Billy J. Kramer with the Dakotas

cantante britannico
Billy J. Kramer with the Dakotas
Billy J Kramer - Its Gotta Last Forever 1965.png
Paese d'origineRegno Unito Regno Unito
GenerePop
Periodo di attività musicale1963 – 1966
Studio5
Raccolte1
Sito ufficiale

Billy J. Kramer with the Dakotas fu un gruppo musicale inglese attivo durante gli anni sessanta.[1]

StoriaModifica

William Howard Ashton era uno studente di ingegneria che nel tempo libero suonava la chitarra ritmica in un gruppo da lui stess formato e del quale poi divenne il cantante cambiandosi nome in Billy Kramer, scelto a caso da un elenco telefonico.[2] John Lennon gli suggerì poi di aggiungere la "J.".[3][4] Kramer attirò l'attenzione di Brian Epstein che era alla ricerca di nuovi talenti e gli offrì un contratto discografico permettendogli di diventare un artista professionista;[3] il gruppo che lo accompagnava, i Coasters, non venne ritenuto adatto da Epstein che decise di sostituirlo con una formazione di Manchester, i Dakotas, che in quel periodo accompagnava Pete MacLaine. Il nuovo gruppo così formato firmò un contratto con la Parlophone e venne rinominato "Billy J. Kramer with the Dakota" per mantenere la propria identità all'interno dell'atto. A seguito del successo dei Beatles, venne offerta la possibilità di fare una cover del loro brano "Do You Want to Know a Secret?", tratto dal primo album dei Beatles, Please Please Me. Il brano venne prodotto da George Martin e raggiunse la seconda posizione della classifica dei singoli inglese nel 1963.[2][3][3][5][6] Il gruppo ricevette altri brani scritti appositamente per lui da Lennon e McCartney: "I'll Keep You Satisfied", "From a Window", "I Call Your Name" e "Bad to Me" che fruttarono alcune apparizioni nei programmi televisivi Shindig! , Hullabaloo e The Ed Sullivan Show.[3][3][7][8]

Nel 1963 i Dakota senza Kramer pubblicarono un singolo, "The Cruel Sea che raggiunse la Top 20; successivamente incisero un brano scritto[3] da George Martin, "Magic Carpet", che insieme ad altri brani venne usato per pubblicare nel 1964 un EP.[6][8]

I tre successi scritti da Lennon e McCartney suggerivano che Kramer sarebbe rimasto sempre all'ombra dei Beatles, a meno che non avesse provato qualcosa di diverso. Rifiutato l'offerta di un altro brano di Lennon e McCartney, venne incisa una cover "Little Children" che divenne il loro più grande successo.[3][5]

Nel 1964, in pieno boom della musica beat, venne pubblicato il singolo "It's Gotta Last Forever",[6] che riprendeva un approccio da ballata e non ricevette il successo sperato[1]. La cover del brano di Bacharach e David, "Trains and Boats and Planes" raggiunse la 12ª posizione.[3]

I ranghi dei Dakota furono poi rafforzati dall'inclusione di Mick Green, un ex chitarrista della band londinese Johnny Kidd & the Pirates.[3]

L'ultimo singolo pubblicato fu "We're Doing Fine" che però non riuscì ad entrare in classifica.[3]

Nel 1966 il gruppo si sciolse. Billy cercò di continuare come solista ma senza successo e ritornò a lavorare per le ferrovie britanniche; nel 1973 riformò il gruppo per una serie di concerti.[2]

I Dakotas si riformarono alla fine degli anni ottanta e reclutarono il cantante Eddie Mooney e il musicista Toni Baker.[senza fonte]

DiscografiaModifica

AlbumModifica

Album in studioModifica

RaccolteModifica

SingoliModifica

EPModifica

NoteModifica

  1. ^ a b (EN) British invasion singer hits My Father's Place, su Newsday. URL consultato il 21 gennaio 2021.
  2. ^ a b c Gianni Lucini, Billy J. Kramer, la concretezza di un operaio delle ferrovie, su Dailygreen, 6 gennaio 2018. URL consultato il 21 gennaio 2021.
  3. ^ a b c d e f g h i j k Billy J. Kramer, su www.classicbands.com. URL consultato il 21 gennaio 2021.
  4. ^ Billy J. Kramer – Mersey Beat, su triumphpc.com. URL consultato il 18 agosto 2015.
  5. ^ a b David Roberts, British Hit Singles & Albums, 19th, London, Guinness World Records Limited, 2006, p. 307, ISBN 1-904994-10-5.
  6. ^ a b c Billy J. Kramer with the Dakotas: Discography, su www.adiebarrett.co.uk. URL consultato il 21 gennaio 2021.
  7. ^ sixties-legend-billy-j-kramer-talks-to-zani, su zani.co.uk. URL consultato il 21 gennaio 2021 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  8. ^ a b Billy J. Kramer, su NAMM.org. URL consultato il 21 gennaio 2021.

Collegamenti esterniModifica

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