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Egesia di Cirene (in greco antico: Ἡγησίας, Hēgēsías; ... – 290 a.C.[1]) è stato un filosofo greco antico del IV secolo a.C., appartenente alla scuola dei cirenaici[2].

Vita e pensieroModifica

Allievo della scuola cirenaica, Egesia non ne abbandona il principio fondamentale secondo cui fine dell'uomo è la soddisfazione del proprio piacere (in greco antico: ἡδονή, hēdoné) ma pessimisticamente dubita che questo si possa realizzare.[3]

Per Egesia, infatti, non esistono altri valori della vita al di fuori del piacere dell'utilità:

«Nulla sono gratitudine, amicizia e beneficenza, onde queste cose noi le scegliamo non per sé stesse ma per ragioni di utilità, mancando le quali neppure quelle sussistono più.»

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, 93)

Ma i piaceri della vita spesso sono irraggiungibili, molti i dolori, incerta è la conoscenza e tutti gli eventi sono infine dominati da tyche, l'impersonale potenza del caso:

«Il corpo infatti è pieno di mille sofferenze e l'anima soffre col corpo ed è turbata e la sorte rende vane le cose da noi sperate [...]»

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, 94)

Del resto per i seguaci di Egesia il piacere è legato alla mutevole e contingente sensibilità, è qualcosa di relativo all'individuo che lo prova:

«Ritenevano che nulla fosse per natura piacevole o spiacevole: per la rarità o per la novità o per la sazietà accade che taluni godano e altri no [...]. Svalutavano anche le sensazioni, perché non danno conoscenza certa, ma facevano tutto ciò che loro sembrasse ragionevole”.»

(Diogene Laerzio, ibidem)

Per una estremizzazione della dottrina stoica e cinica, da cui vengono esclusi gli aspetti individualistici e moralistici[2], secondo Egesia il fine supremo dell'uomo sarebbe non solo l'indifferenza per ogni aspetto mondano dell'esistenza

«Perciò il sapiente non si affannerà tanto nel procurarsi i beni quanto nell'evitare i mali, proponendosi come fine una vita né faticosa né dolorosa, il che si realizza con uno stato d'animo di indifferenza per ciò che produce il piacere.»

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, 95 e sgg.)

ma anche la noncuranza tra la vita e la morte che sarebbe piuttosto da considerare desiderabile.

«La felicità è [...] irrealizzabile. Vita e morte sono da prendersi senza preferenza [...]. Per l'insensato vivere può essere vantaggioso, per l'uomo saggio indifferente.»

(Diogene Laerzio, ibidem)

Il suo "edonismo negativo" («La morte ci divide dai mali, non dai beni, se badiamo al vero.»[4]) spinse in tal modo al suicidio diversi tra i suoi discepoli. Per questo motivo fu definito "persuasore di morte" (Πεισιθάνατος Peisithánatos), e gli fu proibito, da parte di Tolomeo I[5], l'insegnamento della sua deleteria dottrina nelle scuole di Alessandria.

«[...]È per questo concetto così discusso ampiamente da Egesia Cirenaico che, si dice, il re Tolomeo gli vietò di insegnare quelle idee nelle scuole, poiché molti, uditele, si davano spontaneamente la morte.»

(Cicerone, ibidem)

OpereModifica

In una sua opera, Αποκαρτερῶν ("Quello che si lascia morire"), Egesia[6] esponeva la sua dottrina attraverso un suo discepolo deciso a lasciarsi morire per fame ma salvato alla fine dai suoi amici.

Non ci è pervenuto alcun frammento di opere a lui attribuibile .[7] Ciò che è noto del suo pensiero e della sua vita è tramandato dagli autori successivi come Diogene Laerzio e Cicerone.[7]

NoteModifica

  1. ^ Tiziano Dorandi, Chapter 2: Chronology, in Algra et al. (1999) The Cambridge History of Hellenistic Philosophy, Cambridge, p. 47.
  2. ^ a b AA.VV.Enciclopedie Treccani on line.
  3. ^ Julia Annas, La morale della felicità in Aristotele e nei filosofi dell'età ellenistica, Vita e Pensiero, 1998, p. 323.
  4. ^ Cicerone, Tusc. disput., I, 34, 83.
  5. ^ Anton J.L. van Hooff.
  6. ^ Piero Innocenti.
  7. ^ a b AA.VV.Enciclopedia Italiana.

BibliografiaModifica

Collegamenti esterniModifica

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