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La schiava Agar dipinta da Pieter Pietersz

Agar (in Ebraico הָגָר, Hāgar; in Arabo هاجر; "Straniera") fu una schiava egiziana di Sara, moglie di Abramo. La sua storia è raccontata nel libro della Genesi.

Indice

Racconto biblicoModifica

La storia di Agar è raccontata nella Genesi ai capitoli 16 e 21.

Siccome Sara non riesce a dare un figlio al marito Abramo, gli offre la propria schiava, una straniera di nome Agar, con l'obiettivo di adottarne il figlio al momento del parto. Da questa unione nascerà Ismaele. Quando si accorge di essere incinta, Agar perde ogni rispetto per la sua padrona, che finisce col maltrattarla. In seguito, dopo che anche Sara riesce a generare un figlio, Isacco, ma vede Ismaele scherzare col fratellino, scoppia in Sara una profonda rabbia, al punto che Abramo è costretto ad allontanare Agar e suo figlio Ismaele.

Il testo nella versione CEIModifica

Il bambino [Ismaele] crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. Ma Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. Ma Dio disse ad Abramo: «Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole». Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: «Non voglio veder morire il fanciullo!». Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione». Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò a riempire l'otre e fece bere il fanciullo. E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d'arco. Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie del paese d'Egitto. (cfr. Genesi 21,8-21)

EsegesiModifica

Il racconto mette in luce due temi principali. Anzitutto Sara, che non ha creduto alla promessa di Dio di darle un figlio e ha cercato di arrangiarsi con mezzi umani per procurarsene uno adottivo, scopre di essersi cacciata nei guai. Agar, infatti, non accetta di essere considerata solo una madre per conto di altri e Ismaele non accetta di non essere considerato il vero primogenito di Abramo.[1] Deve intervenire l'angelo del Signore per allontanare Agar e simultaneamente assicurare la sorte di Ismaele e dei suoi discendenti.

Secondariamente il racconto viene utilizzato per sottolineare l'attenzione di Dio per gli individui che la mentalità corrente considera inferiori. Agar è donna, è schiava, è straniera. Sara e Abramo ne parlano solo come "la schiava", senza nemmeno riconoscerle la dignità di chiamarla per nome. Per Sara Agar è solo lo strumento di una maternità surrogata, come previsto dalle consuetudini semitiche codificate nel Codice di Hammurabi. Dio, invece, vede l'afflizione di Agar senza che lei abbia bisogno di esprimerla. Dio ascolta quando certe situazioni gridano verso il cielo e chiama Agar sempre per nome. Agar, inoltre, è la prima donna in tutta la Bibbia alla quale compare l'angelo del Signore e per annunciarle la maternità e il destino del figlio, di cui stabilisce anche il nome (e il nome "Ismaele" significa proprio "Dio ascolta").[2]

La discendenza di Abramo e AgarModifica

Tramite la discendenza di Ismaele, così come tramite quella della seconda moglie di Abramo, Keturà, si realizza la profezia secondo cui Abramo sarebbe diventato "padre di una multitudine di nazioni" (Gen 17,4). Il racconto ha una finalità eziologicaː dare conto della stretta somiglianza linguistica e in parte culturale fra ebrei e arabi.

Dai dodici figli di Ismaele (Gn 25, 12-16) proverrebbero le tribù arabe cha abitavano il deserto a Est di Israele, citate in diversi testi biblici. Per esempio dal primogenito Nebaiòt discenderebbero i Nabatei, da Kedar il regno dei Kedariti, da Tema gli abitanti dell'oasi di Tayma, ecc.[3]

In (Gn 37, 27-28) i mercanti ismaeliti, a cui sarà venduto Giuseppe, sono confusi con i Madianiti, che, però, secondo un altro brano biblico discenderebbero dall'ultima moglie di Abramo, Keturà (Gn 25, 1-2). I madianiti svolgeranno un ruolo importante nelle vicende di Mosè.

Tradizione islamicaModifica

Agar non è citata direttamente nel Corano ma è conosciuta, sotto la variante Hājar, dalla tradizione musulmana ed è considerata come la seconda sposa di Abramo e la madre del suo figlio primogenito Ismaele/Ismāʿīl. A lei si riconduce il rito del sa'y, che si svolge nel corso dei pellegrinaggi maggiore e minore, del hajj e della ʿumra tra le collinette meccane di Safa e Marwa.

L'abbandono di Hājar e di Ismāʿīl è considerato come una prova per vagliare la fede della donna nella provvidenza divina e Dio non mancherà d'aiutare la donna dopo la sua accorata ricerca d'aiuto.

NoteModifica

  1. ^ La maternità surrogata era prevista nel codice di Hammurabi e prescriveva che la schiava restasse schiava della sua padrona. Agar invece pretende di essere considerata alla pari con Sara (versetto 16,4), in quanto madre del figlio di Abramo. Ismaele, poi, tratterà Isacco con condiscendenza, prendendosene gioco (21,9).
  2. ^ cfr. Jean Louis Ska, Il cantiere del Pentateuco.1. Problemi di Composizione e di Interpretazione, EDB Bologna 2013, pp. 73-78.
  3. ^ L'identificazione delle dodici tribù è, per esempio, proposta sul sito di storia nabateaː [1].

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