Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi

Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi
787RomaSsVincenzoAnastasio.JPG
Esterno
StatoItalia Italia
RegioneLazio
LocalitàRoma
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareVincenzo e Anastasio
Diocesi Roma
ArchitettoMartino Longhi il Giovane
Stile architettonicobarocco
Inizio costruzione1644
Completamento1650

Coordinate: 41°54′02.45″N 12°29′02″E / 41.90068°N 12.48389°E41.90068; 12.48389

La chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio è un luogo di culto cattolico di Roma, situata nel rione Trevi, posta in piazza di Trevi, adiacente alla famosissima omonima fontana settecentesca.

Frontone della chiesa con lo stemma e il cappello del card. Mazarino
L'abside con l'iconostasi montata

StoriaModifica

Questa chiesa conobbe nel corso della sua storia diverse denominazioni:

  • Sant'Anastasio de Trivio era il nome dell'antica chiesa medievale (citata in una bolla di Papa Giovanni XII nel 962. L'edificio della chiesa medievale era dedicato al santo capodanno).
  • Dal 1570 è conosciuto come "Santi Vincenzo e Anastasio". La chiesa originaria è stata ricostruita in stile barocco per ordine del cardinale Mazzarino. Dovrebbe servire sia come chiesa cardinale, ma anche come chiesa parrocchiale. In esso, tuttavia, dovevano essere conservati i cuori imbalsamati di 22 papi (da Sisto V a Leone XIII), sulla quale venne poi costruita l'attuale chiesa nel Seicento;
  • essa fu poi conosciuta col nome di Parrocchia pontificia per due motivi: primo perché il Palazzo del Quirinale, residenza del papa, era ubicato in zona; in secondo luogo perché nella chiesa si conservavano in appositi contenitori i precordi (cuori conservati) dei papi, ossia quelle parti interiori facilmente soggette a decomposizione che venivano asportate durante l'imbalsamazione cui erano sottoposti i pontefici (pratica interrotta da Pio X); per questo la chiesa fu definita dal Belli “un museo de corate e de ciorcelli”;
  • il nome popolare della chiesa fu invece quello di "canneto", perché la sua facciata, decorata da 18 colonne, la faceva assomigliare ad un canneto.

La chiesa dunque ha un'origine medievale. Essa viene annoverata fra le filiali di San Silvestro in Capite in una bolla di papa Giovanni XII del 962. È menzionata pure nei cataloghi del XV secolo. Dal XVI secolo in poi ha assunto la duplice denominazione dei Santi Vincenzo ed Anastasio.

Una caratteristica speciale della chiesa è l'imponente facciata, u. un. realizzato in travertino. La soluzione edilizia posta in angolo si apre fantasiosamente sulla piazza. Una disposizione di colonne corinzie composta da due coppie di colonne messe insieme sottolinea la facciata verticale, e contrasta con le cornici sfalsate orizzontali ed i motivi dei timpani. Nonostante l'imponenza dell'effetto colonna, la facciata è allentata da inserimenti figurativi nella zona superiore. Anche la misura di sfalsare il timpano superiore in tre forme appare efficace. Due trabeazioni sovrapposte a quella principale, tutte e tre con frontoni arcuati, angolati o spezzati, concentrano l'attenzione sulla riccamente scultorea campata centrale dei due piani della facciata, in una composizione teatrale "più curiosa che esemplare" che trovò pochi imitatori. Il suo denso ammasso di colonne corinzie, dieci nell'ordine inferiore e sei in alto, fanno un totale, con le colonne che fiancheggiano il finestrone del livello superiore, diciotto colonne corinzie completamente disimpegnate, facendo sì che i burloni romani soprannominassero la facciata il canneto, "il canneto" .

L'odierna chiesa barocca fu costruita da Martino Longhi il Giovane tra il 1644 e il 1650 per il cardinale Giulio Mazzarino, il quale volle sulla facciata non solo il suo busto, ma anche quello di Ortensia Mancini, sua nipote, "protetta" di diversi regnanti europei dell'epoca. È l'unico caso in Roma della presenza di una laica nella facciata di una chiesa. Inoltre, sulla sommità della facciata, lo stemma del Cardinale committente è sostenuto da due fanciulle a petto nudo. E questo è ancor più raro per una chiesa a Roma[1].

Attualmente la chiesa fa parte del Fondo per gli Edifici di Culto (F.E.C.) dello Stato Italiano. Questa chiesa è stata donata da Giovanni Paolo II agli ortodossi bulgari nel 2002.

DescrizioneModifica

La facciata, su due ordini, è tra le più caratteristiche della Roma barocca per la forte concentrazione (da alcuni critici ritenuta persino eccessiva[2]) di colonne ed edicole verso la parte mediana del prospetto, al fine di sottolineare l'asse centrale del tempio secondo i canoni scaturiti dopo la Controriforma.

L'interno si presenta ad una sola navata, con tre cappelle per lato. All'altare maggiore un dipinto di Francesco Pascucci con il Martirio dei santi Vincenzo e Anastasio.

Nella chiesa fu sepolto imbalsamato il grafico e incisore trasteverino Bartolomeo Pinelli (1835), ma senza monumento e lapide riconoscitiva, cosicché ancora oggi non è possibile ritrovare tracce della sua sepoltura. L'Istituto nazionale di studi romani pose nella chiesa una lapide, per memoria, nel 1933.

InternoModifica

L'interno è a navata unica con tre cappelle laterali per lato. L'altare maggiore è sovrastato da una tela di Francesco Pascucci raffigurante il martirio di San Vincenzo e Sant'Anastasio.

Bartolomeo Pinelli, insieme alla principessa Zénaïde Volkonsky nata la principessa Belosselsky Belozersky, suo marito e sua sorella, sono sepolti nella chiesa.

L'interno è stato ridisegnato con un'iconostasi secondo il culto ortodosso.

NoteModifica

  1. ^ Si legge in Francesco Cancellieri, Storia de' solenni possessi de' Sommi Pontefici, Roma 1802, a pag. 419, che la chiesa "è chiamata il Canneto di Martin Lungo per la quantità delle Colonne che stanno su la Facciata, nel mezzo di cui fra due Fame, che stanno con le Trombe, e che perciò dettero l'altro nome a questa Chiesa di Tempio della Fama, si vede il Busto della famosa Ortensia Mancini che, come narra St Evremond, […] sposò con dote di 20 milioni di lire il Nipote dei Card. Giulio Mazzarino che fabbricò questa Chiesa."
  2. ^ C. Norberg - Schulz, Architettura Barocca, Milano, Electa, 1998, p. 177.

BibliografiaModifica

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