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Antonimia

relazione che intercorre fra due lessemi di significato opposto

In semantica, l'antonimìa indica la relazione intercorrente fra due lessemi di significato opposto[1]; si contrappone alla sinonimia.

I membri di una coppia antonimica son detti 'antonimi' o 'contrari'. Più propriamente, si dicono 'contrari' termini quali bianco e nero o caldo e freddo, poiché ammettono elementi intermedi (grigio e tiepido), mentre si dicono 'contraddittori' termini come vero e falso o vivo e morto: infatti, a differenza dei termini contrari, non sono graduabili e non ammettono elementi intermedi.[1]. Secondo un'altra terminologia, invece, si distingue tra antonimi 'graduabili' e antonimi 'bipolari' (non graduabili).[2]

In aggiunta, su un altro piano rileviamo differenze tra antonimi 'lessicali', la cui opposizione non può essere cólta da un punto di vista formale (come tra bello e brutto), e antonimi 'grammaticali', la cui opposizione si ottiene in modo trasparente per derivazione (felice > infelice; caricare > scaricare).[2]

In un enunciato, la relazione di antonimia ha un ruolo non solo sul piano paradigmatico (ove si sottolinea il rapporto associativo tra un dato lessema e altri che potrebbero figurare al suo posto) ma anche sul piano sintagmatico (ove si sottolinea il rapporto combinativo tra lessemi)[3]. Di fatto, in base al contesto, un lessema acquista determinati antonimi e non altri: così, l'antonimo di libero potrà essere schiavo, occupato o coniugato, e quindi alcuni dei membri considerati 'antonimie lessicali' potranno essere più o meno contrari ma invero non opposti.[2]

NoteModifica

  1. ^ a b Graffi e Scalise, p. 197.
  2. ^ a b c D'Achille, p. 64.
  3. ^ D'Achille, p. 62.

BibliografiaModifica

  • Giorgio Graffi e Sergio Scalise, Le lingue e il linguaggio, Bologna, il Mulino, 2002.
  • Paolo D'Achille, L'italiano contemporaneo, Bologna, il Mulino, 2010.

Voci correlateModifica