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Carlo Fea

archeologo e collezionista d'arte italiano
Carlo Fea

Carlo Domenico Francesco Ignazio Fea (Buggio, 4 giugno 1753Roma, 18 marzo 1836) è stato un archeologo e collezionista d'arte italiano.

Indice

BiografiaModifica

Originario di Buggio, frazione di Pigna (IM), si laureò in legge alla Sapienza, ma ben presto cominciò ad essere sempre più affascinato dall'archeologia: allo scopo di ottenere migliori opportunità per le sue ricerche, prese gli ordini sacri nel 1798; nei suoi scritti, tuttavia, non si qualificò mai come abate, ma sempre come avvocato.

A Roma, sull'Esquilino, nel 1781 Fea scoprì la statua del Discobolo, copia romana della celeberrima statua bronzea di Mirone, perduta. Curò l'edizione e il commento della traduzione italiana della Geschichte der Kunst di Johann Joachim Winckelmann, e di alcuni lavori postumi dell'erudito e antiquario Giovanni Lodovico Bianconi (Descrizione dei circhi, particolarmente di quello di Caracalla e dei giochi in esso celebrati, 1789). Tra le sue opere originali, Miscellanea filologica, critica, e antiquaria e Descrizione di Roma.

Per motivi politici dovette rifugiarsi a Firenze: di ritorno a Roma nel 1799, fu imprigionato con l'accusa di giacobinismo dall'esercito dei Borbone di Napoli, che aveva occupato Roma mettendo fine alla Repubblica. Nominato nel maggio 1801 direttore del Museo Capitolino e Commissario delle Antichità di Roma[1], sotto il dominio napoleonico venne subito liberato e nominato nuovamente Commissario delle Antichità e inoltre bibliotecario presso il principe Chigi. Continuò il lavoro di Commissario anche nel periodo successivo, già sotto il pontificato di Pio VII e poi fino alla morte nel 1836.

Si occupò di razionalizzare la legislazione sul commercio in antichità e sugli scavi archeologici, e intraprese opere di scavo al Pantheon e al Foro Romano. Fu uno dei protagonisti dell'opera di rientro a Roma, a partire dal 1809, delle opere sequestrate dai Francesi durante il periodo precedente (come anche il celebre scultore Antonio Canova): in particolare, propugnò la ricollocazione delle opere nei loro contesti originali, all'interno di chiese e monumenti, anziché il loro utilizzo in musei pubblici d'ispirazione europea, su ispirazione di quelli francesi o inglesi dell'epoca.

MemoriaModifica

  • Il ritrovamento di alcuni Fasti antichi sotto la responsabilità del Commissario Fea, che rivestiva tale carica anche sotto il papato di Pio VII, è ricordato con una lapide nella Sala della Lupa nel Palazzo dei Conservatori (oggi parte dei Musei Capitolini), proprio alle spalle della celebre scultura, in data 1820[2]. Il testo è il seguente:
    Pius.Ⅶ.pont.max
    novis fragmentis circumcirca adpositis
    fastos partim redintegravit
    ipsis votis vicennalibus
    a.a rep.sal. ⅯⅮⅭⅭⅭⅩⅩ
    curante car. Fea antiq.rom.praef.
    bar. Vincentio Savorello
    eq. Hieronymo de quinque
    march. Philippo Simonetto. coss
    Paulo Martinez cap.reg.urbis priore.
  • A Roma è anche presente una via intitolata a Carlo Fea.

OpereModifica

 
Compendio di ragioni per la illustrissima communità di Frascati (1830)

NoteModifica

  1. ^ Diario di Roma, 6 maggio 1801.
  2. ^ Lapide commemorativa Carlo Fea
  3. ^ a b c d e f g Ripubblicato in Miscellanea II.

BibliografiaModifica

  • Nuzzo, Mariano. La tutela del patrimonio artistico nello Stato pontificio (1821-1847): le commissioni ausiliarie delle belle arti. libreriauniversitaria. it ed., 2010.

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Collegamenti esterniModifica

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