Dauferio Balbo

nobile longobardo

Dauferio detto il Muto o il Balbo (fl. 775851) è stato un nobile longobardo, Conte di Nocera, fu il capostipite della dinastia principesca salernitana dei Dauferidi.

BiografiaModifica

Dauferio sarebbe nato a Benevento intorno al 775, da una nobile famiglia longobarda.

Soprannominato "il Muto", era conosciuto anche come "il Balbo"[1]. Non va confuso con un suo omonimo, detto il Profeta, il quale fu suo consuocero. Dauferio era feudatario nell'Actus Nuceriæ, generalmente gli storici (come Di Meo) avallano l'ipotesi che Dauferio fosse Conte di Nocera. Nel 795 sposò una nobildonna della quale non si conosce il nome. Da lei ebbe almeno sette figli: Dauferada, Romualdo, Arechi, Grimoaldo, Guaiferio, Maione ed Adelchisa.

Dauferio era uno dei maggiori alleati del principe Sicardo di Benevento, a testimonianza di ciò è il matrimonio tra il principe ed una delle figlie del conte, Adelchisa.

Assassino di Sicardo, successione al potere e ritiro a NoceraModifica

Nell'839 il principe Sicardo di Benevento, fu assassinato dagli amalfitani presso Avella e gli succedette sul trono il suo tesoriere palatino, Radelchi che fu riconosciuto principe. A constestare tale acclamazione ci fu una fazione guidata da due capisaldi di riferimento: Adelchi, il figlio di Rothfrit, altro alleato di Sicardo, ed appunto Dauferio il Muto. A supporto di Radelchi c’era il conte di Capua Landolfo I il Vecchio. Dauferio rappresentava in qualche modo la famiglia di Sicardo, in quanto il Balbo era suocero del defunto principe. Dopo la salita al trono di Radelchi, Dauferio preferì rifugiarsi a Nocera (secondo il Chronicon Salernitanum sarebbe stato costretto)[2] nel personale feudo detto del Biscido.

Ribellione e presa di SalernoModifica

Tuttavia Dauferio restava sempre fedele alla famiglia di Sicardo, si attivò fin da subito per riportare la dinastia dei Sicardi sul trono beneventano, spingendo quindi per riportare a Benevento Siconolfo, il fratello di Sicardo, che era stato esiliato a Taranto dal defunto consanguineo. Alla morte del fratello, Siconolfo aveva violato l’esilio e si era rifugiato presso il cognato Orso, conte di Conza. Contestualmente Adelchi trovò la morte per mano del nuovo principe e Landolfo eliminò ogni opposizione al suo potere in Capua, fu così che Dauferio con i suoi figli imbastì dapprima un'insurrezione generale contro Radelchi, fece ribellare Salerno e se ne impossessò. Da lì dichiarò Radelchi usurpatore, indicando come unico erede e successore legittimo del defunto Sicardo suo fratello Siconolfo e proclamò lo stesso principe nel dicembre dell'839.

La Battaglia di Salerno e la sconfitta di RadelchiModifica

Nell'840 l’eco della ribellione si estese rapidamente nel principato, con Amalfi, Conza ed il gastaldato di Acerenza che si schierarono con i ribelli. Taranto si unì poco dopo. In un primo momento Radelchi cercò di intavolare un trattativa con Dauferio per giungere ad un accordo che evitasse un conflitto armato, ma diverse circostanze impedirono questa via: ad esempio il controverso comportamento dell’emissario Ademario, che agì da vera e propria banderuola. Radelchi dunque riunì le sue forze e marciò verso Salerno arrivando fin davanti le mura della città. Mentre il principe era impegnato a porre gli accampamenti ed a pianificare l’assedio, partì una violenta sortita guidata da Gauiferio, figlio del Balbo, che annientò le forze leali al principe, con lo stesso Radelchi messo in fuga. Tale sconfitta creò uno scenario di ulteriore spaccatura nella Langobardia Minor, in quanto il potere andava di più frammentandosi e creando un terreno ideale per possibili interventi di regni esterni al principato. Dopo la vittoria di Salerno, Siconolfo lasciò Conza per prendere quindi possesso della città, che di fatti divenne la seconda capitale del principato, lo stesso fece anche Landolfo, che ruppe apertamente il patto di fedeltà fatto anni addietro con Radelchi, stipulando una tregua col duca bizantino Andrea II di Napoli. Quando ormai Siconolfo, fu riconosciuto come legittimo sovrano anche dalle contee in Calabria e da alcune dell’Apulia, Radelchi si affidò ai mercenari arabi musulmani, che si diedero al saccheggio ed alla devastazione dei vari avamposti meridionali.

Ultimi anni e la Dinastia dei DauferidiModifica

Dopo l'insediamento di Siconolfo, a Salerno, non si hanno più notizie di Dauferio, che probabilmente morì prima dell'aprile dell'851, in quanto su di un documento di quel periodo, il figlio Guaiferio è definito comes filius bone recordationis Dauferii[3].

Successivamente suo figlio Guaiferio, succedette ad Ademaro e fu fra l'861 e l'880, il quinto principe di Salerno. Da Guaiferio ebbe vita dapprima il ramo principesco della stirpe dei Dauferidi e successivamente derivò la nobile famiglia dei Viscido di Nocera, che prendevano il nome dal feudo nocerino del Biscido[4].

NoteModifica

  1. ^ Erchemperto, cc. 14 - 15, Historia Langobardorum Beneventanorum
  2. ^ "non paucis [sic] ex Beneventanis", da TRECCANI
  3. ^ Da TRECCANI, vedi Bibliografia e Fonti
  4. ^ Putaturo Donati - "I conti Viscido di Nocera: una famiglia longobarda consanguinea dei principi di Salerno della prima dinastia", 2003

Bibliografia e FontiModifica

  • TRECCANI, Paolo Bertolini - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 33 (1987)

Fonti derivanti dallo stesso volume:

  • Erchemperti Historia Langobardorum Beneventanorum, in Mon. Germ. Hist., Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum..., I, a cura di G. Waitz, Hannoverae 1878, capitoli 14-15, p. 240; 26, p. 244; 30, pp. 245 s.; 39, pp. 249 s.; 65, p. 260; 71, p. 261; 80, p. 264;
  • Chronica Sancti Benedicti Casinensis, ibid., c. s, pp. 471 s.;
  • Chronica Langobardorum seu monachorum de monastero sanctissimi Benedicti, ibid., p. 481; Catalogus regum Larkjeobardorum et Italicorum Brixiensis et Nonantolanus, ibid., p. 502;
  • Codex diplomaticus Cavensis a cura di M. Morcaldi-M. Schiani-S. de Stefano, 1, Neapoli 1873, n. 34, p. 43;
  • Chronicon Salernitanum, a cura di U. Westerbergh, in Studia Latina Stockholmiensia, III (1956), capitoli 76-81, pp. 74-79; 84b, p. 86; 91, pp. 91 s.; 101-104, pp. 102-105; 123, p. 138; 128, p. 141; 140, p. 148;
  • Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, a cura di V. Federici, Roma 1925, in Fonti per la storia d'Italia..., LVIII, p. 315;
  • A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli nella Mezzana Età, III, Napoli 1797, pp. 283-285, 287-295, 310-312; IV, ibid. 1798, pp. 24 ss., 32 ss., 49 ss., 176 ss., 331 ss., 353 ss.; M. Schipa, Storia del principato longobardo di Salerno, in Archivio storico per le provincie napoletane, XII (1887), pp. 93-97, 116 s.;
  • F. P. Pugliese, Arechi II principe di Benevento e i suoi successori. 1 Foggia 1892, pp. 95-97; L. M. Hartinann, Geschichte Italiens im Mittelalter, III, 1, Gotha 1908, pp. 202 s., 207; M. Schipa, Il Mezzogiorno d'Italia anteriormente alla monarchia. Ducato di Napoli e principato di Salerno, Bari 1925, pp. 60 ss., 77 s.; *M. Manifius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelaters, III,München 1931, p. 199; Beneventan Ninth Century Poetry, a cura di U. Westerbergh, in Studia Latina Stockholmiensia, IV (1957), pp. 35 ss.;
  • N. Cilento, Le origini della signoria capuana nella Longobardia Minore (Studi storici dell'Ist. stor. italiano per il Medio Evo, LXIX-LXX), Roma 1966, pp. 86 ss., 138 ss., 146;
  • P. Bertolini, Studi per la cronologia dei principi langobardi di Benevento: da Grimoaldo 1 a Sicardo (787-839), in Bull. dell'Ist. stor. ital. per il Medio Evo, LXXX (1968), pp. 74-78;
  • G. Cassandro, Il Ducato bizantino, in Storia di Napoli, S. n. t. [ma Cava dei Tirreni 1969], pp. 89, 369.

Da altro volume:

  • Putaturo Donati - "I conti Viscido di Nocera: una famiglia longobarda consanguinea dei principi di Salerno della prima dinastia", 2003.

Voci correlateModifica