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Conversione (linguistica)

in linguistica, meccanismo di derivazione, che consiste nell'attribuire ad un lessema una diversa categoria grammaticale, senza però modificarne la forma

La conversione, in linguistica, è un meccanismo di derivazione, che consiste nell'attribuire ad un lessema una diversa categoria grammaticale, senza però modificarne la forma.[1]

Alcuni studiosi si riferiscono a questo meccanismo usando le espressioni derivazione zero o suffissazione zero[2].

Nel caso di una derivazione per suffissazione in cui il suffisso aggiunto alla parola coincida con la desinenza, alcuni linguisti parlano anche di "derivazione diretta" (rientrerebbe dunque in questo caso la derivazione registrare da registro).[3]

La conversione nel contesto dei meccanismi derivazionaliModifica

La derivazione, insieme alla composizione, è uno dei tipici procedimenti tramite cui viene arricchito il lessico di una data lingua. Nelle lingue fusive, la derivazione avviene tipicamente attraverso affissazione e talvolta attraverso alterazione (con l'alterato che viene lessicalizzato). Nelle lingue isolanti si ricorre invece alla conversione, che consente di trascategorizzare un lemma senza modificarne la forma. Così in inglese, lingua tendenzialmente isolante, la categoria di un lessema è intesa in base al contesto. Alcune marche morfologiche dell'inglese indicano univocamente la categoria grammaticale di riferimento. Ad esempio, le parole che terminano con i morfi -dom o -ation sono sostantivi (freedom, information ecc.), fermo restando che anche queste parole possono essere sottoposte al processo di conversione (freedom fighter, letteralmente 'libertà combattente', "combattente per la libertà"). Ma, in generale, le singole parole inglesi non hanno marche morfologiche che indichino la categoria grammaticale. Ad esempio, round può svolgere il ruolo di nome (the next round, "il prossimo round"), di aggettivo (a round house, "una casa circolare"), di verbo (to round, "arrotondare") o di preposizione (round the corner, "dietro l'angolo"). La parola bank può essere un sostantivo (bank, "banca"), un verbo (to bank, "conservare", "depositare in banca") o un aggettivo (bank check, "assegno bancario"). Una lingua fusiva come l'italiano ricorre invece a modificazioni morfologiche: se in inglese stop può essere un nome o un verbo, in italiano è il suffisso -are che impone al termine la categoria di verbo (stoppare).[1][4]

I tipi morfologici delle lingue non vanno intesi rigidamente: ciò significa che una lingua flessiva può avere aree in cui si comporta come una isolante. Fenomeni di conversione ricorrono dunque anche nelle lingue fusive, anche se assai più raramente che nelle isolanti.[1]

Uso della conversione in lingua italianaModifica

Come accennato, in una lingua fusiva come l'italiano non ricorre tanto spesso il fenomeno della conversione. In questa lingua è sempre possibile attribuire valore di sostantivo ad un verbo di forma indefinita (è il caso del cosiddetto "infinito sostantivato"):[1]

Il ritrarsi delle acque rincuorò gli abitanti del villaggio.

A rigore, però, si può parlare di vera e propria conversione solo quando il verbo indefinito così sostantivato è passibile di flessione completa (sapereil saperei saperi; potereil poterei poteri) ed esercita una reggenza nominale (i poteri della mente). Sono oggetto di conversione il participio presente (gli abbaglianti, i concorrenti; talvolta con valore aggettivale: un film avvincente), il participio passato (udito, abitato, veduta, andata e ritorno, oltre alle varie polirematiche costruite su messa, da mettere: messa in opera, messa in moto ecc.) e, assai di rado, il gerundio (crescendo, dividendo, laureando ecc.). Sono poi esempi di conversione anche le lessicalizzazioni di alcune forme verbali finite (credo, distinguo, passi), talvolta inserite in locuzioni con differente grado di univerbazione (nullaosta, fai da te, va e vieni).[1]

La conversione più frequente in italiano è quella da aggettivo a nome (vuotoil vuoto; pienoil pieno; comunista, ottimista, romanista, finanziaria, impermeabile) e quella da nome ad aggettivo (è il caso tipico di molti insulti: stronzo, coglione). Esistono poi casi di aggettivi convertiti in avverbi (andare forte, parlare chiaro) o di nomi convertiti in avverbi (andare via). Qualunque parte del discorso può poi essere trasformata in una interiezione: gli avverbi (già!), i verbi (evviva!, abbasso!, basta!), gli aggettivi (bravo!), i nomi (cavolo!), gli ideofoni (bum!).[1]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f Paolo D'Achille, L'italiano contemporaneo, 2010, cit., pp. 150-151.
  2. ^ Claudio Iacobini, Scheda su treccani.it.
  3. ^ Scheda su sapere.it.
  4. ^ Simone, Fondamenti di linguistica, cit., p. 292.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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