimoniato tanto in ambito teatrale, in occasione dell'allestimento di fastosi intermedi, sia in ambito ecclesiastico, con i cori di voci e strumenti disposti separatamente all'interno dello spazio architettonico.


Stile policorale venezianoModifica

Negli anni '80-90 del Novecento alcuni musicologi hanno seriamente messo in discussione l'ipotesi per cui l'architettura della basilica di San Marco avrebbe favorito la nascita della tecnica veneziana. Dall'analisi del Ceremoniale del 1564 risulta infatti che in nessun caso i cantori erano assegnati alle cantorie degli organi. L'effetto stereofonico della basilica di S. Marco sarebbe stato realizzato solo in seguito, a partire da Andrea Gabrieli, soprattutto grazie all'ampliamento delle funzioni dei due organi e al posizionamento di un coro vicino ad ogni organo.
Lo stile policorale veneziano era una prassi musicale in voga tra il tardo rinascimento e il primo barocco e nella quale più cori separati cantavano alternandosi. Esso consistette in un'ulteriore rivoluzione stilistica della letteratura polifonica del medio rinascimento e fu uno degli sviluppi stilistici più importanti che concorse direttamente alla formazione dello stile barocco. Comunemente per indicare questo genere corale si usa il termine cori spezzati. Lo stile nacque basandosi sulle peculiarità architettoniche dell'imponente Basilica di San Marco di Venezia. Consci del ritardo sonoro causato dalla distanza tra le due cantorie, posizionate l'una all'opposto dell'altra, i compositori iniziarono a sfruttare a loro vantaggio questo utile effetto speciale. Poiché era difficoltoso far cantare due cori la stessa musica simultaneamente (specialmente prima che le moderne tecniche di direzione fossero sviluppate), compositori come Adrian Willaert, maestro di cappella di San Marco negli anni '40 del cinquecento, risolse il problema scrivendo musica antifonale, dove i cori opposti avrebbero cantato consecutivamente, spesso contrastando le frasi musicali. L'effetto stereofonico ebbe successo e subito altri compositori imitarono questo modello e non solo a San Marco, ma anche in altre cattedrali italiane. Questo fu un raro ma interessante caso in cui le caratteristiche architettoniche di un singolo edificio influenzarono lo sviluppo di uno stile. L'apice dello sviluppo dello stile si ebbe tra il anni '80 e '90 del Cinquecento, quando Giovanni Gabrieli era primo organista e principale compositore a San Marco, e Gioseffo Zarlino era ancora maestro di cappella. Gabrieli fu il primo che specificò gli strumenti da usare, compresi larghi cori di ottoni; egli iniziò anche a dettagliare la dinamica e l'uso degli effetti di eco per i quali diventò famoso. La fama della spettacolare e sonora musica di San Marco si diffuse a quel tempo in tutta Europa e numerosi musicisti si recarono a Venezia per ascoltare, studiare, assimilare e portare nei propri paesi nativi quello che avevano imparato. La Germania, in particolare, fu una zona dove i compositori iniziarono a produrre delle forme locali modificate dello stile veneziano.
L'idea di far cantare gruppi differenti in alternanza si evolse nello stile concertato, nel quale diverse manifestazioni sia vocali che strumentali portarono alla nascita di altri generi musicali, come la cantata corale, il concerto grosso e la sonata.


Dopo il 1603 fu aggiunto un basso continuo alla già considerevole dotazione di San Marco (orchestra, solisti, coro); questo fu un ulteriore passo verso la cantata barocca. Successivamente la musica di San Marco entrò in declino, ma si trasformò nello stile concertato. Nel 1612 Claudio Monteverdi fu nominato maestro di cappella e sebbene egli avesse portato questo genere musicale ai massimi livelli, la voga dello stile policorale era passata; il concertato, principalmente con una sola voce, era ora la norma; infatti le produzioni del suo ultimo periodo sono identificabili come barocche.

Compositori rappresentantiModifica

Esempi dello stileModifica

  • Adrian Willaert, Salmi Spezzati
  • Andrea Gabrieli, Psalmi Davidici
  • Giovanni Gabrieli, Sacrae symphoniae
    • in ecclesiis
    • Sonata pian' e forte
  • Heinrich Schütz, Psalmen Davids 1619

NoteModifica

  1. ^ Dilva Princivalli, Polifonie, cori spezzati e concerti policorali a Padova e nel Veneto durante il sec. XVI: da Ruffino Bartolucci d’Assisi a Giovanni Croce, Venezia, Fondazione Levi, 2009
  2. ^ Rufino Bartolucci, treccani.it.
  3. ^ Bettina Hoffmann, O fortunato giorno. La policoralità nella politica dei Medici, «Bruniana & Campanelliana» 25/I (2019), pp. 167-168.

BibliografiaModifica

  • Denis Arnold, sub voce Cori spezzati, in New Grove Dictionary, Second Edition, vol. IV, p 776.
  • Denis Arnold, The Significance of 'cori spezzati', in «Music and Letters», 1959, p. 6.
  • James H. Moore, Vesper's at St. Mark's, in «JAMS», 1981, XXXIV, p. 275.
  • David Bryant, The 'Chori spezzati' at St. Mark: Myth and reality, in «Early Music History», vol. 1, 1981, pp. 165-186.

Voci correlateModifica

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